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Il Cavaliere placato dai legali. Ora pensa ai servizi sociali

24 Agosto 2013

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 24 agosto 2013)

Una piccola crepa si è aperta nelle granitiche certezze del Cavaliere, fin qui risolutissimo a far brillare una mina sotto al governo. Il tarlo del dubbio gliel’hanno insinuato tre dei cinque figli che l’altro ieri si sono affacciati tutti insieme ad Arcore, guarda combinazione, proprio nelle stesse ore in cui vi transitava il capo delle «colombe » Alfano: i due rampolli maggiori (Piersilvio e Marina) insieme col più giovane (Luigi, ramo Veronica).

Altra coincidenza: era in quel momento assente la «pitonessa » Santanché, e non c’erano nemmeno le «amazzoni » più scatenate di solito accampate a Villa San Martino, quelle che lanciano sanguinosi insulti al Pd ritenendo di rendere in questo modo un buon servizio al Capo. Cosicché i discorsi tra genitore e figli hanno registrato un singolare paradosso: invece del padre, come accade di solito, sono stati i giovanotti a raccomandagli di non fare sciocchezze e forzature tali da mettere a repentaglio la sua personale libertà, oltre che le ricchezze della famiglia. Alfano, inutile dire, ha dato manforte alle ragioni del realismo, snocciolando le possibili vendette della politica, della magistratura, delle istituzioni, qualora la sfida fosse portata alle estreme conseguenze.

Tutto questo accadeva giovedì sera. E il pressing non si è concluso lì, perché ieri si è mosso il Biscione, vale a dire l’azienda Mediaset per bocca dei suoi manager allarmatissimi: se una crisi facesse deragliare il treno della ripresa, addio investimenti pubblicitari delle multinazionali (si decidono a settembre) e tanti saluti alla speranza di regalare a Silvio qualche ritorno. Come sempre nei momenti decisivi, è stato visto varcare il cancello Gianni Letta. Ma le vere novità sono emerse dall’incontro con gli avvocati. Se mai verrà scongiurato il patatrac del governo, con tutto quanto ne può derivare, gli storici futuri non potranno non riconoscerne una quota di merito a Ghedini e a Coppi. Stanno sforzandosi di far intendere al loro cliente quanto sarebbe vantaggioso un atto di clemenza da parte del Colle, che Berlusconi fin qui ha giurato sdegnosamente di non voler chiedere in quanto se lo aspetta, semmai, quale «risarcimento » morale delle «persecuzioni » subite.

Secondo il pool legale, Silvio farebbe bene a proporsi pure per un affidamento in prova ai servizi sociali che, ove mai fosse accordato dal giudice di Milano, gli lascerebbe ampi margini di libertà personale e la concreta chance di vedersi cancellate le pene accessorie (leggi: incandidabilità) nel caso di buona condotta.

Per la prima volta, ecco la piccola novità che fa trepidare le «colombe » berlusconiane, l’uomo non ha mandato a quel paese chi gli parlava di servizi sociali. Rimane viceversa intrattabile sulla decadenza da senatore. Su questo, non ci sono spiragli. Se il 9 settembre la Giunta delle elezioni boccerà la relazione di Augello (Pdl) che mira a prendere tempo, la temperatura salirà alle stelle.

E se nei giorni seguenti il Pd voterà per espellere Berlusconi dal Senato, a quel punto la crisi sarà automatica, i ministri Pdl daranno le dimissioni un minuto dopo. Diverso sarebbe se, con la scusa di chiarire certi dubbi sulla legge Severino, venisse procrastinata la decadenza del Cav in attesa che si pronunci la Corte Costituzionale. In quel caso, incrociano le dita gli avvocati (ma fanno scongiuri anche i figli, per non parlare di ministri, vice-ministri e sottosegretari), potrebbe innescarsi un percorso virtuoso sulla scia tracciata dieci giorni fa da Napolitano. Ricapitolando: niente decadenza immediata, affidamento ai servizi sociali su richiesta degli avvocati, seguito forse da una grazia o da una commutazione della pena.

Di tutto questo si ragionerà in un «Gran Consiglio » convocato ad Arcore per l’ora di pranzo, con tutta la delegazione ministeriale al completo, più Cicchitto, Gasparri, Bonaiuti, Bondi, Verdini, la Santanché… Non andrà per le lunghe in quanto alle 18 comincia la partita di calcio Verona-Milan, e prima del fischio d’inizio verranno tutti congedati.


Così il linciaggio della verità trasforma vittime in colpevoli
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 24 agosto 2013)

Cominciò tutto vent’anni fa, quando IlSabato pubblicò su Antonio Di Pietro il più iconoclasta dei dossier. Pagine e pagine che grondavano prestiti in denaro, telefonini garí§onnière, Mercedes e cavalli.

La grande stampa, invece di andare a verificare le crepe aperte nel monumento nazionale, sbadigliò ed emise un verdetto lungo appena una parola: veleni. Era tutto vero, o quasi, ma questo non interessava. Pigrizia e ipocrisia vanno a braccetto e tutte e due poggiano su una grande piattaforma lessicale da cui si possono pescare facilmente formule politically correct per umiliare l’avversario. Se il Giornale denuncia l’esasperante lentezza di un magistrato che deve ancora scrivere le motivazioni della sentenza di condanna di uno stupratore ed è stato invece rapidissimo nello spiegare la condanna del Cavaliere, quella è la macchina del fango.
Se tre pentiti prendono le difese di qualche leader del centrodestra, allora siamo agli schizzi di fango. Parenti stretti della macchina del fango. Se invece un gip dispone di interrogare tutti i collaboratori di giustizia che potrebbero sapere qualcosa delle frequentazioni mafiose di Renato Schifani, questo non è accanimento giudiziario ma, controllo di legalità. Ci mancherebbe.

L’Italia è divisa in due. E per entrare dalla parte che conta, ci vuole anche un passaporto linguistico. Bisogna usare i codici, gli stilemi e le parole passepartout dei soloni della Repubblica e del Fatto quotidiano e dell’Unità e di tutti quelli convinti di essere gli eredi di Indro Montanelli e prima di lui di Gramsci, di Gobetti, di Mazzini e pure dell’Illuminismo. Perché gli altri, quelli che più o meno razzolano nel perimetro di quel ghetto chiamato centrodestra, sono l’Italia alle vongole, l’Italia cafonal e caciarona in bilico fra rumorosi e goffi picnic anni Cinquanta e feste fuori misura alla fratelli Vanzina.
Ha ragione Francesco Merlo su Repubblica: «Oggi l’eversione è l’inversione dei significati più semplici ». Il problema è capire chi ha capovolto il mondo e ha trasformato il vocabolario in un tapis roulant su cui corrono le bugie.

Antonio Esposito fa a pugni con la lingua italiana in un’intervista spericolata che sarebbe un pezzo cult per Techetechetè. Niente: resta per i giornali e le tv il giudice impermeabile, austero, tutto d’un pezzo. Se la casta non l’avesse portato quasi in cima alla piramide degli ermellini l’avrebbero abbattuto come un albero malato. Il suo italiano zoppo, il suo andirivieni fra Roma e Sapri, i suoi affarucci nella microuniversità, con tanto di numero del cellulare ben esposto in bacheca, ne avrebbero fatto un bersaglio ideale. Il prototipo di quegli italiani col piede più veloce di Maradona nel correre da una scarpa all’altra, alla Scilipoti.

Del resto quelli che hanno compiuto il percorso da sinistra a destra, i Razzi e gli Scilipoti, sono diventati, nella lingua comune, quasi dei proverbi, più che macchiette maschere vere e proprie della commedia dell’arte. Gli altri, quelli che da destra sono andati a sinistra, hanno acquistato il profilo di politici inquieti, pronti a perdere tutto pur di non smarrire la libertà e uscire finalmente dalla cappa soffocante del partito di plastica. Il partito padronale del Cavaliere.

I giudici che condannano Berlusconi ascendono in automatico: Marco Travaglio disegna le tavole di un’epopea e attribuisce a Esposito «un coraggio da leoni ». Il leone di Sapri, dopo la Spigolatrice. Se Berlusconi denuncia le troppe inchieste è un eversore, il Caimano. Le parole, a seconda di come le si torce, certificano la gogna o sono lo scivolo giusto per atterrare sulla sabbia della standing ovation. Se il governo balbetta di voler scrivere una norma sulle intercettazioni, allora siamo alla legge bavaglio, allora suonano le campane dell’indignazione e Repubblica colora di giallo lo spazio dell’informazione a rischio. Se i pm si mettono di traverso ad una nuova norma e la boicottano quella è difesa della legalità contro la voglia di impunità.
Se un giudice spedisce alla Consulta una norma è per smascherare qualche legge ad personam, se invece si solleva il tema dell’incostituzionalità della Severino, vuol dire che si sta cavillando per tirarla in lungo. Così il linguaggio rivernicia antiche frustrazioni e si chiude come una saracinesca sulla realtà.


Perché la sinistra non può scagliare la prima pietra
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 24 agosto 2013)

Al ministro Maurizio Lupi, reo di aver detto alla radio che «anche il Pd deve prendersi le sue responsabilità », tira le orecchie Michele Serra nella propria rubrica quotidiana ( L’amaca ) su Repubblica , po ­nendogli, fra l’altro,un quesito retorico.Che rias ­sumo: è il Pd o il Pdl a ritrovarsi con un leader con ­dannato definitivamente per frode fiscale? Ov ­vio, è il Pdl.

Sul punto ha ragione Serra. Al quale però ricordiamo un dettaglio: il condannato in questione, e cioè Silvio Berlusconi, è il capo del partito che, insieme con Pd e Scelta civica, costi ­tuisce la maggioranza di governo. Pertanto, se questi finisse in galera, qualche problema sorge ­rebbe non solo per Lupi, ma anche per il presi ­dente del Consiglio, Enrico Letta, che se non sba ­glio è un democratico.
Il rischio sarebbe il seguente. L’alleato Pdl, non sentendosi appoggiato dall’alleato Pd in una fase drammatica come sarebbe quella del ­l’arresto del Cavaliere, forse non avrebbe più tanta voglia di continuare la collaborazione per so ­stenere l’esecutivo. È pur vero che morto un papa se ne fa un altro, figuria ­moci un premier, transeunte quant’al ­tri mai. Però non si può dire che priva ­re della libertà Berlusconi sia una fac ­cenda di cui i progressisti possano di ­sinteressarsi, quasi si trattasse di ordi ­naria amministrazione giudiziaria.

Immagino che Serra abbia seguito la politica negli ultimi vent’anni e si sia reso conto che la destra, in particolare il suo leader, abbia avuto molte più gra ­ne della sinistra. La quale sarà moral ­mente e culturalmente superiore ( tale almeno si considera), ma non ci ha mai spiegato come abbia fatto a cavar ­sela sempre a poco prezzo, anche quando pareva sommersa dai guai. Qualche esempio. Ai tempi di Tangen ­topoli e Mani pulite, Antonio Di Pie ­tro mi disse personalmente che tutti i partiti erano coinvolti in eguale misu ­ra nello scandalo e che le indagini avrebbero fatto chiarezza senza ri ­sparmiare nessuno. Obiettai che fino a quel momento comunisti e postco ­munisti nonché democristiani di sini ­stra non risultavano sotto inchiesta. Al che l’allora Pm rispose:calma,arri ­veremo a colpire anche quelli, dato che non ne hanno combinate meno degli altri. Ne fui rassicurato e attesi, fi ­ducioso, sviluppi. Invano. Mentre il pentapartito venne sbaragliato, e i suoi leader processati e condannati, il Pds andò al governo. Un trattamento di favore? Non so. Ma so che Di Pietro aveva promesso ben altro: non farò di ­stinzioni.
Recentemente l’ex magistrato, in un’intervista al Corriere della Sera , ha dichiarato: il suicidio di Raul Gardini mi ha impedito di accertare in quali ta ­sche fosse finita la stecca di un miliar ­do di lire (tangente Enimont) giunta a Botteghe Oscure e poi misteriosamen ­te scomparsa. Chiedo a Serra, uomo spiritoso: non ti scappa da ridere al ­l’idea che tanti quattrini siano entrati nel Bottegone e poi si siano volatilizza ­ti? Possibile che il famoso pool di Ma ­ni pulite si sia un po’ disunito proprio quando aveva l’opportunità di mette ­re in difficoltà i compagni?
Sorvoliamo sulla circostanza che nel 1997 Di Pietro fu eletto deputato nelle liste della Quercia. Un caso? Non lo escludo. Però è duro da digeri ­re senza l’Alka Seltzer. Sorvoliamo an ­che sulla storia di Primo Greganti. Sor ­voliamo perfino su Filippo Penati. Ma a te non è mai venuto il sospetto che esistano sul serio toghe non dico ros ­se, ma leggermente abbagliate dal ros ­so? Non ti è mai venuto il retropensie ­ro, nell’intimo della tua cameretta, che la giustizia talora si sia impegnata con slancio speciale per stroncare (lo chiamano accanimento giudiziario) Berlusconi, e che la sinistra abbia evi ­tato con cura di reclamare perché, tut ­to sommato, le faceva comodo sbaraz ­zarsi di un avversario ostico da batte ­re alle urne?
Caro Michele, te lo domando senza spirito polemico, come avrai notato dalla mia insolita pacatezza. Sono convinto che, se non pubblicamente, dentro di te converrai: i miei dubbi non sono completamente infondati.


De Benedetti, dal crac di Calvi ai soldi a Scalfari: 8 domande per l’Ingegnere
di Pierangelo Maurizio
(da “Libero”, 24 agosto 2013)

La vicenda potrebbe essere riassunta nel classico “due pesi e due misure”. Ed è difficile trovare esempi più eclatanti del diverso trattamento riservato dalla Cassazione al Cavaliere e all’Ingegnere. La Suprema Corte ha impiegato poco più di due mesi per rendere definitiva la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni per la vicenda dei diritti Mediaset. Ha impiegato un po’ meno di due anni per ripulire la fedina penale di Carlo De Benedetti dalle due condanne (6 anni e 4 mesi e 4 anni e 6 mesi, in primo e secondo grado nel ’92 e nel ‘96) per la pesante accusa di concorso in bancarotta fraudolenta nella vicenda molto oscura del crack del Banco Ambrosiano.

