Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Federico Geremicca. Tocca a lui

28 Settembre 2013

L’ho scritto. Tutti passeranno di lì, davanti all’immagine sacra di Napolitano e si faranno il segno della croce. Escono fuori dalla tana come i topi.

Scrive Geremicca, stamani: “Che qualcosa si fosse incrinato nella proverbiale pazienza del Capo dello Stato…”
Eccolo, il segno di croce e la genuflessione.

Nessuno che si sia ancora reso conto che chi ha costruito il raffinato ma cinico ordito è stato proprio lui, il venerabile innalzato ad immagine sacra.
Nel momento in cui si trovò l’uomo giusto (quello che dalle mie parti si chiama “il grullo”), ossia Gianfranco Fini, lo si lavorò bene bene ai fianchi, puntando sulle sue sole qualità, vanità e ambizione, e si ricominciò a sperare di concludere il disegno antidemocratico cominciato con l’avviso di garanzia del 1994 per eliminare dalla scena politica l’unico avversario che aveva dimostrato di possedere mezzi e carattere troppo forti per poter essere sconfitto in una ordinaria competizione elettorale.

Si fatica a capire che tutte le colpe di Berlusconi rinvenute nella sua vita privata e pubblica non sono altro che gli strumenti individuati come gli unici in grado di raggiungere il risultato.
In realtà si tratta di colpe (si chiamino pure reati o peccati) che sono sempre stati in capo a molti italiani, ma che ovviamente non sono state onorate dalle luci della ribalta.
Se Berlusconi non fosse entrato in politica, nessuno si sarebbe interessato delle sue colpe. Né la magistratura dei suoi reati, né Famiglia Cristiana dei suoi peccati.

Non sentirete mai confessare da un antiberlusconiano che Berlusconi deve essere fatto fuori poiché continua ad essere il maggiore ostacolo alla conquista del potere della “gioiosa macchina da guerra”. Chi tra gli stupidi editorialisti si aspettasse di raccogliere una confessione in tal senso, farebbe meglio a cambiare mestiere.

Le colpe di Berlusconi (offerte ad abundantiam, come si offre la gola al carnefice) sono state l’occasione insperata per abbatterlo.
Le sue colpe sono state messe sotto la lente di ingrandimento e così lo si è fatto sapientemente apparire come “il delinquente” per antonomasia. Ci sono giornalisti come Marco Travaglio e Paolo Flores d’Arcais che usano l’epiteto spregiativo al posto del nome e cognome di colui che ormai è l’evasore e lo stupratore che disonora l’Italia.

Naturalmente, prima che entrasse in politica era stato nominato Cavaliere per meriti legati al suo importante lavoro di imprenditore. Nessuno che si fosse preoccupato di indagare, prima di attribuirgli un riconoscimento ufficiale che porta la firma dello Stato italiano.
Invece anche prima del 1994 (l’anno della sua discesa in campo) era un delinquente stando ai reati che sono emersi dopo il 1994 e che prima, quando lo si è ritenuto degno del cavalierato, erano del tutto sconosciuti, almeno ai consiglieri del capo dello Stato.

Alle bisce del giornalismo-latrina un tale repentino cambiamento sembra normale e di ordinaria amministrazione, e non domandano il perché. Approfondire comporterebbe uno spreco di tempo e un rischio per la loro professione, ove si dimostrassero troppo zelanti. La ricerca della verità è un lusso che non possono permettersi.

Eppure basterebbe un semplice e lineare ragionamento per ripulire il filo della storia dalle tante incrostazioni di cui è stato ricoperto.
Siamo nel 1992/1993. Parte l’operazione Mani Pulite, che viene accolta con entusiasmo dai cittadini stanchi ed arrabbiati per la tanto diffusa corruzione in politica. Ricordo bene che io stesso, venendo a sapere delle mani sporche dei nostri governanti, scrissi su di un giornale locale che avrei voluto che i colpevoli fossero rinchiusi in celle quadrate di 2 metri per lato e alte non più di 1 metro in modo che vivessero gli anni del carcere con la schiena ingobbita.

Lì per lì la manovra che vi era sottesa mi sfuggì, finché Occhetto  non mise in piedi la sua “gioiosa macchina da guerra”, e apparve chiaro anche allo scemo del villaggio che tra tutti i partiti della prima Repubblica ne era stato risparmiato uno solo, il Pci.
Dei miliardi di Gardini distribuiti per riceverne favori a tutti i partiti, non si riusciva a trovare tracce di quello andato a finire a Botteghe Oscure, la sede nazionale del Pci. Le indagini arrivarono a seguire le tracce della borsa contenente il miliardo della corruzione fino alle soglie dell’ascensore posto al piano terra. Poi Antonio Di Pietro non riuscì a saperne più niente e sostenne di fronte  all’opinione pubblica che non si poteva costruire il capo di accusa nei confronti del Pci, perché non si era riusciti a sapere in quale mani fossero finiti la borsa e il suo contenuto. Ossia si sapeva che erano finiti nella sede del Pci ma non si poteva sapere chi li avesse ritirati.

