Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Niente politici, spazio alla cultura; le proteste infastidiscono il Colle

31 Agosto 2013

di Umberto Rosso
(da “la Repubblica”, 31 agosto 2013)

ROMA – Mai pensato ad un politico. Né Gianni Letta, né Romano Prodi, né nessun altro personaggio dei partiti. Si è mosso su un altro sentiero Giorgio Napolitano da quando, a cominciare da fine maggio, è partita la sua “caccia” ai nomi giusti per i senatori a vita. Con un principio chiaro in testa e una pista da setacciare, in mezzo a tante, decine di indicazioni, segnalazioni, suggerimenti che pure piovevano da tutte le parti sul Quirinale. L’obiettivo, allora: portare in Parlamento le più “alte intellettualità” del nostro paese. E, in primo luogo, soprattutto, “nel campo della ricerca”, il futuro di una nazione ma che da noi ha ancora spesso ruolo da cenerentola. Anche per questo, allora, le proteste e i sospetti del centrodestra di un favore fatto scegliendo quei quattro nomi al governo e al centrosinistra, lascia di stucco il Quirinale. Solo chi ignora e trascura il lungo screening del capo dello Stato, che da mesi consulta istituzioni, enti, associazioni, singole personalità, può “scambiare” una rigorosa e complessa opera di selezione con una bassa manovra politica. Visto tra l’altro che può anche accadere, come forse è capitato, che nella rosa immaginata dal capo dello Stato si possa perdere per strada qualche petalo: un gentile no grazie, allo scranno di senatore a vita preferisco il mio lavoro all’estero.

Dunque, da quando Napolitano è rientrato al Quirinale per il suo secondo mandato, giorno per giorno, silenziosamente, lontano dai riflettori della battaglia politica, dossier-laticlavio aperti sul tavolo. In cima alla lista, il nome del maestro Claudio Abbado, caldeggiato pure da una sottoscrizione di firme guidata dal sottosegretario alla Cultura Ilaria Borletti. In lizza però con l’altra grande superstar della musica, Riccardo Muti. Cosa ha giocato in questo caso, come si sceglie fra due grandissimi direttori d’orchestra? E’ il “fattore seniorità”, è insomma l’età e l’esperienza che nei criteri adottati da Napolitano ha fatto la differenza.

Ma, allora, Elena Cattaneo, a soli 50 anni chiamata dal capo dello Stato a Palazzo Madama? Lei invece, la prof delle staminali, è la carta a sorpresa del presidente della Repubblica: la scelta simbolo per continuare a tenere i riflettori accesi sulla ricerca scientifica. Se la senatrice a vita Rita Levi Montalcini era la storia ora la Cattaneo rappresenta la speranza. Il passato e il futuro. Una decisione che ha il valore, come spiega lo stesso Napolitano, di “apprezzamento, riferimento, incoraggiamento” per tutte le giovani generazioni di italiani che tra mille difficoltà e pochissimi finanziamenti ma con enorme passione si lanciano nell’avventura della ricerca.

Quella della Cattaneo è stata l’ultima new entry nella squadra dei magnifici quattro. Quando, ancora pochi giorni fa, Giorgio Napolitano ha chiamato la “matricola” dei nuovi senatori a vita, per confermargli la sua intenzione e raccoglierne il definitivo sì, ha finalmente chiuso la quadra delle nomine. Con Rubbia e con Piano, con i quali il capo dello Stato ha un rapporto di stima e conoscenza da molti anni, la partita era già stata definita nelle scorse settimane. Erano già stati ricevuti al Colle, molto discretamente prima dell’estate, per essere informati e sondarne la disponibilità. Subito dopo la fine delle vacanze, dopo Ferragosto, quando è rientrato a Roma, il capo dello Stato ha poi definitivamente completato la sua “istruttoria”. Tutti e quattro, Abbado, Cattaneo, Rubbia e Piano, nei prossimi giorni torneranno al Quirinale nelle vesti di senatori a vita, per un saluto col capo dello Stato. Sarà, spiegano, un incontro sobrio, senza solennità e festeggiamenti particolari.

Questa squadra di intellettuali e ricercatori, è l’idea del Quirinale, andrà ad arricchire, dare personalità, temi forti e nuovi, ad un Parlamento in cui le liste bloccate del Porcellum rovesciano tanto ceto politico. Anche per questo nei ragionamenti del capo dello Stato la nomina di un politico non è stata presa in considerazione. Nel solco di Luigi Einaudi (e non, per dire, di Cossiga) che nominò gente come Toscanini, Trilussa, e don Sturzo. Nonostante le speranze, e quindi le delusioni, del centrodestra riposte su Gianni Letta. Ma troppi, quattro in un colpo solo? Figure vecchie e costose, i senatori a vita, come contestano i grillini?

Per il Colle la risposta sta nella Costituzione: fin quando questa Carta c’è, esiste, è in vita, il presidente della Repubblica eserciterà fino in fondo compiti e funzioni previste. “Sono alleggerito per aver compiuto questo adempimento”, confessa Napolitano a Sky, e nella soddisfazione si intravede anche la ragione che lo ha spinto a varare tutto il pacchetto: chiudere in un colpo tutta la “pratica” per evitare un lungo rincorrersi di boatos e pressioni sulle nomine. Tutti nomi antiberlusconiani, protesta il centrodestra. Contestazioni rispedite al mittente: non sono dei politici e in ogni caso al loro interno ci sono sensibilità diverse. Preparano il terreno al Letta-bis, incalzano i berlusconiani. Ma sul Colle, il sospetto pare quasi tradire la coda di paglia: perché, qualcuno sta pensando di staccare la spina al governo?


Quattro senatori a vita per salvare la sinistra
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 31 agosto 2013)

Il presidente Napolitano non bada a spese e stacca – paghiamo noi – quattro assegni (all’anno) da trecentomila euro per ingrassare la casta ed insediare altrettanti senatori a vita.
Con «vibrante soddisfazione », come direbbe Crozza, ieri ha spedito al Senato il maestro Claudio Abbado, l’architetto Renzo Piano, il fisico Carlo Rubbia e la ricercatrice Elena Cattaneo.