Per 65 giorni trascorsi come vicepresidente all’Ambrosiano, dal 18 novembre ’81 al 22 gennaio ’82, De Benedetti ne uscì con 81,5 miliardi di lire, “estorti” a Roberto Calvi, secondo il pm Luigi Dell’Osso che però non riuscì mai a far processare l’Ingegnere per tale ipotesi di reato. De Benedetti intasca una plusvalenza di – almeno – 30 miliardi. Il Tribunale e la corte d’appello di Milano nel condannare per concorso in bancarotta l’Ingegnere hanno più volte accennato al ruolo svolto da Repubblica e l’Espresso con lunghe e aggressive campagne stampa contro Calvi e l’Ambrosiano, intervallate da improvvise e brevi bonacce. La volta scorsa avevamo riportato questa frase della condanna del Tribunale di Milano: «Non bisogna dimenticare che il comparto estero del Banco Ambrosiano aveva attirato per tutto il 1981, a tacer d’altro, le attenzioni del giornale la Repubblica e del settimanale l’Espresso, entrambi facenti capo all’imputato ». Bisogna tenere a mente queste parole: «a tacer d’altro » e «entrambi facenti capo all’imputato »: perché all’epoca De Benedetti, ufficialmente, non era azionista del gruppo.

Nelle due precedenti puntate ci siamo permessi di proporre tre domande a due protagonisti in vita e che fortunatamente godono di ottima salute, il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti. La prima è quella ripetutamente avanzata da Staiti di Cuddia, allora deputato del Msi: 1) Perché De Benedetti non andò alla Procura della Repubblica a denunciare ciò che aveva scoperto? Siccome, con una certa sorpresa, abbiamo verificato che in realtà De Benedetti in sede civile, prima della sentenza d’appello, ha rimborsato una cifra – si dice – di 30 miliardi alla gestione liquidatoria del vecchio Ambrosiano, che si è ritirata dalle parti civili, ecco la seconda domanda: 2) Perché l’Ingegnere che si è sempre detto innocente ha accettato di transare? Per la terza domanda cercheremo di trovare una risposta in questa puntata: 3) Per caso De Benedetti nel suo passaggio all’Ambrosiano, cruciale nel destino della banca, era socio occulto e/o aveva il controllo del gruppo Repubblica-L’Espresso?

Della questione a suo tempo si è occupato Mario Tedeschi con molti articoli sul Borghese e con un libro, prezioso (Ambrosiano. Il contro processo). Libero ha trovato i documenti. E qui, dopo le parole del Tribunale, bisogna fare molta, molta attenzione alle date.

Il 30 settembre 1981 il principe Carlo Caracciolo di Castagneto, co-editore con Scalfari di Repubblica e Espresso, convoca l’assemblea straordinaria dell’Editoriale L’Espresso Spa. Deve essere deliberato un aumento di capitale: da 1,5 a 4 miliardi; bisogna mettere mano al portafogli. Il gruppo è in espansione, la filosofia è quella di garantire ai lettori i valori di libertà e autonomia editoriale. Ottimi intenti, ma, insomma, il gruppo – causa le condizioni generali del Paese, gli alti tassi d’interesse o forse anche altro – è in un mare di debiti (quanti debiti lo vedremo tra poco). Ma dopo poche settimane quell’aumento di capitale non è più necessario.

Cos’è successo? Una società di gestione fiduciaria, la Rigim Spa (Riunione Generale Italiana di Mobilizzazione), offre un finanziamento di ben 4,3 miliardi a fronte di fedi di investimento. La fede di investimento è un titolo di credito i cui sottoscrittori forniscono capitali da gestire fiduciariamente. Le condizioni sono più che buone. Il destinatario del finanziamento lo può estinguere «in qualsiasi momento », le fedi possono essere convertite in azioni del Gruppo L’Espresso «dal 1.1.1983 al 31.12.1985 ».

C’è la mano dell’Ingegnere? Sì. Combinazione, il 5 ottobre 1981 nella Rigim entra come sindaco Giulio Segre, della famiglia Segre che da sempre è l’ombra degli affari dell’Ingegnere, ed entra direttamente nel cda proprio De Benedetti. Il quale si dimetterà nell’85 ad operazione definita e conclusa. Ma lo abbiamo detto: bisogna stare molto attenti alle date.

Quando l’Ingegnere ha deciso di dare l’avvio all’assalto all’Ambrosiano? Proprio nell’ottobre 1981. Smentendo se stesso e quanto sosterrà una volta indagato e sotto processo, in tempi non sospetti il 12 dicembre ’81 al giudice Colombo che indaga sulle liste della P2 ha dichiarato: «Questo discorso con Calvi inizia nell’ultima parte di ottobre … gli proposi un mio ingresso diretto nella compagine azionaria e nel consiglio di amministrazione in qualità di vicepresidente del Banco Ambrosiano ». Cosa che avviene il 18 novembre. Il 14 dicembre ‘81 Carlo Caracciolo riconvoca l’assemblea straordinaria del Gruppo Espresso e informa gli azionisti che «ragioni di opportunità rendono necessario annullare l’aumento di capitale del 30 settembre ». Annuncia il provvidenziale finanziamento della Rigim.