Una tale faccia tosta, come sapete, fu premiata dal Pci che alle elezioni che seguirono la caduta del brevissimo primo governo Berlusconi (in seguito allo strumentale avviso di garanzia, poi scoperto infondato, recapitato  al premier mentre presiedeva a Napoli un convegno internazionale) con un seggio blindato nell’area rossa che più rossa non si può fiorentina.
Davvero i giornaloni-latrina non avevano capito il vero obiettivo di Mani Pulite? Di quali altre prove avevano bisogno? Di nessuna, poiché avevano già deciso di mettersi al servizio dell’operazione e da quel momento si rimboccarono le maniche per facilitarne il successo.

Il resto è più che noto: il Cavaliere, in quel momento tanto nobile e con il marchio di garanzia dello Stato, scese in campo e per la “gioiosa macchina da guerra” cominciarono i guai. La batosta del 1994 fu riassorbita dopo pochi mesi, grazie all’alleato Oscar Luigi Scalfaro, presidente della Repubblica, che insediò al posto del primo governo Berlusconi, e senza passare dalle urne, il governo chewing gum di Lamberto Dini, che aprì la strada   al governo Prodi.

La sinistra arrivò così al potere, e tirò un sospiro di sollievo. Credeva di poterlo mantenere, ma le guerre intestine si fecero feroci e così si ebbe l’alternanza al governo tra centrosinistra e centrodestra, ed oggi sappiamo che nei vent’anni berlusconiani, il centrodestra e il centrosinistra si sono spartiti in modo paritario il potere (il centrodestra, come ho già riferito, ha governato appena 83 giorni più del centrosinistra).

Era di tutta evidenza che, pur essendo riusciti ad andare al governo, l’operazione Mani Pulite era riuscita a metà. La “gioiosa macchina da guerra”, aveva perso lungo la strada buona parte dei suoi carri armati e dei suoi cannoni. Ciò che le era restato non era sufficiente a rendere definitiva la sua conquista. Il nemico era troppo forte. Addirittura accadde che nel 2008 i cittadini (pecore senza intelligenza secondo Eugenio Scalfari, il profeta e nume tutelare del centrosinistra) premiarono il centrodestra con una tale maggioranza che si rivelava la seconda per importanza dopo quella del 1948.

Si temette una ritirata come quella austriaca della prima guerra mondiale. Alla mente si presentarono le parole scritte nel bollettino della vittoria del 4 novembre 1918 firmate dal generale Armando Diaz:

“L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.”

Quelle ultime tre righe erano terribili per gli ex Pci. Si temeva fossero profetiche.
Come fermare la ritirata? La storia si ripete. I greci non riuscivano a sconfiggere i troiani e allora l’astuto Ulisse si inventò il gigantesco cavallo di legno presentatosi all’improvviso davanti alle porte di Troia come se rappresentasse un premio degli dei al coraggio e alla resistenza degli assediati. Occorreva anche all’ex Pci trovare qualcosa di analogo, che penetrasse dentro le mura del centrodestra e aprisse le porte alla vittoria. Ma che cosa o chi?

Qualcuno scoprì il nuovo cavallo di Troia in Gianfranco Fini. Addirittura la situazione era migliore di quella che si presentò ai greci. Non occorreva perdere tempo a costruire il cavallo, poiché Fini era già dentro il centrodestra, ne era figura di spicco, e in più era addirittura presidente della camera, la terza carica dello Stato. Una vera e propria manna caduta dal cielo. L’uomo aveva il suo tallone d’Achille: l’ambizione e la vanità. Sarebbe stato facile arruolarlo con promesse allettanti.

Fini si sarebbe giustificato alla maniera di Antonio Di Pietro quando disse che non era stato capace di ricostruire il percorso che la borsa da un miliardo aveva fatto dal momento che era entrata nella sede del Pci e aveva preso la via dell’ascensore.
Anche Fini avrebbe trovato la sua motivazione buona per i gonzi, e accettata con tutti i punti e tutte le virgole dal giornalismo-latrina e dalle bisce.

Cominciò ad approfittare della sua importante carica istituzionale per dire che il Pdl, di cui faceva parte, aveva smarrita la retta via e non era un partito democratico ma assoluto. Si levarono critiche dal centrodestra, poiché un presidente della camera non poteva entrare nell’agone politico con dichiarazioni ostili ad una parte. Invocarono l’intervento di Napolitano, ma questi fu ostinatamente sordo alle ragioni del centrodestra.

Eppure nella costituzione sta scritto chiaramente che le massime cariche istituzionali devono rimanere imparziali ed evitare di schierarsi in favore di una parte politica. Ma Napolitano teneva più all’obiettivo che era sotteso alle esternazioni di Fini piuttosto che al rispetto della costituzione. E tacque.
Fu il suo silenzio ad accompagnare il successo dell’operazione. La grossa maggioranza si sfaldò così come si era sfaldata la resistenza dei troiani e il resto è storia di questi giorni.

