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La sinistra ottusa e l’istinto alla macelleria

11 Settembre 2013

Credo utile riportare prima di tutto due link che riguardano l’interessante scambio di lettere sulla fede intercorse tra l’attuale papa Francesco e Eugenio Scalfari (qui e qui)
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di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 11 settembre 2013)

macelleria_politica

Non è il Palazzo della memoria quello di San Lorenzo, a Roma, dove mani ignote hanno affisso un manifesto tre per due raffigurante la foto capovolta della “macelleria messicana “ di Piazzale Loreto. Il palazzo è diroccato. Avrebbe dovuto diventare un museo della Memoria ma è rimasto un rudere dove si aggirano solo i topi e qualche disperato senza tetto. Qualcuno ha ipotizzato che il manifesto abbia voluto essere un modo tardivo di celebrare l’anniversario dell’8 settembre. Ma si tratta di una ipotesi fasulla.

Perché la celebrazione non riguarda affatto una storia antica di settant’anni ma una vicenda ancora in corso in queste ore. Cioè la metaforica esecuzione e successiva esibizione al pubblico del Cavaliere Nero, al secolo Silvio Berlusconi, che si sta eseguendo con intransigente rapidità nella Giunta per l’Immunità del Senato. Il manifesto con i cadaveri capovolti di Mussolini e della Petacci vuole indicare come sia arrivato finalmente il momento di regolare i conti con il nemico ventennale sull’esempio di quanto avvenuto nel passato. E vuole ricordare ai vari Casson, Stefano, Pezzopane, Giarrusso e Della Vedova, finiti per singolare casualità in un tribunale parlamentare dove si fa la storia, che il loro compito non è di tergiversare ma di usare il loro voto in Giunta con la stessa spietata rapidità del Colonnello Valerio (o chi per lui) a Giulino di Mezzegra.

Il manifesto, in sostanza, sintetizza e simbolizza la richiesta imperativa che viene dalla pancia di una sinistra che ha avuto per due decenni come unico collante politico l’odio antiberlusconiano e che non chiede, ma impone, ai propri rappresentanti di chiudere una volta per tutte la partita con il nemico seguendo l’esempio che viene dal passato. Possono i Casson, gli Stefano, le Pezzopane, i Giarrusso ed i Della Vedova sottrarsi alla richiesta di nuova “ macelleria messicana” fatta in nome “del popolo italiano” che promana da una base pronta, in caso contrario, a rivoltarsi contro i propri partiti ed i propri rappresentanti? Nessuno può pensare il contrario.

Ma è proprio per questa ragione che viene da pensare alla sorte bizzarra che l’umore popolare di una sinistra giustizialista e dissennata riserva a chi impone di interpretare, sia pure metaforicamente, con il voto e non con il mitra, il ruolo del mai dimenticato Colonnello Valerio. Costoro si sentono investiti del compito storico di liquidare Silvio Berlusconi ma non si rendono minimamente conto che in questo modo stanno creando le condizioni per la perpetuazione del berlusconismo per altri lunghi anni. Un berlusconismo magari senza Berlusconi ma fondato sulla paura della maggioranza della società italiana di finire nelle mani degli ottusi e feroci nostalgici della “macelleria messicana”.

Il trenta per cento degli italiani è convinto che la liquidazione del Cavaliere sia l’epilogo brutale di una ventennale ed ingiusta persecuzione mediatica, giudiziaria e politica del centro destra nella persona del suo leader. Non sarà la decadenza da parlamentare di Berlusconi, i suoi arresti domiciliari o qualsiasi altro provvedimento giudiziario a suo carico che cancelleranno la convinzione e disperderanno questo trenta per cento.

Non solo per fede cieca nel leader ma anche, e soprattutto, per il timore che quella “macelleria messicana”, dopo aver toccato un personaggio provvisto di ogni mezzo di difesa, possa toccare qualunque normale cittadino sotto forma di oppressione fiscale, oppressione burocratica, oppressione sindacale, oppressione giudiziaria. Il Pd sembra convinto che la liquidazione di Berlusconi gli spianerà definitivamente la strada del potere. Come sempre si sbaglia. L’ombra del Colonnello Valerio, così come è avvenuto nel secondo dopoguerra, finirà inevitabilmente per rinsaldare il blocco sociale dei moderati!


