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LETTERATURA: I MAESTRI: Ragazzo triste come me

17 Agosto 2013

di Alberto Arbasino
[da “Quindici”, numero 11, 15 giugno 1968]

Thom Gunn, « I miei tristi capitani », Mon ­dadori, 1968, pp. 324, L. 2.500

I Poeti amano spesso travestirsi: da eroi o da non-eroi, cos’importa. Ma non solo l’imaginifico, poi Poeta-Soldato… Anzi: spe ­cialmente gl’inglesi meno sospetti. Ecco Eliot: clerc americano che finge d’essere un impie ­gato della City e si dondola su grigi tentacoli della folla moderna a piedi assaporando squi ­siti brandelli del passato culturale europeo, secondo nuovissime combinazioni cifrate che rendono anche più perversa e ineluttabile (per un gatto) la Crisi dell’Occidente. E Auden? Gran bel colpo, sostituire con secchezza ogni estetismo con l’ironia, ogni engagement con la metrica, e salvarsi dai dilemmi più terri ­bili con la grazia disarmante di una distra ­zione spassionata che chiama « Leporello » o « Sancho » il Mefistofele che serve il break ­fast ogni mattina.

Prendiamo ora un atleta in cuoio nero, bastonato dal Fato Avverso, o dalla gang rivale, incatenato a terra, col sangue che cola. La ruota della motocicletta gira ancora, l’epa ­tite virale già galoppa… Ma nessuno ha sen ­tito un lamento: la parola d’ordine è RESTRAINT, significa rigore e controllo, sia in gergo carcerario sia nella sfera delle emo ­zioni. Questo è Thom Gunn, capofila tren ­tottenne della poesia più affascinante e più intensa, nel gran vuoto attuale della lettera ­tura inglese creativa. Intorno al cosiddetto, noioso Movement, e ai suoi postumi, la sag ­gistica si è esercitata con attivo imbarazzo; ma per spiegar bene che senso hanno « I miei tristi capitani » (pubblicati ora, fuori tempo, nella felice versione di Camillo Pen ­nati) sarebbe più opportuno ricorrere alle immagini dell’educazione fisica: sollevamento pesi, flessioni sulle ginocchia, esercizi maniaci per estendere i muscoli dell’avambraccio… Mai un sospiro. Semmai, un bacio al cavallo della palestra.

Questa è una poetica di ‘ decisione ‘. I suoi oggetti, regole della condotta e limiti della volontà. La scoperta disciplinata di se stessi, e della propria condizione umana e subumana. Ricondurre vigorosamente alla ragione un mondo di sensazioni magari incomprensibili. Come tenere a freno i propri versi e se stessi… In- somma, il tipico poeta che si lega alla sedia e fortissimamente vuole la percossa: con ener ­gia, profondità, abilità tecnica eccelsa, gran piglio d’arroganza yeatsiana, passione senza illusione, disincanto, solitario coraggio. Non per nulla i « tristi capitani », cioè gli eroi intellettuali di Gunn, sono sempre dei duri sfortunati: Julien Sorel e il Coriolano di Sha ­kespeare, Giuliano l’Apostata e Claus von Stauffenberg attentatore di Hitler; e « Rastignac a 45 anni »; e Caravaggio a Santa Maria del Popolo; e Baudelaire… Ma senza la sensualità di Baudelaire; i suoi fiori sono della violenza, non del male; i suoi soli letti sono quelli di contenzione.

Questa poesia si rifiuta ogni mito compia ­cente: è casta, maschile, solitaria, eroica alla maniera dei metafisici, mai dei romantici, più o meno decadenti. Mai un sospetto di Byron, di Hemingway, di Montherlant, di corrida. Semmai, il giaccone di pelle di Marion Bran ­do. Però, come massima aspirazione, la me ­trica.

Da buon metafisico, Gunn sa essere più metaforico di chiunque: però dimostrando che la parola astratta e la dichiarazione diretta possono essere materiali ugualmente buoni per la poesia (come sapevano bene Donne, e il Leopardi del Canto notturno). Il poeta è una coscienza che si esamina in rapporto al mon ­do; e l’arte e la concentrazione e la traspa ­renza, requisiti del poeta metafisico prima della « dissociazione della sensibilità », ten ­dono alla rappresentazione degli oggetti nella loro precisa definizione: in una lucida con ­centrazione sillabica dai riflessi di « fuoco freddo ». Cioè, Coleridge.

Gli ho parlato (magrissimo, devastato, in stivaletti e tatuaggi) quattro anni fa a San Francisco (poi si è re-immerso in Inghilterra, scomparendo). Dice: « neoclassicismo, per me, significa le passioni più sfrenate, però dentro una cornice, cioè il contrario delle smisurate passioni dei romantici, che mancano sempre di un test sul quale esercitarsi. Neoclassicismo è controllare le passioni, trattare l’irrazionale razionalmente. Come Baudelaire, come Camus, come Haendel, come Mann nel Doctor Faustus e Brecht in Madre Coraggio.

Cosa significava per lui la ‘ durezza ‘ in Yvor Winters, suo primo maestro? « La sua poetica, la poesia come ‘ tecnica di compren ­sione che deve investire non solo la ripro ­duzione dell’esperienza, e le reazioni che l’ac ­compagnano, ma anche il tentativo dell’au ­tore di capire di che cosa mai stia parlando… Poi quando ho cominciato a scrivere poesie ‘ sillabiche ‘ mi sono reso conto che improv ­visamente potevo disporre d’una certa spon ­taneità di percezione e di linguaggio che mi mancava usando i metri tradizionali… ».

E i suoi fini, allora? « Fare coesistere in una sola poesia le qualità dei due generi: cioè l’equivalente in poesia del meglio di Isherwood, un linguaggio terso, eloquente, senza abbelli ­menti, trasparente come l’aria… ». Questo li ­bro fuori tempo potrebbe fare una certa im ­pressione, in Italia. Per capir meglio i pro ­positi di Gunn suggerirei di cominciare a leg ­gere la poesia dedicata a Winters, all’inizio, e subito dopo la quintultima, dedicata a una piattola e splendida come L’infinito.

 


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Bart