Il centrodestra da quel momento è stato sottoposto ad assalti feroci, diretti e indiretti (tra questi ultimi: il lavorio intorno a personaggi arrendevoli come Quagliariello, Cicchitto, Giovannardi, Lupi, e qualche altro: non mancherà molto per conoscere la lista completa dei traditori alla Fini, i quali saranno poi spazzati via dall’elettorato, come è accaduto all’ex presidente della camera).
Il suo leader è diventato da Cavaliere a Primo delinquente nazionale, grazie ad una sentenza sgangherata, ed ora si avvia ad essere estromesso dal senato da una giunta che ha rinunciato alla sua autonomia di valutazione per diventare una specie di ufficiale giudiziario e applica una retroattività vietata dalla costituzione pur di cogliere l’occasione ghiotta di liberarsi del nemico numero 1, l’irriducibile avversario politico.

Eppure la giunta avrebbe ben potuto raccogliere la richiesta del centrodestra di sottoporre alla valutazione della corte costituzionale il tema della retroattività contenuto in uno dei decreti attuativi della Legge Severino, evitando così una probabile crisi di governo ed istituzionale. La richiesta non era forse di buon senso? Di fronte alle perplessità espresse anche da inappuntabili giuristi perché rifiutare un parere della consulta?

Queste le loro recondite risposte: no, prima Berlusconi viene cacciato dal senato, prima scomparirà dalla scena politica, e prima finirà nel tritatutto di altre sentenze di condanna che l’alleata magistratura (quella che avviò il “golpe” con Mani Pulite) sta preparando per seppellire definitivamente il leader del centrodestra.
Solo in questo modo potrà essere spianata la strada per governare senza gli impacci di una opposizione che non vuole riconoscerci come i migliori e gli infallibili.

Dare un po’ di respiro a Berlusconi accogliendo l’istanza del Pdl di richiedere un parere alla consulta, sarebbe troppo pericoloso. L’uomo ha dimostrato di avere sette vite come i gatti ed è da sciocchi rimandare a domani ciò che si può ottenere oggi. La giustizia? La democrazia? Sono solo l’oppio dei popoli, così come Marx sentenziò per la religione.

Qualcuno obietta: eppure basterebbe aspettare il 19 ottobre quando arriverà la sentenza della corte di appello di Milano sulla durata della interdizione dai pubblici uffici, e quindi sulla sua incandidabilità, per vederlo scacciato dalla vita politica almeno per tre anni, sufficienti a consolidarci sugli scranni che contano.

Risposta: siamo sicuri? Non potrebbe Berlusconi opporsi alla sentenza avviando di nuovo un lungo iter processuale? Non è possibile! E chi lo dice?

Meglio – così sta ragionando il Pd – prendere l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani. Si viola la costituzione? Si umiliano la dignità e i poteri del parlamento? E chi se ne frega. L’obiettivo era ed è quello di eliminare Berlusconi. Ci siamo arrivati. L’importante è di non avere alcuna pietà.
Lo giustizieremo come il partigiano Valerio  fece con Mussolini e la Petacci abbattendoli con una raffica di mitragliatrice (qui un’altra più orribile versione).

Vi domanderete a questo punto se quanto ho scritto sia una storia romanzata. No, è la storia di un golpe.
Un golpe particolare. Infatti, non dura qualche giorno come accadde per l’occupazione di Budapest da parte dei sovietici, benedetta anche quella da Napolitano, ma è una battaglia non ancora vinta del tutto e che si protrae da vent’anni.

Alle bisce e ai giornaloni-latrina domando: Ma davvero avete il coraggio di passare sotto silenzio la cena scoperta da “il Fatto Quotidiano” e rilanciata da “il Giornale” con un articolo appropriato di protesta di Paolo Guzzanti, e da “Dagospia“, tra Napolitano (sì il garante dell’imparzialità e della costituzione), Eugenio Scalfari (l’antiberlusconiano per eccellenza), Enrico Letta e Mario Dragi, avvenuta indovinate in casa di chi? Ma di Eugenio Scalfari of course.


Letto 1965 volte.


2 Comments

  1. Commento by zarina — 28 Settembre 2013 @ 19:51

    Mi pare   sia Sansonetti che Polito abbiano,   non molto tempo fa, rivelato di accordi tra i giornaloni sulla linea da seguire ai tempi di mani pulite .   La storia si ripete, del resto   i personaggi del circuito mediatico dopo venti anni   sono sempre gli stessi , hanno solo qualche capello bianco in più. Hanno interesse a mantenere lo status quo, che gli garantisce i finanziamenti   pubblici, senza i quali   c’è il rischio che chiudano i battenti.
    E a proposito di finaziamento pubblico, domanda maliziosa: se il PD, nonostante il finanziamento pubblico previsto per legge è costretto a licenziare parte dei suoi dipendenti   chiedendo persino la cassa integrazione (!) come avrà fatto a   suo tempo il PCI, poi PDS, poi DS, a mantenere tutto il suo mega apparato ?

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 28 Settembre 2013 @ 22:47

    Lo chiediamo ai gerarchi della vecchia Unione Sovietica? Là sanno tutto, ma anche da noi…

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart