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Ma quante trame a casa Scalfari con Letta, Napolitano e Draghi

28 Settembre 2013

di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 28 settembre 2013)

Mancava soltanto Francesco, il Papa. Lo aspettavano per il caffè ma poi ha dato buca. Tutti gli altri erano lì: il signor presidente della Repubblica, il signor presidente del Consiglio dei ministri, il signor presidente della Banca centrale europea.
Quanto all’anfitrione non poteva che essere lui: Eugenio Scalfari, l’uomo di gran lunga più onnipotente di Dio, cui non crede ma da cui ha comunque ottenuto un voucher per l’eternità – just in case – proprio dal commensale assente, il papa argentino. Non conosciamo la disposizione dei commensali (anche se immaginiamo Giorgio Napolitano a capotavola) e ignoriamo tutto del menù. Non ci sembra invece difficile indovinare i temi della conversazione, dato il consesso e lo stato delle cose, ovvero la situazione politica. Pur giocando a mosca cieca con i dettagli, ci sono un paio di considerazioni che vorremmo fare.

Il presidente della Repubblica è la più alta istituzione di garanzia del Paese. È il garante dei garanti, il super partes fra i super partes, un equilibrista in equilibrio. O, almeno, dovrebbe. E da chi va a cena? Dal venerando Eugenio Scalfari, creatore e signore di ebdomadari e gazzette quotidiane di gran successo, nonché di teorie sulla latente esistenza sia di Dio che del suo Io (cui dedicò con successo un suo libro) ma più che altro il campione incontrastato dell’antiberlusconismo, benché gli sia capitato nella sua lunga vita persino di intrattenersi ad Arcore alternandosi al pianoforte con l’odiato Cavaliere.

Insomma, al di là della scelta dei vini e dei contorni, quel che colpisce di questo simposio (rivelato ieri dal Fatto Quotidiano) è che almeno due figure centrali per il loro ruolo di garanzia – Napolitano e Draghi – piluccavano e sorseggiavano nella magione del principe e decano dell’antiberlusconismo più militante e quasi militare.
Dunque, non era certo in campo neutro che il garante della Costituzione e quello della Banca centrale si sono trovati insieme al presidente del Consiglio, il quale ultimo, pur non essendo un garante istituzionale è tuttavia un garante di fatto visto che concentra in sé la funzione di una alleanza in atto, che sostiene un governo non ancora sfiduciato. Non vorremmo essere nei suoi panni, ma i suoi sono comunque i panni di un garante.
Garante l’uno, garante l’altro e garante l’altro ancora: eccoli lì tutti a cena da Eugenio. Domanda ai lettori: c’è per caso qualcosa che non va, che non suona bene in questa faccenda? Sì, d’accordo, Scalfari si può permettere l’ego smisurato che ha, e si nutre soltanto di ospiti adeguati alla sua dieta. Ma gli altri? Perché il capo dello Stato, garante della Costituzione, era a discutere di politica – e di che cos’altro sennò? – con un giornalista schierato su uno dei due fronti politici? E che cosa ci faceva Mario Draghi? E che cosa Enrico Letta, in partenza per gli Usa? Non ci vuole molta fantasia: Eugenio dirigeva l’orchestra non facendo mancare la sua devozione a Napolitano; Draghi parlava poco e annuiva molto, Letta non poteva frenarsi dall’esprimere la sua esausta frustrazione.
Provando a immaginare la cena, ecco che un’altra immagine ci si è parata davanti: quella del panfilo Britannia a bordo del quale nella primavera del 1992 – annus horribilis di Falcone, Borsellino, Tangentopoli e molto altro ancora – fu avviata la svendita dell’Italia. Così almeno vuole la vulgata, solida e ben fondata. Ventuno anni fa a bordo di quel naviglio c’era anche il giovane Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta (sponsor e mentore di Enrico Letta) e tanti altri banchieri, affaristi, venditori, acquirenti, maneggioni e speculatori d’ogni risma. Dopo quell’allegra crociera il 48 per cento delle aziende italiane passò di mano ad aziende straniere, la lira svalutò e il Paese si avviò in un declino pilotato.

