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Due uomini che potrebbero rendere un servizio alla democrazia

25 Agosto 2013

In realtà potrebbero essere tre, visto che il terzo, il magistrato Antonio Esposito, ne avrebbe combinate di ogni colore e così appariscenti da far sorgere il dubbio che una manovra tanto delicata come quella messa in atto da quasi vent’anni contro Silvio Berlusconi per eliminarlo per via giudiziaria dalla scena politica, sia finita nelle mani sbagliate, e il giudice, senza volerlo, ma con la sua imperizia e la sua disposizione naturale al chiacchiericcio e al pettegolezzo, abbia scoperto il cosiddetto vaso di Pandora, al punto che l’esercito dei cittadini convinti di una persecuzione politico-giudiziaria nei confronti del leader del maggior partito dei moderati si è ingrossato a dismisura, ed oggi possiamo sostenere con una certa attendibilità che sono rimasti in pochi coloro che restano pienamente convinti che nei confronti di Silvio Berlusconi –  paragonandolo ad altri casi similari – sia stata applicata una giustizia “giusta”.

Visto che ormai la frittata è stata fatta da Antonio Esposito e che sarà difficile che le sue ragioni di imparzialità siano credute dai cittadini, egli potrebbe recuperare un po’ di amor proprio raccontandoci la verità. Basterebbe limitarsi a ciò che i giudici si sono detti in camera di consiglio. A mio avviso, basterebbe e ce ne sarebbe in abbondanza per tutti.

Ma non ci spero, tenuto conto che il magistrato non ha ancora sentito il dovere di recitare il mea culpa per aver violato una delle regole fondamentali secondo la quale un giudice non può far parte di un collegio chiamato a giudicare un imputato di cui egli abbia manifestato in pubblico il suo disprezzo. Il mancato rispetto di un tale obbligo dovrebbe essere, a rigor di logica, motivo più che sufficiente per rassegnare le dimissioni, o per subire una condanna di espulsione. Ma sappiamo che nella magistratura vige la regola che cane non morde cane. Per colpa di una minoranza  risicata di giudici arruffoni ed arroganti, e per colpa dei restanti giudici che, pur essendo una maggioranza strabocchevole, se ne resta in silenzio lasciando che la giustizia sia sfigurata da tali carnefici, ieri mi è venuto di paragonare l’apparato giudiziario ad una confraternita dell’orrore. Sono ormai numerosi i casi di innocenti tenuti in carcere in attesa di giudizio, e di condannati per i quali è emersa, dopo un lungo percorso durato decine di anni, un’innocenza già determinabile sin dal principio.

I cittadini non confidano più nella magistratura, anzi ne hanno terrore. Sfido chiunque a contraddirmi. E se ciò accade vuol dire che è l’apparato giudiziario a lasciare di sé un’immagine di paura e di aberrazione. Nei secoli lontani si aveva paura dell’Inquisizione, non perché puniva i veri colpevoli, ma perché  faceva di ogni erba un fascio e si lasciava trascinare da passioni, interessi infimi e parzialità volute e comandate.

Ci vedete qualcosa di diverso da come funziona oggi la magistratura moderna? Mi verrebbe da dire (ma so di esagerare) che anche in questo campo, in Italia, si sono fatti pochi passi avanti, e ancora si è turbati ed inquinati da quella nera fuliggine di qualche secolo fa.

Ma veniamo ai due personaggi che potrebbero rendere un servizio alla democrazia.
Sono personaggi che io ho scelto in quanto conoscono la verità su due avvenimenti, di cui tanto si è discusso, che hanno coinvolto due altissime cariche istituzionali.

Comincerò dalla terza, quella di presidente della camera. Mai era accaduto, a mia memoria, che la terza carica dello Stato, non solo esondasse dai suoi doveri, ma anche fosse coinvolta in faccende poco chiare e incerte, molto incerte, sul piano della liceità.

Avete capito che mi riferisco allo scandalo della casa di Montecarlo, di proprietà di An, che l’aveva ricevuta da una donatrice affinché servisse ai bisogni del partito ed invece finita, attraverso marchingegni, nella disponibilità del cognato dell’allora presidente della camera Gianfranco Fini. Ho già scritto che tutto il can can si svolgeva sotto gli occhi del capo dello Stato, eppure egli non sentì mai il dovere di richiamare la terza carica dello Stato al rispetto delle leggi e del suo mandato. La punizione di Fini, e indirettamente di Napolitano per questo suo lasciar correre, è puntualmente arrivata dagli elettori che, nel febbraio scorso, hanno lasciato il veterano del parlamento Gianfranco Fini a casa.