La questione potrebbe essere archiviata come ennesimo caso di sperpero di denaro pubblico. Ma non è così, sarebbe ingeneroso nei confronti del presidente della Repubblica. Il quale già in passato ha dato prova di sapere usare la prestigiosa carica di senatore a vita come formidabile arma politica. Accadde con Monti, al quale regalò il vitalizio, pur in assenza di particolari meriti, come merce di scambio perché il professore accettasse di partecipare al complotto per fare fuori da premier Silvio Berlusconi.

Ora ci risiamo. Come noto, al Senato si gioca la partita più delicata per quanto riguarda gli equilibri politici. Non essendoci in quel ramo del Parlamento il premio elettorale, il governo può contare su una maggioranza esigua rispetto alla Camera. E in futuro, con i chiari di luna che ci sono, tale scarto potrebbe assottigliarsi a poche unità, probabilmente insufficienti a tenere in piedi un Letta2 se il Pdl, per esempio, dovesse decidere di uscire dalla maggioranza. Ecco allora l’iniezione forzata di energie fresche di provata fede antiberlusconiana: Claudio Abbado, che sul quotidiano francese Le Figaro definì «cretini » gli italiani che nel 2001 votarono Berlusconi; Renzo Piano, che sul Time parlò di Berlusconi come dell’uomo che ha dato ossigeno alla parte peggiore della società; Carlo Rubbia, che su Repubblica, nel 2005, definì il governo Berlusconi «umiliante »; Elena Cattaneo, che aprì una causa contro Berlusconi per la legge che vietava l’uso delle staminali embrionali. Insomma, una bella pattuglia di sinistrorsi invasati pronti a ricambiare l’insperato favore al momento opportuno. Da maestri di arti e di scienze a burattini del sottobosco politico. Agli ordini di un presidente che appare sempre più di parte, fino ad alterare artificialmente il risultato delle elezioni e a negare che in qualche angolo del Paese ci sia almeno un non antiberlusconiano dichiarato meritevole di uno su quattro dei nuovi scranni a vita. Umiliante, più la sua partigianeria che doverla subire.


Berlusconi ai democratici: se decado cade il governo
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 31 agosto 2013)

Chi l’ha visto rientrare a Palazzo Grazioli appena arrivato da Arcore giovedì a tarda sera lo racconta per nulla di buon umore. E anche chi ha avuto occasione di vederlo ieri mattina, durante la lunga sequela di riunioni che si sono susseguite a Roma l’ha trovato serio e riflessivo.

Un Silvio Berlusconi che a molti dei suoi interlocutori è sembrato sul punto di prendere finalmente una decisione sulla strategia da seguire se e quando il Pd voterà la sua decadenza da senatore.

Ed è questo che sembra aver fatto il Cavaliere quando nel tardo pomeriggio si collega telefonicamente con Bassano del Grappa dove si tiene una riunione dell’Esercito di Silvio. L’ex premier è netto, durissimo come mai lo era stato prima. E dice senza mezzi termini che sì «sarebbe disdicevole se il governo cadesse » ma che non si può «mandare avanti l’esecutivo se la sinistra dovesse intervenire sul leader del Pdl impedendogli di fare politica ». Insomma, se il 9 settembre il Pd vota la decadenza da senatore di Berlusconi la maggioranza non c’è più.

Un modo per mettere le cose in chiaro. Non solo con il premier Enrico Letta che nel pomeriggio continuava a ripetere che quella di Berlusconi è «una vicenda separata dal governo », ma soprattutto con Giorgio Napolitano. Che la tensione tra i due sia al livello di guardia da settimane non è infatti un mistero. Ma la nomina dei nuovi senatori a vita lo ha fatto andare su tutte le furie. Per il Cavaliere, infatti, quello del Quirinale è una vera e propria dichiarazione di guerra. Non tanto perché tra i quattro neanche uno è di area centrodestra (Gianni Letta era il nome più spendibile) ma piuttosto perché il Porcellum produce a Palazzo Madama maggioranze risicatissime. Di fatto, insomma, la scelta di Napolitano rischia di commissariare la volontà popolare che si forma al voto e far dipendere il Senato dai «nominati » dal Colle. Non a caso Berlusconi non ha trattenuto il suo disappunto durante le tante riunioni di Palazzo Grazioli: già governa la Corte Costituzionale – è stato il senso del suo ragionamento – e ora comanda anche al Senato…
Di qui la decisione di accelerare. E affondare il colpo in vista del voto della Giunta delle immunità in calendario il 9 settembre. Una decisione che i presenti a Palazzo Grazioli (Letta, Angelino Alfano, Renato Schifani, Renato Brunetta, Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchitto) avevano immaginato potesse arrivare, visto l’umore del Cavaliere.

«Vogliono togliermi di mezzo per via giudiziaria », dice l’ex premier durante il suo intervento con Bassano del Grappa nel quale annuncia che firmerà i sei referendum radicali sulla giustizia. «Allestiamo i gazebo e – dice – raccogliamo le 500mila firme necessarie, così da realizzare attraverso il voto popolare quella riforma della giustizia che ci hanno impedito in Parlamento ». E già oggi a Roma Berlusconi potrebbe firmarli. Segno che l’incontro di ieri con Marco Pannella (presenti anche Letta e Alfano) ha portato i suoi frutti. Il leader radicale lo ha infatti invitato a «guidare la battaglia per la riforma della giustizia », magari anche «accettando le conseguenze della condanna » ed essere un nuovo Enzo Tortora. Berlusconi ha assicurato l’impegno del Pdl («già adesso, spiega il radicale Maurizio Turco, gente come Mariastella Gelmini o Raffaele Fitto stanno facendo il possibile per aiutarci ») e ha chiesto tempo per pensarci. Poi, passata qualche ora, ha deciso di sostenere e firmare i referendum.