Lungi da noi l’idea che l’abitazione di Scalfari galleggi e bordeggi come un panfilo e non sarà certo qualche elemento di continuità, come la presenza allora e oggi, di Mario Draghi a farci velo e indurci a similitudini forzate. Ma conosciamo i nostri polli a cominciare dal variopinto gallo Scalfari. E possiamo essere sicuri che nel corso del sobrio banchetto (persone d’età, stomaci delicati) si sia parlato più di futuro che di passato e che si siano gettate le basi sul da farsi prossimo venturo. La crostata a casa Letta (Gianni in questo caso) a confronto era una minestra della Caritas.
Ora, uno può invitare a casa sua chi vuole e chiunque è padrone di accettare qualsiasi invito. Ma la densità, la qualità e l’attualità delle persone concentrate davanti alla stessa tovaglia imbandita ci dice che è proprio il fatto in sé ad apparire improprio, criticabile e fuori dalle regole, specie considerando che quei quattro commensali sono persone che fanno del rispetto delle regole una ragione di vita. Ecco quindi che qualsiasi cosa sia accaduta, qualsiasi cosa sia stata detta in quella cena per il solo fatto che si sia svolta nella casa privata di un campione politico, oltre che giornalistico, impone uno stato d’allarme. Il capo dello Stato, il capo del governo e il capo della Bce hanno accettato di riunirsi sotto la tenda del canuto maresciallo di uno dei due eserciti in battaglia per brindare e fare piani. Nessuno dica dunque che non e accaduto nulla: non basterà un digestivo per digerire questo inquietante simposio…


Appesi a un filo
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 28 settembre 2013)

L’immagine è certamente abusata, ed è quella del muro contro muro: ma stavolta davvero non ce ne è altre in grado di fotografare il punto – drammatico – cui è giunta la situazione. A cinque mesi esatti dal suo insediamento (28 aprile) il governo di Enrico Letta appare, infatti, appeso a un filo. Ieri sera il Consiglio dei ministri ha deciso di sospendere ogni attività in attesa del chiarimento reclamato dal premier dopo le dimissioni annunciate dai gruppi parlamentari del Pdl in caso di decadenza di Silvio Berlusconi: e testimoni raccontano che nella sala del governo lo scontro tra i ministri sarebbe stato durissimo.

Dopo settimane di scontri e tensioni, il clima di sfiducia reciproca si è fatto ormai palpabile, e perfino i rapporti personali sembrano irrimediabilmente compromessi. Entro metà settimana il chiarimento arriverà nelle aule parlamentari, e il voto di fiducia che sarà richiesto da Enrico Letta rappresenterà un «momento della verità » oggettivamente non più rinviabile. Il blocco dell’aumento dell’Iva, intanto, è stato congelato in attesa dell’indispensabile verifica tra i due principali partiti della maggioranza.

Il Pdl annuncia manifestazioni di piazza per il 4 ottobre – giorno in cui tornerà a riunirsi la Giunta per le elezioni del Senato – e il Pd pare aver rotto gli indugi: così non si può continuare, ha confidato Epifani ai suoi, se Berlusconi vuole la crisi lo dica, noi siamo pronti.

Il vero punto di svolta, in una giornata tesa come non si ricordava da tempo, è stato rappresentato, forse, dal cambio di passo dei due presidenti – Napolitano e Letta – che hanno considerato non più tollerabili gli attacchi e i quotidiani aut aut del partito di Berlusconi. Che qualcosa si fosse incrinato nella proverbiale pazienza del Capo dello Stato, del resto, lo si era intuito dal tono col quale aveva denunciato – in mattinata a Milano – il venire meno perfino del «rispetto personale », oltre che istituzionale. Nell’incontro poi avuto a metà pomeriggio con Enrico Letta, il Presidente ha potuto apprezzare come anche per il capo del governo un chiarimento definitivo non fosse più rinviabile.