Berlusconi: “Posso dimettermi da senatore, ma voglio garanzie dal Colle”
di (I. S.)
(da “Libero”, 11 settembre 2013)

“So di non avere alternative, comunque tra un mese incombe l’interdizione, non ho scampo: posso tenere in vita il governo per il bene del Paese e uscirne da statista. Posso dimettermi io, ma il Colle dia granzie”. Secondo un’indiscrezione di Repubblica, Silvio Berlusconi potrebbe lasciare lo scranno da senatore prima che arrivi il voto della giunta entro pochi giorni e prima di quello di ottobre del Senato. La partita sulla decadenza comincia a farsi dura per il Pdl e allora il Cav inizia a pensare ad una exit strategy che non metta sulla graticola Letta e il suo governo.

“Voglio l’immunità” – Le colombe azzurre provano a rassicurare il Cav: “Ti dimetti da senatore ma resti alla guida di un partito che è al governo in posti chiave e che ci resterà a lungo”. Ma Berlusconi, in trincea nella sua villa San Martino, ribatte: “Non mi basta, voglio garanzie dal Qurinale, senza immunità qualsiasi procura può decidere di sbattermi in galera”. Insomma le pedine tornano tutte al punto di partenza. Ritorna infatti l’ipotesi che Fedele Confalonieri ha sussurrato al Cav dopo aver incontrato Giorgio Napolitano: “Dimettiti e il Colle ti dà la grazia”. I tempi in giunta intanto si allungano. Il Pd su questo fronte pare aver ceduto al richiamo di Re Giorgio che ha invocato un “senso di responsabilità e di unione da parte di tutti…”. Il Pd si è calmato – nonostante le minacce di Epifani – e ora il percorso in giunta sarà regolare, senza accelerazioni particolari. Qualcosa dunque comincia a muoversi. Ora il Cav deve decidere se uscire di scena sua sponte, oppure attendere che siano i senatori a farlo fuori.

Allarme sondaggi – Intanto i sondaggi gli dicono che la decadenza sarà un colpo duro sull’elettorato di centrodestra, ma anche che la caduta del governo potrebbe essere la fine. “Se il Pdl dovesse fare cadere il governo Letta dopo il voto in Giunta sulla decadenza di Berlusconi, questo porterebbe ad un calo di consenso per il Centrodestra”, spiega Maurizio Pessato, vicepresidente di Swg, ad Affaritaliani.it. “Anche se in questo momento il governo non è visto in maniera particolarmente positiva da molti italiani, garantisce però la stabilità rispetto ad una non-alternativa. E quindi una caduta del governo Letta su una vicenda non legata all’attività dell’esecutivo stesso sarebbe vista in maniera negativa dall’elettorato. La maggior parte delle persone – conclude Pessato – sono preoccupate soprattutto dalla mancanza di una alternativa politica credibile”. (I.S.)


Vittorio Feltri: “Salvate il soldato Silvio Berlusconi da questi schizofrenici del Pdl”
Beatrice Borromeo intervista Vittorio Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”, 11 settembre 2013)

Così Vittorio Feltri, impietoso, spiega gli ultimi passi falsi del Pdl: gaffes di uomini maldestri che da anni sfruttano il capo e che anche oggi, mentre cala il sipario sul ventennio berlusconiano, si dimenano disordinatamente. Privi non solo di un piano, ma pure di un’idea: “Sa perché nessuno capisce la strategia del Pdl? Perché non c’è! E se c’è è scritta in cinese”.

Eppure Berlusconi paga caro i  suoi avvocati e consiglieri.
Ma è il comportamento del centrodestra in generale a essere schizofrenico. Da sempre. Non sono mai riusciti a legiferare in modo non dico intelligente, ma nemmeno conveniente.

Pensa alla legge  Severino votata  anche dal Pdl?
Non solo: hanno pure avallato la legge che riguarda i minori, che poi è servita a condannare Berlusconi nel processo Ruby.

Persino l’affannata relazione di  Augello in giunta, ha finito per  essere controproducente.
La verità è che non ci ho capito niente. Qualsiasi cosa facciano Augello o gli esponenti di maggior spicco, si fa per dire, del Pdl, è inutile. Qui non c’è piu niente da fare, la soluzione non c’è. Sono piccoli tentativi per allungare il brodo che non porteranno a nulla.

Le sono piaciuti gli striscioni  nelle spiagge a sostegno di B.?
Non so chi abbia ideato queste cose, ma non servono a niente. Proprio come le manifestazioni, o certe dichiarazioni esplosive. Bisogna realizzare che siamo di fronte a una condanna de-fi-ni-ti-va.