Berlusconi, lo sfogo di Coppi: “Gli dicevo di essere prudente ma non ne è valsa la pena
di Redazione
(da “Libero”, 31 agosto 2013)

Nell’estate caldissima del Processo Mediaset in Cassazione lui, Franco Coppi, era il Principe del Foro saggio e prudente. L’altro, Niccolò Ghedini, era il giovane avvocato veemente, un po’ sventato e messo in secondo piano, quasi a fare l’assistente. Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare, recita l’adagio. E il duro, secondo Silvio Berlusconi e i suoi fedelissimi, era Coppi, la “colomba” in grado di ammorbidire Antonio Esposito e gli altri quattro giudici della Consulta che avrebbero deciso sulla condanna del Cavaliere. Com’è finita lo sappiamo: 4 anni di carcere, rinvio in Appello per decidere sull’interdizione, terremoto politico. Altro che “sconti”. “Ho parlato per dure ore. Ma è come se neanche avessi aperto bocca. E le assicuro che sono in grado di rendersi conto se gli argomenti che espongo meritino risposta o meno”. Dal Corriere della Sera, è proprio Coppi a lanciare l’affondo ai giudici della Cassazione all’indomani della pubblicazione delle motivazioni di quella sentenza. Motivazioni, parola sua, “deludenti”

“Prudenza? Non ne è valsa la pena” – A Berlusconi lui aveva consigliato prudenza, a differenza di quel che dicevano al leader Pdl Ghedini e Piero Longo, suoi storici difensori. “Ora mi chiedo se ne sia valsa la pena”, è il sorprendente sfogo di Coppi, cui non è andato giù l’atteggiamento della Corte. C’era “la testimonianza di un funzionario Fininvest mai indagato, che aveva detto di essere lui a stabilire la ripartizione degli ammortamenti”. Non considerato. C’erano “testimoni che avevano dichiarato come lui (Berlusconi, ndr) non si occupasse da tempo delle questioni quotidiane”. Non considerati. Il problema, secondo Coppi, è che la Cassazione ha ignorato passaggi cruciali: “Se si voleva sostenere che Berlusconi aveva dato disposizioni, ordini, occorreva dimostrarlo – continua l’avvocato -. La questione giuridica dell’abuso di diritto, laddove noi sostenevamo che non si potesse parlare di illecito penale, viene totalmente ignorata”. E, non ultimo, “le esternazioni del presidente Esposito (nella contestata intervista “rubata” dal Mattino) sono smentite da quanto risulta negli atti processuali”. Ora non rimane che una strada: sollevare di fronte alla Consulta la questione sulla costituzionalità della legge Severino sulla base della quale il Senato voterà la decadenza del leader Pdl. E questa volta, alzando la voce.


Da giustizia politica a giustizia della casta
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 31 agosto 2013)

Passi la fretta con cui la sezione feriale della Cassazione ha tenuto l’udienza sul processo Mediaset per evitare che potesse scattare la prescrizione. Passi la rapidità con cui il Presidente della stessa sezione feriale, Esposito, dopo solo qualche ora dalla sentenza di condanna di Silvio Berlusconi ha rilasciato la famosa intervista in cui ha anticipato le motivazioni della decisione. Passi anche l’incredibile velocità con cui i giudici del Palazzaccio, lavorando notte e giorno durante la pausa di ferragosto, hanno redatto e depositato le oltre 200 cartelle di motivazione della condanna del leader del Pdl. E passi pure il fatto che, a differenza della prassi normale, queste motivazioni siano state sottoscritte non dal solo Presidente ma da tutti i componenti del collegio giudicante.

Certo, una così intensa serie di indizi concomitanti possono suscitare il sospetto che il comportamento e la decisione dei magistrati non siano stati provocati solo dall’applicazione delle norme di legge all’insegna del “dura lex, sed lex”. Ma sarebbe sbagliato concludere che la corsa ad arrivare alla sentenza di condanna e la fretta a fornire le motivazioni prima che il Senato affronti la questione della decadenza da parlamentare del Cavaliere siano state ispirate da una ragione politica. Naturalmente un pizzico di pregiudizio antiberlusconiano, come ha dimostrato l’intervista da Totò, Peppino e la malafemmina del Presidente Esposito, non è mancato.

Ma non è stata questa la ragione di fondo del comportamento della sezione feriale della Cassazione. Non c’è stata, in sostanza, la motivazione politica. C’è stata, al contrario, la motivazione corporativa. Una motivazione che prima ha prodotto una sentenza di condanna per non delegittimare il comportamento dei magistrati di Milano. E poi ha portato ad una accelerazione del deposito delle motivazioni firmate congiuntamente per manifestare solidarietà ad un Presidente che si esprimerà pure come un personaggio di Raffaele Viviani ma che rappresenta comunque l’intoccabile casta comune. Il paradosso, dunque, è che la motivazione politica sarebbe stata addirittura preferibile a quella corporativa. Perché sarebbe stata molto più trasparente e genuina.

E, sicuramente, avrebbe tenuto conto delle condizioni generali in cui si trova il paese e della necessità di operare, sia pure nel rispetto della legge, senza forzature e con un minimo di prudenza e di buon senso. Invece la paura di delegittimare i colleghi milanesi e la preoccupazione di manifestare solidarietà al Pazzariello Esposito ignorando completamente ed ostentatamente la situazione di grave difficoltà in cui si trova il paese, rendono molto più inquietante il giudizio sulla vicenda. Perché confermano il sospetto alimentato da ormai troppi anni a questa parte che la democrazia e la società italiane sono nelle mani di un ristretto numero di privilegiati irresponsabili insensibili agli interessi generali e tesi solo a tutelare quelli della propria casta. Come i nobili e gli ecclesiastici prima della presa della Bastiglia.


Scanner umani
di Filippo Facci
(da “Libero”, 31 agosto 2013)

A leggere le motivazioni della sentenza su Berlusconi (208 pagine in giuridichese) personalmente io ho impiegato un pomeriggio: ecco perché vorrei complimentarmi con quanti – tra questi Guglielmo Epifani, Fabrizio Cicchitto, Danilo Leva e molti altri – l’hanno commentata a botta caldissima, il che significa che in precedenza sono riusciti anche a leggerla. Una capacità di lettura da scanner umani: invidiabile. A meno che – ma non posso crederlo – i citati si siano limitati a leggere gli stringati articoletti pubblicati immediatamente in rete: i quali a loro volta erano meramente copiati – tutti – dall’articolo di Dario Ferrara pubblicato su Cassazione.net. Perché oggi, siccome bisogna fare in fretta, l’informazione funziona così. In compenso ieri mattina ho partecipato a un dibattito televisivo (Omnibus, La7) che originava appunto dalle motivazioni della sentenza: salvo scoprire, tra gli ospiti, che ero l’unico che le aveva lette. Oltretutto gli ospiti, soprattutto Antonello Caporale del Fatto e Alessandra Longo di Repubblica, mi hanno anche spiegato che non le avevo capite bene. Può essere: si è scritto che Berlusconi fu «ideatore » del meccanismo illecito e che dunque «sapeva », il che è possibile e probabile, ma nelle 208 pagine non ho trovato nessuna dimostrazione di questo. Pazienza, le sentenze si rispettano. Si applicano. Io però lancio un’idea: si leggono pure.