A questo punto, il bivio che si profila è drammaticamente chiaro: se quello del Pdl (con il preannuncio di dimissioni di massa) è solo un bluff per tentare di ottenere in extremis quella che da settimane viene definita l’«agibilità politica » di Silvio Berlusconi, il governo in qualche modo potrà serrare le file e andare avanti; in caso contrario, la crisi diventerà inevitabile e il Paese si ritroverà nuovamente a un passo da possibili elezioni anticipate. Un voto al quale si andrebbe, naturalmente, nelle peggiori condizioni possibili: senza una nuova legge elettorale (e dunque con la quasi certezza del riproporsi di una situazione di difficile governabilità), con il Paese tutt’ora nel piena di una difficilissima congiuntura economica e con la possibilità (il rischio) che l’ondata di discredito e disaffezione nei confronti della politica faccia il resto.

Non erano questi, naturalmente, gli orizzonti e gli obiettivi che si immaginavano per il pur sofferto e anomalo governo delle «larghe intese »: ma era precisamente questo, invece, il possibile epilogo che il Colle e il presidente del Consiglio temevano mentre chiedevano al Pdl ed al suo leader di separare le vicende giudiziarie di Berlusconi dall’attività di governo e dalla sua tenuta. Non lo si è voluto fare, oppure è risultato impossibile farlo: il risultato, purtroppo, non cambia. Il Paese si ritrova di nuovo ad un passo dal baratro: e l’alternativa tra nuove elezioni o l’insediamento di un governo ancor meno coeso e credibile di quello attuale, piuttosto che suscitare entusiasmi solleva pesanti e comprensibili preoccupazioni…


Il richiamo della foresta per Napolitano
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 28 settembre 2013)

Le Procure di Milano, Napoli e Bari hanno iniziato la corsa a chi arriverà per prima a mettere le manette ai polsi a Silvio Berlusconi non appena l’assemblea di Palazzo Madama avrà votato la sua decadenza da senatore. Di fronte a questa prospettiva l’intero Pd, sia quelli che puntano alle elezioni anticipate per rinviare il congresso e bloccare l’ascesa di Matteo Renzi, sia i renziani convinti che solo con le elezioni anticipate il sindaco di Firenze può conquistare il partito ed il governo, gongola e si frega le mani all’idea di poter andare al voto a febbraio con il principale antagonista chiuso in cella e schiacciato dal peso di una insopportabile gogna mediatica.

La partita non è, allora, tra il Cavaliere ed i magistrati che lo vogliono in galera sopraffatto da ogni genere di imputazione. Non è una partita personale. E’ solo ed esclusivamente politica. Perché se il Pd volesse potrebbe disinnescare la bomba del carcere per il leader del Pdl rinviando alla Corte Costituzionale la interpretazione della legge Severino ed accontentarsi della interdizione dai pubblici uffici che il Tribunale di Milano deciderà comunque per il Cavaliere. Ma il Pd, con la scusa dei grillini che incalzano, non ha alcuna intenzione di perdere l’occasione offerta dall’uso politico della giustizia.

Vede la possibilità di stravincere le prossime elezioni grazie alla eliminazione per via giudiziaria di Berlusconi. E non vuole assolutamente perdere l’occasione di fare piazza pulita del centro destra sfruttando le manette ai polsi del Cavaliere. Giorgio Napolitano sostiene che questo non è un colpo di stato. E formalmente ha ragione.

Che c’entrano le inchieste delle Procure di Milano, Napoli e Bari con la speranza del Pd di vincere le elezioni sfruttando l’occasione dell’espulsione dalla politica del principale avversario? Così, in nome del formalismo giuridico e costituzionale a cui si deve attenere il Quirinale, il Presidente della Repubblica condanna la difesa che i parlamentari del Pdl fanno di Berlusconi, difende la separazione tra i poteri dello stato e lascia intendere che l’unico modo per uscire da questa situazione sia che il centro destra abbandoni al proprio destino ormai ineluttabile il proprio leader e si rassegni a seguirne la sorte subendo una sconfitta elettorale da cui sarà impossibile risollevarsi.

Berlusconi ed i suoi parlamentari sono convinti che dietro la linea del formalismo giuridico del Colle si nasconda la convinzione di Napolitano che l’unico modo per risolvere i problemi del paese sia quello di eliminare una volta per tutte l’”anomalia “ rappresentata dalla presenza del Cavaliere sulla scena politica nazionale. Napolitano, quindi, secondo questa tesi, non sarebbe affatto un arbitro al di sopra delle parti ma starebbe favorendo la speranza della sinistra di vincere la prossima partita elettorale grazie all’esclusione del proprio principale avversario. Tesi esasperata? Può essere.

