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La road map del Cavaliere: sono pronto, così resisterò

21 Agosto 2013

di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 21 agosto 2013)

Summit di guerra ad Arcore: «Sarà resistenza ad oltranza ». Berlusconi raduna a villa San Martino lo stato maggiore del partito. Presenti Alfano, Brunetta, Capezzone, Verdini, Gelmini, Santanchè e Brambilla.

Attorno al tavolo, a dispetto delle continue diatribe interne, sia i falchi sia le colombe. Distinzione ornitologica che non piace a Berlusconi che ai suoi predica sempre l’analogo refrain: «Dobbiamo stare uniti ».
Uniti nella battaglia finale.

«Resistenza » è la sintesi dell’incontro durato tutta la giornata in cui s’è disegnata la road map delle prossime mosse. Tutte all’insegna del «non cederemo mai ». Ergo, esclusa l’ipotesi della grazia e a maggior ragione quella delle dimissioni spontanee. Si combatterà. E Letta vacilla. Se il Pd dovesse ammazzare Berlusconi sulla decadenza, tutti, ministri inclusi, sarebbero a fianco del Cavaliere.

Per quanto riguarda la decadenza di cui inizierà a occuparsi la giunta del Senato i primi di settembre, si discute delle diverse strade da intraprendere. Una: far intervenire la Corte costituzionale per sciogliere i molti nodi che riguardano la legge Severino. Troppi i punti controversi sull’applicabilità del decreto che potrebbe cacciare Berlusconi fuori dal Parlamento. Ma la questione è di sostanza: «Anche molti giuristi di sinistra ammettono che ci sono profili di incostituzionalità », dice Berlusconi. Che poi chiama in causa Letta: «Il nodo però è prettamente politico. Il premier si faccia carico della questione con il suo partito ». E ancora: «Mi vogliono distruggere definitivamente ma non lo permetterò », dice combattivo. L’opzione di domandare un atto di clemenza non dà alcuna garanzia rispetto alle altre inchieste; inoltre, la formale richiesta al Colle con l’implicita ammissione di colpa, Berlusconi la considera «lunare ». Specie dopo lo scoop del Giornale che accerta quanto sia imparziale il giudice Antonio Esposito che ha condannato il Cavaliere in via definitiva. Berlusconi, che non nasconde la contentezza per aver dimostrato di che pasta sia fatta la toga, allarga le braccia: «E io dovrei ammettere colpe che non ho perché lo ha deciso uno così? » è il senso della sua doglianza con gli uomini a lui più vicini.

Il governo torna a traballare clamorosamente. La pancia spinge il Cavaliere a far saltare il banco perché, questo il suo ragionamento, «io mi sono sempre dimostrato responsabile mentre i miei avversari lavorano soltanto per farmi fuori definitivamente ». Tra i berlusconiani c’è la convinzione di poter addossare l’intera colpa della fine delle larghe intese ai piddini e a Napolitano. «Saranno loro a far cadere l’esecutivo con il loro voto sulla decadenza. E la responsabilità di aver portato il Paese nel caos sarà del Pd e di Napolitano ».

La pensano tutti allo stesso modo: sarà battaglia finale. Divisioni poche. Anche se restano le sfumature. La principale è quella delle colombe all’Alfano. «Se cade il governo, Napolitano ha già detto che non scioglie le Camere. Piuttosto dà vita a un governo di scopo per fare una legge elettorale che ci distrugge definitivamente o per varare provvedimenti che distruggerebbero le aziende » è il senso del loro ragionamento. Ma vince la linea intransigente. A dimostrazione di ciò, l’epilogo dell’incontro è tutto dedicato a come riorganizzare al meglio il partito per l’armageddon finale.


Franco Nero a cena con Esposito: è vero, lui odiava Berlusconi
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 21 agosto 2013)

È stato uno dei magistrati più apprezzati al cinema e in tv. «Ero il dottor Traini, pubblico ministero, in Confessioni di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica di Damiano Damiani, una storia di torbidi intrecci a sfondo mafioso. E poi ero il dottor Dani in Corruzione al palazzo di giustizia: una pellicola cui sono molto affezionato, tratta dal dramma teatrale di Ugo Betti ».