Torna il modello Einaudi. Meno politica e più cultura
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 31 agosto 2013)

Lo si è capito subito, un minuto dopo la nomina: non avranno vita facile i quattro senatori a vita scelti da Napolitano, con un criterio che lo stesso Presidente ha voluto definire «einaudiano ».
Scienza e cultura – piuttosto che la politica – come ambiti di provenienza, grande prestigio personale e internazionale, proprio come recita l’articolo 59 della Costituzione, che elenca come requisiti l’aver «illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario ».

E da questo punto di vista, checché ne dicano i parlamentari del centrodestra che ieri hanno criticato l’iniziativa del Presidente – dall’immancabile Daniela Santanchè, che avrebbe, pensa un po’, voluto Berlusconi, a Pietro Liuzzi, che sponsorizzava Riccardo Muti e Giorgio Albertazzi, al leghista Roberto Calderoli, sospettoso che il centrosinistra, con i nuovi arrivati, conquisti quattro voti decisivi al Senato – Napolitano non poteva scegliere meglio. Basta scorrere i curriculum dei nuovi senatori, conosciuti e apprezzati in tutto il mondo: Claudio Abbado per aver diretto a lungo le più importanti orchestre di Parigi, Londra, Vienna, Berlino; Carlo Rubbia per la sua lunga missione a Ginevra, le 28 lauree honoris causa che sottolineano l’impegno per la ricerca nella fisica delle particelle elementari e un asteroide perso nello spazio e intitolato a suo nome; Renzo Piano per le innumerevoli «tracce » architettoniche e artistiche seminate nelle grandi metropoli, da Tokyo a Sidney, a Parigi, Berlino, Dallas, e la grande passione per il mare che lo ha spinto a disegnare per sé una delle barche più belle di tutti i tempi; Elena Cattaneo, la più giovane, per la lunga e testarda esperienza di ricercatrice in America e il suo parlar chiaro contro ogni limitazione ideologica o integralista della ricerca e dell’uso delle cellule staminali.

Ma il punto è che da tempo – e particolarmente negli ultimi tempi – la questione dei senatori a vita ha assunto una dimensione controversa, e come tante altre questioni più futili su cui si esercita quotidianamente la politica italiana, è diventata oggetto di scontro e di polemiche. Lontana, lontanissima è l’epoca in cui un altro grande maestro di musica come Arturo Toscanini, o un poeta come Trilussa, o un archeologo come Umberto Zanotti Bianco – i primi senatori a vita della Repubblica, scelti da Einaudi, che nel suo settennato, per via della morte imprevista di tre dei suoi cinque, ne nominò otto – potevano frequentare il Senato tranquillamente, come e quando volevano, rispettati da tutti, senza neppure dover immaginare di incorrere nei fischi del centrodestra che avrebbero accompagnato Rita Levi Montalcini tra il 2006 e il 2008, quando a fatica, già sofferente per gli acciacchi della vecchiaia, si recava a votare per il governo Prodi.

La prima questione che si pose fu quella del numero: la Costituzione doveva intendersi nel senso che il Presidente della Repubblica, come organo istituzionale, oppure ogni Presidente, poteva nominare cinque senatori? E qui, anche agli albori della Prima Repubblica, si creò subito qualche attrito, più o meno esplicito, tra gli inquilini del Quirinale. Agli otto senatori di Einaudi, per dire, ne seguì uno solo di Gronchi. E quando anche Cossiga volle scegliere i suoi cinque, incurante delle perplessità degli uffici del Senato, in quel momento non proprio sguarnito di senatori di nomina, Scalfaro, che fu il suo successore, non ne nominò nessuno.

Bisogna considerare che le pressioni a cui i Presidenti erano sottoposti, man mano che la clessidra dei loro settennati scorreva, si facevano più forti. Ad Einaudi fu consentito di scegliere in piena libertà tra intellettuali, scienziati, letterati, artisti e scultori. Ma quando, ai tempi di Segni, il laticlavio cominciò a cadere sulle spalle di politici, certo anziani e togati, ma pur sempre politici, si affacciò la seconda questione: il Presidente è libero di scegliere chi vuole, senza preoccuparsi degli equilibri interni del Senato, o deve articolare la sua scelta senza turbarli? Saragat se la cavò affiancando al presidente della Fiat Vittorio Valletta e al poeta Eugenio Montale un democristiano di lungo corso come Giovanni Leone (che quando venne il suo turno scelse Fanfani) e lo storico leader socialista Pietro Nenni. Pertini chiamò Leo Valiani e Camilla Ravera, in nome della comune militanza nella Resistenza, un grande regista e autore di teatro, Eduardo De Filippo, e due accademici come Carlo Bo e Norberto Bobbio. Il quale, dopo un decennio di serena frequentazione di Palazzo Madama, divenne decisivo nella votazione all’ultimo sangue tra Giovanni Spadolini e Carlo Scognamiglio per la presidenza del Senato nel 1994, anno primo dell’era berlusconiana. In quel periodo Bobbio, dopo l’esperienza della candidatura forzata (e mancata) al Quirinale di due anni prima, frequentava meno. Raggiunto da una telefonata di Gianni Agnelli (nel frattempo, anche lui, divenuto senatore a vita per nomina di Cossiga), che tifava per Spadolini, in nome di una vecchia amicizia, il professore fu portato a Roma in fretta da un aereo della Fiat. Ma anche il suo voto non bastò a impedire l’elezione di Scognamiglio, che vinse per un voto.