Ma a renderla tale contribuisce il comportamento dello stesso Giorgio Napolitano. Che non si muove come una istituzione di garanzia ma come il principale soggetto politico del paese che sfrutta l’autorevolezza del Quirinale per decidere i destini delle diverse forze in campo e decretare la fine del centro destra ed il trionfo della sinistra. Colpo di stato? Più che altro richiamo della foresta!


I paradossi delle dimissioni. Uno sparo nel buio
di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 28 settembre 2013)

Che invidia per le squadre di calcio, lì almeno c’è una regola chiara. Poniamo che un allenatore dica all’arbitro: guai a te se mi fischierai un rigore contro, perché subito dopo la mia squadra abbandonerà il campo di gioco. Risultato? L’allenatore sarà squalificato per condotta antisportiva, la squadra uscirà sconfitta a tavolino per 3 a 0. Dopo di che il campionato prosegue senza interruzioni. E se invece non c’è di mezzo una partita ma un partito? Se quel partito (il Pdl) annuncia le dimissioni in massa dei suoi parlamentari?

Idea geniale, ma non del tutto originale. Nel gennaio 1864 si dimise Garibaldi, insieme ad altri 9 deputati: i garibaldini, per l’appunto. Tuttavia il precedente non fa testo, e non solo perché il partito di Silvio Berlusconi è allergico alle camicie rosse. Stavolta cambiano i numeri dell’esodo, dunque pure le sue conseguenze. Non cambiano però le procedure, o almeno non del tutto. Cerchiamo di metterle in fila.

Primo: le dimissioni sono un atto individuale, non collettivo. Vanno perciò presentate una per una. E vanno altresì votate in Parlamento, per giunta a scrutinio segreto, dato che si tratta d’una votazione su singole persone. Anche questa regola ha origini remote: risale al 20 dicembre 1850 il primo voto negativo sulle dimissioni del deputato Incisa Beccaria, che dunque rimase inchiodato al proprio scranno. Oggi però vige una regola al quadrato, giacché per prassi la richiesta non viene mai accolta alla prima votazione. Un antidoto contro le dimissioni in bianco, che qualche partito faceva firmare ai propri candidati alle elezioni (se sgarri, ti licenzio). Anche il secondo voto, però, non sempre è positivo. Nel 2006 Prodi governava sul filo del rasoio, sicché al Senato ogni assenza diventava una tragedia. Da qui le dimissioni dei sottosegretari-senatori, regolarmente impallinate nel segreto dell’urna. Per forza: la destra sperava nel rasoio, i sottosegretari (e i loro amici) disperavano della longevità di Prodi.

Secondo: il Porcellum. Significa che ogni eletto ha alle calcagna un non eletto, che ne prenderà le veci se lui libera la poltrona in Parlamento. Sicuro che avrà voglia di dimettersi a sua volta? Tanto per dire, dietro Berlusconi incalza il molisano Di Giacomo, che ha già fatto sapere di non volerne sapere. Ma ammettiamo pure che obbediscano tutti come soldatini, benché fra voti e controvoti ci vorranno mesi prima d’arrivare al capolinea. Scatterà a quel punto un autoscioglimento delle Camere? Manco per niente. La «dissoluzione » avviene quando manchi il numero legale, e non è questo il caso. Alla Camera il Pd ha la maggioranza assoluta, al Senato il Pdl – anche sommandovi la Lega e Grandi autonomie – raggiunge 117 seggi, mentre il numero legale viaggia a quota 161. Quindi si può andare avanti, come d’altronde è già successo: la XIV legislatura (2001-2006) s’aprì e concluse con 12 scranni vuoti.
Insomma: un colpo fragoroso, però senza proiettile. E al contempo una litania di paradossi. Con l’annuncio d’una crisi istituzionale senza crisi di governo, mentre semmai dovrebbe succedere il contrario. Con la lettera a Napolitano contro gli abusi della Giunta firmata ieri da Brunetta e Schifani, come se fosse lui la Giunta del Senato. Con un’interminabile querelle sulla retroattività della legge Severino, quando comunque fra un paio di settimane Berlusconi verrà interdetto dai pubblici uffici. Infine con un drappello di ministri che si dimettono da parlamentari ma intanto restano ministri. È ormai la cifra della Repubblica italiana: una Repubblica dimessa, non dimissionaria.