Franco Nero, classe 1941, uno degli attori italiani più noti nel mondo, è in campagna, non lontano da Roma e rievoca con voce squillante i fasti di una lunga carriera. «Ci troviamo qua con tutta la tribù, con i nipoti e i parenti, passiamo qualche giorno d’estate insieme, sa, ormai io vivo gran parte dell’anno lontano dall’Italia, l’Italia è un paesuccio piccolo piccolo, con le solite camarille, i soliti giri degli amici degli amici, io, per carità, ricevo copioni in lingua inglese, lavoro per gli americani, sto bene così, non sono come i tanti artisti che dicono peste e corna di Berlusconi e poi corrono dalle sue società per realizzare i film o come gli intellettuali che odiano il Cavaliere e poi scrivono libri per Mondadori ed Einaudi.
Certo che anche i magistrati, e ne ho impersonati tanti, pensavo fossero nella realtà persone riservate. Invece questo Esposito… ».

Antonio Esposito, il presidente della seconda sezione della Cassazione, il giudice più famoso d’Italia da quando, tre settimane fa, ha letto la sentenza che condanna in via definitiva Berlusconi a 4 anni di galera per frode fiscale. Due anni fa Esposito e Nero s’incontrano nella villa a strapiombo sul mare di un comune amico, Massimo Castiello, piccolo imprenditore calabrese. E Castiello ieri ha raccontato al Giornale che quella sera, davanti a un piatto di pasta, patate e provola, Esposito si lasciò andare, forse perché galvanizzato dalla buona cucina, dalla vista meravigliosa del golfo di Policastro e, soprattutto, dalla presenza di Franco Nero, un attore di cui sapeva tutto e di cui citava a memoria battute e spezzoni dei film. «Ricordo – sorride Nero – che Esposito aveva una certa antipatia per Berlusconi, altro che la riservatezza di cui i giudici dovrebbero essere maestri ». Castiello ha ancora in mente le parole del magistrato: «Berlusconi mi sta proprio sulle palle. Ma se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così ». Eleganza e discrezione. Nero sorride: «Castiello ha ragione, Esposito non sopportava il Cavaliere. E invece il Cavaliere a me sta pure simpatico. Una volta ero a Linate, era notte e c’era una nebbia terribile, io dovevo prendere il volo per Roma ma gli aerei non partivano. Mi ero rassegnato a tornare a casa, quando all’improvviso sbuca lui: “Che fai? ” “Come che faccio, volevo prendere il volo per Roma ma mi sa che devo rinunciare ”. “Ma no, che dici, il mio aereo parte, vieni con me ”. M’imbarcò sul suo aereo e siamo decollati. Certo, me la sono fatta addosso ma sono arrivato a destinazione ».
Risata. «Senza offesa ma l’Italia mi sta stretta. L’Italietta, Italiotta, Italiuccia. Io sto fuori, ho sposato un’attrice inglese, Vanessa Redgrave, recito in lingua inglese e senza superbia, ma ho una popolarità impressionante in mezzo mondo. Del resto il film che citavo prima, Confessioni di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica, credo sia la pellicola italiana che ha avuto più fortuna fuori dai nostri confini. La più venduta all’estero ». Un marchio insuperabile del made in Italy in celluloide. «In America e a Londra si respira un’aria diversa, non questo conformismo che c’è qua da noi. E pure questo Esposito… ».

Quella sera il giudice arriva nella villa di San Nicola Arcella direttamente da Sapri, dove trascorre il periodo estivo. Un viaggio di un’ora circa, in macchina. Un piccolo sforzo ma ne vale la pena: a tavola c’è anche Franco Nero di cui Esposito sa tutto. E a tavola sotto il cielo di Calabria tartassa l’attore di domande: «Era incuriosito dai miei film, disse che li aveva visti tutti o quasi, s’interessava alle trame, si soffermava sulle diverse interpretazioni della figura del magistrato da me svolte ». Ad un certo punto il discorso cade su una pellicola sfortunata: L’escluso, del 1999, girato in lingua inglese alle porte di New York e diretto da Carlo Gabriel, il figlio di Franco. «Io recitavo con mia moglie, Vanessa ». La paladina dei diritti civili, dal milieu, secondo le nostre classificazioni, tutto a sinistra. «L’escluso è la storia di un ragazzo, Tony, che ama follemente una sua compagna di scuola, Patricia: Patricia viene trovata uccisa e Tony è accusato e finisce in galera. È colpevole o no? In un certo senso la difesa conta più del crimine, forse commesso o forse no, e la pellicola offre diverse prospettive e suggerisce diversi scenari, un po’ alla Rashomon di Kurosawa. La giustizia ha mille sfaccettature e io le ho sempre raccontate: nei Guappi di Pasquale Squitieri, per esempio, sono un giovane malfattore che esce dal riformatorio dopo aver scontato la pena e decide di studiare e diventare avvocato. Ma si trova a dover fare i conti con il boss del quartiere, Fabio Testi. Un capolavoro, a mio parere ».