Di tutte le tornate, certo la più difficile fu quella di Cossiga. Non solo per il problema del numero, ma anche perché l’allora più giovane presidente dovette scontare, per la prima volta, dei rifiuti. A dire di no fu Nilde Iotti, che preferì restare alla Presidenza della Camera, e più clamorosamente Indro Montanelli, che rinunciò con una spiritosissima lettera in cui accusava Cossiga, in pratica, di volergli legare le mani. Fino a quel momento non era mai successo che qualcuno si opponesse pubblicamente a un incarico così prestigioso. Il solo Toscanini, in passato, aveva preferito lasciare, a un certo punto, per ragioni di salute.

Ma fu l’unico precedente, come lo stesso Cossiga potè sperimentare qualche anni dopo. Nel 2002, e poi nel 2006, il Picconatore tentò inutilmente di lasciare il Senato. La prima volta perché, divenuto oggetto di un’inchiesta giudiziaria di Henry John Woodcock, allora sostituto procuratore a Potenza, sosteneva che Ciampi, che non poteva farlo, non lo aveva difeso. La seconda ce l’aveva con Andreotti, suo vicino di stanza a Palazzo Giustiniani, che con una delle sue battute lo aveva accusato di lavorare poco e «non fare neppure l’orario dei barbieri ». Stavolta toccò a Franco Marini, appena eletto presidente del Senato, convincerlo a restare in carica. Lo fece in tutti i modi, pressandolo, supplicandolo, richiamandolo all’antica e comune militanza. Cossiga alla fine accettò, ma a malincuore, dopo aver chiesto un dotto approfondimento giuridico all’ufficio studi di Palazzo Madama: «Mi è stato risposto che l’unico modo di smettere di fare il senatore a vita è togliersi la vita », fu il suo velenoso epitaffio finale.


È cambiata la scala dei valori
di Giovanni Bignami
(da “La Stampa”, 31 agosto 2013)

Il mondo che ci guarda, sempre, questa volta ha ricevuto quattro biglietti da visita che fanno ricordare a tutti l’Italia del Rinascimento, l’Italia dove la Cultura con la C maiuscola copre arte, musica, scienza, come per Leonardo o Galileo, quando l’Italia seppe esportare la cultura in tutta Europa. Una volta tanto, niente nomine di elefanti bianchi della politica, da misurare con il bilancino o meglio con il goniometro per gli angoli occupati nell’emiciclo. Un gesto forte da parte del Presidente, un gesto di chi ha saputo dove trovare, a colpo sicuro, quei nomi che tutto il mondo, là fuori, può solo apprezzare, ammirare e forse anche invidiare. Tutta gente, Abbado, Cattaneo, Piano e Rubbia, noti in Europa e nel mondo forse ancora di più che in Italia, proprio perché nel mondo globale, quello della cultura, loro quattro si muovono in modo naturale, da sempre. Lo so che i senatori a vita sono fatti per il Paese, e questi quattro, in particolare, al nostro Paese sapranno molto bene cosa dare, ma certo la proiezione dell’immagine dell’Italia nel mondo deve essere stata presente nelle scelte del Quirinale. Un segnale che suscita entusiasmo nella parte migliore dell’Italia, quella che crede nella cultura, cioè quella cosa che fa da denominatore comune ad arte e scienza e della quale la politica si deve, o si dovrebbe, nutrire. E se qualcuno non lo capisce e avrebbe voluto nomine un po’ retrò o impossibili, poco male: de minimis non curat praetor: nel mondo che conta, là fuori, nomi come Santanchè o Calderoli sono, per nostra fortuna, ignorati, così come i loro commenti. Inutile, forse presuntuoso da parte mia parlare in dettaglio dei meriti di Renzo Piano o di Claudio Abbado. Come tutti, appassionato ma sprovveduto, ammiro le proporzioni di un edificio o di una esecuzione musicale. Come tutti, mi sforzo di capire il messaggio intenso, di arte, di lavoro, di sacrificio, di gioia e di molto altro, che viene da chi sa creare, come loro due. Ma ho la fortuna di un rapporto diretto, quasi di amicizia, con Rubbia, il fisico dagli occhi di ghiaccio.

Tutto il mondo scientifico lo chiama Carlo, semplicemente, e lo rispetta forse più di quanto lo ami, ma certo meno di quanto lo tema. Per il suo ruolo, in Senato, mi viene in mente il paragone con quello che fu, per la politica USA di Ronald Reagan, il ruolo di un altro Nobel per fisica, Richard Feynman: da solo, rivoltò la NASA come un calzino, lasciando sul terreno, già che c’era, alcuni generali che tentavano di difenderl. Carlo è un uomo che sa pensare come pensa un elettrone, se vuole, e per di più te lo sa spiegare e far vivere, ma ha anche un bagaglio mondiale di esperienza di gestione della ricerca, dalla più fondamentale fino alle applicazioni per tutti. E tutti sappiamo quanto la nostra politica abbia bisogno di attenzione alla ricerca. Con Elena Cattaneo, a 51 anni il più giovane senatore a vita della storia della Repubblica, il Quirinale ha fatto una scelta esplicitamente rivolta al futuro e fondata sulla passione per la ricerca. Così giovane e già così interdisciplinare, verrebbe da dire, Elena ha saputo mettere insieme scoperte mondiali nella comprensione di malattie difficilissime, come il morbo di Huntington, con la capacità di creare un gruppo italiano, e adesso europeo, per la ricerca sulle (e con le) cellule staminali. Le ho appena parlato, e sentivo nella sua voce un po’ incrinata l’emozione di essere proprio lei a raccogliere, idealmente, la impegnativa eredità di Rita Levi Montalcini nel difficilissimo mondo, specie in Italia, della ricerca e della politica sulle scienze della vita.