“Se in aula Letta provoca il governo per noi è morto”
di Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”, 28 settembre 2013)

Se non ci saranno «provocazioni » da parte di Enrico Letta, i senatori del Pdl/Forza Italia voteranno la fiducia. Ma Berlusconi sa che quelle «provocazioni », come le chiama lui, ci saranno. Tutto lascia presagire che siamo a un passo della crisi di governo e il fallimento del Consiglio dei ministri ha suonato la campana a morto. Il nocciolo del problema è cosa dirà il presidente del Consiglio a Palazzo Madama (molto probabilmente martedì prossimo). Da Palazzo Chigi fanno filtrare un elemento ben preciso: il premier chiederà di tenere distinta la decadenza del Cavaliere da senatore dall’azione dell’esecutivo. Due piani diversi che non devono essere confusi e sovrapposti in nessun modo. Dice il presidente del Consiglio, «non si può votare sì a questa mia impostazione e 48 ore dopo far dimettere i parlamentari del Pdl ».

Sentito il presidente del Consiglio, i senatori saranno chiamati a votare sì o no. Un voto che vale la fiducia o la fine della grande coalizione. È questo l’aut aut, avallato dal capo dello Stato, arrivato come un tuono a Palazzo Chigi. Ma Berlusconi non è disposto ad accettarlo. Vuole tenersi le mani libere. Per lui i due piani sono strettamente intrecciati: «Non si può lasciare licenza di uccidermi politicamente e poi venirmi a chiedere i voti per continuare l’esperienza delle larghe intese. Se poi non viene messa all’ordine del giorno la riforma della giustizia, allora significa che vogliono la mia resa incondizionata. In più in Consiglio dei ministri Saccomanni si presenta con altre tasse. Siamo alla follia. Una fucilazione continua – sostiene Berlusconi – voluta dal signore che siede al Quirinale ».

Napolitano rimane nel mirino del Cavaliere. Non lo cita più nemmeno per nome, lo chiama «quello là, il primo a volermi finito ». I rapporti si sono spezzati, ogni canale è chiuso. Ieri il capo dello Stato, stanco delle inconcludenti intermediazioni di Gianni Letta e delle colombe del Pdl, ha cercato di mettersi in contatto con Berlusconi, il quale però si è negato al telefono ripetutamente. Questo è ciò che raccontavano alcuni di coloro che ieri sono stati a lungo a Palazzo Grazioli dove si sono riuniti Schifani, Brunetta, Cicchitto, Verdini. Alfano ha fatto la spola tra Palazzo Chigi e la residenza romana del grande capo nel disperato tentativo di rimettere insieme i cocci della maggioranza. Al premier aveva anticipato che sarebbe stata messa sul tavolo del Consiglio dei ministri la riforma della giustizia. Letta gli ha replicato che per il Cavaliere parlare di giustizia significa ridurre tutto alle sue questioni giudiziarie. Altre scintille sull’Iva e le coperture. Per Alfano quello di Saccomanni è una presa per i fondelli, «un trucco inaccettabile ». Franceschini, che ha partecipato all’incontro, ha fatto presente che è l’unico modo per evitare l’aumento dell’Iva e che le proposte presentate da Brunetta non stanno in piedi. Ma lo scontro più duro c’è stato quando Letta ha detto che le dimissioni dei parlamentari sono inaccettabili e devono rientrare. Il premier ha pure anticipato ad Alfano quello che intende chiarire al Senato tra pochi giorni, cioè che la decadenza di Berlusconi da senatore e il voto in giunta devono rimanere fuori dalle questioni di governo.