Quella notte in Calabria Esposito ascolta e freme davanti a un titolo desaparecido pure per lui: «L’escluso per me è stato un bagno di sangue, ci ho rimesso tanti soldi, Mediaset ha acquistato i diritti d’antenna ma deve averlo mandato in onda una volta sola, in orari semiclandestini. Sa, io utilizzavo come metro di misura Silvio Berlusconi, pensavo che con i suoi dirigenti si ripetesse lo stesso siparietto andato in scena con lui. Ci eravamo incontrati, gli avevo detto che avrei voluto fare un film, gli avevo raccontato la trama del western che avevo in testa e lui mi aveva stretto la mano. Contratto chiuso. L’indomani mi avevano chiamato i suoi e avevo girato Jonathan degli orsi. Perfetto. Invece per L’escluso avevo parlato con Carlo Bernasconi, sembrava fatta, ma poi Bernasconi, pace all’anima sua perché oggi non c’è più, si è rimangiato la parola data e il film è diventato un fantasma. Peccato. E insomma, alla fine di quella cena credo che Massimo Castiello abbia regalato a Esposito la preziosa videocassetta, quasi un cimelio qua in Italia. Chissà se l’ha visto, in quell’occasione abbiamo parlato di tanti film, adesso non ricordo più nemmeno bene. Sa, io ho girato tante pellicole: c’è chi predilige Il giorno della civetta e chi Il delitto Matteotti di Florestano Vancini. Guardi la combinazione, ho girato nel ’73 Il delitto Matteotti in cui sono il deputato socialista che muore per mano del Duce e l’anno dopo, nel ’74 Mussolini ultimo atto, in cui presto il mio volto al colonnello Valerio che va a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, a fucilare il Duce, uno straordinario Rod Steiger ».

Quella sera, Esposito fa la sua figura, manco fosse un dizionario Mereghetti, poi passa al Cavaliere e lancia la sua sinistra profezia: «Berlusconi si salva sempre… gli avvocati… la prescrizione. Ma se dovesse capitarmi a tiro gli faccio un mazzo così ». Un vaticinio che si è avverato a due anni di distanza quando il presidente della seconda sezione è andato a presiedere il collegio feriale chiamato a far rotolare l’ultima parola sul processo Mediaset. Ma lui la sua sentenza l’aveva già confezionata in precedenti occasioni: a tavola con l’ex vicedirettore del Giornale Stefano Lorenzetto, nel marzo 2009, quando aveva mostrato di conoscere le misteriose intercettazioni a luci rosse del Cavaliere e aveva illustrato, fra un piatto e l’altro, le performance erotiche dell’ex premier con due deputate del Pdl, e poi quella notte di agosto del 2011, nella villa di San Nicola Arcella. Lì il verdetto era diventato, se possibile, definitivo: «Berlusconi mi sta sulle palle ». «Mi sono fatto una certa idea dei magistrati, ma io per mia fortuna, ormai vivo lontano dall’Italia – conclude Nero -. Anche se non mi dispiacerebbe rivedere Berlusconi. Chissà che una volta o l’altra non ci si incontri di nuovo ».


Resistere, l’ultima guerra del Cavaliere
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 21 agosto 2013)

Il verbo scelto da Silvio Berlusconi per rassicurare il popolo del centrodestra intorno al suo futuro e alle sue intenzioni («Io resisto ») ha un grande potere evocativo ed è foriero di una evidente suggestione: infatti, rimandando al drammatico «resistere, resistere, resistere » pronunciato da Borrelli nell’inverno di 11 anni fa, l’annuncio del Cavaliere fotografa un evidente capovolgimento delle posizioni (e dei rapporti di forza).
E quasi si propone come la chiusura di un cerchio diabolico.

I due orgogliosi annunci di resistenza rappresentano forse i momenti più cupi e aspri di uno scontro – quello tra il centrodestra e parte della magistratura – che condiziona da ormai due decenni la vita politica italiana: una sorta di Guerra dei Vent’anni dentro la quale, però, c’è un pezzo di storia di questo Paese e la parabola di un leader che ora si scopre solitario e senza successori. Non solo. Gli effetti di questa Guerra – ed i vizi seminati – si riverberano oggi sull’«affaire Berlusconi », trasformandolo in qualcosa di diverso da quel che semplicemente è: da caso giudiziario a caso politico, con il conseguente corollario di polemiche, richieste e proposte inevitabilmente confuse e spesso non praticabili.

La trasformazione dei problemi giudiziari di Silvio Berlusconi in problemi «politici » – meglio ancora: in problemi della politica – è stata in questi vent’anni una costante dell’agire del centrodestra italiano. Non a caso, il «resistere, resistere, resistere » pronunciato nel gennaio del 2002 dall’allora Procuratore generale della Corte d’Appello di Milano, era appunto riferito alle annunciate nuove leggi del governo Berlusconi in materia di giustizia: leggi capaci di determinare, secondo Borrelli, il «naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo baluardo della questione morale ». Scudi, legittimi impedimenti, prescrizioni e depenalizzazioni sono stati, per anni, la «via politica » (e legislativa) attraverso la quale il Cavaliere ha cercato – spesso con successo – di arginare i propri problemi giudiziari. Oggi, però, la situazione è molto diversa: e lo si capisce bene dallo smarrimento che pare caratterizzare l’azione del Pdl e del suo leader colpito.

La novità, come è evidente, sta nel dover fare i conti con una sentenza passata definitivamente in giudicato: e la difficoltà, giunti a questo punto, nasce dal dover prender atto di esser di fronte a una situazione che ha dell’irreversibile. Abituato a «ridurre il danno » di inchieste e processi attraverso le leggi e la politica (il complotto dei magistrati, le norme ad personam…) è di nuovo per questa via che il Cavaliere sta cercando una soluzione che gli permetta di rimanere in campo: ma la politica – e le leggi – stavolta possono aiutarlo in poco o in nulla, e il Pdl si avvita in un rosario di richieste mutevoli e confuse.

La grazia, la commutazione della pena, la richiesta che il Senato non voti la decadenza di Berlusconi, l’attacco alla legge-Severino (con possibile ricorso alla Corte Costituzionale), la richiesta di un nuovo intervento del Quirinale, l’arma finale della crisi di governo con la minaccia di puntare alle elezioni… Nessuno, in verità, ha ancora capito quale sia davvero la carta sulla quale il Cavaliere e il Pdl intendono scommettere: una incertezza, un disorientamento che rende ancor più confusa – e dunque meno governabile – la situazione.

«Resistere, resistere, resistere », incitò undici anni fa Francesco Saverio Borrelli, da sempre considerato da Berlusconi il «nemico numero uno », il capo indiscusso del «partito dei giudici », il leader carismatico delle «toghe rosse ». «Io resisto! Non mollo », contrattacca oggi il Cavaliere. In mezzo, undici anni di guerra senza quartiere, undici anni che hanno prodotto cumuli di macerie politiche e giuridiche. Potrebbe anche bastare, per un Paese esausto e incattivito. Ma la parola fine, invece, pare non dover arrivare mai…


La macchina dell’incenso che santifica le toghe
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 21 agosto 2013)

Quelli del Pd non hanno neanche il buon gusto di dissimulare la soddisfazione: i loro occhi brillano, le loro dichiarazio ­ni tradiscono felicità. Già, il momento atteso vent’anni è giunto:eliminare Silvio Berlu ­sconi dal novero degli avversari, cancellare il suo nome dalle liste elettorali e dall’elenco dei sena ­tori.

Figuriamoci se sono disposti a farsi sfuggire la ghiotta occasione. Basta leggere Repubblica, la sacra scrittura dei «cumunisti » e affini, per ca ­pire le intenzioni del partito che, sia pure con grande ritardo, ha dato vita a un compromesso storico in sedicesimo: più che altro un aborto di ciò che aveva concepito Enrico Berlinguer allo scopo di impadronirsi del Paese. Ogni articolo di quel giornale è improntato a spirito di vendetta: il Cavaliere deve morire, almeno politicamente, visto che purtroppo gode di buona salute.
Nonostante la pesante condanna inflitta dalla Cassazione al leader del centrodestra, gli scribi del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, aspi ­rante senatore a vita, non sono del tutto appaga ­ti. Non si accontentano di avere vinto per uno a zero: vogliono la goleada, sognano un metafori ­co (o reale?) piazzale Loreto. Pregustano l’ecci ­dio, la disfatta dei berluscones, tranne quelli eventualmente pronti a salire sul carro di Enrico Letta in cambio di un lecca-lecca.

Per fare sloggiare Silvio da Palazzo Madama, i progressisti useranno ogni arma, come ripete in ­stancabilmente radio fante: quella del voto ostile, anzitutto. Non impor ­ta che la legge anticorruzione, scritta dal ministro Severino nella scorsa legislatu ­ra e approvata dalle Camere, sia tutta da interpretare essendo ancora in rodag ­gio: è retroattiva, quindi applicabile an ­che al caso del Cavaliere, oppure no? Sul punto i costituzionalisti litigano; i demo ­crat, invece, sono concordi: vale anche per lui, impalliniamolo; e mettiamoci una pietra sopra. Sembra di essere al mercato, altro che Parlamento.