A quanto ammonta la situazione debitoria del gruppo? Secondo Mario Tedeschi (che, come sostiene il figlio Claudio, non ha mai ricevuto querele o smentite) a fine ’81 l’indebitamento verso le banche era di 10,4 miliardi contro i 3,4 di un anno prima, 5 miliardi verso i fornitori, 3 miliardi di oneri finanziari invece di 1 miliardo dell’80. In questa situazione se, per dire, Eugenio Scalfari sulle colonne di Repubblica avesse avanzato, come fu fatto da più parti, dubbi di carattere etico e morale sulla buonuscita di quasi 82 miliardi e una plusvalenza di – almeno – 30 miliardi ottenuta il 22 gennaio 1982 da De Benedetti, quel generoso finanziamento avrebbe avuto seguito? E senza i 4,3 miliardi della Rigim il gruppo Repubblica-Espresso avrebbe spiccato il volo diventando in pochissimo tempo il primo o secondo gruppo editoriale in Italia?

Ma queste sono domande retoriche. Il punto vero è un altro. Quando materialmente è stato erogato il finanziamento? E qui bisogna lasciare la parola a Mario Tedeschi, che – da quanto riporta – ha ricavato però la spiegazione dal bilancio 1981 del Gruppo L’Espresso Spa: «Dal 2 febbraio 1982 sono affluiti nelle casse dell’Editoriale L’Espresso i 4.320 milioni dell’operazione Rigim Spa ». Cioè 10 giorni dopo l’uscita di De Benedetti dall’Ambrosiano.

Ci permettiamo quindi di aggiungere altre quattro domande, alle tre precedenti. Alcune espressamente rivolte all’Ingegnere, altre ad Eugenio Scalfari. 4) Il finanziamento di 4,3 miliardi decisivo per le sorti del Gruppo L’Espresso proveniva dalla plusvalenza ottenuta dall’Ingegnere a spese di Calvi e dell’Ambrosiano sull’orlo del fallimento? 5) Quali erano le «ragioni di opportunità » che il 14 dicembre ’81 resero necessario annullare l’aumento di capitale deliberato dal Gruppo L’Espresso appena il 30 settembre? 6) Perché fu accettato il finanziamento di 4,3 miliardi della Rigim, in cui era appena entrato come amministratore De Benedetti? 7) Scalfari, date anche le sovrapposizioni temporali, si è mai interrogato da dove provenissero quei soldi? 8) Lo ha chiesto a Carlo De Benedetti (o a Carlo Caracciolo)? E perché, qualunque fosse stata eventualmente la risposta, ha ritenuto di non doverla rendere nota ai suoi lettori?


Toghe rosse per te
Maurizio Tortorella per Panorama
(da “Dagosipia”, 24 agosto 2013)

Negli ultimi vent’anni è stato fatto uso politico della giustizia? Silvio Berlusconi ne è convinto, tanto che l’ex premier starebbe preparando un discorso per il Senato nel quale attaccherà le «toghe rosse »: quella parte di magistratura che lo ha inseguito con 34 procedimenti penali a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994, facendo di lui un caso politico-giudiziario unico non solo nella storia d’Italia, ma in quella delle democrazie liberali.

In realtà, dallo stretto punto di vista statistico, l’elenco dei pubblici ministeri che negli ultimi 20 anni hanno messo sotto accusa Berlusconi e i suoi più stretti collaboratori è assai anomalo. Da Milano a Palermo, Panorama ha calcolato che almeno 20 di loro (ma il dato è molto approssimato per difetto) fanno parte delle due correnti di sinistra: Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, dal 2011 federate nell’alleanza elettorale Area.

In alcuni casi (vedere le schede in queste pagine) questi pm sono attivisti, se non veri e propri leader di corrente: movimenti equiparabili a partiti strutturati e potenti, che fanno il bello e il cattivo tempo nell’Associazione nazionale magistrati e nel Consiglio superiore della magistratura, decidendo sulle carriere dei magistrati sulle iniziative disciplinari avviate nei loro confronti.

E, contrariamente a quanto dichiara Anna Canepa, segretario di Md, i magistrati delle due correnti non si limitano «ad applicare le leggi che il potere politico può liberamente cambiare », perché continuano a intervenire sull’attività legislativa, gridando all’attentato alla Costituzione ogni volta che si cerca di porre un limite al loro strapotere.

Resta comunque un dato di fatto. La maggior parte delle inchieste su Berlusconi sono state condotte da pool che contenevano un magistrato inquirente «politicamente attivo » e guidato da un’ideologia opposta a quella dell’indagato. Diamo loro il beneficio del dubbio: tutti questi magistrati avranno anche agito in piena onestà intellettuale.

E in un caso, quello di Nello Rossi, va riconosciuto che è stato lo stesso pm a chiedere l’archiviazione per l’imputato Berlusconi (anche se Rossi è noto per le dissonanze garantiste dalla sua corrente, Md). Ma è inoppugnabile: la statistica è anomala visto che i 1.200 iscritti a Md e Mpg sono solo un settimo del totale dei magistrati italiani. I sospetti, insomma, sono più che leciti.

Dell’elenco degli investigatori in qualche modo schierati politicamente, inoltre, fanno parte almeno altri sei magistrati. Sono i procuratori aggiunti milanesi Francesco Greco e Ilda Boccassini e il loro ex collega Antonio Di Pietro, inquirenti in tanti processi berlusconiani; più i sostituti procuratori Antonino Di Matteo a Palermo e Henry John Woodcock a Napoli: costoro non appartengono a correnti, però sono tutti schierati sul fronte politico opposto al Cavaliere.

Di Matteo nel dicembre 2012 si è polemicamente dimesso dall’Anm palermitana per il mancato sostegno nella querelle col Quirinale sulle intercettazioni (illegittime) disposte dalla procura sul capo dello Stato. Lasciata la toga, Di Pietro ha dato vita a un partito, l’Italia dei valori, fortemente critico nei confronti di Berlusconi. Il suo emulo Antonio Ingroia è stato più disinvolto: non ha nemmeno aspettato di uscire dalla magistratura per lanciare la sua Rivoluzione civile alle elezioni politiche del febbraio scorso.

Per tacere di Baltasar Garzí³n, che in Spagna indagò sulla berlusconiana Telecinco per poi candidarsi nelle file dei socialisti ed essere infine (nel 2012) sospeso dalla magistratura per 11 anni, perché riconosciuto colpevole di una serie d’intercettazioni illegali.
Insomma, Berlusconi in 34 procedimenti si è scontrato con almeno 26 pubblici ministeri che erano intimamente o esplicitamente suoi avversari ideologici. Si può parlare, allora, di uso politico della giustizia?


Il Porcellum a Cinque Stelle
di Gian Antonio Stella
(dal “Corriere della Sera”, 24 agosto 2013)

«Il Porcellum è stato partorito dalle scrofe di destra con l’aiuto dei verri di sinistra », sentenziò tre mesi fa Beppe Grillo. Maiali di qua, maiali di là. Eppure, par di capire, quella legge sciagurata potrebbe restare in vigore anche alle prossime elezioni anche grazie ai grillini. È difficile infatti interpretare in maniera diversa, per quanto qualche pentastellato sia accorso a randellare i commenti sulla «retromarcia », le parole scritte dal leader genovese contro «il Nipote dello Zio », Enrico Letta, e quanti vorrebbero accelerare sulla riforma della legge che a parole tutti detestano: «Improvvisamente, dopo quasi otto anni di letargo sul Porcellum hanno fretta, molta fretta di cambiarlo. Sanno che con il Porcellum il rischio che il M5S vinca le elezioni e vada al governo è altissimo ». Nessun confronto: «La legge elettorale la cambierà il M5S quando sarà al governo ». E basta, «alle elezioni subito, con buona pace di Napolitano ». Sottinteso, con la legge che c’è. Ma come: è lo stesso Grillo che ad aprile diceva che «il Porcellum ha trasformato i parlamentari in yes men » e che «ci si può mettere d’accordo in un attimo: i tre gruppi principali si riuniscono, abroghiamo il Porcellum e poi andiamo a votare con la legge di prima »? Lo stesso che a luglio accusava gli altri («è ormai chiaro che vogliono tenersi il Porcellum ») e dettava l’agenda a Napolitano con le parole «imponga la cancellazione del Porcellum e sciolga il Parlamento »? Quanto la svolta possa confermare i pregiudizi di chi già diffidava dell’ex comico, entusiasmare i fedelissimi ostili all’ipotesi di una riforma bollata «super Porcellum » o seminare perplessità tra gli elettori non si sa. Grillo, che un po’ tutti gli ultimi sondaggi prima della pausa estiva davano in rimonta dopo le flessioni primaverili, avrà fatto i suoi conti. Ma se è così si tratterebbe, appunto, dei «suoi conti »: cosa conviene al Movimento? Gli stessi calcoli di bottega, piaccia o no il paragone, che spinsero nel 2005 la destra, decisa a boicottare una vittoria della sinistra data (a torto) per trionfante, a inventarsi il Porcellum . Il cui senso fu chiaro nel titolone di Libero : «Addio, caro Mortadella / Passa la riforma elettorale di Berlusconi. E per Prodi saranno guai ». E ancora gli stessi calcoli che spinsero nel 2012 Pier Luigi Bersani, convinto d’avere la vittoria in tasca, a non scatenare l’iradiddio per cambiare l’odiata legge ma a «rassegnarsi » alla sua conferma fino a tirarsi addosso le ironie di uomini diversissimi come Cicchitto, Parisi, Casini o Ferrero. Come sia andata nell’uno e nell’altro caso è noto: trionfi (drogati) alla Camera, caos al Senato. Perfino il boom nel 2008, quando per circostanze forse irripetibili riuscì a conquistare la maggioranza in 67 province (solo 17 a febbraio, contro le 40 del Pd e le 50 del M5S), bastò al Cavaliere a reggere faticosamente solo un paio di anni. Davvero Grillo pensa di poter fare meglio? Auguri. Ma certo la sua scommessa su una vittoria grazie all’attuale legge elettorale che lui bollò come «contraria alla Costituzione » («Se la Corte costituzionale dovesse dichiararla illegittima avremmo un Parlamento di abusivi ») è una scommessa già fatta da quelli che lui vorrebbe processare in piazza. Il guaio è che sul piatto non c’è solo il destino suo e dei suoi «boy scout ». Ma molto di più. ] «Il Porcellum è stato partorito dalle scrofe di destra con l’aiuto dei verri di sinistra », sentenziò tre mesi fa Beppe Grillo. Maiali di qua, maiali di là. Eppure, par di capire, quella legge sciagurata potrebbe restare in vigore anche alle prossime elezioni anche grazie ai grillini.