Alfano, colomba senza più penne per volare, ha replicato che un aut aut del genere non sarà mai accettato dal Cavaliere. A mediare con il nipote Enrico è arrivato a Palazzo Chigi pure lo zio Gianni, ma anche lui è ritornato a Palazzo Grazioli con le pive nel sacco. Il premier è determinato a non farsi logorare e al suo fianco c’è Napolitano. «Ecco, cosa bisogna aspettare ancora per capire che la maggioranza non esiste più? », si chiede Sandro Bondi. «In queste condizioni, prolungare l’agonia di questo governo e di questa legislatura non giova a nessuno tantomeno all’Italia. Questo Napolitano lo sa bene », osserva il coordinatore del Pdl. De profundis pure da un altro falco, Daniele Capezzone. «Se dopo cinque mesi il governo non è ancora in grado di trovare risparmi per 1 miliardo su una spesa pubblica di 800, allora forse sono davvero venute meno le ragioni che avevano portato alla sua nascita ». Intanto il Pdl conferma la manifestazione di venerdì prossimo in piazza Farnese, nel giorno in cui la Giunta si esprimerà sulla decadenza di Berlusconi.


Ultimatum dei ministri Pdl: subito mano alla giustizia
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 28 settembre 2013)

Restano le dimissioni di tutti i parlamentari del Pdl, congelate fino a quando venerdì prossimo la Giunta delle elezioni del Senato non voterà sulla decadenza di Berlusconi.
Non lasciano, invece, i ministri del Pdl che chiedono ad Enrico Letta che la questione giustizia faccia parte del «chiarimento » e quindi del discorso con cui la prossima settimana il premier tornerà a chiedere la fiducia delle Camere.
Linea dura, insomma. Anche se con una fondamentale accortezza. «Non saremmo noi a togliere la fiducia al governo e dare al Pd il pretesto per addossarci la responsabilità della crisi », spiegava ieri il Cavaliere durante uno dei tanti incontri della giornata. Perché «la responsabilità di quanto sta accadendo è di chi in Parlamento fa la grande coalizione a sostegno dell’esecutivo Letta e poi in Giunta cambia maggioranza e vota con l’opposizione la mia decapitazione politica ».
Questo, in sostanza, è quanto emerge dalla riunione fiume di Palazzo Grazioli cui partecipano Angelino Alfano, Denis Verdini, Renato Brunetta e Renato Schifani e Fabrizio Cicchitto. Un confronto che va avanti per oltre tre ore: da una parte chi sostiene che la rottura sia ormai inevitabile e dall’altra chi pensa che invece sia necessario essere prudenti e tenere comunque fuori i destini del governo dalla partita in corso. Il Cavaliere come al solito ascolta, decide di confermare le dimissioni di massa dei parlamentari del Pdl ma prende tempo sul voto di fiducia. «Facciamo un passo alla volta », dice Berlusconi. Anche perché non è escluso che il voto della Giunta possa slittare a dopo il 4 ottobre e che la tempistica delle dimissioni sia destinata ad allungarsi. Inutile, insomma, precipitare tutto.
Un Berlusconi che non nasconde il suo disappunto verso Enrico Letta da cui si sarebbe aspettato un comportamento diverso. Giovedì, infatti, a far saltare sulla sedia l’ex premier non è tanto il doppio affondo di Giorgio Napolitano – ormai considerato apertamente ostile – quanto le parole del presidente del Consiglio. Credevo sarebbe restato neutrale – si sfoga il Cavaliere con i suoi interlocutori – e invece ha deciso di mettersi di traverso anche lui.

Sono anche queste le ragioni che portano ad un’accelerazione della crisi perché è chiaro che la convivenza sotto lo stesso tetto di Pdl e Pd è sempre più difficile. Dai Democratici, infatti, non arriva la minima concessione, nemmeno «un piccolo passo verso di noi » fa notare il Cavaliere che magari immaginava un rinvio alla Corte Costituzionale della legge Severino per verificarne la retroattività. Invece niente. Perché – fa notare Berlusconi durante una delle tante riunioni – «qualunque gesto distensivo seppure dovuto avrebbe per il Pd un valore simbolico che non vogliono dargli ».
Nel partito, intanto, volano falchi e colombe. I primi entusiasti per l’accelerazione delle ultime ore, convinti sia arrivato il momento di staccare la spina. Daniele Capezzone, per esempio, affonda su Napolitano e punta il dito sul governo che «per rinviare l’aumento del’Iva al 2014 vorrebbe aumentare tasse e accise ». Renato Brunetta, invece, parla di «grande determinazione nel difendere Berlusconi » e di «grande senso di responsabilità verso il governo Letta ». E pure Fabrizio Cicchitto parla di «atteggiamento costruttivo », mentre Renato Schifani invita il Pd ad «evitare che il 4 ottobre si trasformi in una giornata di esecuzione politico-giudiziaria ». Decisamente più tranchant Augusto Minzolini che vede pochi margini per tornare indietro e spera si arrivi al redde rationem: «Questo governo non ha fatto nulla su giustizia ed economia. È arrivato il momento di prenderne atto ».