L’euforia del Pd, che sente avvicinarsi il momento di liberarsi del concorrente più pericoloso, il capo del Pdl, contrasta però con la preoccupazione del premier di perdere l’appoggio del centrodestra e, quindi, la cadrega a Palazzo Chigi. Ec ­co perché Letta non si espone circa i de ­stini di Berlusconi nelle mani dei compa ­gni. Probabilmente preferirebbe che i tempi delle decisioni si allungassero. Come? Passando la pratica alla Consul ­ta che nel lavoro è lenta per definizione: nove o dieci mesi prima di rispondere al quesito riguardante l’applicazione re ­troattiva della legge Severino, giusto quanto serve per arrivare alla prossima primavera quando toccherà all’Italia la presidenza europea.
Piaccia o no,questa è l’alchimia politi ­ca, immutabile nei secoli. Tornando al ­le mosche cocchiere della Repubblica , segnaliamo un mirabile pezzo di Liana Milella che recita il solito rosario con la tipica tenacia degli integralisti. Udite: «Ancora una volta il Giornale, quello del ­la ­macchina del fango ai danni del giudi ­ce Antonio Esposito e delle toghe di Ma ­gistratura democratica, fa da apripista. Un’intervista a tutta pagina con foto di Nicolò Zanon, noto giurista, componen ­te laico del Csm in quota Pdl, consiglia come indispensabile la strada della Cor ­te ».

Avete letto con attenzione? A parte che il Giornale non ha fatto un’intervista con una foto di Zanon, semmai con Za ­non (le istantanee non fiatano), a parte ciò, una sciocchezza, la signora Milella dovrebbe spiegarci perché insiste con la macchina del fango, nel quale ella sguaz ­za voluttuosamente. E, non paga di lor ­darsi fino al collo, si trasforma in turibo ­lo a ore per incensare gratuitamente ma ­gistrati di cui ignora le opere. Lo fa per passione. Che tristezza.


La maturità della politica
di Sergio Romano
(dal “Corriere della Sera”, 21 agosto 2013)

Piaccia o no, la sentenza della Cassazione ha creato una situazione che nessuno può ignorare. Occorre aspettare che la Corte d’appello di Milano definisca nuovamente la durata delle pene accessorie e del periodo nel corso del quale Silvio Berlusconi non sarà eleggibile. Ma è ormai certo, salvo circostanze oggi imprevedibili, che il leader del Pdl trascorrerà un periodo agli arresti domiciliari o in affidamento ai servizi sociali e non farà parte del Parlamento. Non so se la sua carriera possa considerarsi definitivamente conclusa. Ma un uomo duttile e realista, come Berlusconi ha dimostrato di essere in parecchi casi, non può ignorare che la sentenza, nella parabola della sua vita politica, è un imprescindibile spartiacque.

È ancora aperta, invece, un’altra questione più gravida di immediate conseguenze politiche: se Berlusconi abbia il diritto di restare in Parlamento in base alla legge Severino sulla corruzione. Quando l’applicazione della legge a un deputato o a un senatore esige un passaggio parlamentare (prima nella giunta delle elezioni, poi nell’Assemblea di appartenenza), il problema smette di essere esclusivamente giuridico. Nessuno può dimenticare che la cacciata di Berlusconi dal Senato avrebbe effetti politici. È possibile delegittimare il leader di un partito senza che quest’ultimo resista alla tentazione di considerarsi punito, offeso, vittima di una strategia ostile? È possibile, se il partito è membro di una coalizione governativa, che la sua decapitazione, per mano di quelli con cui deve governare, non si ripercuota sulla qualità e sulla durata della convivenza? È utile per il Paese andare con gli occhi bendati verso una crisi (possibile se non addirittura probabile) nel momento il cui il maggiore interesse nazionale è la stabilità?

È difficile immaginare che i membri della giunta non siano consapevoli dell’esistenza di questi e altri interrogativi. Si potrebbe osservare che vi sono questioni di pubblica moralità in cui un parlamentare ha il diritto e il dovere di votare secondo coscienza. È vero. Ma la coscienza dei membri della giunta sarebbe ancora più tranquilla se si dimostrassero consapevoli di questi rischi e dessero spazio, prima di pronunciarsi, all’esame di certi dubbi sulla applicabilità delle legge Severino che sono stati sollevati anche da giuristi non conosciuti per le loro simpatie berlusconiane. Se accettassero questa riflessione dimostrerebbero, oltre a tutto, che anche la politica ha diritto alla sua autonomia e che non vi è equilibrio fra i poteri dello Stato là dove uno trasferisce automaticamente le decisioni dell’altro nell’area di propria competenza.

Questo delicato passaggio diverrebbe meno difficile se Berlusconi, dal canto suo, si rendesse conto delle proprie responsabilità. Ha fondato un partito che continua ad avere i consensi di una parte del Paese e ha creato così le condizioni per una democrazia dell’alternanza. Spetta a lui evitare, con un passo indietro, che questo partito dipenda interamente dalla sua leadership. Spetta a lui assicurare la transizione e lasciare dietro di sé un personale politico capace di raccogliere quella parte della sua eredità che è ancora utile al Paese. È questo il lavoro «socialmente utile » che potrebbe dare un senso al crepuscolo della sua avventura politica.


Sentenza Mediaset, Capotosti e Capomosci
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 20 agosto 2013)

Al ventesimo giorno dalla sentenza della Cassazione sullo scandalo dei diritti Mediaset, il dibattito politico-giornalistico sul destino di B. è già riuscito nel gioco di prestigio di far scomparire dalla scena il fatto da cui tutto nasce. E cioè che B. è un delinquente matricolato, avendo costruito negli anni 80 un colossale sistema finalizzato all’esportazione di capitali all’estero, extrabilancio ed extrafisco, per corrompere giudici, politici, finanzieri, derubare gli azionisti di una società quotata e compiere altre operazioni fuorilegge in Italia e all’estero almeno fino al 2003, quand’era in Parlamento da 9 anni e aveva ricoperto due volte la carica di presidente del Consiglio.

Dunque, in base al Codice penale, è un detenuto in attesa di esecuzione della pena, che potrà scontare in carcere o ai domiciliari o, se ne farà richiesta, in affidamento ai servizi sociali.
Inoltre, in base a una legge liberamente votata otto mesi fa da tutto il Parlamento italiano e anche da lui – la Severino del 31-12-2012 –, è ufficialmente decaduto dalla carica di parlamentare e non può ricandidarsi per i prossimi 6 anni, come tutti i condannati a più di 2 anni.  Punto.
Ma il dibattito scaturito dalla sentenza ha preso a svolazzare nell’iperuranio, attorno al presunto diritto del condannato all’“agibilità politica” (appena 8 mesi dopo che egli stesso ha votato una legge per negare l’agibilità politica ai condannati), la “guerra civile” fra politici e magistrati o fra berlusconiani e antiberlusconiani, la grazia, la commutazione della pena e altre cazzate. L’ultima è la supposta incostituzionalità della legge Severino, di cui nessuno si era peraltro accorto 8 mesi fa quando tutti allegramente la votarono per fregare gli elettori con la bufala delle “liste pulite”.

L’avvocatessa ed ex ministra Paola Severino è ufficialmente dispersa e non dice una parola in difesa della legge che porta il suo nome: pare anzi che abbia avviato le pratiche all’anagrafe per cambiare cognome. Ma il meglio lo danno certi costituzionalisti, che difendono un giorno il diritto e l’indomani il rovescio. Specie quelli più vicini al Quirinale, costretti a contorsionismi imbarazzanti per seguire le bizze di Napolitano, che cambia idea a seconda di come si sveglia la mattina.

Ieri, sul Corriere , è partita in avanscoperta per tastare il terreno la premiata ditta Ainis&Capotosti. Michele Ainis per sostenere che se B. è stato condannato per frode fiscale non è perché frodava il fisco, ma per via dell’eterno “conflitto tra politica e giustizia”, insomma una “baruffa tra poteri dello Stato”.  Ma ora bisogna “separare i due pugili sul ring” (il frodatore fiscale e i giudici che l’hanno condannato). Come? Magari suggerendo ai politici di non delinquere e ai partiti di non candidare delinquenti? No, ripristinando l’autorizzazione a procedere abolita nel ’93 per “far decidere al Parlamento” se un senatore sia o meno un frodatore fiscale. È vero, ammette bontà sua Ainis, che l’autorizzazione a procedere si prestava ad “abusi”, coprendo anche parlamentari inquisiti senz’ombra di “fumus persecutionis”: ma subito dopo caldeggia nuovi abusi, sostenendo che la frode Mediaset, dove non c’è fumus ma molto arrosto, andava sottoposta “al visto obbligatorio delle Camere”. Non è meraviglioso? Poi c’è Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Consulta e commentatore multiuso.
Il 5 agosto, intervistato dal Corriere, non sentiva ragioni: “Ho molti dubbi sulla tesi di Guzzetta che pone un problema di retroattività, perché la legge non parla del reato, ma della sentenza. L’art. 3 dell’Anticorruzione si riferisce a chi è stato condannato con sentenza definitiva a una pena superiore a 2 anni… L’elemento determinante è la sentenza definitiva. Che poi si riferisca a fatti accertati anche 20 anni fa importa poco. È la sentenza che determina l’incandidabilità… Quella del Parlamento dovrebbe essere una presa d’atto”.  Cioè: B. deve andarsene dal Senato e non farvi più ritorno per i prossimi 6 anni.