È difficile infatti interpretare in maniera diversa, per quanto qualche pentastellato sia accorso a randellare i commenti sulla «retromarcia », le parole scritte dal leader genovese contro «il Nipote dello Zio », Enrico Letta, e quanti vorrebbero accelerare sulla riforma della legge che a parole tutti detestano: «Improvvisamente, dopo quasi otto anni di letargo sul Porcellum hanno fretta, molta fretta di cambiarlo. Sanno che con il Porcellum il rischio che il M5S vinca le elezioni e vada al governo è altissimo ». Nessun confronto: «La legge elettorale la cambierà il M5S quando sarà al governo ». E basta, «alle elezioni subito, con buona pace di Napolitano ». Sottinteso, con la legge che c’è.

Ma come: è lo stesso Grillo che ad aprile diceva che «il Porcellum ha trasformato i parlamentari in yes men » e che «ci si può mettere d’accordo in un attimo: i tre gruppi principali si riuniscono, abroghiamo il Porcellum e poi andiamo a votare con la legge di prima »? Lo stesso che a luglio accusava gli altri («è ormai chiaro che vogliono tenersi il Porcellum ») e dettava l’agenda a Napolitano con le parole «imponga la cancellazione del Porcellum e sciolga il Parlamento »?
Quanto la svolta possa confermare i pregiudizi di chi già diffidava dell’ex comico, entusiasmare i fedelissimi ostili all’ipotesi di una riforma bollata «super Porcellum » o seminare perplessità tra gli elettori non si sa. Grillo, che un po’ tutti gli ultimi sondaggi prima della pausa estiva davano in rimonta dopo le flessioni primaverili, avrà fatto i suoi conti. Ma se è così si tratterebbe, appunto, dei «suoi conti »: cosa conviene al Movimento?

Gli stessi calcoli di bottega, piaccia o no il paragone, che spinsero nel 2005 la destra, decisa a boicottare una vittoria della sinistra data (a torto) per trionfante, a inventarsi il Porcellum . Il cui senso fu chiaro nel titolone di Libero : «Addio, caro Mortadella / Passa la riforma elettorale di Berlusconi. E per Prodi saranno guai ». E ancora gli stessi calcoli che spinsero nel 2012 Pier Luigi Bersani, convinto d’avere la vittoria in tasca, a non scatenare l’iradiddio per cambiare l’odiata legge ma a «rassegnarsi » alla sua conferma fino a tirarsi addosso le ironie di uomini diversissimi come Cicchitto, Parisi, Casini o Ferrero.

Come sia andata nell’uno e nell’altro caso è noto: trionfi (drogati) alla Camera, caos al Senato. Perfino il boom nel 2008, quando per circostanze forse irripetibili riuscì a conquistare la maggioranza in 67 province (solo 17 a febbraio, contro le 40 del Pd e le 50 del M5S), bastò al Cavaliere a reggere faticosamente solo un paio di anni. Davvero Grillo pensa di poter fare meglio?
Auguri. Ma certo la sua scommessa su una vittoria grazie all’attuale legge elettorale che lui bollò come «contraria alla Costituzione » («Se la Corte costituzionale dovesse dichiararla illegittima avremmo un Parlamento di abusivi ») è una scommessa già fatta da quelli che lui vorrebbe processare in piazza. Il guaio è che sul piatto non c’è solo il destino suo e dei suoi «boy scout ». Ma molto di più.


La solita voglia di ribaltone maledizione per la sinistra
di Fabrizio Rondolino
(da “il Giornale” 24 agosto 2013)

Se davvero qualcuno pensa di imbastire un nuovo governo e una nuova maggioranza senza il Pdl, è consigliabile, prima di procedere oltre, un breve ripasso della storia politica recente, dove ribaltoni, cambi di casacca e tradimenti più o meno plateali sono fioriti rigogliosamente in quasi ogni legislatura.

E ogni volta è andata male a chi li ha organizzati, diretti o magari soltanto appoggiati.
Il primo ribaltone – il padre di tutti i ribaltoni, che segnò l’inizio della Seconda Repubblica e il conio della fortunata espressione – risale come tutti ricordano alla fine del 1994. La Lega, che faceva parte del Polo delle libertà insieme a Forza Italia e An, lasciò bruscamente l’alleanza e aprì la crisi di governo. Berlusconi chiese le elezioni, ma, già allora in nome dell’emergenza e delle riforme da fare, nacque invece il governo Dini, e con esso la pratica ribaltonista. Dini era il ministro del Tesoro di Berlusconi, e Scalfaro lo convinse a dare vita a un «governo tecnico » appoggiato dal centrosinistra e dalla Lega con l’astensione del Polo. Quando si arrivò alle elezioni, nel ’96, il centrosinistra vinse grazie alla corsa solitaria di Bossi, ma Dini prese un magro 4% (pare con l’aiuto del Pds) e si avviò a una carriera notabilare che gli farà cambiare schieramento un altro paio di volte.

Il secondo ribaltone – prontamente ribattezzato «ribaltino » – fu in realtà un auto-ribaltone: alla fine del ’98, infatti, Rifondazione comunista ritirò l’appoggio al governo e Prodi fu costretto alle dimissioni. Anche allora, niente elezioni: sotto la regia incrociata di Scalfaro e Cossiga, i voti mancanti di Bertinotti furono sostituiti con quelli di Mastella, che era stato eletto con il centrodestra: così venne alla luce il governo D’Alema. Ma l’esperimento fu tutt’altro che un successo: «Quando ero presidente del Consiglio – ricorderà molti anni dopo D’Alema – avevo una maggioranza ingovernabile, composta da squilibrati degni di attenzione psichiatrica che mi chiedevano di uscire dalla Nato e di dichiarare guerra agli Stati Uniti. Questo ci ha limitato molto ». E infatti, dopo un breve governo Amato, nel 2001 il Cavaliere vinse le elezioni: e quella fu l’unica legislatura a durare cinque anni con la stessa maggioranza.
L’ultimo ribaltone – il «ribaltone tecnico » – è storia recente: infiacchito dalla scissione finiana e colpito a morte dall’impennata dello spread, Berlusconi fu costretto alla fine del 2011 a lasciare il posto a Monti e al secondo governo tecnico della Seconda repubblica. Anche in quell’occasione il centrodestra aveva chiesto le elezioni anticipate: che si tennero invece più di un anno dopo e segnarono, a sorpresa, una straordinaria rimonta del Pdl, che pareggiò con un Pd dato vincente da tutti i pronostici.

Le costanti sono due: il ribaltone serve a bloccare, danneggiare, emarginare Berlusconi, subordinando la volontà popolare espressa nel voto al gioco politico-parlamentare; Berlusconi ogni volta, in un modo o nell’altro, se ne avvantaggia in termini di voti e di consenso. Del resto, il ribaltonismo è una variante politica, o per dir meglio parlamentare, del giustizialismo: entrambi falliscono l’obiettivo principale – sconfiggere politicamente Berlusconi nelle urne – e ripiegano su presunte scorciatoie. L’idea che il giudizio di un tribunale sia di per sé un dogma e una verità indiscutibile condivide con il primato della manovra parlamentare sul voto dei cittadini un unico principio di fondo: la volontà popolare è un optional, e in ogni caso è subordinata alle sentenze dei magistrati e alle decisioni dei partiti e dei loro leader.
Il ribaltone, questa volta, tradirebbe il patto originario della legislatura – quello che ha portato alla rielezione di Napolitano – e produrrebbe una maggioranza particolarmente pittoresca: il Pd dovrebbe governare con Vendola, i grillini ribelli, ciò che resta di Scelta civica e qualche transfuga del Pdl. Per fare cosa, a parte mandare in galera Berlusconi? Il quarto ribaltone con ogni probabilità non si farà: più per impossibilità tecnica, a dire il vero, che per mancanza di volontà dei protagonisti (di ex grillini ne servirebbero troppi). Eppure, basterebbe poco per capire che le elezioni non sono il rimedio di tutti i mali, ma diventano la strada obbligata quando una maggioranza politica si dissolve. Se il Pd non lo capisce, potrebbe prima o poi capirlo Renzi. È una questione di rispetto per gli elettori: e il rispetto, come s’è visto in questi vent’anni, tutto sommato paga.


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Bart