Votare è meglio che farsi fottere
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 27 settembre 2013)

“Votare la fiducia al governo Letta? E perché dovremmo, qual è la logica? Quale la coerenza?”, si chiede Giancarlo Galan, l’ex governatore del Veneto, manager di Publitalia 80, uno della vecchia guardia. “Stiamo solo perdendo tempo, andremo comunque alle elezioni”, dice, “la grande coalizione non funziona, non soltanto non serve a Berlusconi, ma non serve all’Italia. Il presidente della Repubblica dovrebbe essere più elastico, sciogliere le Camere sarebbe liberatorio per tutti”. L’andatura dei falchi non ha nulla di ozioso e dilatorio, e così, dentro l’agitato partito di Silvio Berlusconi, serpeggia un conflitto che non ha più soltanto a che vedere con la linea politica, non è soltanto la complicata dialettica interna che ormai separa persino Renato Brunetta (“votare ‘sì’ alla fiducia non è un problema”) dal resto dei duri. Ma tra governisti e crisaioli la distanza è persino estetica. “Noi siamo veloci, non vogliamo perdere tempo”, dice Daniela Santanchè, la Pitonessa che pone una distanza tra sé e Angelino Alfano, Gianni Letta, Gaetano Quagliariello, Maurizio Lupi: “Vogliamo le elezioni, subito”, dice lei. Da una parte, dunque, quel riserbo, quel gioco obbligato di futilità introduttive, cortesi temporeggiamenti e garbo istituzionale che sono il mestiere di Gianni Letta e della diplomazia, da sempre, quegli strumenti che ieri il gran visir del berlusconismo ha estratto forse per l’ultima volta – ma chissà – in una giostra di telefonate e di incontri per rimpannucciare un contesto esplosivo (o forse già esploso). Dall’altra il fare lupesco, spiccio, pragmatico, funzionalista, e in definitiva molto, molto, berlusconiano di Santanchè, di Galan, di Denis Verdini. Enrico Letta ha incontrato Giorgio Napolitano al Quirinale, si va verso una parlamentarizzazione della crisi.

Ma il Pdl come si comporterà? “La stabilità non è un dogma”, dice la Pitonessa. “Se il governo fosse capace di governare sarebbe davvero un peccato farlo cadere, ma siccome con il Pd non riusciamo ad andare d’accordo, e poiché questo governo galleggia e basta (ma avete visto cosa succede con l’Iva?) allora tanto vale andare alle elezioni”. Ma ieri Angelino Alfano ha provato a mediare con i Letta, Gianni ed Enrico, zio e nipote. E il Cavaliere ieri sera, a un certo punto, sembrava avanzare dubitoso verso i miraggi di accordo, le ipotesi di ricomposizione, le profferte che gli venivano rappresentate dai suoi legati, malgrado lui sia ancora trattenuto dal molle e tenace vischio d’innumerevoli delusioni. “Ci prendono in giro”. Santanchè, come Galan, scuote la testa. “Non c’è mediazione, perché Napolitano non vuole cedere nulla. In questi mesi molti dei nostri sono andati da Berlusconi raccontandogli fantasie sulla grazia, sulla revisione della legge Severino, su ipotesi di accomodamento e di pacificazione. Balle. Gli hanno raccontato una montagna di balle, come se Napolitano fosse disponibile. Ma non è vero, non è mai stato vero”. Allora Alfano mentiva al Cavaliere? Sorriso pitonesco: “Il presidente della Repubblica è coerente, lui. Non ha mai fatto un solo cenno di disponibilità. Mai”. E insomma quello che per Alfano e Gianni Letta è riserbo, per Santanchè e Galan è losca elusività; quella che per Alfano e Letta è cortesia, per Santanchè e Galan è falsa adulazione.


L’Avvocatura di Stato-mafia
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 28 settembre 2013)

Tenetevi forte perché questa è strepitosa: il presidente della Repubblica non solo non è indagabile, intercettabile, ascoltabile, nemmeno se uccide la moglie o parla con uno che ha ucciso la moglie; non solo non può essere nominato in Parlamento, come disposto dagli appositi Boldrini e Grasso; ma non può neppure testimoniare la verità in un processo, nemmeno se conosce elementi utili a far luce su un delitto.

E, già che ci siamo, non può testimoniare nessuno che abbia parlato con Lui anche solo una volta o abbia avuto contatti anche sporadici con Lui, essendo irradiato per contagio dal Suo scudo stellare. A sostenere questa tesi allucinante e allucinogena non è uno squilibrato, un ubriaco o un tossico, ma nientepopodimenoché l’Avvocatura dello Stato: un’istituzione pagata da noi cittadini che rappresenta il governo e la Regione Sicilia come parti civili nel processo dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo sulla trattativa Stato-mafia.

L’altro ieri la Procura di Palermo ha ribadito la necessità di sentire come teste Giorgio Napolitano a proposito di quel che gli scrisse il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, in una lettera fatta pubblicare dallo stesso capo dello Stato: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente… episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi…”. Siccome D’Ambrosio è morto d’infarto un mese dopo, l’unico depositario vivente (“lei sa”) e sicuro (“ho detto anche ad altri”, ma non si sa chi siano) di quelle terribili confidenze sugli “indicibili accordi” fra Stato e mafia mentre D’Ambrosio nel 1989- ‘93 lavorava all’Alto commissariato Antimafia e poi al ministero della Giustizia, è Napolitano.  Il quale avrebbe dovuto precipitarsi dai pm per dire tutto ciò che sa ancor prima di esserne convocato. Ma, siccome non l’ha fatto, avrebbe dovuto pregare il governo di incaricare l’Avvocatura dello Stato (che rappresenta gli italiani, non lui) di dire subito sì alla sua audizione. Invece il suo vice al Csm, l’ineffabile Vietti, continua a lanciare messaggi obliqui contro chi vuole ascoltarlo.

E l’avvocato dello Stato (cioè nostro) Giuseppe Dell’Aira tenta di sostenere che il capo dello Stato, in virtù dei suoi presunti “compiti di coordinamento politico e operativo” non di sa di cosa (né dove stia scritto in Costituzione), godrebbe di “assoluta riservatezza sia per le attività pubbliche che per quelle informali” (ma la Costituzione lo copre solo nell’esercizio delle sue funzioni). Fin qui l’avvocato pubblico riprende l’incredibile sentenza della Consulta che ordinò la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino. Poi però, con un bel salto logico, arriva a sostenere che il Presidente non deve testimoniare sulla lettera di D’Ambrosio (totalmente estranea ai colloqui), e non devono farlo neppure i Pg di Cassazione Esposito e Ciani, né l’ex procuratore antimafia Grasso, né il segretario del Quirinale Marra, in quanto testi “riferiti alla funzione presidenziale”. Eppure i pm non vogliono sentirli sulle telefonate Napolitano-Mancino, ma su quelle Mancino-D’Ambrosio e sulla lettera che Marra inviò al Pg per raccomandare la richiesta di Mancino di convocare Grasso per deviare altrove l’indagine di Palermo.  Il quale Grasso – con buona pace del disinformatore Massimo Bordin – fu convocato da Ciani per ordine del Colle, ma respinse quella proposta indecente perché non aveva né potere né motivo per accoglierla. Secondo l’avvocato dello Stato però è vietato financo trascrivere le telefonate D’Ambrosio-Mancino, peraltro già trascritte, perché pure D’Ambrosio sarebbe circonfuso per irradiazione dall’immunità napolitana.

Nenti sacciu, nenti vitti, nenti dissi. Massima solidarietà all’Avvocatura della Mafia che, a questo punto, sarà a corto di argomenti.


Letto 2807 volte.


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Bart