L’11 agosto il tetragono Capotosti veniva intervistato da Repubblica . Domanda: che succede se si vota in autunno? Risposta  secca: “Scatterebbe l’incandidabilità prevista dall’art. 1 della Severino. L’importante è che si tratti di una sentenza definitiva”. Pane al pane e vino al vino. Poi però Napolitano ha monitato, B. ha minacciato e la rocciosa intransigenza di Capotosti ha assunto la consistenza di un budino. Rieccolo ieri intervistato dal Corriere : “Che la legge Severino non possa essere retroattiva o debba scattare l’indulto, non è un’eresia… La norma è nuova, priva di giurisprudenza consolidata, vale la pena ragionarci… Ci sono  problemi interpretativi, perché non ci sono precedenti”.

In verità uno c’è, in Molise, ma “un caso non fa giurisprudenza”. Dunque “sembrerebbe logico che il Senato prenda atto della sentenza, ma il Parlamento è sovrano” e può anche votare contro una legge fatta 8 mesi prima perché “a giudicare i parlamentari in carica può essere solo il Parlamento” e “l’incandidabilità incide sul diritto costituzionalmente tutelato ad accedere alle cariche elettive e quindi la sua applicazione dovrebbe essere disposta da un giudice” e ora “per legge non lo è”.

Quindi sta’ a vedere che la Severino è incostituzionale e i partiti che l’hanno appena approvata possono impugnarla dinanzi alla Consulta per chiederle di bocciarla, intanto passano un paio d’anni e il delinquente resta senatore, magari dagli arresti domiciliari. Sarebbe l’ennesimo miracolo del Re Taumaturgo: basta un monito, e la legge diventa così tenera che si taglia con un grissino.


Fini, il traditore tradito
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 21 agosto 2013)

Nessuno sa che fine abbia fatto Gianfranco Fini e gli auguro sin ­ceramente che viva sereno e non sia ­no vere le dicerie.
È civile, oltre che umano, distinguere il giudizio politi ­co sui gravi danni che ha compiuto dal rispetto per la vita, la salute, gli af ­fetti. Trovo vergognoso ma esempla ­re il trattamento ingrato che ha rice ­vuto dai media e dalla sinistra. Vi ri ­cordate cos’era Fini per loro ai tempi dello scontro con Berlusconi? Uno statista, un vero leader da intervista ­re ed elogiare, un antifascista since ­ro. Era diventato una star, ogni sua ba ­nalità sembrava acuta, i suoi fedelis ­simi apparivano come una specie mi ­racolosa di destra intelligente, mo ­derna, libera, europea. Salamelec ­chi qua e là. Lui stesso, il poverino, si era convinto di essere quel che scrive ­vano i giornali. E ci aveva preso gusto a distinguersi dal mondo da cui pro ­veniva, vista la risonanza. Non dava peso a chi gli diceva: guarda che ti stanno usando, quando non servirai più per sfasciare il centrodestra e col ­pire Berlusconi ti butteranno via co ­me una scarpa rotta e spaiata, finge ­ranno di non conoscerti. E non crede ­va neppure se gli dicevi: se chiedi alla gente di sinistra che parla bene di te «ma lo votereste? », tutti rispondono: «Che c’entra, io sono di sinistra ». Lui non aveva capito che piaceva a chi non l’avrebbe mai votato e nemme ­no adottato. E piaceva fintanto che serviva allo scopo. Poi l’hanno butta ­to a mare, con la scusa della pesca su ­bacquea. E hanno tolto la scaletta per risalire. Lui se l’è meritato, ma lo ­ro che bastardi…


Nanni Moretti, il più rococò dei marxisti
di Alessandro Gnocchi
(da “il Giornale”, 21 agosto 2013)

Per rovesciare una famosa battuta: sì, il dibattito sì. Anche se riguarda proprio il venerato maestro Nanni Moretti, fresco di compleanno, refrattario al dibattito fin dai tempi del film Io sono un autarchico (la famosa battuta è sua).