Hanno anche provato a umanizzarlo, con le foto abbracciato a  Dudù il cane.
Mah, non voglio fare il pesce in barile ma proprio non capisco come queste mosse possano giovare. Sarà che, da bergamasco, sono un po’ tardo: non afferro .

C‘è malafede o incompetenza?
Il problema è che lui comunque non ascolta. Siamo al punto in cui ha ragione l’ultimo che parla. Berlusconi è in uno stato psicologico confusionale, ed è comprensibile. Un giorno sostiene una cosa e il giorno dopo un’altra: è proprio nel pallone. E non perché sia scemo, ma perché la situazione è talmente incasinata che non se ne esce.

Motivo in più perché qualcuno  gli dia una mano.
Solo che lui si circonda di accondiscendenti a sua disposizione a prescindere dal loro  valore e dalla loro sincerità.  Anche se alla fine gli stanno  pure sulle balle.

Può sempre contare sui figli.
Forse sì. Ma a parte loro c’è solo gente che gli vuole male, che pensa solo a se stessa e a spremerlo fino all’ultimo, a proprio esclusivo vantaggio. Oramai è tardi, non c’è più niente da fare. Doveva pensarci prima, ma troppa presunzione, dovuta anche ai suoi successi, ha creato un eccesso di fiducia. Che produce gran stupidaggini.

Però, ripeto, per svicolare  da queste situazioni esistono i principi del foro.
Io che non sono né avvocato né cancelliere gli ho detto subito l’unica via d’uscita:’Haiilpassaporto,vattene’. Se deve fuggire un impiegato dell’Enel ha qualche difficoltà, ma un signore come lui avrebbe fatto la bella vita.

Se vuole scappare per la verità è  ancora in tempo.
Eh, ma senza passaporto non sarebbe carino.

Ma neanche col passaporto.
Ma non sarebbe stato un reato.

Secondo lei c’è chi spera nell’uscita di scena del capo?
Se il Pdl fosse un partito vero, organizzato, compatto, gli Alfano e i Lupi farebbero appello agli elettori: ‘Noi resisteremo, vi rappresenteremo’. Invece sono molto divisi e ciascuno pensa al proprio posticino. Si attaccano ancora a Berlusconi senza capire che ormai è fuori gioco.

E nessuno, magari sopravvalutandosi, pensa davvero di poterne prendere il posto?
Sicuramente sì, però poi mi vengono in mente i volti dei cosiddetti personaggi di spicco e mi cascano le braccia.

Magari loro si guardano meno  allo specchio.
Non puoi impedire alla gente di sognare. Ma siamo in campo onirico.


La spietata ironia di chi vuole il Cav in cella
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 11 settembre 2013)

Chiunque incontri fa un risolino e mi chiede incredulo: è sicuro che Silvio Berlusconi verrà privato della libertà a causa della nota condanna? La domanda, alla quale non rispondo, contiene già la risposta: non succederà nulla di simile, troveranno il modo affinché tutto finisca a tarallucci e vino.
La gente ragiona così. È convinta che un personaggio potente debba sempre cavarsela, anche in caso di una sentenza definitiva che preveda la reclusione.
Può darsi che abbia ragione. Ma non è detto.

Per quel che ne so, chi debba scontare una pena sia pure agli arresti domiciliari è sottoposto a un regime assai restrittivo. Deve starsene in casa, salvo un paio d’ore (quelle che in carcere vengono definite d’aria), senza mai allontanarsi dalla propria residenza. Quale casa? La scelta spetta al magistrato di sorveglianza (non al detenuto), in base a criteri che escludano il rischio di fuga. Lo stesso magistrato decide il perimetro entro il quale il detenuto possa muoversi (si fa per dire) in scioltezza. Non c’è nulla di scontato neanche in questo senso: non è detto che il giardino e le terrazze siano considerate agibili. Si tratta pur sempre di stabilire lo spazio di una prigione alternativa.