Elena, intensamente cattolica, ha saputo guadagnarsi sul campo il rispetto di tutto il mondo per le sua battaglie sulla mancanza, in Italia, di libertà di ricerca sulle staminali, condotta alla luce del sole, davanti a tutto il mondo proprio sulle pagine di Nature. Elena è anche il tipo che, tutti gli anni, raccoglie all’Università di Milano migliaia di studenti pre-universitari in eventi nei quali sa loro comunicare, in modo entusiasta, cosa voglia dire fare ricerca. E molti di loro, sono sicuro, hanno preso la strada degli studi scientifici grazie a lei. Difficile immaginare una scelta migliore di quella, forte e coraggiosa, del Presidente Napolitano, se uno ha a cuore il futuro del nostro Paese. Certo, i ricercatori si sentono, da oggi, molto meno soli, ma soprattutto la scala di valori sulla quale misurare il nostro impegno per il futuro è da oggi cambiata, per sempre.


I magnifici quattro del Colle per puntellare il governo
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 31 agosto 2013)

A pensar male si fa peccato… Ma i quattro senatori a vita nominati ieri da Napolitano appartengono tutti, piu o meno, all’area della sinistra. Per carità sono noti nel mondo per essersi distinti nella musica, nella fisica, nella scienza e nell’architettura, sono personalità rappresentative della genialità tutta italiana. Nessun merito politico mentre la loro nomina è sicuramente un dato politico. Per fermare le pressioni e le speculazioni che fino a ieri hanno fatto circolare vari nomi, tra cui quelli di Albertazzi e Gianni Letta, il presidente ha nominato una quaterna imprevista che comprende anche una donna molto giovane rispetto agli altri e alle precedenti nomine. Abbado, Cattaneo, Piano e Rubbia hanno un segno caratteristico: l’antiberlusconismo. Il maestro definì gli italiani creduloni per aver votato Silvio, l’architetto che il Cav era un esempio terribile, il fisico attaccò il governo di centrodestra per la ricerca mentre la scienziata fece causa a Berlusconi per le staminali. Bello il riconoscimento al mondo della cultura e della ricerca da parte del Colle. Ma non possiamo non intravedere un puntellamento della maggioranza di centrosinistra che in Senato potrà essere impegnata con una votazione non proprio trascurabile. A pensar male si fa peccato…


Londra abbandona l’America Prima crepa tra eterni alleati
di Livio Caputo
(da “il Giornale”, 31 agosto 2013)

Non è la fine di un’alleanza, né una rottura traumatica tra due Paesi amici, ma la fine di un’epoca: un’epoca, durata più di un secolo, in cui Stati Uniti e Gran Bretagna hanno sempre – con eccezioni minori – combattuto fianco a fianco, con una unità di intenti che spesso aveva suscitato forti malumori in Europa.

Si diceva che, in virtù della sua «relazione speciale » e dei suoi legami di sangue con l’America, il Regno Unito faceva parte della Ue solo a metà, per ragioni utilitarie, ma che il suo vero sodale si trovava oltre Atlantico. Il voto con cui la Camera dei Comuni ha bocciato – contro il parere del governo – la partecipazione britannica alla rappresaglia militare contro la Siria non cambierà questa impostazione di fondo, ma è un segnale che Londra non è piu disponibile a seguire Washington nelle sue scelte più azzardate, un segnale che anche in riva al Tamigi si è avvertito e che l’America di Obama ha una politica estera confusa e pericolosa; soprattutto, che non era il caso di ripetere l’errore di Blair in occasione dell’attacco all’Iraq, quando seguì pedissequamente George Bush senza verificare se Saddam avesse o non avesse armi di distruzioni di massa: un errore che costituì il primo serio vulnus nell’alleanza, soprattutto a livello di opinione pubblica, anche se nella successiva guerra in Afghanistan gli inglesi continuarono a fornire agli Usa il più numeroso e preparato contingente alleato. Il ferreo sodalizio tra i due Paesi è cominciato con la Prima guerra mondiale, quando gli Usa vennero in soccorso degli alleati europei in gravi difficoltà davanti alla Germania guglielmina. È continuato, in maniera forse ancora più decisiva, nella Seconda guerra mondiale, che senza l’intervento dell’America a fianco della Gran Bretagna (e con il temporaneo asse con l’Urss) avrebbe probabilmente visto il trionfo di Hitler. Si è consolidato negli anni della Guerra fredda, in cui i due Paesi si sono sempre mossi di concerto fino alla vittoria finale.

Il legame si fece particolarmente solido quando tra il presidente Reagan e la premier Margaret Thatcher nacque un rapporto di amicizia personale e di condivisione ideologica raro nei rapporti tra capi di governo di grandi nazioni. Anche loro ebbero i loro contrasti, quando Reagan invase l’ex colonia britannica di Grenada senza preavvertire Londra e quando lo stesso presidente degli Stati Uniti tentò – invano – di dissuadere Maggie dal tentare la riconquista delle Falkland, ma nulla incrinò mai la loro profonda solidarietà, che in alcuni casi era addirittura complicità. Stranamente, un legame profondo nacque anche tra due politici provenienti da sponde opposte, il repubblicano George W. Bush e il laburista Tony Blair, che si gettarono fianco a fianco sia nella guerra a Saddam, sia nell’impresa afghana. Ma a Tony il legame non ha portato fortuna e ha contribuito alla sua caduta.

Tra Cameron e Obama non esiste alcun rapporto speciale che possa avere influito sulle decisioni di Londra, ma l’attuale premier era ben deciso a seguire la «linea fedeltà » dei suoi predecessori. Il fatto che sia stato fermato non solo dall’opposizione laburista, ma anche da franchi tiratori del suo partito e degli alleati libdem indebolisce la sua posizione sia di fronte all’America, che si è sentita abbandonata, sia sul fronte interno, dove in sostanza ha dovuto cedere alla volontà popolare. Ma, forse, la sconfitta lo renderà più popolare in quell’Europa da cui molti inglesi vorrebbero uscire: per una volta, infatti, Londra si è schierata non con Washington, ma con Berlino, con Roma, e con tutte le altre capitali che hanno percepito i pericoli di un attacco alla Siria che non cambierà le sorti della guerra ma potrebbe far saltare l’intero Medio Oriente. Quanto a Obama, il voto dei Comuni è stato forse il piu brutto schiaffo ricevuto finora dagli alleati, un segnale inequivocabile che su questa sponda dell’Atlantico il suo famoso carisma è finito per sempre: se anche la fedelissima Gran Bretagna non lo segue più, vuol proprio dire che è su una cattiva strada, in Medio Oriente, nei rapporti con la Russia, e in generale nell’approccio ai problemi mondiali. Chissà cosa ne pensano coloro che, a pochi mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, gli conferirono addirittura il Nobel per la pace.