Mettiamo subito da parte le celebrazioni di rito, identiche l’una all’altra, dalle quali abbiamo appreso che: Nanni è uno splendido sessantenne; Nanni è la coscienza critica della sinistra; Nanni aveva ragione sul Caimano; Nanni ha girato solo capolavori; Nanni è stato un distributore illuminato (peccato la Sacher abbia chiuso). Non uno che abbia citato il sarcasmo col quale Dino Risi liquidava il Moretti autore e attore: «Sta sempre in primo piano, occupa lo schermo, ingombra la scena. Viene voglia di dirgli: spostati, lasciami vedere il film ». Dimenticato anche il caustico Edmondo Berselli che in Venerati maestri sfotteva a più non posso «il supercilioso, lo schifiltoso, naso arricciato, il disgustato Nannimoretti… Un antitaliano anche lui, Nanni. Uno che senza dubbio gli facevamo tutti schifo ». Vabbè.

Ci ha pensato il Foglio ha riequilibrare il giudizio sul Moretti para-politico, e agli effetti prodotti dal suo raggiunto status di guru: «Lui faceva (buon) cinema, gli altri facevano (cattiva) politica ». Gli altri in effetti rimuginavano sulle parole di Nanni, convinti di trovare indicazioni utili per un programma di partito. «D’Alema, di’ una cosa di sinistra », «Continuiamo a farci del male » o anche «Con questi leader non vinceremo mai »: grandi assolo divenuti la solita solfa, buona per ogni occasione in cui ci sia da delegittimare (da sinistra) il Partito democratico. Con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

Ma veniamo alla vera sorpresa. Ieri Repubblica ha pubblicato una frizzante Lettera a Nanni Moretti spedita da Alessandro De Nicola, avvocato ed economista. Non era facile trovarla, accanto a un editoriale di Rodotà, imboscata nella pagina dei commenti, là dove vanno a spiaggiarsi gli articoli noiosi e inutili. Il mittente tenta l’impresa disperata, addirittura insensata, cioè arruolare il regista tra i liberali. Fa sul serio? Vuole provocare? Entrambe le cose, a occhio. Scrive De Nicola: a dispetto dell’impegno personale e dell’odio per Berlusconi, un esame dei film di Moretti spinge a credere che egli sia «un individualista, cultore delle virtù borghesi della responsabilità, del merito e della sobrietà ». Il regista dunque guarderebbe «con diffidenza sia alle masse sia allo Stato e con benevolenza alle libere professioni e agli imprenditori » e affermerebbe «il primato della coscienza individuale rispetto a quella collettiva ». Infine, ecco la bestemmia che potrebbe scandalizzare tutte le Chiese: «In poche parole, Moretti è l’archetipo dell’intellettuale liberale con tendenze anarchiche e gusti conservatori ». Si può immaginare la reazione gioiosa sia dei girotondini sia dei lettori di Prezzolini. De Nicola argomenta: i ricchi non sono mai personaggi negativi (a parte Silvio); la Rai è sbeffeggiata (Sogni d’oro); lo spreco di denaro pubblico è messo alla berlina (Caro Diario); Nanni interpreta quasi sempre un libero professionista; la classe operaia viene evocata ma di fatto non compare mai; le case sono belle, ben arredate; la scuola pubblica è ridicola (Ecce Bombo, Bianca); la sanità privata è valorizzata (Caro Diario); la cultura è rigorosa e tradizionale (Palombella rossa); il valore più importante è la famiglia (La stanza del figlio).

Be’, liberale decisamente no. Almeno fino a quando non vedremo una pellicola di Moretti inneggiare allo Stato minimo, quindi mai. Però il «provocatore » De Nicola coglie un aspetto interessante: il Moretti straborghese. Visto che è in corso un dibattito, ecco l’opinione del Giornale. Il regista è un esemplare tipico di quella borghesia italiana che, pur godendo di ogni privilegio offerto dal mercato, si oppone al capitalismo sposando di volta in volta il comunismo, il giacobinismo, la decrescita. Questa borghesia tiene il portafogli a destra e la coscienza a sinistra. Ed è molto influente. Volete un caso simile? L’avvocato Guido Rossi firma articoli sul Corriere (giornale della grande borghesia del Nord) dal titolo Il mercato che uccide la democrazia è il nuovo Leviatano degli egoisti. Incredibile, no? Bene, ora chiedete a Guido Rossi di presentarvi una parcella che non tenga conto dei prezzi di mercato. Poi fateci sapere cosa vi ha risposto.

Non c’è da stupirsi che la classe operaia non appaia nei film di Moretti. Nanni è interprete di una forma residuale di comunismo, definita da Tom Wolfe «marxismo rococò », secondo la quale tocca alle élite democratiche (postcomuniste) guidare lo Stato in virtù di una innata raffinatezza, indice di superiorità morale. In quest’ottica il proletariato è solo un intralcio perché si prende la libertà di votare chi gli pare. Incluso il Caimano.


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Bart