Occhio. Chi sta ai domiciliari è obbligato a sottostare a regole abbastanza ferree. Non può ricevere neppure i figli se non sono conviventi. Per farlo è necessario che ottenga un benestare. Dal solito magistrato di sorveglianza. Il quale, esercitando la propria discrezionalità, autorizza o no perfino i colloqui telefonici. Di norma al recluso è concesso di parlare con qualcuno al cellulare, ma non sempre: serve di volta in volta un permesso. In altre parole, gli arresti domiciliari non sono una forma edulcorata di carcerazione, ma una vera e propria reclusione. Non bisogna pensare che il «detenuto » abbia facoltà di intrattenere rapporti con l’esterno a piacimento. Interviste televisive, proclami radiofonici, comizi registrati e poi diffusi con qualsiasi mezzo: tutta roba da escludersi, se non in casi eccezionali, e improbabili.

Il cittadino che supponga siano concessi privilegi a personaggi eccellenti non ha capito niente: la giustizia penale non è mai molto elastica. L’affidamento ai cosiddetti servizi sociali è indubbiamente una cosa diversa. Consente margini di libertà maggiori, ma impone anche degli obblighi: svolgere un’attività benefica, simile a quella di coloro che si dedicano al volontariato; osservare degli orari e attenersi a una certa disciplina. Ciò che qualcuno, ignaro di quanto si debba patire in carcere, considera umiliante. E sbaglia. Perché peggio della galera c’è solo il cimitero.

Non auguro a nessuno di assaggiare le delizie del sistema penale nazionale, ma so che può capitare a tutti – quando meno se lo aspettano – di doverci fare i conti. Un’esperienza scioccante che, nei racconti di chi l’ha subita, non è paragonabile alla peggiore delle disavventure. Chi parla di prigione e affini a cuor leggero non sa quel che dice. E non sa quale sia il valore della libertà. Ecco perché non comprendo la faciloneria di molta gente che in queste ore discute del destino di Berlusconi come di una faccenda di ordinaria e allegra amministrazione.

D’accordo che la crudeltà umana è senza confini, ma chi la esercita con disinvoltura, magari con sadismo, farebbe bene – per cambiare atteggiamento – a immedesimarsi nei panni di coloro che la subiscono. Insisto su questo punto nella speranza che, in mancanza di pietà, i nemici di Berlusconi scoprano almeno il rispetto delle altrui sofferenze.


Decadenza, al Pd viene paura. In Giunta è tregua (per ora)
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 11 settembre 2013)

Roma – Per ora, la rottura non c’è. Nella Giunta per le immunità del Senato si rinvia il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi e lo scontro diventa più soft. Il Pd si spaventa, fa un passo indietro e tornano al lavoro i «pontieri » per evitare la crisi di governo.
Ma è tregua armata.
Parte poco dopo le 20 la riunione a Sant’Ivo alla Sapienza, preceduta da una serie di vertici, consultazioni e fibrillazioni da una parte e dall’altra. E le prime dichiarazioni fanno capire che lo showdown finale è almeno rinviato. «La Giunta avvierà una discussione unica sulle questioni pregiudiziali presentate ieri (lunedì, ndr) dal relatore », dice entrando il presidente Dario Stefàno. Quella parola, «avvierà », fa pensare che non si vogliono comprimere troppo i tempi. «Va individuata in Giunta una nuova procedura condivisa – spiega Augello – perché non ci sono precedenti ».
Dopo gli irrigidimenti della sinistra, gli ultimatum del M5S, le minacce di crisi nella maggioranza e quelle di Aventino dei Pdl della Giunta, nella sala si respira un clima più disteso. Anche per certi segnali dal Pd.
Il testo di Augello si è arricchito di 3 cartelle, sulla compatibilità della legge Severino con le norme europea anticorruzione. Ma non c’è la proposta sulla decadenza o meno del Cavaliere e nella riunione da sinistra insistono perché si pronunci. Il relatore, invece, vuole che si approfondiscano le 3 questioni che ha posto il giorno prima. Come consigliato da Scelta civica, chiede di considerarle «preliminari integranti della relazione » e di votarle separatamente, prima di pronunciarsi sull’intero testo: 4 voti, insomma.
Ma in serata la situazione si ingarbuglia. Il Pd insiste sul voto unico e così si arriverebbe alla bocciatura di fatto della relazione e di Augello stesso. «Ci sarà un voto unico sulla relazione – spiega il socialista Buemi – nella quale sono state inserite, come punti di discussione, anche le pregiudiziali. Il relatore dovrà proporre la decadenza o la conferma del senatore al termine della relazione ». Però, il tempo non sarà contingentato. Ogni membro avrà 20minuti per intervenire, più un supplemento di un’ora, non 10 minuti complessivi per gruppo.