Francesco Pontone fu l’uomo che materialmente seguì tutta l’operazione della compravendita della casa di Montecarlo. Chiamato dai giudici, non ha detto molto. La vedova di Almirante gli rivolse un appello affinché non tacesse la verità, ma il tesoriere di An non batté ciglio, pur essendo stato fedele seguace di Giorgio Almirante; e la verità è ancora sepolta sotto un cumulo di menzogne e di silenzi.

L’ho già fatto in passato e torno a ripeterlo ora: abbiamo avuto a che fare con manovre opache e fortemente sospette da parte della terza carica dello Stato. Era la prima volta che i cittadini si trovavano a vivere una così penosa vicenda che andava a colpire una istituzione la quale doveva rappresentare al contrario un esempio di trasparenza e di legalità. Far conoscere la verità è un obbligo di chi la conosca. Finché restano solo i cittadini a capirla e a punirla, il lavacro istituzionale e il ripristino del prestigio non sono ancora completamente raggiunti. Per arrivare a ciò, occorre che Francesco Pontone ci racconti la verità, e che siano poi le istituzioni a prendere le distanze da una vicenda che ha inquinato l’integrità di una delle cariche più importanti dello Stato.

Ed ora chiamo in causa il secondo personaggio – per la verità assai discusso e compromesso ancora oggi – l’ex magistrato Antonio Ingroia.
Di lui si sono dette peste e corna, ed se le è pure meritate, ma io lo chiamo in causa poiché egli resta, insieme con pochi altri, il tenutario di un segreto che riguarda nientepopodimeno che la prima carica dello Stato, il presidente della repubblica, e precisamente Giorgio Napolitano.

La vicenda è nota per aver occupato per mesi le cronache e per aver prodotto alla fine quella scandalosa sentenza servile con la quale la consulta ha concesso al capo dello Stato una immunità forzata, non consentita dai padri costituenti. Si tratta del contenuto delle telefonate intercorse tra Napolitano e l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, inguaiato ancora oggi nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia.

Molti cittadini, tra i quali mi metto pure io, sospettano che quelle telefonate abbiano avuto un contenuto poco ortodosso e forse anche invasivo nelle trame processuali palermitane.
Lo si può intuire dai movimenti che si sono succeduti ai vari livelli di responsabilità affinché si controllasse la regolarità dell’operato dei pm siciliani, tra i quali era anche Ingroia.

Ricorderete che, non appena fu data notizia che quelle telefonate erano finite nella disponibilità di Ingroia e compagni, subito il capo dello Stato fece fuoco e fiamme affinché fossero distrutte. Contro il rifiuto palermitano, la faccenda finì alla consulta che ordinò pedissequamente di distruggerle.

Il contenuto di quelle telefonate non può rimanere segreto. Fa parte della storia del nostro Paese e la considero una una tessera importante per scoprire la verità sulla famigerata trattativa tra lo Stato e la mafia.

Ho ragione di credere – ma non solo io – che Ingroia – come Pontone per Fini – conosca la verità, per aver ascoltato i nastri. Anche a lui rivolsi l’invito a mostrare più coraggio e a rendere un servizio al Paese. Come Pontone anche Ingroia fece orecchie da mercante, ma gli rinnovo la richiesta, oggi che non è più magistrato e dovrebbe prevalere in lui il senso dello Stato e del rispetto che tutti, soprattutto le alte cariche, devono alla legge e alle regole democratiche. Ci dica dunque, pure lui, la verità, onde i cittadini (che probabilmente avrebbero punito Napolitano come hanno punito Fini, se la carica di capo dello Stato fosse stata elettiva) possano sgombrare il Quirinale da infamanti sospetti, oppure, ove la verità svelasse delle colpe, che siano le stesse istituzioni a provvedere a recuperare trasparenza ed integrità eventualmente perdute.

Con la speranza che quanto prima accada ciò che mi aspetto che accada, nel frattempo pongo ai due importanti personaggi questa domanda: Che significa per loro essere buoni cittadini?


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