La fragilità delle potenze
di Angelo Panebianco
(da “il Corriere della Sera”, 31 agosto 2013)

Il no del Parlamento britannico a un intervento militare del Regno Unito in Siria rende il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ancora più solo, e più debole, di fronte alla decisione che (forse) sta per prendere. C’è un solo argomento forte a favore dell’intervento militare americano in Siria. Ma ce ne sono tanti altri a sfavore. L’argomento a favore è che, a causa degli errori commessi nel corso del tempo, se Obama rinunciasse ad attaccare la Siria azzererebbe la già scarsa credibilità degli Stati Uniti. Gli avversari, dall’Iran alla Russia, e gli alleati, dalla Turchia all’Arabia Saudita, lo aspettano al varco, vogliono vedere se l’America è ormai solo una tigre di carta. Quando, non sapendo che pesci pigliare in Siria, e per procrastinare le decisioni, Obama dichiarò che non avrebbe tollerato l’uso di armi chimiche, si mise nelle mani di Assad, il dittatore siriano. L’uso del gas c’è stato (o così sembra) e Obama adesso non sa come fare a tirarsi indietro. Si aggiunga che la vicenda egiziana è stata per l’Amministrazione una bruciante sconfitta diplomatica. Obama ha il problema di ricostruire almeno un po’ della perduta credibilità.

A fronte di questo argomento a favore dell’intervento, ce n’è una lista intera che lo sconsiglierebbe. Cominciamo dal più importante. Le guerre devono avere chiari obiettivi politici. E qui l’obiettivo proprio non si vede. Non è vero che l’attacco americano in Siria andrebbe collocato nell’ambito delle cosiddette «guerre umanitarie » come la Somalia (1992-93) e il Kosovo (1999). Le guerre solo umanitarie non sono mai esistite. In Somalia (senza successo: l’America fu costretta al ritiro) e in Kosovo, gli Stati Uniti intervennero non solo per salvare popolazioni ma anche con un obiettivo politico: l’unica superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda mandava a dire alle teste calde sparse per il mondo che essa non avrebbe tollerato il caos. Ricondurre all’ordine, con la forza delle armi, singole situazioni locali era un mezzo per bloccare le minacce all’ordine internazionale. Ma in Siria non c’è un ordine locale da ricostituire, la situazione è sfuggita di mano. In Siria si affrontano bande di tagliagole. Un intervento militare contro una delle bande in lotta o rafforza la banda contrapposta, magari portandola alla vittoria, o accresce ancor di più il caos e il numero di vittime. Fare guerre in cui non possono esserci chiari obiettivi è un errore. Persino nella guerra di Libia francesi e inglesi un obiettivo politico lo avevano: sottrarre agli italiani l’influenza sul Paese.

Si aggiunga che l’opinione pubblica americana è contraria all’intervento. Una democrazia che va alla guerra senza avere dietro di sé l’opinione pubblica è indebolita in partenza. Basta un «incidente », per esempio un massacro non voluto di civili, o un attentato di risposta che uccida un certo numero dei propri soldati, e subito i governanti della democrazia in guerra si trovano in gravi difficoltà a casa propria.
C’è poi il fatto che nelle guerre è difficile calibrare la forza e prevederne gli effetti. L’intervento americano in Siria dovrebbe essere così efficace da rappresentare una vera punizione per il regime siriano (e un deterrente contro futuri usi del gas) ma non così efficace da aprire la strada alla vittoria dei suoi nemici. Più facile a dirsi che a farsi. A meno che Obama (senza dichiararlo) non stia pensando a un regime change, l’eliminazione di Assad e la sua cricca, magari per compiacere sauditi e turchi. Per cosa? Per consegnare il potere ad Al Qaeda e ad altri gruppi jihadisti?

L’America avrebbe dovuto decidere il che fare in Siria molto tempo fa, nella fase iniziale della guerra civile. Se fosse intervenuta allora avrebbe potuto esercitare una influenza forte sui ribelli, e avrebbe potuto colpire, oltre che il regime, anche le formazioni qaediste prima che consolidassero il loro controllo su importanti porzioni del territorio. Oppure, avrebbe potuto dichiarare subito, senza ambiguità, che in uno scontro fra il radicalismo sunnita e quello sciita non aveva intenzione di prendere partito. Da più parti si è accusato di cinismo il politologo Edward Luttwak per il quale non conviene all’Occidente schierarsi. Ma in politica internazionale la scelta, per lo più, non è fra il bene e il male ma fra un male minore e un male maggiore.

In Siria l’Iran si sta dissanguando e, finché Assad resiste, la partita per l’egemonia regionale fra iraniani e sauditi resterà aperta. Così come la competizione sotterranea fra le potenze sunnite: con la Turchia e il Qatar che appoggiano, anche in Siria, i Fratelli Musulmani, e i sauditi schierati con i salafiti. Prima o poi, se l’equilibrio non verrà alterato sui campi di battaglia, dovrà essere siglato un armistizio. Non è forse l’unica soluzione possibile? Per non parlare delle imprevedibili ripercussioni di un intervento americano in Siria sugli equilibri libanesi, giordani, iracheni, o sulla competizione fra pragmatici e intransigenti entro la classe dirigente iraniana.

Sembra saggia la decisione dell’Italia di tenersi fuori, di non accodarsi, questa volta, ai soliti francesi (sempre a caccia della Grandeur , soprattutto quando i sondaggi sono sfavorevoli al presidente in carica). Secondo un vecchio adagio, sono due le ragioni per le quali un uomo (o un gruppo di uomini e donne) fa qualcosa: una buona ragione e la ragione vera. La «buona ragione » dell’Italia è il richiamo all’Onu e alla cosiddetta legalità internazionale. La «ragione vera » è che il disastrato governo delle larghe intese non reggerebbe a un intervento militare. Per una volta, la ragione vera del non intervento italiano sembra stare dalla parte della ragione.