Nel cortile barocco arriva una delegazione di deputati grillini che vogliono «sostenere » i colleghi senatori. «Il Pdl fa slittare il voto » si lamentano su Twitter. Dentro, al riparo da occhi estranei, si tenta l’ultima mediazione per non spezzare un filo sottile.
All’inizio, Stefàno voleva mettere subito al voto le questioni pregiudiziali, ma Benedetto Della Vedova (Sc) propone di «bypassarle ». È Buemi, in una pausa, a confermare che il clima sembra «buono e di piena collaborazione ». Spiega che c’è l’accordo su «un percorso unitario per affrontare la questione nel merito ».
Una quarta pregiudiziale, annunciata da Lucio Malan (Pdl), sembra non sia stata presentata: riguarda la richiesta alla Corte di Strasburgo sul carattere penale o amministrativo della decadenza e sul contrasto tra l’incandidabilità per 6 anni e la Costituzione, per cui la pena mira alla rieducazione del reo.
Per il centrodestra, quel che conta è l’«operazione agibilità politica », dovuta al leader del centrodestra. Prima di arrivare ad un sì o un no sulla decadenza di Berlusconi da senatore, bisogna sgombrare il quadro da ogni dubbio. Accertare se la legge Severino può essere applicata o se rischia la scure di incostituzionalità della Consulta o la condanna della Corte europea di giustizia, magari sull’irretroattività. La prima questione, quella se i 23 senatori siano come giudici che entrano in camera di consiglio o abbiano un ruolo politico, per il Pdl dovrebbe essere superata. Non ha ricordato Luciano Violante che nel 2009 la Consulta stabilì che la Giunta ha il potere di sollevare eccezioni di costituzionalità o fare ricorso alla Corte di Lussemburgo, d’accordo il Pd? A tarda notte un tweet M5S sintetizza la situazione: «La discussione generale avrà tempi lunghi e inizierà nei prossimi giorni. Sul calendario sarà battaglia ».


Il “Toga Party” esiste e indaga di preferenza i nemici politici
di Maurizio Crippa
(da “Il Foglio”, 11 settembre 2013)

“Perché i giudici perseguono i deputati di certi partiti più che quelli di altri partiti?”. Sembra la tipica domanda che da vent’anni sentiamo nei talk-show, al bar. Così come sembra di aver già sentito milioni di volte anche la risposta: “L’affiliazione politica dei giudici italiani influenza in modo significativo la decisione di perseguire certi partiti più che non altri e l’attività giudiziale è anche influenzata dai conflitti dentro il Parlamento”. Per la politica italiana è il tema polemico cruciale da almeno tre decenni. Ma lo si può anche affrontare in modo asettico, con i mezzi della statistica e dell’analisi comparata e con il supporto di una solida bibliografia scientifica – come hanno fatto due giovani politologi dell’Università di Milano, Andrea Ceron e Marco Mainenti – e arrivare per via deduttiva sostanzialmente alla stessa conclusione cui milioni di italiani sono arrivati per via intuitiva: “I risultati mostrano che l’affiliazione politica dei giudici incide in modo significativo sulla decisione di perseguire alcuni partiti più che non altri. Inoltre, i giudici sono influenzati anche dai conflitti interni tra i partiti in Parlamento”.

Andrea Ceron e Marco Mainenti hanno svolto il loro lavoro su una base di rilievo statistico, analizzando il comportamento dei magistrati, e incrociandolo con la loro specifica inclinazione politica, attraverso le richieste di autorizzazione a procedere contro deputati della Camera dal 1983 al 2013. Un totale di 1.256 richieste (limitatamente a reati quali la corruzione o quelli contro la Pubblica amministrazione) nei confronti di 1.399 deputati. Il lavoro di Ceron e Mainenti, nella forma di un articolo, sarà presentato domani a Firenze durante l’annuale congresso della Società italiana di Scienze politiche. Il contributo dei due ricercatori è doppiamente interessante, perché entrando in medias res, e con indubbio tempismo, affronta un “fenomeno autoevidente” come quello della politicizzazione del sistema giudiziario “nonostante la sua autonomia”, e lo fa sine ira ac studio, con i dati e la loro analisi. In secondo luogo, viene a colmare un vuoto di analisi di altri lavori, poiché, scrivono gli autori, spesso gli studi in materia – probabilmente per un pregiudizio positivo rispetto ai sistemi in cui le cariche dei magistrati sono elettive – rivolgono poca attenzione a quei sistemi in cui le carriere dei giudici sono più autonome rispetto alla politica. Ceron e Mainenti dimostrano invece che “l’affiliazione politica del giudice gioca un ruolo cruciale anche laddove i giudici sono selezionati attraverso concorso”. E tanto più avviene nei tribunali italiani, in cui – l’osservazione è comune ai molti giuristi e analisti che hanno studiato la materia, diligentemente segnalati in bibliografia – “i giudici godono di un livello elevato di indipendenza formale e il sistema giudiziario è fortemente politicizzato”.

