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La tesi di Violante ultima speranza

27 Agosto 2013

di Ugo Magri per La Stampa
(da “Dagospia”, 27 agosto 2013)

Amareggiato dal suo partito, che fa parlare di sé soltanto per la volgarità delle lotte intestine, ieri mattina il Cavaliere ha chiamato al telefono Bonaiuti (storico portavoce) e insieme hanno buttato giù dieci righe che finalmente dicono basta, d’ora in avanti sarà vietato esibire i panni sporchi davanti a tutti. La colpa, come sempre, viene data agli organi di stampa, responsabili di «questa manipolazione continua che alimenta le polemiche e nuoce alla coesione interna » di un movimento altrimenti unitissimo eccetera.

Però Silvio non dev’essere troppo soddisfatto nemmeno delle sue tivù, se è vero che ad alcuni direttori Mediaset è giunto l’ordine di silenziare i più facinorosi tra gli esponenti del Pdl, compresi quelli che molto si sono spesi per difendere la sua causa.

La Santanché non viene espressamente citata nella dichiarazione. Ma siccome la «Pitonessa » è stata protagonista di sanguinosi duelli verbali con Cicchitto, con Gasparri e con lo stesso segretario del partito Alfano, ieri tutti hanno pensato a lei: dopo averla sistematicamente lanciata all’assalto, dentro e fuori il partito, ecco che d’improvviso il Capo le ordina di fermarsi, di sospendere le ostilità in attesa di nuove disposizioni.

Ciò fa drizzare le antenne a molti protagonisti della politica, anche altolocati, i quali vedono nel silenziatore imposto ai «falchi » (e alla Santanché in particolare) un piccolo, significativo ravvedimento del Cavaliere. È come se l’uomo, dopo avere scagliato nei giorni scorsi fulmini e saette contro il Pd, contro Letta e contro lo stesso Napolitano, in questo momento avesse deciso di dare una chance alle sue «colombe », di metterle alla prova casomai, metti caso, riuscissero a strappare qualche risultato buono per lui con il metodo della trattativa.

Non serve infatti essere scienziati per comprendere che il negoziato nemmeno può incominciare se c’è qualcuno che minaccia, provoca, insulta. Stoppare un attimo le aggressioni è la premessa indispensabile per consentire ai «pontieri » di svolgere il loro lavoro.

E in effetti, c’è chi si sta dando parecchio da fare, specie tra i ministri Pdl. Anzitutto Alfano, ma anche Quagliariello, e poi Lupi, e la Lorenzin: non si contano i contatti di queste ore con il premier, con Epifani, con il Colle più alto, per scongiurare la crisi di governo che sarebbe inevitabile (così si ripete ad Arcore) qualora il Pd votasse la decadenza di Berlusconi da senatore.

Altri colloqui si prevedono per oggi, il cui fulcro sarà rappresentato dalla tesi sostenuta da Violante ieri mattina sul «Corsera »: prima di cacciare Silvio dal Senato, non sarebbe fuor di luogo rivolgersi alla Corte costituzionale per chiarire certi dubbi sulla legge Severino che sancisce la decadenza di chi viene condannato. L’uscita di Violante è stata festeggiata dalle «colombe » Pdl; sulle ali dell’entusiasmo, qualcuna è riuscita a scorgere spiragli perfino in un’intervista di Epifani a «Repubblica », sembrata ai più di netta chiusura.

Fatto sta che il messaggio recapitato a Napolitano e al Pd suona chiarissimo: la linea del Cavaliere non è più quella dei «falchi », la sua dichiarazione di ieri spazza ogni dubbio. Berlusconi stesso, nei colloqui privati, si mostra pentito degli attacchi a Napolitano. O meglio: si dispiace che certe sue battute sul Capo dello Stato, pronunciate durante il «Gran Consiglio » di sabato, siano state spifferate all’esterno. «Possibile che qualunque cosa io dica a casa mia finisca parola per parola sui giornali? », è lo sfogo. Non era sua intenzione, giura, ferire Napolitano.

Del resto, risulta falsa la voce fatta circolare da Arcore, secondo la quale in un incontro al Colle gli sarebbe stata garantita la grazia nel caso di condanna… Silvio sa benissimo che il Capo dello Stato può compiere gesti di clemenza solo a precise condizioni che il condannato si deve meritare. Tra queste, la prima è senza dubbio il rispetto delle istituzioni (e della verità).


Operazione terrorismo: si muove la finanza occulta
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 27 agosto 2013)

Come rapinatori: caro Berlusconi, o la Borsa o la vita. Lo ha spiegato bene ieri sera al Tg3 Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera e faccia buona della sinistra più infida, commentando il calo del titolo Mediaset (-6 per cento) in una giornata di Borsa complessivamente negativa (-2) ma non tragica.

Sorrideva, Mieli, alla sola idea che dopo tanto tergiversare finalmente si sia trovato il modo di dissuadere il Pdl dal togliere la fiducia al governo Letta. Caro Berlusconi – ha detto Mieli – prenditi sto schiaffone e scendi a più miti consigli. Che ha dettagliato: vai agli arresti, decàdi da senatore, lascia l’Italia nelle mani sicure di Letta e Napolitano. In pratica: togliti dalle palle altrimenti vedi cosa succede al titolo Mediaset.

Mieli è uno che di dietro le quinte se ne intende. Fu lui a schierare senza se e senza ma il Corriere al fianco della Procura di Milano al tempo di Mani pulite, accompagnando quel repulisti politico che doveva, nei loro piani, aprire la strada al successo del Pci. Fallito il piano, Mieli tornò all’attacco anni dopo, nel 2006, primo direttore del Corriere a dichiarare il suo voto nell’editoriale della vigilia elettorale. Schierò il giornale con Romano Prodi. Non portò bene né a Prodi (vinse ma saltò poco dopo), né al Corriere che perse una valanga di copie per la fuga di elettori di centrodestra sdegnati.

Racconto questo perché, come ci ha ben spiegato Mieli, è evidente che è partita la fase due dell’operazione ammazza-Silvio. Dopo i magistrati, scende in campo l’oscuro mondo della finanza. Si mobilitano i megafoni, strana analogia con quanto successe nel 2011 per convincere l’allora premier Silvio Berlusconi a farsi da parte a colpi di spread, ribassi di Borsa e drammatici editoriali sui soliti giornaloni. Obiettivo: spaventare, terrorizzare gli italiani, convincerli che senza il governo Letta qui va tutto a rotoli. Ci dicevano la stessa cosa del governo Monti. Ricordate? Allora questi rapinatori furono ascoltati, alla vita (politica) si scelse la Borsa. Risultato: tutti i parametri economici a picco, tasse e disoccupazione alle stelle, banche più ricche e cittadini più poveri. Non facciamo lo stesso sbaglio, non confondiamo il mercato (quello libero e sano) con i mercanti. Mercanti di soldi e di poteri occulti.


Briatore sul Pdl
di Beatrice Borromeo per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 27 agosto 2013)

“Questi qui non hanno midollo, ecco perché sparano contro la Santanchè. Lei è un’imprenditrice che fa politica per passione, al contrario loro. È colpa dei vari Cicchitto, Alfano e Gasparri se l’Italia è ridotta così”. Flavio Briatore interrompe la sua vacanza a Merano – “dove sono andato per riposarmi dopo un’estate di lavoro andata alla grande” – perché “per la Dani ci sono sempre: la conosco da 35 anni, dai tempi di Cuneo, e la stimo. È un’amica vera, che è riuscita a creare il marchio Santanchè”.

Lei disse della Campbell: “Naomi è un marchio, non una donna”. Vale lo stesso per la pitonessa?
Lei è ancora meglio: lavora 14 ore al giorno, è consistente, ha sempre supportato il presidente anche nei momenti difficili. Al contrario di questi personaggi che, prima delle scorse elezioni, già cercavano di posizionarsi su altri partiti, pensando che Berlusconi fosse morto. Se l’attaccano, è perché è diventata ingombrante.

Pensa che abbia così tanto potere, all’interno del partito?
Il fatto è che Berlusconi l’ascolta eccome, perché Daniela ha senso pratico. Si fida di lei, che non l’ha mai tradito, e si è sempre esposta in prima persona. Mentre chi la critica è solo capace di fare i pensierini della sera su cosa gli conviene di più. Ma dove vanno, Alfano o Gasparri, se Berlusconi esce di scena?

Gasparri l’ha tirata in ballo: “Morire per Berlusconi sì, ma per il Twiga no”
Lo devo ancora ringraziare: mi ha fatto un sacco di pubblicità gratis.

Alla Santanchè, sua socia nella discoteca di Forte dei Marmi, avrà fatto meno piacere.
Ma Daniela deve tenere duro perché ha a che fare con gente che è solo capace di saltare da una poltrona di velluto all’altra. E la cosa drammatica è che della situazione italiana loro, che ne sono responsabili, se ne fregano. Ora parlano pure di elezioni anticipate, ma si può sapere a cosa servono se non cambiano prima la legge elettorale?

Però la stessa Santanchè ha detto che a giudicare il Cavaliere devono essere gli elettori.
Su questo non sono d’accordo: andare al voto in queste condizioni non sarebbe una mossa intelligente.

Quindi non condivide la linea dura dei falchi?
Io capisco che non accettino un alleato che ti vota contro sull’ineleggibilità. Anche perché il Pdl, senza Silvio, è un partito che vale il 7 per cento.

Ma tra le colpe del Pd non c’è quella di aver fatto condannare Berlusconi.
Infatti non è bello che il destino del governo dipenda dalle vicende giudiziarie di Silvio, ma bisogna ammettere che il suo è un caso particolare. E che 10 milioni di persone l’hanno voluto sapendo benissimo che aveva processi in corso. Quindi è indispensabile trovare una soluzione politica: Napolitano può e deve fare qualcosa.

Questa strada, stando alle voci che arrivano dal Colle, sembra sempre più impraticabile.
Infatti stavolta trovare una via d’uscita mi pare davvero molto difficile. Non mi chieda neanche cosa farei io al suo posto, perché ci vorrebbe la bacchetta magica.

Lei che di Berlusconi è amico, come pensa che stia vivendo questo momento?
È molto, ma molto amareggiato. È il ritratto di una persona non felice.

Perché teme il carcere?
Guardi, parliamo di un’opzione pesantissima, ma lui è un duro. Ha una tempra incredibile, e quando dice che rinuncerà ai domiciliari io ci credo.

Forse il problema, più che la reclusione, sarà il fatto che questa coinciderà con la sua uscita definitiva dalla politica. Nove mesi in galera sono tanti.
Io invece dubito che sarà la sua fine. Grillo non è in Parlamento eppure il leader indiscusso, pur stando fuori dal Palazzo, rimane lui, no?

Berlusconi che comanda dal carcere è un’immagine vagamente inquietante.
Di certo non mollerà. E conviene a tutti dato che, senza di lui, il Pdl è morto.


Decadenza, Berlusconi verso la vittoria. Per assenza degli avversari
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 27 agosto 2013)

“Chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assieparle, e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate”. Bisogna leggere la plurimillenaria opera del grande generale e filosofo cinese Sun Tzu, autore de L’Arte della Guerra, per avere la fotografia esatta della piega presa dal dibattito sulla decadenza da senatore del pregiudicato Silvio Berlusconi. Senza aver sparato un solo colpo il Cavaliere è a  un passo dalla vittoria. Intimoriti dal volteggiare dei falchi, blanditi dal tubare delle colombe, ammaliati dal sibili ricattatorii della Pitonessa, i sempre più teorici avversari dell’ex premier paiono prepararsi alla ritirata.

L’annuncio è stato significativamente dato da due dei supposti dieci saggi di Giorgio Napolitano. Secondo Valerio Onida (saggio in quota Sel) e Luciano Violante (saggio in quota Pd) la legge Severino sulla decadenza dei condannati va sottoposta all’esame della Corte Costituzionale. Entrambi sono certi che la norma, approvata pochi mesi fa dal parlamento quasi al completo, sia perfettamente legittima. Tutti e due spiegano che non è una legge penale e che quindi ha valore retroattivo. Ma con salto carpiato aggiungono che sollevare un’eccezione davanti alla Consulta non sarebbe una “dilazione”, ma l’applicazione della Costituzione. Anzi, spiega Violante, Berlusconi tanto che c’è potrebbe pure rivolgersi pure alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Lasciamo ad altri il dibattito sulla questione giuridica. I pareri in proposito si sprecano e sono nel 99 per cento dei casi concordi nell’affermare che la giunta per le immunità del Senato non può sollevare la questione davanti alla Corte. Anche perché un parlamento che impugna una legge chiarissima appena fatta entrare in vigore  è materia da esperti in malattie mentali, non da tecnici del diritto.

Più interessante è invece capire la strategia seguita dal Cavaliere frodatore del fisco per tentare di uscire dai guai. Un piano che, se realizzato, potrebbe permettergli di restare a Palazzo Madama, non per mesi, ma per anni.

La manovra ideata prevede più tappe. Il ricorso alla Consulta, che tanto piace agli uomini più vicini al Colle, se otterrà il via libera parlamentare partirà infatti solo a metà autunno. Tenuto conto dei tempi della Corte difficilmente verrà esaminato prima della tarda primavera o dell’estate del 2014. E anche se verrà respinto ci vorranno poi altri mesi per votare la decadenza.

Ipotizzare che il Cavaliere arrivi al 2015 ancora indossando il laticlavio non è insomma troppo sbagliato.

Contemporaneamente, come fatto balenare dallo stesso Berlusconi durante il vertice di Arcore di sabato 24 agosto, l’ex premier chiederà l’affidamento in prova ai servizi sociali. In questo modo la Corte di Appello di Milano e poi la Cassazione che dovranno stabilire la durata della sua interdizione dai pubblici uffici saranno costrette a venirgli incontro. Visto il suo buon comportamento l’interdizione non sarà più di tre anni (il massimo consentito), ma molto inferiore. Forse un anno o un anno e mezzo.

Anche qui poi ci vorrà un voto dell’assemblea per arrivare alla decadenza. Ma già in passato – è accaduto nel caso del forzista Gianstefano Frigerio condannato per corruzione, concussione, finanziamento illecito e ricettazione – i parlamentari hanno finito per ritenere estinta l’interdizione dai pubblici uffici dei propri colleghi pregiudicati “in conseguenza dell’esito positivo dell’affidamento in prova ai servizi sociali”. Non c’è quindi ragione per ritenere che Berlusconi subisca un trattamento diverso da quello di Frigerio.

A quel punto si entra in nuovi affascinanti scenari: è divertente (o agghiacciante, a seconda dei punti di vista) immaginare cosa accadrà se il Senato dovesse calendarizzare il voto sul Berlusconi interdetto dai pubblici uffici prima di quello sul Berlusconi decaduto a causa della legge Severino.

Da una parte i colleghi gli diranno che può restare con loro perché ormai riabilitato, dall’altra dovranno (o dovrebbero) espellerlo in virtù di norme ideate per tutelare la reputazione delle istituzioni infangate dalla presenza di condannati al loro interno. Lo faranno con facilità? Dubitare è lecito. Più semplice è credere che assisteremo a nuove settimane di snervanti discussioni, magari in attesa della Corte europea dei diritti dell’Uomo, i cui tempi sono ancora più lunghi rispetto a quelli della Consulta.

Certo, Berlusconi ha anche altri processi in corso. Nel 2014 si dovrebbe, per esempio, celebrare l’appello per il caso Ruby. Ma questo, per il momento, non è un problema. Anche in caso di conferma della condanna in secondo grado la Cassazione non si esprimerà prima del 2015 o forse anche più in là, visto che i reati contestati non si prescrivono.

Il tempo che voleva, insomma, l’ex premier sente di averlo ormai quasi in tasca. Per questo adesso ha ordinato ai suoi di tacere. Dal Colle il segnale che chiedeva, tramite Violante e Onida, è arrivato. Ora spera in quello del Pd. Ma non ha fretta. Bisogna lasciar lavorare la Giunta. I generali impazienti, insegna Sun Tzu, perdono le guerre. E lui almeno quelle politiche da vent’anni a questa parte è abituato a vincerle. Di solito per la momentanea assenza del nemico.


Sequestrata l’intervista choc: va avanti l’indagine su Esposito
di Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 27 agosto 2013)

Roma – La procura generale della Corte di Cassazione ieri ha bussato alla redazione del Mattino di Napoli. Scopo della visita (annunciata), acquisire il file digitale della registrazione integrale dell’ormai celebre intervista concessa lo scorso 6 agosto al quotidiano dal presidente della sezione feriale, Antonio Esposito, in cui l’alto magistrato anticipava, tra l’altro, le motivazioni della sentenza di condanna per Silvio Berlusconi.

Uno stralcio del colloquio tra Esposito e il giornalista, Antonio Manzo, era già stato messo online dal quotidiano dopo che il magistrato aveva smentito il contenuto dell’intervista, parlando di testo «manipolato » rispetto a quello concordato che la toga aveva ricevuto via fax dal giornalista. Così il giornale napoletano aveva deciso di rendere disponibile l’audio del passaggio «incriminato », ossia quello in cui Esposito, rispondendo a una domanda (aggiunta dal cronista, che l’ha «inserita fittiziamente », per usare le parole del magistrato) sul motivo della condanna, risponde «tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te l’hanno riferito. Un po’ diverso dal non poteva non sapere ».

Ma il «nastro » della chiacchierata da cui è scaturita l’intervista è molto più lungo di quella manciata di secondi ormai di pubblico dominio. La registrazione, consegnata ieri dal direttore del Mattino Alessandro Barbano, dura infatti 34 minuti, e potrebbe contenere altre valutazioni e osservazioni, esternate dal magistrato all’amico giornalista ma rimaste fuori dal testo poi andato in stampa. Così Gianfranco Ciani, il procuratore generale della Suprema corte, dopo aver deciso di avviare una pre-istruttoria su Antonio Esposito, affidandola all’avvocato generale dello Stato Umberto Apice, tra gli accertamenti preliminari da effettuare sulla vicenda ha disposto, appunto, l’acquisizione della conversazione integrale tra il giornalista del Mattino e la toga.

La pre-istruttoria della procura generale della Corte di Cassazione è, come dice il nome, un atto pre-disciplinare. Solo dopo aver valutato se il comportamento di Esposito è stato scorretto o lesivo del prestigio della magistratura, il pg avvierà l’eventuale procedimento disciplinare contro il magistrato.

E in questo senso l’ascolto del nastro dovrebbe essere illuminante. Esposito, nella prima smentita, aveva minimizzato il contenuto della conversazione, sostenendo di aver accettato di trattare «esclusivamente » argomenti «generali », come «il funzionamento della Sezione feriale, la composizione di essa, il numero dei processi trattati dalla feriale per impedire la prescrizione, la necessità di celebrare il processo in tempi brevi data l’imminente prescrizione, e l’opportunità della pubblicità integrale dell’udienza relativa al processo in questione, con completa esclusione di ogni riferimento a questioni di merito inerenti alla sentenza ». Ma già la pubblicazione del primo estratto audio sembrava aver smontato la smentita.

Ma la «pre-tegola » caduta dal Palazzaccio non è l’unica che ha colpito Esposito a causa dell’incauta intervista snocciolata dopo la condanna del Cav: anche il Guardasigilli, Annamaria Cancellieri, ha infatti chiesto agli 007 dell’ispettorato di via Arenula di valutare il caso, e al Consiglio superiore della magistratura c’è un esposto, presentato da tre dei membri laici del Csm, già all’ordine del giorno della prima Commissione per la seduta in calendario il prossimo 5 settembre. A Palazzo dei Marescialli Esposito, per tentare di riequilibrare la sua posizione, ha chiesto anche l’apertura di una pratica a tutela, istituto che il consiglio si è «autoassegnato » e che, comunque, viene concesso piuttosto di rado. Scopo, difendere la toga dalla «campagna stampa » di cui sostiene di essere vittima. Anche se, tra le querele annunciate, Esposito non ha ancora chiarito a che titolo firma convenzioni in rappresentanza dell’Ispi, l’associazione culturale/scuola di famiglia, visto che non risulta autorizzato ad alcun incarico extragiudiziario da parte del Csm.


Il Pd tenta di comprare senatori ma il ribaltone è impossibile
di Fabrizio De Feo
(da “il Giornale”, 27agosto 2013)

Roma – «È solo panna montata, una fronda mediatica alimentata ad arte dal Pd. Preoccupazioni non ce ne sono proprio ». Nel gruppo del Pdl al Senato si ostenta sicurezza di fronte alla seconda offensiva dei retroscena – la prima era partita la scorsa settimana – sui possibili «ribaltonisti » (i toni usati dai quotidiani questa volta sono molto più morbidi che in passato per definire i possibili transfughi) pronti a lasciare il Pdl e appoggiare un ipotetico «Letta Bis » nel caso in cui Silvio Berlusconi decidesse di staccare la spina al governo.

Una eventualità, quella del «reclutamento », che sarebbe caldeggiata da alcuni dirigenti del Pd, impegnati in frenetici contatti e ricerche per individuare il ventre molle del gruppo Pdl, ovvero quei senatori azzurri sensibili alla lusinghe della continuità lettiana (e del tradimento berlusconiano).

«So per certo che c’è questa attività di compravendita in corso – rivela Gianfranco Miccichè – e conosco i nomi ma non li dico neanche di fronte a un plotone di esecuzione ». «Non si tratta di una compravendita basata sui quattrini – spiega – ma su promesse come ad esempio un posto da sottosegretario, e che coinvolge quanti temono la crisi perché hanno paura di non essere ricandidati. Voglio dire però che Letta non c’entra niente con questa operazione, lui non farebbe mai nulla del genere ». Per Miccichè, comunque, questo tentativo è destinato al fallimento: «Non riuscirà mai perché le condizioni non ci sono, innanzitutto il Pd dovrebbe contare oltre che su una ventina di Pdl, anche su Sel e i grillini ma così non è. Inoltre il Pd contiene in sé una corrente consistente che non vuole il Letta Bis ». Il leader di Grande Sud comunque si dice sicuro che nell’ipotesi di un voto della Giunta che faccia decadere Berlusconi, «ci sarebbero dimissioni immediate dei ministri e i senatori Pdl non voterebbero più la fiducia a Letta ».

Ma chi sarebbero i protagonisti di questo nuovo caso di acrobazia politica? Repubblica azzarda alcuni nomi di possibili «salva-Letta ». Si va da Giuseppe Castiglione, coordinatore siciliano del Pdl, al catanese Salvo Torrisi, da Francesco Scoma a Pippo Pagano. C’è poi Paolo Naccarato – già consigliere regionale in Calabria con il centrodestra, poi sottosegretario con Romano Prodi, poi di nuovo in giunta calabrese con Agazio Loiero e infine eletto con la Lega – che non chiude affatto la porta. «Se Berlusconi prendesse una decisione simile, emergerebbe al Senato una maggioranza silenziosa e Berlusconi avrebbe molte delusioni ». Sibillino anche Domenico Scilipoti, già protagonista nella scorsa legislatura del passaggio dall’Idv ai Responsabili. «Ogni parlamentare ha a disposizione l’articolo 67 sull’assenza di vincolo di mandato. Spero nella responsabilità ».

In realtà già nel corso della giornata alcuni dei presunti avanguardisti si tirano fuori. «Non ci possono essere interpretazioni malevole rispetto a quanto abbiamo sempre pensato. Siamo e resteremo assolutamente leali con Berlusconi. Ci atterremo alle scelte del partito e del gruppo del Senato ». dicono Pagano e Torrisi. E lo stesso fa Francesco Scoma che smentisce «presunte dichiarazioni », promettendo in caso di democratiche consultazioni interne di adeguarsi «alla posizione della maggioranza ». Insomma se Enrico Letta vorrà costruirsi un paracadute di riserva dovrà fare attentamente i conti, prima di farsi trascinare in un’avventura dai contorni decisamente incerti.


Veronica Lario telefona a Silvio Berlusconi dopo la condanna: “Ti sono vicina”
di Redazione
(da “L’Uffington Post”, 27 agosto 2013)

Trent’anni e tre figli non si cancellano facilmente. Lo dice spesso Veronica Lario. Sarà per questo che a Ferragosto ha chiamato il suo ex per esprimergli la sua solidarietà.

“Ti sono vicina” ha detto Veronica a Silvio nella seconda lunga telefonata dopo la sentenza della Cassazione. Perché, racconta Maria Latella sul Messaggero, “la loro vicenda personale, l’iter giudiziario di un divorzio complicato, spostato a Monza e ancora lontano dall’accordo è una cosa. Altri sono i ricordi di una vita insieme e la vicinanza in un momento difficile.

Già perché questa estate Silvio Berlusconi ha dovuto cambiare le proprie abitudini. Si legge sul Messaggero “Veronica e il Cavaliere si sono scambiate le parti. Lui rinchiuso a villa San Martino, con i filgi. Lei, sia pure a modo suo, in mezzo alla gente. Lui a condidarsi e cosultarsi con Marina, Pier Silvio, Eleonora. Lei circondata dalle coetanee, che, ad agosto, l’hanno trovata con loro in fila al buffet di San Felice Circeo”.

“Per carattere – si legge sul Messaggero – Veronica Lario non è abituata a sparire dalla vita di chi è in difficoltà… Sul filo del contatto quotidiano con i figli, soprattutto con Luigi, legatissimo al padre, ha vissuto, sia pure a distanza, il dramma che andava in scena a villa San Martino. Quando un figlio ti chiama e perfino al cellulare ti trasmette la sua grande preoccupazione, puoi essere separata dal tuo ex da cento anni, ma ci stai male lo stesso”.

Ma non è l’unica telefonata che Veronica ha fatto. C’è stata anche una chiacchierata con Anna Craxi sulle sorti parallele dei due mariti.

“Chissà se Anna, custode e compagna dei “domiciliari” ai quali Craxi si era autoconsegnato ad Hammamet, ha evocato a Veronica un’ipotesi bizzarra che pure qualcuno avanza in queste ore: prendersi cura dell’ex marito, se e quando sarà ai domiciliari, pur andando avanti con la causa di divorzio. Chissà”


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Bart