Un reato in cerca d’autore
di Gianni Pardo
(da LSBlog, 30 agosto 2013)

I giornali pubblicano le 208 pagine di motivazioni della sentenza della Cassazione che ha condannato Berlusconi. In essa si legge che: 1) Berlusconi si è dimesso da ogni carica in Mediaset nel gennaio 1994; 2) da allora non ha avuto contatti con i dirigenti Mediaset (“Berlusconi, pur non risultando che abbia intrattenuto rapporti diretti con i materiali esecutori della gestione finanziaria Mediaset…); 3) il meccanismo della frode fiscale è stato ideato da lui (speriamo ciò sia provato, nell’immensa motivazione) ed ha continuato a funzionare anche dopo che lui è divenuto soltanto azionista; 4) i massimi dirigenti dell’impresa sono rimasti gli stessi, più o meno, anche dopo che lui si è dato alla politica; la citazione precedente infatti prosegue (… ha lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti e che continuavano ad occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale”); 5) il massimo colpevole della frode è tale Bernasconi il quale, secondo le testimonianze di alcuni, seguiva gli ordini di Berlusconi.

Argomentazioni inconcludenti. Se il meccanismo è stato inventato da Berlusconi, e se Berlusconi è uscito da Mediaset nel 1994, l’aver progettato quel meccanismo, ammesso che costituisca reato, è coperto dalla prescrizione. Colpevole è eventualmente chi l’ha fatto funzionare in seguito, non chi l’ha inventato. Che i massimi dirigenti dell’impresa siano rimasti gli stessi non significa nulla, giuridicamente. Se, in quanto sodali di Berlusconi, con lui hanno complottato per commettere la frode fiscale, è questo complotto, che va provato, non l’amicizia. E invece la sentenza si mantiene sulle generali: “i personaggi chiave sono stati mantenuti (da chi?) sostanzialmente nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di Berlusconi e in continuativo contatto diretto con lui (ma la sentenza non ha scritto prima “pur non risultando che abbia intrattenuto rapporti diretti con i materiali esecutori della gestione finanziaria Mediaset”?) di modo che la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizioni di garanzia nella società non è un dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità”. Ma se non risulta che l’accusato abbia intrattenuto rapporti diretti con i materiali esecutori della gestione finanziaria (dunque neanche una telefonata, diversamente i magistrati l’avrebbero citata) come si può affermare che abbia avuto un’attività commissiva? Né costituisce reato il fatto asserito che abbia “lasciato che proseguisse” l’attività illecita, anche perché, non avendo nessuna carica in Mediaset, non aveva nessuna possibilità giuridica di impedirla.

Ma ecco il punto essenziale. I testimoni secondo i quali Bernasconi seguiva le direttive di Berlusconi non affermano di avere assistito agli asseriti contatti o di avere con le loro orecchie sentito Berlusconi che dava questi ordini. Affermano soltanto di essere convinti di questo fatto. Ecco le parole della sentenza: “Bernasconi, un uomo di sua assoluta fiducia, dava conto della sua attivita’ direttamente a Berlusconi e non riferiva al consiglio di amministrazione’ (Tato’). Egli ‘aveva piena autonomia nell’acquisto dei diritti e l’unico a cui rispondeva era Berlusconi, non rispondeva ad altri ‘ (Tronconi); ‘era, al di la’ delle qualifiche, nella televisione, il factotum di Berlusconi’ (Cavanna); ‘era il braccio destro di Berlusconi’ (Sanders)”. Bla bla. Giuridicamente, se questi signori – Tatò, Tronconi, Cavanna, Sanders – sono stati presenti quando Bernasconi riferiva tutto a Berlusconi e prendeva ordini da lui, perché non hanno indicato date e circostanze, e perché la Cassazione non fa riferimento ad esse? E se non sono stati presenti starebbero testimoniando soltanto su una loro convinzione. Fra l’altro, secondo la Cassazione, essi affermano che Bernasconi “riferiva” a Berlusconi, ma non risulta, da queste righe, che poi prendesse ordini da Berlusconi e li eseguisse. Addirittura anche quando si trattava di frodare il fisco, e non a suo vantaggio. Insomma, anche quando si citano nomi e testimonianze, non si esce dal “non poteva non sapere”. Un principio che avrebbe reso infelice il giudice Esposito, se solo si fosse accorto che su di esso si fondava la condanna.

Luigi Ferrarella, sul Corriere della Sera, reputa pienamente provata la responsabilità penale di Berlusconi. Il suo problema “non è il non aver potuto non sapere, e nemmeno l’aver forse saputo, ma l’aver proprio fatto”. Ecco il ragionamento: la frode fu ideata in anni lontani (venti almeno), ma col meccanismo degli ammortamenti ha continuato a produrre utili per Mediaset anche negli anni successivi. Innanzi tutto Ferrarella sta dichiarando, che se ne accorga o no, che Berlusconi non ha commesso alcun reato in questi ultimi venti anni. Ma l’argomentazione sembra veramente tirata per i capelli: pur di far guadagnare una miseria in più agli azionisti (di questo profitto è accusato anche Berlusconi) i dirigenti si sarebbero messi a rischio di essere condannati ad anni di carcere? Sembra poco probabile. Sembra più probabile che quel meccanismo di elusione fiscale, quale che fosse, sarà loro apparso perfettamente legittimo.

Ma c’è di più. Se, per la commissione del reato, fosse sufficiente l’aver “ideato il meccanismo”, come mai i giudici di tutti e tre i gradi, e colui che ha scritto le motivazioni della sentenza della Cassazione, si dànno tanta pena per dimostrare l’influenza determinante di Berlusconi nella condotta dell’azienda? Le testimonianze di Tatò, Tronconi, Cavanna, Sanders non riguardano l’ideazione dell’elusione fiscale, ma gli anni successivi. E i giudici si affannano a dimostrare che l’ha commessa Bernasconi, su indicazioni (presunte) di Berlusconi. E allora l’ideazione del meccanismo non era sufficiente, per la condanna. Ma forse seguiamo una logica diversa da quella dei magistrati.

La verità ultima ce l’insegna un proverbio francese: qui veut noyer son chien l’accuse de la rage, chi vuole annegare il suo cane dice che ha la rabbia.


Letto 2020 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart