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Contro Marina fango a orologeria di “Repubblica”

17 Agosto 2013

di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 17 agosto 2013)

Se fosse apparso sul Giornale, lo scoop sarebbe appartenuto senza dubbio alla categoria nota come prodotto della macchina del fango, quell’indegno tipo di giornalismo che fruga nel passato delle persone per sputtanarle al momento più opportuno.

Trattandosi invece dell’Espresso e di Repubblica, ovvero organi per definizione di giornalismo d’inchiesta, diventa irriverente domandarsi se la notizia del conto offshore di Marina Berlusconi sia stata rispolverata in coincidenza con la presunta discesa in campo della stessa Marina Berlusconi, giusto per mettere la signora sull’avviso di quel che le toccherebbe se davvero le venisse l’uzzolo di fare politica. La notizia, come vedremo, è vecchiotta. E tanto il quotidiano che il settimanale danno atto – tra le righe – che è «penalmente irrilevante », senza spiegare bene perché. Ma il risultato è comunque raggiunto. I conti (e le colpe) dei padri ricadono sui figli. Della figlia, soprattutto, colpevole sulla fiducia per essere stata candidata suo malgrado alla successione del Caimano e quindi, inevitabilmente, Caimana anch’essa.

«Marina Berlusconi titolare di società offshore », titola Repubblica a Ferragosto. Perbacco!, saranno saltati sulla sedia i lettori. «Ecco – avranno pensato – tale il padre, tale la figlia »! Magari a qualcuno di loro, dalla memoria inguaribilmente lunga, la storia sarà parsa vagamente familiare, magari sarà parso di avere già letto la stessa storia sullo stesso quotidiano, che in effetti la raccontò per filo e per segno in un articolo a pagina 18 dell’edizione del primo marzo 2006. Ma sono passati sette anni, e come dicevano i vecchi cronisti non c’è nulla di più inedito di quel che è già stato scritto. Tutto sta, dicevano, a ripeterlo bene e al momento giusto.

Che questo sia il momento giusto è ovvio. Che la faccenda sia stata raccontata bene si potrebbe disquisire, perché lo scoop riscaldato afferma quello che né i giudici e nemmeno i pubblici ministeri hanno sostenuto, e cioè che Marina e Pier Silvio sono stati «beneficiati delle sottrazioni delle casse all’erario dei diritti televisivi ». In realtà, secondo la stessa Procura di Milano, i due rampolli del Cavaliere erano «meri prestanome », cioè esattamente il contrario dei beneficiari. Il beneficiario, dicono le sentenze, era il babbo, sino alla cui dipartita neanche uno spicciolo poteva uscire dai conti senza permesso. D’altronde anche un fuoricorso di giurisprudenza sa che se Marina Berlusconi si fosse fatta accreditare sui suoi conti offshore i quattrini fregati dal Cavaliere al fisco gonfiando il prezzo d’acquisto dei film sarebbe stata accusata di ricettazione.

Invece l’unica volta che il pubblico ministero Fabio De Pasquale – sfidando il dissenso del suo collega Alfredo Robledo, il quale gli spiegò codice alla mano che l’idea non stava né in cielo né in terra, e di fronte alla ostinazione di De Pasquale abbandonò l’indagine – decise di iscrivere Marina insieme a suo fratello Pier Silvio nel registro degli indagati per la storia dei conti esteri, dovette poi mestamente rassegnarsi a chiedere lui stesso l’archiviazione delle accuse. Fu un caso più unico che raro, nella lunga storia del braccio di ferro tra il pm baffuto e il gruppo Mediaset. Come ricorda ieri il portavoce di Marina Berlusconi, spiegando che si tratta di storie «ampiamente note e ampiamente chiarite » condite «di inesattezze, insinuazioni, veri e propri travisamenti. Abbondante materia per i nostri avvocati ». Nel conto intestato a Marina, che si chiamava Muesta e stava a Guernsey, nelle isole del Canale, le indagini della procura milanese si imbatterono a metà del decennio scorso. Eppure l’altro ieri il caso clamoroso del fondo Muesta viene rivelato ai lettori di Repubblica con un’intera pagina e con l’orgoglio che di solito si riserva agli scoop.

E l’eco che l’articolo di Repubblica suscita ieri su siti e blog conferma nel modo più evidente che al giorno d’oggi uno scoop resta uno scoop anche se racconta una storia vecchia e finita in nulla; e che il giornalismo d’inchiesta più efficace – e anche il meno dispendioso – è quello che si può fare senza fatiche frugando negli archivi elettronici e scatenando la funzione copia-incolla nel momento del bisogno. E non è tutto: ai suoi lettori Repubblica rivela che Marina ha anche una villa alle Bermuda, e si chiama Blue Horizons. Magari è la stessa di cui Repubblica parlava in un articolo di Riccardo Luna: «Blue Horizons è la villa della prima famiglia di Berlusconi ». Era l’agosto del 1995.


 

Berlusconi e la strategia del rinvio: “In Giunta bisogna allungare i tempi”
di Francesco Bei
(da “la Repubblica”, 17 agosto 2013)

ROMA – Prendere tempo, guadagnare giorni e settimane pur di non arrivare al voto in Senato. Nella disperazione e nella rabbia di questi giorni, l’unica indicazione che esce da Arcore, dove Berlusconi si è asserragliato in consiglio permanente con i suoi avvocati (tranne Franco Coppi), è quella di evitare l’appuntamento con il destino: il giudizio sull’incandidabilità e la decadenza da senatore. “Dal giorno dopo – ha detto Berlusconi dando corpo alla sua paura – sarei alla mercé di qualunque Woodcock volesse arrestarmi”.

La strategia del rinvio, adottata dal Cavaliere in mancanza di meglio e in attesa di una decisione sulla richiesta di grazia, intercetta anche il sentimento delle colombe del Pdl. Terrorizzate dalle possibili conseguenze politiche di un voto del Pd a favore della decadenza di Berlusconi da senatore. Non a caso ieri il ministro Quagliariello, intervistato dall’Ansa, invitava a non precipitare le cose, chiedendo che alla giunta delle immunità di palazzo Madama sia concesso tutto il tempo necessario: “Credo ci siano molte cose da chiarire e approfondire e credo sia interesse di tutti farlo per bene. Non per sottrarsi alla deliberazione, ma perché essa non abbia esiti predeterminati e avvenga con ogni cognizione di causa”.

In realtà che l’esito sia “predeterminato”, visti i rapporti di forza, lo sanno tutti. E tuttavia la questione potrebbe andare per le lunghe, molto per le lunghe. “Con un po’ di impegno anche fino a dicembre”, profetizza uno dei consiglieri del Capo. Il relatore pidielle Andrea Augello dovrà infatti formulare delle proposte alla giunta, riunita come una camera di consiglio di un tribunale. Ma se le sue tesi, com’è probabile, dovessero ricevere una bocciatura da parte della maggioranza Pd-Sel-M5S, si potrebbe aprire una trafila lunghissima. Ed è proprio su questa, che in gergo parlamentare viene definita “procedura di contestazione”, che contano i berlusconiani. Dovrebbe essere nominato un nuovo relatore, con tempi non brevi per dargli modo di formulare una nuova proposta. Poi il Cavaliere avrebbe diritto a intervenire personalmente nella discussione, i suoi avvocati potrebbero richiedere “approfondimenti”, poi ci sarebbe il voto in aula. Insomma, un cinema che andrebbe avanti per settimane se non mesi.

Un temporeggiamento che servirebbe a scavallare l’ultima finestra elettorale del 2013, quella di fine settembre/ottobre. Dopo di che il Parlamento sarebbe impegnato con la legge di Stabilità e la crisi di governo sarebbe impensabile. Perché Berlusconi si sta convincendo che la fretta di una parte del Pd di arrivare al voto a palazzo Madama sulla sua incandidabilità sia legato anche a un piano per far saltare il governo Letta e andare subito al voto. “Anche se la sinistra è sotto di tre punti rispetto alla nostra coalizione – ha fatto notare Berlusconi con realismo all’ennesimo falco che lo ha chiamato ad Arcore prospettandogli le elezioni anticipate come soluzione ai suoi problemi – Renzi è sempre quindici punti avanti a me nei sondaggi. Loro metterebbero subito da parte le divisioni e si ricompatterebbero sul sindaco di Firenze pur di batterci”.

È proprio la convinzione di essere diventato il principale azionista e garante della tenuta del governo Letta che spinge il Cavaliere, in queste ore tormentate, a guardare sempre in direzione del Colle nella speranza di un atto risolutivo. “Io sono sempre stato ai patti – ha ripetuto due giorni fa a un senatore Pdl che ha telefonato a villa San Martino – ma Napolitano non si è mai mosso per me. Non lo ha fatto ai tempi del lodo Alfano, del legittimo impedimento. Ma stavolta si deve inventare qualcosa, non so cosa ma la palla è nelle sue mani”.