Il giudice “muove per primo” nella gara contro il parlamentare, scrivono i due autori. E subito cade la finzione dell’obbligatorietà, che cede il passo alla discrezionalità: “Sono i giudici a scegliere se aprire un’azione contro un deputato o no”, la loro “larga discrezionalità” è cresciuta notevolmente “dagli anni 80”. Come venga usata, viene approfondito secondo tre ipotesi interpretative. La prima, puntualmente verificata: “Più l’orientamento politico del magistrato diverge dalle posizioni ideologiche di un partito, più il giudice è incline a procedere contro quel partito”. Parallelamente, la richiesta di autorizzazione a procedere ha maggiori possibilità di essere accolta in base all’orientamento “ostile” del Parlamento rispetto al soggetto (partito) coinvolto. Corollario: i giudici sono meno inclini a procedere contro un partito, se l’insieme degli altri partiti tende maggiormente a proteggere le prerogative del Parlamento.
Quella italiana, in cui i ruoli sono assegnati in base a concorsi, viene in astratto considerata come una magistratura al riparo dalla politicizzazione. Si sa che non è così. Meglio analizzarla dunque raggruppando virtualmente in “Red Courts” e “Blue Courts” l’andamento elettorale interno all’Anm delle differenti aree politiche dei magistrati. Quattro sono quelle storiche: Magistratura indipendente, di tendenza conservatrice; Magistratura democratica e Movimento per la giustizia a sinistra e la centrista Unità per la Costituzione. Analizzando in rapporto al crescere o decrescere e distribuirsi dell’appartenenza politica dei magistrati attraverso la loro rappresentanza dentro l’Anm, la statistica conferma quel che l’osservazione empirica ha già intuito: “Quando la percentuale di magistrati affiliati ai raggruppamenti di sinistra cresce, cresce anche l’attività contro i partiti di destra”. Ovviamente, l’effetto della politicizzazione non riguarda solo le Red Courts, ma è rilevabile anche nelle Blue Courts, ovvero laddove aumenta la componente moderata. La disfunzione, insomma, è strutturale. Ma è notevole una differenza sostanziale dei comportamenti. “Per ogni incremento del 10 per cento di rappresentanza della componente di sinistra – scrivono gli autori – crescono del 3,5 per cento le richieste di autorizzazione a procedere contro i partiti di destra e dell’1,3 quelle verso i partiti centristi”, mentre “i partiti della sinistra moderata ed estrema non sono danneggiati dalla crescita dei magistrati di sinistra”. Invece, quando a crescere sono le Blue Courts si “investiga meno contro i partiti del centrodestra o moderati”, e questo può facilmente apparire un fatto fisiologico: a una crescita del 10 per cento di Magistratura indipendente, i procedimenti verso partiti di destra scendono di 5 punti rispetto alle indagini contro la sinistra. Ma i procedimenti che coinvolgono la sinistra non crescono in modo notevole, come accade invece a situazione invertita.

Questioni strutturali, o di semplice sensibilità giuridica? I due autori non entrano nello specifico, si limitano a far parlare la “autoevidenza dei fatti”. Ma concludono: “Mentre la politicizzazione della magistratura non è necessariamente un problema se i giudici sono selezionati attraverso elezioni, questa diventa un problema se non lo sono”, tanto più se l’autonomia si mescola alla coloritura politica. Una critica esplicita di due capisaldi ideologici del sistema di giustizia italiano: l’autonomia e la discrezionalità. Naturale che il saggio si chiuda con l’auspicio di una necessaria riforma.


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2 Comments

  1. Commento by zarina — 11 Settembre 2013 @ 19:16

    Chissà perchè mi viene da pensare che qualcuno cominci a preoccuparsi   della propria cattiva coscienza e vada in cerca di raccomandazioni.    
     

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 11 Settembre 2013 @ 20:18

    Lo penso anch’io. Scalfari sa fiutare la direzione del vento.

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