di Alberto Arbasino
[da “Quindici”, numero 11, 15 giugno 1968]
Thom Gunn, « I miei tristi capitani », Mon dadori, 1968, pp. 324, L. 2.500
I Poeti amano spesso travestirsi: da eroi o da non-eroi, cos’importa. Ma non solo l’imaginifico, poi Poeta-Soldato… Anzi: spe cialmente gl’inglesi meno sospetti. Ecco Eliot: clerc americano che finge d’essere un impie gato della City e si dondola su grigi tentacoli della folla moderna a piedi assaporando squi siti brandelli del passato culturale europeo, secondo nuovissime combinazioni cifrate che rendono anche più perversa e ineluttabile (per un gatto) la Crisi dell’Occidente. E Auden? Gran bel colpo, sostituire con secchezza ogni estetismo con l’ironia, ogni engagement con la metrica, e salvarsi dai dilemmi più terri bili con la grazia disarmante di una distra zione spassionata che chiama « Leporello » o « Sancho » il Mefistofele che serve il break fast ogni mattina.
Prendiamo ora un atleta in cuoio nero, bastonato dal Fato Avverso, o dalla gang rivale, incatenato a terra, col sangue che cola. La ruota della motocicletta gira ancora, l’epa tite virale già galoppa… Ma nessuno ha sen tito un lamento: la parola d’ordine è RESTRAINT, significa rigore e controllo, sia in gergo carcerario sia nella sfera delle emo zioni. Questo è Thom Gunn, capofila tren tottenne della poesia più affascinante e più intensa, nel gran vuoto attuale della lettera tura inglese creativa. Intorno al cosiddetto, noioso Movement, e ai suoi postumi, la sag gistica si è esercitata con attivo imbarazzo; ma per spiegar bene che senso hanno « I miei tristi capitani » (pubblicati ora, fuori tempo, nella felice versione di Camillo Pen nati) sarebbe più opportuno ricorrere alle immagini dell’educazione fisica: sollevamento pesi, flessioni sulle ginocchia, esercizi maniaci per estendere i muscoli dell’avambraccio… Mai un sospiro. Semmai, un bacio al cavallo della palestra.
Questa è una poetica di ‘ decisione ‘. I suoi oggetti, regole della condotta e limiti della volontà. La scoperta disciplinata di se stessi, e della propria condizione umana e subumana. Ricondurre vigorosamente alla ragione un mondo di sensazioni magari incomprensibili. Come tenere a freno i propri versi e se stessi… In- somma, il tipico poeta che si lega alla sedia e fortissimamente vuole la percossa: con ener gia, profondità, abilità tecnica eccelsa, gran piglio d’arroganza yeatsiana, passione senza illusione, disincanto, solitario coraggio. Non per nulla i « tristi capitani », cioè gli eroi intellettuali di Gunn, sono sempre dei duri sfortunati: Julien Sorel e il Coriolano di Sha kespeare, Giuliano l’Apostata e Claus von Stauffenberg attentatore di Hitler; e « Rastignac a 45 anni »; e Caravaggio a Santa Maria del Popolo; e Baudelaire… Ma senza la sensualità di Baudelaire; i suoi fiori sono della violenza, non del male; i suoi soli letti sono quelli di contenzione.
Questa poesia si rifiuta ogni mito compia cente: è casta, maschile, solitaria, eroica alla maniera dei metafisici, mai dei romantici, più o meno decadenti. Mai un sospetto di Byron, di Hemingway, di Montherlant, di corrida. Semmai, il giaccone di pelle di Marion Bran do. Però, come massima aspirazione, la me trica.
Da buon metafisico, Gunn sa essere più metaforico di chiunque: però dimostrando che la parola astratta e la dichiarazione diretta possono essere materiali ugualmente buoni per la poesia (come sapevano bene Donne, e il Leopardi del Canto notturno). Il poeta è una coscienza che si esamina in rapporto al mon do; e l’arte e la concentrazione e la traspa renza, requisiti del poeta metafisico prima della « dissociazione della sensibilità », ten dono alla rappresentazione degli oggetti nella loro precisa definizione: in una lucida con centrazione sillabica dai riflessi di « fuoco freddo ». Cioè, Coleridge.
Gli ho parlato (magrissimo, devastato, in stivaletti e tatuaggi) quattro anni fa a San Francisco (poi si è re-immerso in Inghilterra, scomparendo). Dice: « neoclassicismo, per me, significa le passioni più sfrenate, però dentro una cornice, cioè il contrario delle smisurate passioni dei romantici, che mancano sempre di un test sul quale esercitarsi. Neoclassicismo è controllare le passioni, trattare l’irrazionale razionalmente. Come Baudelaire, come Camus, come Haendel, come Mann nel Doctor Faustus e Brecht in Madre Coraggio.
Cosa significava per lui la ‘ durezza ‘ in Yvor Winters, suo primo maestro? « La sua poetica, la poesia come ‘ tecnica di compren sione che deve investire non solo la ripro duzione dell’esperienza, e le reazioni che l’ac compagnano, ma anche il tentativo dell’au tore di capire di che cosa mai stia parlando… Poi quando ho cominciato a scrivere poesie ‘ sillabiche ‘ mi sono reso conto che improv visamente potevo disporre d’una certa spon taneità di percezione e di linguaggio che mi mancava usando i metri tradizionali… ».
E i suoi fini, allora? « Fare coesistere in una sola poesia le qualità dei due generi: cioè l’equivalente in poesia del meglio di Isherwood, un linguaggio terso, eloquente, senza abbelli menti, trasparente come l’aria… ». Questo li bro fuori tempo potrebbe fare una certa im pressione, in Italia. Per capir meglio i pro positi di Gunn suggerirei di cominciare a leg gere la poesia dedicata a Winters, all’inizio, e subito dopo la quintultima, dedicata a una piattola e splendida come L’infinito.