Questo insistere su un impossibile (soprattutto dopo la nota di Napolitano) quarto grado di giudizio del Quirinale fa cadere le braccia alle colombe che raccolgono gli sfoghi del Cavaliere. Ma rende bene la sensazione di impotenza, la rabbia e il vicolo cieco in cui il leader del Pdl sa di essersi cacciato. Un falco come Daniele Capezzone dà voce a questa richiesta di un gesto fuori dall’ordinario, la speranza di una sorta di motu proprio quirinalizio: “Il Pdl – dice il presidente della commissione Finanze – ha dimostrato un assoluto senso di responsabilità, ma ora tocca a tutti gli attori politici e istituzionali, per la parte che compete a ciascuno, evitare ferite irrimediabili. La questione è politica, e serve una soluzione politica”. Ma nell’attesa l’importante è restare aggrappato al seggio di senatore.


Travaglio impunito se diffama il Colle
di Vittorio Sgarbi
(da “il Giornale”, 17 agosto 2013)

Due pesi e due misure. Si configurano evidentemente come vilipendio al capo dello Stato gli articoli reiteratamente diffamatori di Marco Travaglio su Il Fatto di mercoledì 14 e di giovedì 15 agosto, nei quali Napolitano è ridicolizzato con espressioni e considerazioni insolenti e offensive, con riferimento ad arbitrii, abusi, ingerenze politiche, ignoranza delle leggi e delle norme, fino al sarcasmo e alla irrisione per l’età del presidente (chi l’avrebbe tollerato per la Levi Montalcini?): «Nell’attesa, resta lo spettacolo grottesco e avvilente del Quirinale trasformato per due settimane in un reparto di ostetricia geriatrica, con un viavai di giuristi di corte e politici da riporto travestiti da levatrici con forcipi, bende, catini d’acqua calda, codici e pandette, curvi sull’anziano puerpero per agevolare il parto di salvacondotti, agibilità e altri papocchi impunitari ad personam per rendere provvisoria una sentenza definitiva e cancellare una legge dello Stato, la Severino, su incandidabilità e decadenza dei condannati. Ieri sera, al termine di una lunga attesa che manco per il principino George, il partoriente ha scodellato un mostriciattolo che copre ancora una volta l’Italia di vergogna e ridicolo. Ma è solo l’inizio: coraggio, il peggio deve ancora venire ».

Nessun dubbio che il vilipendio, anche nel senso etimologico del termine, sia del tutto evidente, e davanti a una platea di migliaia di lettori. Si aggiunga che questa arroganza squadristica contro il garante della democrazia è la cifra abituale del Travaglio, e che essa si riscontra in numerosi altri articoli, in nessun modo semplicemente ironici e satirici, ma esplicitamente offensivi nei confronti del presidente Napolitano; e nessun magistrato, davanti alla evidenza, ha ritenuto di applicare la tanto rivendicata «obbligatorietà dell’azione penale ». Perché?

Si può dunque liberamente insultare e letteralmente infangare il capo dello Stato? Risulta che sia stato abolito il reato di vilipendio al capo dello Stato? E, se no, in quali circostanze dev’essere evocato? Io lo so perché a me non è stata risparmiata una denuncia di ufficio anche per questa materia.

E per considerazioni molto meno argomentate e insinuanti. Si era a Firenze, nel 1993, per la presentazione di un dizionario della lingua italiana per le scuole. Nel divertimento delle battute, e con riferimento all’attualità, dissi: «Il presidente della Repubblica non ha le palle ». Si trattava di Oscar Luigi Scalfaro.
Prontamente la macchina della giustizia, solerte, si mise in moto: un agente della Digos registrò la frase incriminata immediatamente inoltrandola alla autorità giudiziaria che provvide a notificarmi la denuncia, oggetto di un lungo e pregevole dibattito alla Camera dei deputati per verificare l’applicabilità dell’articolo 68 che definisce i termini della insindacabilità per le opinioni espresse da un parlamentare. Al termine degli interventi io chiesi un incidente probatorio per verificare se il presidente avesse le palle o meno.

E tutto finì in una risata liberatoria.

Ora, per ben più gravi affermazioni, vedo che Travaglio gode di una immunità ben più ampia, potendo dire quello che vuole, con evidente denigrazione delle istituzioni e palesi menzogne, senza che nessuno gli chieda conto di nulla, e tanto meno si proceda d’ufficio, nei suoi confronti come nei miei.
La magistratura, complice, non vede e non sente.

Se l’autorità giudiziaria non procederà a indagarlo per vilipendio al capo dello Stato, per la notitia criminis costituita dai numerosi articoli contro il presidente Napolitano, provvederò a denunciarlo io.


Esposito cerca lo scudo anti punizione
di Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 17 agosto 2013)

Anche a Ferragosto il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito concede una precisazione – festiva nel caso di specie – annunciando querele contro il Giornale per aver riportato uno stralcio dell’ordinanza d’arresto del prefetto Francesco La Motta.

Nel documento il gip di Roma riportava un passaggio di una nota del Ros relativo a due telefonate fatte dal prefetto e considerate dal giudice romano esemplari delle «aderenze » vantate dal prefetto stesso. La prima avrebbe come interlocutore un tale «Ferdinando Esposito », ed è il Ros – non certo noi – che ne ipotizza l’identificazione con il pm milanese figlio di Antonio. Al quale, in effetti, risulta – secondo le note a piede di pagina dell’ordinanza, che indicano data di nascita e indirizzo di residenza del pm – intestata l’utenza chiamata per prima dal prefetto La Motta. La seconda telefonata è diretta invece a un’utenza intestata all’amministrazione penitenziaria, dalla quale poi La Motta viene richiamato da un certo «Ferdinando » al quale il prefetto chiede un incontro con il padre.

La notizia, già trattata da tutti i quotidiani a giugno, quando il prefetto La Motta venne arrestato per l’ammanco di fondi dal Fec, era stata poi rilanciata il 14 agosto sul Sole24ore, e il Giornale l’ha ripresa raccontando solo quello che l’ordinanza riporta, specificando anche che il gip sottolineava la mancanza di elementi di riscontro per «ipotizzare » che il contatto cercato fosse andato a buon fine. Ma Esposito la definisce comunque «del tutto falsa », puntando l’indice solo contro il Giornale e Libero e citando una smentita della procura di Roma che a giugno, soltanto dopo l’arresto di La Motta e la notifica dell’ordinanza, aveva sostenuto che non fosse il pm Ferdinando Esposito l’interlocutore del prefetto, e che dunque il «padre » con cui La Motta voleva incontrarsi non era Antonio Esposito. Resta l’identificazione del titolare dell’utenza del primo interlocutore nel pm Ferdinando, figlio di Antonio Esposito, che, ribadiamo, non è stata fatta dal Giornale ma dagli uomini del Ros.

Ma gli annunci di querela quotidiani all’alto magistrato non bastano. Come confermato dal vicepresidente del Csm Michele Vietti, Esposito avrebbe presentato al Consiglio superiore della magistratura una richiesta di apertura di una «pratica a tutela ». Un istituto che il Csm si è autoattribuito, poiché la Costituzione tra i compiti dell’organo di autogoverno della magistratura non prevede questo tipo di pratica. La scelta di chiederla, da parte di Esposito, è probabilmente strategica, per «controbilanciare » la propria posizione in seno al Consiglio superiore. Dove, come è noto, c’è un esposto pendente contro Esposito firmato da tre componenti laici del Csm – Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon – per l’intervista al Mattino in cui il giudice «anticipava le motivazioni della sentenza ».

Il primo esame dell’esposto è già stato calendarizzato, ed è all’ordine del giorno della prima commissione per la seduta del 5 settembre prossimo. La «pratica a tutela », dunque, potrebbe creare una situazione di stallo, con due pratiche «uguali e contrarie » che di fatto fanno del Csm la sede sia per valutare l’eventuale punizione che per vagliare la tutela dalla asserita campagna stampa denigratoria dell’alto magistrato. E non è escluso che la richiesta di difesa di Antonio Esposito – autopresentata e, al momento, non ancora calendarizzata – non trovi nel frattempo una sponda, con l’appoggio da parte di qualche consigliere del Consiglio superiore.


Assedio anti-Cav a Napolitano: non si permetta di dare la grazia
di Emanuela Fontana
(da “il Giornale”, 17 agosto 2013)

Roma.È un pressing a volte esplicito, senza cortesie, altre più insidioso, portato avanti con il sorriso metaforico di parole affilate. Giorgio Napolitano è assediato.
A questo punto, più che dai pidiellini insoddisfatti, da un’intellighenzia di sinistra che non gli perdona le aperture tra le righe, le piccole concessioni, ipoteche per il futuro al condannato Silvio Berlusconi. Il non detto pesa più del detto. E quelle che per il centrodestra sono speranze flebili, per gli intellettuali della sinistra sono affronti impronunciabili.

Marco Travaglio è stato il più diretto, nell’editoriale del 14 agosto: «Mai – ha scritto il vicedirettore del Fatto Quotidiano – in tutta la storia repubblicana e pure monarchica, un capo dello Stato era mai intervenuto su una condanna definitiva di Cassazione ». Paragonando poi il Quirinale a «un reparto di ostetricia geriatrica, con un viavai di giuristi di corte e politici da riporto travestiti da levatrici (…) curvi sull’anziano puerpero ».

Una posizione molto critica è anche quella espressa nel commento a caldo di Lucia Annunziata sull’Huffington Post: «In nome della stabilità del governo – valuta la direttrice – ancora una volta il Paese, questa volta attraverso la sua massima istituzione, il Quirinale, risponde all’anomalia portata in politica due decenni fa dal conflitto di interessi di Silvio Berlusconi con una ennesima anomalia – accordando allo stesso Silvio Berlusconi, condannato per frode, una benevolente attenzione ».

Ma nel pensatoio della sinistra di alto lignaggio c’è chi non si oppone invece al presidente della Repubblica. Napolitano? Non ha lasciato nessuna porta aperta, il problema non esiste. Sono parole senza appigli per Berlusconi quelle del capo dello Stato, riflette per esempio Stefano Rodotà: «Spiragli per la grazia nella nota di Napolitano? Non ne vedo, non ci sono le condizioni, tra tre anni non so cosa potrebbe accadere, ci potrebbe anche essere una situazione di emergenza umanitaria, ma oggi come oggi no », dichiarava ieri con freddezza in un’intervista a Radio Capital l’autorevole giurista e involontario «sfidante » di Napolitano alle Quirinarie. Nessuna pressione apparente verso il presidente, nelle parole di Rodotà. Solo una sottile critica al passaggio sulle «legittime manifestazioni di dissenso », i sit-in pro Berlusconi: «Forse non era un passaggio necessario. Era nello spirito che il presidente sta adoperando, dal suo punto di vista, cioè quello di mantenere una rete di protezione per il governo, è comprensibile. È un di più che non mi entusiasma ».

Uno dei giuristi in politica più famosi, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, non muove un accenno di dissenso a Napolitano, ma il suo commento asettico parla più di mille dichiarazioni orientate: «Non ci sono i presupposti per la grazia ». Basta «leggere cosa dice il codice e cosa dicono le norme ». Sull’eventuale «grazia a Berlusconi – prosegue Pisapia – è evidente che la decisione spetta al presidente Napolitano e per quanto mi riguarda la rispetterò ». Poi il tecnicismo più forte di una critica: «Ritengo in ogni caso che sulla base della relazione al codice di procedura penale, quando parla di grazia e dei lavori preparatori della Costituente, allo stato non ci siano i presupposti ».


Storace mette in guardia il Cav: “Ecco chi vuole farti fesso”
di Redazione
(da “Libero”, 17 agosto 2013)

Francesco Storace parla come un falco del Pdl ed è convinto che nel Pdl c’è chi sta lavorando per far fuori Silvio Berlusconi. “Lo stanno accompagnando al portone con tanti saluti”, dice il leader della Destra al Fatto Quotidiano. “Mi piacerebbe capire se il Cavaliere ha compreso che lo stanno facendo fesso”. Storace non si fa pregare e fa anche i nomi di chi sta orchestrando questa partita: “Il partito di Letta e Alfano”. E puntualizza: “Mi riferisco al nipote, che ovviamente è in sintonia con lo zio. Questo partito non è una cosa fantasiosa”. Le prove sono per il segretario della Destra nel fatto che “il governo è diventato più importante del Capo che ha consentito alle colombe di avere le poltrone nell’esecutivo”. “Quello che è accaduto in via del Plebiscito è davvero fastidioso”, puntualizza spiegando che è assurdo che i ministri del Pdl si siano tenuti fuori dalla manifestazione davanti a palazzo Grazioli.

Un errore dopo l’altro – Quanto al tormentone “grazia sì”, “grazia no”, Storace non ha dubbi: “Berlusconi sarà fuori dalla politica”, ma “chiedere la grazia, come vorrebbero le colombe, significa riconoscersi colpevole, mentre lui si sente innocente”. Al suo posto Storace sconterebbe la condanna e farebbe il “padre nobile” senza aver paura di affrontare il problema della successione e invece “le colombe gli stanno dicendo che con questo governo lui non corre rischi per le sue aziende. Un errore dopo l’altro”. E fa l’esempio del suggerimento di Nitto Palma che vuole fare ricorso in Europa: “O accetti la condanna e poi chiedi la grazia, oppure fai il ricorso in Europa”. Il risultato di questa lotta interna al Pdl sarà uno solo per Storace: “La guerra di tutti contro tutti farà vincere la sinistra”.


Letto 1951 volte.


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Bart