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E i giuristi bocciano Esposito: “Verdetto Mediaset non regge”

4 Ottobre 2013

di Patricia Tagliaferri
(da “il Giornale”, 4 ottobre 2013)

Roma – Sono giuristi, parlano da esperti, da addetti ai lavori che conoscono la materia e sanno valutare una sentenza codice alla mano. Solo da tecnici, nulla di più. E con questo approccio bocciano la pronuncia della Cassazione sui diritti tv Mediaset, che è costata a Silvio Berlusconi una condanna a 4 anni di carcere.

La bocciatura arriva da Enrico Marzaduri, professore ordinario presso il Dipartimento di Diritto Pubblico dell’università di Pisa, e Antonio Iorio, docente di Economia dei tributi presso l’università della Tuscia, a Viterbo, per mezzo di due lunghi e dettagliati articoli comparsi su Guida al diritto, la rivista giuridica del Sole 24 Ore.

L’esito della sentenza pronunciata dalla sezione feriale, presieduta dal giudice Antonio Esposito, non convince i due giuristi sotto diversi profili. Marzaduri evidenzia come i supremi giudici si siano limitati a riportare integralmente le conclusioni dei colleghi di primo e secondo grado affermando che erano corrette e senza preoccuparsi di valutare se la Corte d’Appello di Milano avesse raggiunto la prova della partecipazione di Berlusconi al contestato reato di frode fiscale. Non ci sarebbe stata, insomma, alcuna verifica della fondatezza dei motivi del ricorso presentato dal Cavaliere. Ma c’è un capitolo sul quale ai giudici preme invece soffermarsi di più, quello sulle asserite prove di un rapporto stretto tra Berlusconi, i manager Mediaset e il mediatore Frank Agrama, nonostante quest’ultimo abbia testimoniato sotto giuramento non solo di aver incontrato una sola volta il Cavaliere negli anni ’80 ma anche che l’ex premier non ha mai partecipato a nessuna trattativa di compravendita di diritti televisivi. Tanto che mai i pm milanesi hanno trovato traccia di passaggi di denaro tra i due presunti soci. Per cercare di dimostrare il contrario i giudici si inoltrano in una disamina che, a detta di Marzaduri, «pare più espressione di un nuovo vaglio di merito che una verifica di fondatezza di censure mosse alla decisione della Corte territoriale ». La condanna sarebbe dunque basata su una «presunzione di responsabilità », che vede Berlusconi coinvolto anche nella scelta di effettuare gli ammortamenti per le dichiarazioni fiscali del 2002 e del 2003, che si riferiscono a fatture del ’98. «Presunzione – si legge nell’articolo – ritenuta sufficiente a giustificare il rigetto dei ricorsi nella misura in cui non si sono acquisiti dati probatori contrastanti ».

Altro articolo, altra censura «tecnica ». Antonio Iorio parte dalla differenza tra fatture soggettivamente inesistenti, quelle cioè utilizzate per gli ammortamenti ed emesse non dal soggetto che ha affettivamente ceduto i diritti ma da un’altra impresa estera priva di effettiva autonomia decisionale, e quelle oggettivamente inesistenti, in cui viene riportato un importo maggiore di quello reale, per concludere che in questo processo non ci sono fatture false e non è configurabile il reato di frode fiscale, come il professor Franco Coppi ha ampiamente argomentato davanti ai giudici della Cassazione durante la discussione del ricorso. Perché è vero che Mediaset ha acquisito i diritti Tv a prezzi superiori, ma quei soldi li ha effettivamente pagati e non c’è prova che il denaro sia rientrato per altri canali nella disponibilità della società. Il costo, dunque, non è fittizio. Un argomento forte, che infatti le motivazioni della sentenza non riescono a superare. Nel processo Mediaset, osserva Iorio, «il costo è stato effettivamente sostenuto, il bene o il servizio realmente acquistato, per cui di norma l’amministrazione fiscale non ha alcun problema a riconoscere la deducibilità del costo ». E la Cassazione stessa in passato, in due diverse pronunce, ha negato che in medesime ipotesi di costi gonfiati ma realmente sostenuti fosse configurabile la frode fiscale.


Angelino Alfano e il problema identità
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 4 ottobre 2013)

Il difficile, per Angelino Alfano e gli “alfaniani”, viene adesso. Ora che hanno incassato il boato degli applausi dei grandi media nazionali, gli apprezzamenti sperticati degli ex avversari del Partito Democratico, il riconoscimento del loro ruolo essenziale da parte del Presidente del Consiglio, Enrico Letta, e la soddisfatta benedizione del vero regista di tutta l’operazione “santo parricidio” conclusasi mercoledì scorso, cioè il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Il difficile non consiste tanto nella prosecuzione della battaglia per la conquista del Pdl e per la cacciata dei falchi verso una nuova Forza Italia da bollare come estremista per renderla progressivamente marginale e inutile. Consiste nel definire e assumere, all’interno di una maggioranza in cui per ammissione del Premier si ha un ruolo decisivo, un’identità chiara e definita per concretizzare l’ambizione di diventare, come ha detto Fabrizio Cicchitto, una forza di centrodestra europea e del futuro.

Il terreno su cui Alfano e i suoi sostenitori possono muoversi per perseguire questo obiettivo è molto stretto. Perché “l’operazione parricidio” non è riuscita alla perfezione visto
che il padre da decapitare non è affatto morto e viene sempre riconosciuto come il padre nobile a cui continuare a fare riferimento. E questa presenza non può non continuare a determinare l’identità politica della “nuova forza di centrodestra europea e del futuro”. Alfano ha avuto un’intuizione felice nel definire se stesso e i suoi come “diversamente berlusconiani”. Ma adesso deve andare oltre la battuta. E riempire di contenuti e di comportamenti politici la rivendicata diversità.

Fino ad ora il vicepresidente del Consiglio ha avuto gioco facile a vestire i panni del “delfino” regicida tra il tripudio generale. Adesso deve affrettarsi a svestirsi di questa maschera, che alla lunga rischia di trasformarlo in un emulo di Gianfranco Fini agli occhi dei milioni di elettori berlusconiani del centrodestra. E far capire che il suo ruolo determinante nella maggioranza delle larghe intese non serve solo a tranquillizzare Letta, far felice Napolitano e consentire al Pd di ubriacarsi di gioia per la “morte” del caimano. Ma deve assicurare il popolo del centrodestra di essere rappresentato all’interno della coalizione delle larghe intese da gente che non si preoccupa solo di conservare le poltrone di ministro e di parlamentare, ma porta anche avanti le istanze e le richieste dell’area dei moderati. Il paradosso, in sostanza, è che consumato un parricidio Alfano deve affrettarsi a compierne un altro, nei confronti del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio. E deve farlo per sfuggire al pericolo di essere bollato come la stampella della sinistra o, peggio, come il “ diversamente democristiano” compagno di merende di Letta, Casini e Monti.

Se prima il ruolo di Alfano era di mediare tra le durezze del Cavaliere e dei falchi e le esigenze della tenuta del governo, ora il vicepresidente del Consiglio non può mediare su nulla. Sulla riforma della giustizia, sulla riduzione della pressione fiscale, sulle riforme costituzionali deve far pesare in prima persona il proprio ruolo determinante della tenuta della coalizione di larghe intese. Il tutto senza dimenticare che il Re non è affatto morto. E che i suoi elettori aspettano il momento in cui il Senato lo espellerà da Palazzo Madama e le Procure di mezza Italia faranno a gara per arrestarlo per capire il significato reale della definizione “diversamente berlusconiani”.

(Le analisi di Arturo Diaconale sono sempre tra le migliori. bdm)


La rassegnazione di Berlusconi: “Basta, lascio il partito ad Angelino”
di Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica”, 4 ottobre 2013)

ROMA – La tentazione di mollare tutto. Il crollo psicologico dopo la disfatta politica. La rassegnazione a cedere l’intera baracca ad Angelino, riconoscergli la vittoria.
Dura due ore il faccia a faccia mattutino, l’ennesimo, che a sorpresa si consuma nella residenza dell’ex premier, nel day after della disfatta berlusconiana. Nel salotto dello studio al primo piano, ancora una volta Alfano. Il capo riconosce: “Ho commesso degli errori, mi sono fidato di persone sbagliate, vi offro la testa di Verdini e Santanché, ma adesso cerchiamo di restare uniti, voi siete ministri del Pdl e io ho dato fiducia a questo governo”. Ammette di essere “molto stanco”, travolto dagli eventi, tanto più alla vigilia del voto di giunta di oggi e della decadenza imminente. “Angelino, il partito deve restare unito e poi lo sai, sei il segretario, sei destinato a guidarlo tu”. Discussione filata via molto sul filo degli affetti tra i due. Appare il segnale della resa, della ritirata dell’anziano leader.

Al suo cospetto, il vicepremier non arretra, conferma la linea della fermezza, ma assicura a Berlusconi che loro non hanno alcuna intenzione di dar vita a gruppi autonomi “se non ce ne saranno motivi”. E aggiunge: “Io ti suggerirei di dimetterti, di lasciare il Senato prima del voto di giunta (di oggi, ndr), sarebbe un segnale di distensione”. Ipotesi, questa, che Berlusconi però scarta subito. Alfano dopo la vittoria di mercoledì in aula opta per la strategia dell’attesa, prevalsa del resto nel vertice della notte precedente tra i “diversamente berlusconiani” Quagliariello, Lupi, Cicchitto, Castiglione, Formigoni e altri. “Nuovi gruppi? Tutta da vedere” sostiene non a caso un Cicchitto di colpo più cauto. Non forzare la mano, dunque, non uscire per ora dal Pdl per dar vita a un gruppetto di 25 alla Camera e al Senato in stile Fli, attendere le prossime due settimane e gli sviluppi della decadenza del Cavaliere, l’inizio della pena restrittiva che ne depotenzierà comunque la leadership. I governativi decidono insomma di sedere in riva al fiume e attendere. Il punto sul quale tutti sono ormai d’accordo, come va ripetendo Castiglione, è che “Forza Italia a noi non interessa più, sarebbe un dannoso ritorno al passato, dobbiamo pensare al Ppe”. E puntare a conquistare il partito nella sua interezza, intanto, cariche direttive comprese. A quel punto la decisione dei ministri di indire per mezzogiorno una conferenza stampa per confermare di voler restare nel partito e di Berlusconi di convocare per le 13 il gruppo per predicare appunto unità e compattezza.

L’elemento nuovo è che Berlusconi ad Alfano avrebbe confidato di sentirsi appunto stanco, pronto quasi a eclissarsi quando tra qualche giorno per lui scatteranno i servizi sociali da scontare e la decadenza. Il testimone anche di Forza Italia passerebbe a lui. Forse è lo sfogo del momento, forse un tentativo di ammansirlo. Sta di fatto che la notizia fa subito il giro dei palazzi. A Montecitorio e Palazzo Madama è subito panico tra i “veramente berlusconiani”. I fedelissimi si chiamano a raccolta alla spicciolata, è il primo pomeriggio. Dopo il tam tam telefonico si ritrovano tutti nella nuova sede di Forza Italia a San Lorenzo in Lucina. Non solo Verdini e Santanché, in allarme per la notizia delle “teste offerte” dal capo ad Angelino. Ma anche Bondi e Capezzone, Gelmini e Carfagna, Fitto e Prestigiacomo, Malan e Biancofiore, Polverini e Saverio Romano, una cinquantina. “Non possiamo finire nel partito di Alfano, diamo vita subito a Forza Italia sotto la guida di Berlusconi” è il mantra che ripetono tutti. Vogliono contarsi, dimostrare di essere loro la maggioranza del partito, dopo che in giornata Formigoni aveva detto che gli alfaniani erano già diventati settanta. Ed ecco spuntare cento firme che i “lealisti” in serata portano a Berlusconi a Palazzo Grazioli. Discutono di un ipotetico segretario da contrapporre o al più da affiancare al “traditore” Alfano. Si parla di Fitto per quella carica. Invocano un rimpasto di governo dato che al momento non esprimono più ministri. Vogliono avere ancora il controllo del Pdl. Soprattutto chiedono al capo di non cedere il testimone al vicepremier. Lui li rassicura ma non fino in fondo. Non si dimetterà da senatore, come nel pomeriggio aveva confermato ai senatori Pdl incontrati negli uffici del gruppo a Palazzo Madama alla vigilia della giunta. Riunione assai tesa, sono scintille col capogruppo Schifani che due giorni fa si è rifiutato di pronunciare il discorso sulla sfiducia. Il partito resta dentro un frullatore.


Il coraggio dei moderati
di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 3 ottobre 2013)

L’era di Silvio Berlusconi si è chiusa con un ultimo, malinconico bluff . Il suo voto a favore di un governo che voleva abbattere è l’estrema finzione di vittoria di fronte a una disfatta politica e personale: col paradosso che viene certificata col suo consenso. Ma è anche il sigillo finale su una fase nella quale era cresciuto il distacco del fondatore del centrodestra dalla realtà, italiana e internazionale: al punto da non avere più antenne per captare l’emancipazione davvero moderata dei suoi ministri e di molti parlamentari.

Si può dire che solo col voto di ieri è nata una vera maggioranza politica delle larghe intese. Non a caso il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha avvertito che sarà quella a governare, e non l’ammucchiata numerica che vorrebbe condizionarla. È una coalizione che si è forgiata passando attraverso una strettoia drammatica; e superando il trauma di una spaccatura del Pdl tutt’altro che prevedibile. Ne emerge un nucleo governativo, guidato dal vicepremier Angelino Alfano, che non può essere sminuito con la categoria dei transfughi o dei complici della sinistra. La sensazione è opposta.

Si tratta di una componente che oggi può rivendicare a ragione una forte identità; e proporla da posizioni di parità a una sinistra che ha avuto il merito di assecondare, senza forzarla, un’operazione politico-parlamentare evidentemente matura. Basti pensare alle implicazioni anche psicologiche che la sfida col Cavaliere ha avuto per un personaggio come Alfano, finora suo «delfino ». Ma è chiaro che da oggi la maggioranza ha il compito di gestire con equilibrio e, viene da dire, generosità, i rapporti con il Berlusconi sconfitto.

Dopo il risultato di ieri alle Camere, anche il suo destino giudiziario non può non assumere contorni diversi. E non dovrebbe consentire a nessuno forzature per umiliarlo: tanto meno agli avversari. L’asse fra Quirinale, Palazzo Chigi, Pd, montiani e moderati del Pdl dovrebbe essere una garanzia. Protetta e consigliata da Giorgio Napolitano, la nuova maggioranza può puntellarsi su una omogeneità più marcata. E se agisce, è destinata a relegare in un angolo urlante non solo i «falchi » berlusconiani ma anche quelli annidati nelle pieghe della sinistra, oltre a Beppe Grillo e a una Lega svuotata.
Sono loro, esponenti del partito trasversale della crisi, gli sconfitti. E a vincere è chi vuole soddisfare la fame di stabilità dell’opinione pubblica, e la richiesta di certezze che Europa e mercati finanziari giustamente pretendono. Forse, l’errore più grossolano dei tifosi dello sfascio è stato di non avere capito che sono cambiate le regole del gioco. In un’Europa immersa nella crisi economica, il vincolo esterno dell’Italia non è più determinato dai patti militari: è dettato da codici di sicurezza finanziaria altrettanto stringenti.

Rischiare di stravolgerli per comprensibili, ma inaccettabili, ragioni personali è stata l’ultima illusione di onnipotenza di Berlusconi: una miopia che ha rivelato impietosamente la sua appartenenza al passato.


Larghe intese, dai vizi alle virtù
di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 4 ottobre 2013)

Tutte le apparenze sembrano dire che, per quanto non ci siano stati né una crisi né un rimpasto e nemmeno una modifica nel perimetro della maggioranza, l’altro ieri è nato il Letta-Alfano bis. Dalle larghe intese sgualcite e malandate dei cinque mesi scorsi, pare d’essere entrati in una fase nuova. Le debolezze e il caos, forzate e messe a nudo all’estremo, fino al punto d’arrivare a un passo dalla rottura definitiva, hanno generato per reazione, sotto stress, virtù che promettono di dare all’azione del Governo un imprevisto slancio o che quanto meno gli dovrebbero consentire di durare.

Un elemento critico del primo Letta era certamente costituito dall’influenza esagerata di Silvio Berlusconi sull’agenda. Una influenza esercitata a mezzo di ricatti e minacce, fucilate e retromarce, in un crescendo teso, negli ultimi due mesi, a drammatizzare la sua posizione personale. Arrivata però sulla soglia della soluzione finale, dello sciogliete le righe per ministri e parlamentari non proprio pronti a immolarsi per quella causa, è diventata un boomerang. Ha costretto gli aderenti pidiellini del partito Letta-Alfano a venire allo scoperto, a prendere le distanze, a contarsi e a far barriera, incoraggiati dalla nota posizione del Presidente della Repubblica, della comunità economica e di parti significative dell’opinione pubblica. Cosicché per Berlusconi le larghe intese non sono più quel grande affare che aveva forse immaginato. Non gli piacciono più. Ricostituite su queste nuove basi non solo non potranno in nessun modo risolvere i suoi guai giudiziari, ma allontanano le elezioni e lo emarginano. L’autosufficienza della maggioranza, anche senza di lui, grazie alle firme ostentatamente sventolate dal ministro Quagliariello, decreta al tempo stesso il venir meno del potere di ricatto di Berlusconi sul Governo e la sua deposizione quale indiscusso leader del centrodestra.

I contraccolpi sul Pdl-Forza Italia non sono ancora chiari. Non si capisce se i dissidenti guidati da Angelino, che contro la più spericolata delle aspettative ha alzato la testa e non l’ha più riabbassata (almeno sinora), ambiscono a questo punto a conquistare per intero la leadership del partito o se faranno le valigie, tra pianti, urla e psicodrammi, per costituirne un altro; se con l’esilio del vecchio capo assisteremo alla «democratizzazione » del Pdl (lo sgretolarsi del partito-monolite, il partito padronale che perde il padrone) o all’ennesimo tentativo di ostinata quanto fallimentare occupazione del centro.

Verrebbe invece da dare per certo che nel governo, ora, gli stessi interpreti dovrebbero suonare un’altra musica, con meno cacofonie. Si è rafforzato il Presidente del Consiglio, molto abile nel gestire il passaggio, e il legame di ferro, personale e trasversale, con i ministri post-democristiani del centrodestra. Non c’è dubbio che Letta ha dato un senso alle grandi intese (che prima francamente sfuggiva); le ha aggiustate, rattoppate e rimesse in carreggiata. L’agenda dovrebbe ora passare saldamente nelle mani di un Premier non più sottomesso a poteri di veto, ma a questo punto anche privo di alibi.

Detto questo, ci sono ancora molte incertezze e parecchie insidie sul cammino della coabitazione ritrovata. Non c’è ancora nessun accordo ad oggi su temi sensibili come il finanziamento ai partiti o la legge elettorale e non ci sono in programma azioni incisive sul fronte economico. Aveva detto, al momento dell’insediamento, che non si sarebbe occupato della politics per concentrarsi sulle policies. Fino ad ora però «la politica » ha avuto il sopravvento sulle «politiche ». La prima fase di accomodamento con Berlusconi ha portato all’abolizione dell’Imu (con conseguente istituzione della service tax). La partita vinta sul voto di fiducia ha consentito al Governo di addebitare la sconfitta sull’Iva salita al 22% a una settimana di crisi solo presunta. La luna di miele del bis fa chiudere un occhio, ma non durerà. E le riforme promesse nel discorso in cui ha chiesto la fiducia alle Camere sono numerosissime e ambiziose. Ce la farà Letta improvvisamente a trovare l’accordo su scelte non routinarie e a cambiare passo? O tanto rumore per nulla?


Sallusti va all’attacco di Angelino “Mi vuol far cacciare da Il Giornale”
di Redazione
(da “Libero”, 4 ottobre 2013)

Mosse e contromosse, all’interno del Pdl, tra falchi e colombe nelle ore successive alla fuducia a Letta. I primi presentano un documento con cento firme a sostegno del cavaliere e chiedono un congresso per azzerare le cariche nella futura Forza Italia e marginalizzare Alfano. Le seconde restano nell’incertezza sul costituirsi o meno come un gruppo autonomo, col segretario che presenta a Berlusconi una lista coi nomi da cacciare dal partito per scongiurare la frattura. Ma, c’è di più. Perchè nel corso della puntata di ieri sera di Servizio Pubblico è emerso che nella lista di quelli da allontanare, il ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio avrebbe incluso anche un non-politico: il direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Il quale, ospite di Santoro, non ha smentito l’indiscrezione e ha così commentato: “Il fatto che Alfano si permetta di indicare in una lista di proscrizione anche me, che non sono un suo dipendente e nemmeno un compagno di partito, la dice lunga su quale sia il liberalismo e il principio di libertà che stanno guidando lui e quelli che stanno con lui in questi giorni”.


La buonuscita del Cav. La sua battaglia per la rivoluzione liberale resta, dice il WSJ
di Redazione
(da “il Foglio”, 4 ottobre 2013)

Silvio Berlusconi ha perso molte battaglie di recente – nelle corti di giustizia, alle urne, e mercoledì nel dibattito al Senato, dove è stato costretto ad abbandonare il tentativo di far cadere il governo del primo ministro Enrico Letta. Berlusconi è stato dato per spacciato già più volte in questi anni, e tutte le volte è tornato più forte di prima. Ma il fallimento di mercoledì potrebbe segnare davvero il momento in cui il Cavaliere lascerà il centro della scena politica italiana. Berlusconi mercoledì aveva forzato un voto di fiducia facendo leva nel fine settimana sulle dimissioni dei cinque ministri del governo che militano nel Pdl. Ma davanti a una rivolta nel Popolo della libertà ha sostenuto Letta piuttosto che vedere il suo partito spaccarsi. Letta ha ottenuto la fiducia con facilità. Resta da vedere se questo sarà abbastanza per salvare il partito, ma quanto successo fa pensare che Berlusconi non sia più solo al comando.

Berlusconi è diventato il portabandiera del centrodestra italiano nel 1994 dopo che gli scandali avevano distrutto la Democrazia cristiana, che dominava la politica italiana dalla Seconda guerra mondiale. In mezzo a un clima di corruzione politica pervasiva, Berlusconi si è presentato come un outsider: un miliardario partito dal nulla, ammiratore di Thatcher e Reagan, che prometteva di rilanciare le imprese italiane ridimensionando il governo, abbassando le tasse, togliendo vincoli al mercato del lavoro e deregolamentando l’economia.

Era una visione grandiosa e affascinante, ma Berlusconi non è mai arrivato a trasformare le promesse in realtà. Nel suo ultimo mandato, finito nel 2011, la sua azione politica si è concentrata soprattutto sul rimanere al potere ed evitare il carcere. Ad agosto, dopo anni di appelli e di procedimenti andati a vuoto su una infinita serie di accuse, Berlusconi è stato condannato a un anno di prigione per evasione fiscale, che probabilmente sconterà ai servizi sociali per via dell’età.

Il Senato stava per decidere sulla sua decadenza dalla carica quando Berlusconi ha provocato la crisi politica che ha portato al voto di mercoledì.
La buona notizia per l’Italia è che il messaggio di Berlusconi sull’abbassamento delle tasse e la liberalizzazione del mercato del lavoro non è stato compromesso dai suoi affari personali. Parlando mercoledì al Senato il primo ministro Letta – un ex democristiano ora membro dell’ex comunista Partito democratico – ha promesso di tagliare le tasse e promuovere riforme economiche e istituzionali. Letta ha anche lodato la relativa stabilità politica dei primi due decenni del Dopoguerra. Nel 2006, Berlusconi divenne il primo premier italiano a completare per intero il suo mandato. Ma nel futile tentativo di assicurarsi la rielezione, promosse una legge elettorale sconsiderata che danneggia ancora oggi la politica italiana. Una nuova legge elettorale che avesse rafforzato il legame tra gli elettori e gli eletti avrebbe ridotto il potere dei partiti e reso i politici più responsabili davanti agli elettori.

Per quanto riguarda l’economia, il debito pubblico italiano viaggia verso il 140 per cento del pil. I sindacati continuano a opporsi alle liberalizzazioni del mercato del lavoro, ma la maggior parte degli italiani sembra aver capito che leggi che rendono quasi impossibile licenziare i dipendenti rendono altrettanto difficile assumerli. Se il centrodestra tornerà al potere (probabilmente guidato da qualcuno che non sarà Berlusconi), dovrà ricordare che solo le riforme in favore della crescita possono aumentare l’occupazione, tagliare il debito e resistere alle pressioni di Bruxelles per aumentare le tasse in nome della disciplina di bilancio. Berlusconi ha dimostrato che un politico italiano può candidarsi e vincere con una piattaforma di idee serie per migliorare l’economia italiana. Forse Enrico Letta o qualche altro leader politico italiano potrà fare lo stesso, magari libero dagli scandali personali. (Copyright Wall Street Journal – per gentile concessione di MF/Milano Finanza)


Dopo il berlusconicidio perfetto, Angelino deve accerchiare i falchi
Salvatore Merlo per “Il Foglio”
(da “Dagospia”, 4 ottobre 2013)

Ha rivisto Silvio Berlusconi, con distacco, come si incontra un estraneo; o nella contrizione che si deve ai moribondi. E’ entrato a Palazzo Grazioli di buon mattino come già nella sua vita ha fatto per centinaia di volte, la guardiola dei carabinieri, la macchina che si ferma nel cortile e oscura i lampeggianti, poi il portiere che lo raggiunge affannato con le chiavi per l’ascensore privato, quello che porta agli appartamenti di Lui, e poi su, fino al primo piano. Eppure l’incontro con il Cavaliere, il giorno dopo il voto del Senato, per Angelino Alfano, come per Berlusconi, poteva non essere facile, un fatto neutro, business as usual.
Negli occhi di entrambi, alle nove del mattino, sono ancora vive le emozioni del giorno precedente, il parapiglia nella riunione dei gruppi parlamentari, le urla con Niccolò Ghedini (“sei tu la rovina del Dottore”), l’aritmetica gladiatoria della conta interna, la prova di forza con Denis Verdini su ogni testa e nome di senatore, e ancora le lacrime, e infine i titoli dei giornali che vanno di traverso assieme al caffè, quello del Corriere della Sera (“La resa di Berlusconi”), della Repubblica (“La sconfitta di Berlusconi”) e infine del Giornale (“Il tradimento ha pagato”).
“Alfano è stato bravissimo”, confessa Daniela Santanchè, con un tremito nervoso nella voce, “ha fatto tutto… e senza versare una sola goccia di sangue”. E dunque, nella dissipazione del Transatlantico, il giorno dopo, tra i capannelli dove si consuma il negozio delle poltrone, c’è chi ha battezzato la manovra di Alfano con “il berlusconicidio perfetto”, neanche uno spruzzo di pomodoro, ma soltanto uno strepitare contenuto; persino il Cavaliere è sembrato non accorgersi di nulla.

Di fronte ai suoi deputati, riuniti attorno a lui, mercoledì a Montecitorio, mentre qualcuno gli gridava, “presidente ti hanno tradito”, Berlusconi ha alzato faticosamente le mani, ha osservato i (pochi) deputati rimasti con lui, sessanta, e poi: “Calma”, “Angelino? Angelino sta sempre con me”.

E dunque, sprofondato in una di quelle ampie poltrone nel salotto del Castello, una di quelle sulle quali di solito, prima, restava in bilico deferente, ieri Alfano ha esposto al suo caro leader i brutali termini della questione. Con garbo, ma senza soggezione, ha tratteggiato i caratteri “della svolta di cui tutti noi necessitiamo”, “tu sei il nostro presidente”, il padre nobile e amatissimo, ma il partito, “che deve restare unito”, ha bisogno d’un nuovo gruppo dirigente, d’una diversa “plancia di comando”, di una nuova organizzazione…

E insomma quello che il segretario, e vicepremier vincente, ha esposto a un Cavaliere sempre capace di dissimulare, occultare ed esorcizzare la sconfitta dietro una facezia o un motto di spirito, “non muoio neanche se mi ammazzano”, è il progetto della sua personale presa del potere.
Ed è lecito pensare che in questo strano day after, a Palazzo Grazioli, poco prima di volare verso Lampedusa e la sua tragedia, Angelino Alfano si sia rivolto a Silvio Berlusconi con l’attitudine, e lo sguardo, che si deve alla maestà malinconica delle rovine. “Resto segretario”, gli ha detto, “resto nel Pdl”, “lo devo anche a te”, ma vanno cambiati i coordinatori, va distribuita diversamente l’autorità nel compilare le liste elettorali.

E insomma, lentamente, di piega in piega, il Delfino bianco, un democristiano nato, lui che quando si toglie la grisaglia pare spretarsi, ha esposto al Cavaliere nero un piano di marcia che lui ha discusso per ore, negli ultimi giorni, con i diversamente berlusconiani, gli altri cavalli imbizzarriti nel serraglio del Cavaliere, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Sacconi, Andrea Augello. “Angelino, tu il partito lo devi prendere da dentro”, gli hanno consigliato, “sono gli altri che, se vogliono, possono andarsene. Noi stiamo con Berlusconi”.

Ed è quanto pensa anche Enrico Letta, l’abile e ambizioso presidente del Consiglio, lui che s’immagina un Merkel italiano, e che dunque, accanto a sé, non ha bisogno d’un manipolo di sbandati, d’un drappello di straccioni di Valmy, d’un gruppo di nuovi, affamati e raccogliticci “responsabili”.

Letta vuole un grande gruppo, solido, un partito vero, ma guidato dal suo socio, compare e coetaneo Alfano. E’ in cerca dei numeri, Letta, “per durare fino al 2015”; desidera ogni singolo voto del Pdl in Parlamento per poter lanciare le riforme di rango costituzionale che ha nel cassetto, per intrappolare la tracotanza mocciosa di Matteo Renzi e poi chissà, anche per nuovi, impensabili orizzonti, diverse aggregazioni politiche, la Terza Repubblica dei quarantenni.

E per ottenere tutto questo, per durare, sia Letta sia Giorgio Napolitano sono persino disposti ad accettare che ci sia Berlusconi da qualche parte, purché monumentalizzato, “padre nobile”, rinchiuso in una teca con le manette, incaramellato come la vela d’una barca nel pieno della tempesta. Nelle festanti ore che mercoledì hanno seguìto la vittoria in Senato, tra Letta, Alfano e Napolitano è stata tutta una giostra di telefonate, di colloqui diretti, o con le rispettive diplomazie, trilli di telefono simili a nitriti d’apocalisse: “Attenti, state attenti, nessuna scissione”, nessuno vuole un Berlusconi corsaro, messo all’opposizione, nel ruolo che più preferisce, lì dove vuole essere, un Cavaliere capace di menare fendenti, di agitare con Grillo un periglioso marasma politico.
Dunque Alfano deve restare nel Pdl, o meglio, “se lo deve prendere”, da dentro, come un tarlo paziente. E questo, in pratica, significa che Denis Verdini e Sandro Bondi, i falchi, non possono restare al loro posto di potere, ma vanno ridimensionati, ricollocati, assieme alla Pitonessa, l’avvolgente e passionale Daniela Santanchè. Ciò che conta davvero sono le liste elettorali, conta chi le compila, conta chi determina l’elezione dei parlamentari, è quello il potere vero.

Dunque, “vanno modificati tutti i vertici”, rivisti tutti i posti chiave. Ma lo si deve fare, ancora una volta, senza versare una sola goccia di sangue, malgrado nel Pdl, dove ciascuno continua a censire le proprie truppe, ci sia sempre una rancorosa golosità di lite. Ma nel gruppo dei vincitori, tra le colombe, vorrebbero lasciarsi la guerra alle spalle, muoversi nella penombra di complici omertà, con un ordine nei pensieri, e il sangue in pace, finalmente. “C’è spazio per tutti”, dunque, si tratta di ricombinare, scambiare le sedie, riposizionare le tessere del Pdl impazzito.
Ed è senza quella deferenza sibilante, quella danza grottesca di passettini, di inchini, di porte tenute spalancate, che Alfano a un certo punto guarda negli occhi l’uomo che fu il suo padrino politico, il Cavaliere, e gli dice che “Denis potrebbe fare il capogruppo invece del coordinatore. E’ un grande uomo di macchina, starebbe benissimo anche lì”. Al posto di Verdini, lui che aveva sottovalutato la presa di Alfano sui gruppi parlamentari (e per questo adesso Fabrizio Cicchitto dice che “Denis ama i numeri, ma non è riamato”), al posto di Bondi e di Daniele Capezzone, che per adesso è il portavoce del Pdl, “potrebbero andare uomini a te fedelissimi”, come Paolo Romani, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna… “o chi vuoi tu”.

E sembra passata un’eternità, eppure Massimo D’Alema, appena due anni fa, sintentizzò la maledizione di Alfano con una delle sue battute, “è rischioso essere il Delfino d’un pescecane”. E sotto i baffi, D’Alema alludeva alle stigmate della designazione, al sospetto di scarsa autonomia che fra gli antipatizzanti di Alfano, tra le frequentazioni di Stefania Prestigiacomo e gli amici di Gianfranco Micciché, diventava contumelia: Alfan prodige, è alto, dritto e garbato come un maggiordomo, il colpevole per antonomasia, quello destinato a pagare anche le colpe degli altri (quelle del leader?). Ecco, non è più così. Tutto cancellato, d’un tratto.

L’assistente particolare di Berlusconi messo al governo di grande coalizione dal Padrone e Signore di Arcore è adesso davvero il vicepremier di Enrico Letta, autosufficiente, adulto, padrone di mezzo Pdl, l’ex delfino che, come dilaniato tra la continuità e l’avventura, tra l’obbedienza e l’autonomia, adesso offre al suo caro leader i termini d’un armistizio incruento, gli versa nelle orecchie le parole da incidere sul testamento politico.

E così Berlusconi ha annullato la manifestazione che oggi avrebbe dovuto accompagnare, muscolosa e rutilante, tra spasmi e contrazioni di piazza, la procedura d’espulsione dal Parlamento, la riunione della giunta per le elezioni del Senato che sancirà il primo passaggio nella defenestrazione parlamentare del Cavaliere, il giorno del giudizio, il sinedrio, che si consumerà tra appena dieci giorni nell’Aula di Palazzo Madama.

Ma quella di Berlusconi, fra salti di sinistro umore e inerzie di sasso, è forse una capitolazione che rinvia a una nuova Italia. “Nessuno ha orecchio a capire la musica della propria esistenza, e a fermarla al momento giusto. Ma chissà che Berlusconi non faccia eccezione”, dice Pier Ferdinando Casini, che osserva con interesse tutto questo disfacimento che germoglia in nuova vita.
“Se Berlusconi sta con i traditori, se per lui va bene, sta bene anche a me”, s’abbandona Daniela Santanchè, la Pitonessa che recita, enfatizza, affetta distacco, distanza e rassegnazione, mentre, per la verità, ancora tesse le sue trame e passa da una riunione all’altra, trafelata, e chissà cosa starà davvero preparando… Ma il Cavaliere appare incline a lasciare che le cose accadano, accetta questo 25 luglio e 8 settembre che gli capita di vivere, “è flessibile davanti alla sorte”, dice Andrea Augello, il senatore del Pdl che mercoledì ha fatto da uomo dei numeri, architetto della vittoria parlamentare di Alfano a Palazzo Madama.
Berlusconi, attento e serio, a Palazzo Grazioli ha ascoltato molto il suo Alfano, e ha parlato, poco. Non ha ancora dato nessuna risposta certa, ma palindrome espressioni rassicuranti, di amicizia e prudenza. Sa di essere indispensabile, il Cavaliere, e sa pure che il suo mondo d’origine, l’azienda, è ancora un serbatoio formidabile, necessario, di forza e di finanziamenti per quell’impresa politica che si chiama Pdl. Ridotto nei consensi dentro e fuori del suo partito, più povero dei 500 milioni di euro pagati a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori, con un piede già nella fossa giudiziaria, il Cavaliere ha ancora molta forza contrattuale.

Fedele Confalonieri, il presidente di Mediaset, lui che rappresenta la roba, la mobilia, era per la pace, per la stabilità, favorevole al governo di Enrico Letta, una super colomba, un avversario indomito di quei falchi crisaioli di cui sempre ha diffidato. Ma Confalonieri – e non è un dettaglio – non si fida nemmeno delle colombe di Alfano, malgrado conservi in tasca una remota simpatia per

Potrà Alfano muoversi nella continuità, reggerà al grande gioco del casato dopo di Lui, dopo il Cavaliere, che di quel casato è stato e resta ancora il padrone? Come Ennio Doris, il banchiere di famiglia, Confalonieri teme che il ragazzotto sia un po’ troppo di Agrigento per sapersi muovere, per tutelare gli interessi veri. Ed è per questo che l’ultima parola spetta sempre, ancora, a Lui.


L’ultima farsa della Giunta: Berlusconi deve decadere
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 4 ottobre 2013)

Quando, lo scorso primo agosto, la Cassazione condannò Silvio Berlusconi a quattro anni di carcere al processo Mediaset, il verdetto della Giunta per le elezioni era già scritto.

Tutto quello che è venuto dopo (il braccio di ferro tra giuristi e costituzionalisti sulla retroattività della legge Severino, il dibattito sulle pregiudiziali presentate dal pdl Andrea Augello, i dubbi amletici di alcuni democratici) è stata solo un’estenuante farsa ordita dalla sinistra per cacciare il Cavaliere da Palazzo Madama.

Si chiude il cerchio: prima le trame della Suprema Corte in un processo controverso la cui sentenza va palesemente contro ad altre due sentenze, quindi il trappolone di Pd, Sel e M5S per far fuori il leader del centrodestra senza passare dalle urne. Un colpo di mano che ferisce i quasi dieci milioni di italiani, che a febbraio hanno voluto Berlusconi in parlamento, e che azzoppa la democrazia del nostro Paese usando cavilli di una legge la cui interpretazione non mette d’accordo nemmeno le toghe. “È peggio del previsto – ha commentato il capogruppo Renato Schifani – il copione era stato già scritto e se ne conosceva la trama, ma si è andati oltre ogni limite di tollerabilità”.

Al termine di una lunga camera di consiglio è toccato al presidente Dario Stefano leggere la decisione della Giunta per le elezioni del Senato che, “a maggioranza”, ha proposto all’assemblea del Senato di deliberare la mancata convalida dell’elezione di Berlusconi. Pd, Scelta Civica e M5S hanno votato a favore della decadenza, Pdl, Lega e Gal contro: è finita quindici a otto. Adesso la palla passa all’Aula per il definitivo e formale pronunciamento: la data più probabile è lunedì 14 ottobre, sempreché il Cavaliere non decida prima per le dimissioni da senatore. Eventualità che, non più tardi di mercoledì scorso, il leader azzurro ha assicurato di non aver alcuna intenzione di contemplare. “Le motivazioni della decisione – ha assicurato Stefano – saranno sottoposte alla giunta nella prossima seduta in modo da poterla presentare al Senato entro il previsto termine di venti giorni dall’adozione della decisione”.

A questo punto, però, le motivazioni della decadenza risultano scontate. Nella dibattito di oggi si può leggere tutto l’odio anti berlusconiano. Una caccia al nemico numero uno che va avanti da oltre vent’anni. Al verdetto politico, in palese violazione del principio della non retroattività della legge penale sancito dalla Costituzione, si è infatti aggiunto il comportamento del grillino Vito Crimi che ha infranto il patto di riserbo dell’udienza pubblica dell’organismo parlamentare. Un comportamento che, Schifani non ha alcun dubbio, “avrebbe dovuto imporre lo stop ai lavori”. Adesso toccherà all’Assemblea del Senato evitare che si consumi un vulnus (senza precedenti) alla democrazia. “Ci auguriamo che gli alleati di governo, Partito democratico e Scelta Civica – è l’auspicio del capogruppo del Pdl – abbiano in quella sede un sussulto di responsabilità e respingano insieme al Pdl il pronunciamento odierno”.

Che il Pd possa votare in Aula diversamente da come ha fatto in Giunta, appare piuttosto difficile. Nonostante la fiducia incassata mercoledì da Enrico Letta, oggi si è vista una nuova maggioranza che ha compattato sinistra giustizialista e stellati forcaioli.

“La colpa ricadrà su quanti hanno commesso questa incredibile violazione – ha commentato il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri – c’è ora un’ultima occasione, in Aula, per impedire che si compia uno scempio”. I Cinque Stelle sono già partiti alla carica per ottenere il voto palese ed evitare i franchi tiratori piddini. “Noi abbiamo fatto il nostro dovere e continueremo a farlo”, ha avvertito il grillino Mario Giarrusso. In realtà il regolamento è chiaro, a meno che il presidente Piero Grasso non intenda alterarlo. Anche in occasione del voto sul senatore Sergio De Gregorio era stato proprio il piddì Luigi Zanda a ricordare che il voto è segreto. E, infatti, segreto fu.


Ma Berlusconi è davvero finito?
di Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”, 4 ottobre 2013)

La domanda che più insistentemente viene posta da chi osserva l’Italia – ma anche da chi ci vive incastrato dentro, soprattutto da un’intera generazione perduta che va dai diciotto ai quarant’anni (gli altri, nel bene o nel male, sono sistemati da qualche parte e/o compromessi) – è semplice, e banale quanto una conversazione al bar: Berlusconi, tanto più nella giornata della sua decadenza votata in Giunta al Senato, è finito?

Come sapete, per la terza volta (le altre due sono state alla fine degli anni novanta, e poi nel 2006-2007) i media italiani tendono largamente a ritenere di sì, e stanno dunque accompagnando con non celata soddisfazione l’operazione politica che ha portato Alfano a sostenere Letta assieme a un gruppo di ex democristiani e ex socialisti del Pdl. Non è solo uno di loro, l’antico collaboratore di Cossiga Naccarato, a scomodare senza tema d’enfasi il fantasma di Aldo Moro: sono tanti commentatori e persino osservatori del campo democratico (che danno voce al medesimo sentimento che ha portato il pubblico di Ballarò ad applaudire a mani spellate mentre Cicchitto – un vecchio socialista – dava dello stalinista a Sallusti. Meraviglie del possibile).

Addirittura, il povero Angelino – uno che non ha mai particolarmente goduto di buona stampa, che veniva sempre descritto come il ragazzotto siciliano formatosi facendo in sostanza da assistente al Cavaliere e anzi, appena un mese fa era a un passo dalla rovina politica per l’improntitudine con cui aveva gestito il caso Shalabayeva (allora fu Letta a salvarlo, oggi è lui che ha salvato Letta) – ecco, viene invece oggi raccontato con impalcature da “personaggio” in altri tempi destinate a leader veri. Insomma, è diventato grande. E’ diventato – così viene detto da alcuni – un grande.

Ci viene al contrario detto che non è più, invece, “un grande” – nonostante quanto sussurri in aula il premier Letta – il vecchio caimano Silvio Berlusocni. Gli articoli migliori lo raccontano coi denti spuntati e sostanzialmente in preda a continui disturbi dell’umore e crisi di pianto. E’ sicuramente vero. Se ne può dedurre, in automatico, la fine politica? Qui spiegherò alcune delle ragioni che considero più importanti per mettere un po’ in guardia da questa conclusione rapida.

– Posto che mai ho creduto al mito del Berlusconi invincibile, occorre partire però da una constatazione: dopo l’incresciosa giravolta all’ultimo secondo (al punto da chiedermi se sia stata tutta una farsa), Berlusconi ha davvero mostrato che in questo momento non può fare a meno di Alfano. Nulla però toglie il tarlo dalla mente che il tutto fosse, non certo previsto, ma messo almeno nel conto. E’ vero che Berlusconi non ha più la potenza di fuoco per applicare ai dissidenti il metodo della damnatio a suon di colpi bassi, toccato in varie forme a Follini, Casini, e assurto al rango di “metodo Boffo” con Boffo, appunto, e con Fini; ma era pur sempre abbastanza forte – economicamente, e nel sistema dei suoi media – da intraprendere subito una campagna di distruzione sistematica dell’immagine di Alfano, e delle altre “colombe”. Poteva, ma non l’ha fatto. Non ha mai neanche timidamente criticato il segretario del Pdl, neanche quando sembrava che Alfano ostentatamente gli si ribellasse, peraltro con la comica frase dei “diversamente berlusconiani”. Anzi già prima del voto rispondeva a uno dei tanti falchi, che ne chiedevano lo scalpo, che Alfano era nel suo cuore, un intoccabile: “Martedì notte – ha detto Berlusconi – intorno alle due, Angelino è venuto a trovarmi a Palazzo Grazioli, e non per convincermi a votare la fiducia o per mettermi in guardia da qualcuno. Mi ha semplicemente detto delle cose che porterò per sempre nel cuore”. L’uomo resta la sua leva di questa fase, E NON il capo dei suoi traditori. Forse Berlusconi ha tradito i falchi, all’ultimo secondo. O forse ha usato i falchi e le colombe, sia pure magari in extremis, e costretto dalla situazione.

– Berlusconi sa – l’ha sempre saputo, a mio avviso – che in questa fase non otterrà le elezioni, che sarebbero comunque difficili. E allora che fa? Resta comunque agganciato al governo, ma si prepara un’uscita e uno smarcamento nel caso (possibilissimo) in cui questo dovesse andare avanti a colpi di tasse e riforme zoppicanti. Quando le elezioni ci fossero, tornerebbe a calare il logo Berlusconi sul tavolo, a quel punto meno compromesso dalla partecipazione diretta all’esecutivo. Potrebbe urlare in campagna elettorale: ve l’avevo detto io. Io volevo farli cadere. Non importa la sua incandidabilità: basta il nome.

– Perché dico che basta il nome? La sacrosanta decadenza – su cui oggi ci si avvita – politicamente non è neanche rilevante, alla fine. E’ un accessorio, che fa quasi parte dello show. Come Berlusconi disse nel videomessaggio a lungo meditato, lui ci sarà comunque, un leader è un leader se ha i voti, non se decade o meno. E’ un tassello fondamentale della sua visione del mondo, rinforzato da una circostanza: se lui in persona, per molte ragioni, sarà improponibile, non lo sarebbe la figlia, ma al limite basterebbe il semplice nome “Berlusconi” sul simbolo del partito. A quel punto la domanda diventerebbe: nonostante Alfano e Letta governino, chi è che ha i voti?

– Si può rispondere innanzitutto per via negativa. Alfano, pare di tutta evidenza, no. Non è neanche certo che un suo ipotetico gruppo centrista – con o senza lo sfondamento trasversale di Letta – abbia il medesimo appeal che ebbe il gruppo Monti alle ultime elezioni. I sondaggisti (che peraltro valgono quello che valgono) su Monti avevano sbagliato meno che su altro: valeva attorno al dieci, poco più poco meno. Lo stesso hanno ripetuto ieri a La Stampa interrogati su Alfano. Né chi è stato inviato in giro in questi mesi può testimoniare onestamente dell’esistenza di un sentimento alfaniano nel “Paese reale”; mentre uno berlusconiano – scosso, ammaccato, traballante – c’è ancora, attenzione che c’è.

– In che misura esiste, questo berlusocnismo alla Salò? E’ questa, non i giochi e gli assetti di establishment, la vera domanda che bisogna porsi se no si fosse totalmente affabulati dal Palazzo; una domanda a cui è impossibile dare una risposta, se non sotto elezioni (che non ci sono). L’Italia è davvero uno strano Paese, ma nulla autorizza a escludere nulla. Ciò che sarà cruciale è sicuramente la scelta di una legge elettorale. Con un purissimo proporzionale Letta indebolirebbe Renzi, e Alfano Berlusconi: è stato osservato da altri e è vero. Resta tuttavia un piccolissimo intralcio: bisogna andare a prendersela, anche una maggioranza proporzionale. Prima o poi. E qui lo statista Alfano potrebbe tornare il ragazzo siciliano.


Giunta, sì alla decadenza di Berlusconi da Senatore
di Redazione
(da “Libero”, 4 ottobre 2013)

Una sentenza già scritta. Una sentenza politica. Che piove, come previsto, in Giunta elezioni del Senato: è stata avanzata la richiesta di decadenza da senatore di Silvio Berlusconi dopo la condanna in Cassazione per il processo Mediaset.  E’ arrivato il sì. Il presidente e relatore, il vendoliano Dario Stefano, ha letto la decisione, presa a maggioranza della Giunta. Ora la palla passa al Senato per la ratifica della decisione che, da regolamento, deve arrivare entro venti giorni. Dura la reazione del Cavaliere: “Questa indegna decisione è stata frutto non della corretta applicazione di una legge ma dalla precisa volontà di eliminare per via giudiziaria un avversario politico che non si è riusciti ad eliminare nelle urne attraverso i mezzi della democrazia”. Nella nota, l’ex premier aggiunge: “La democrazia di un Paese si misura dal rispetto delle norme fondamentali poste a tutela di ogni cittadino. Violando i principi della Convenzione Europea e della Corte Costituzionale sull’imparzialità dell’organo decidente e sulla irretroattività delle norme penali – accusa Berlusconi – oggi sono venuti meno i principi basilari di uno stato di diritto. Quando si vìola lo Stato di diritto – conclude – si colpisce al cuore la democrazia”.

L’iter – Il presidente della Giunta, Stefano, ha ricordato che “il Regolamento ci dà 20 giorni di tempo per presentare la relazione all’aula, ma quello che posso dire io è che non so quante ore impiegherò per scriverla”. Il vendoliano, insomma, assicura tempi brevi: farlo fuori, farlo subito. Ora manca soltanto la messa a punto del documento da presentare in Senato, il ramo del Parlamento che avrà la parola definitiva sull’esilio politico di Berlusconi. “E’ stata una discussione molto concentrata sul merito – ha aggiunto Stefano – e ora, trattandosi di prima applicazione di questa legge, farò in modo che la relazione sia la più dettagliata possibile, affinché ogni senatore possa farsi un giudizio sulla vicenda”. Ora dovrà essere una nuova seduta della Giunta, non ancora convocata, ad approvare la relazione.

I nomi – A votare contro la decadenza sono stati i membri della giunta del Pdl: il vicepresidente Giacomo Caliendo, Maria Elisabetta Alberti Casellati, l’ex realtore Andrea Augello, Nico D’Ascola, Carlo Giovanardi, Lucio Malan. A loro si è aggiunta la leghista Erika Stefani e l’esponente del Gal, Mario Ferrara. A impallinare il Cav, invece, compatti il centrosinistra, Scelta Civica e il Movimento 5 Stelle. I voti a favore della decadenza sono quelli di Dario Stefano (presidente della Giunta, di Sel), Stefania Pezzopane (vicepresidente del Pd), il segretario democratico Isabella De Monte e l’omologo di Scelta Civica, Benedetto Della Vedova, i grillini Maurizio Buccarella, Vito Crimi, Serenella Fucksia. Quindi i democratici Felice Casson, Giuseppe Cucca, Rosanna Filippin, Doris Lo Moro, Claudio Moscardelli e Giorgio Pagliari. Tra gli altri voti pro-decadenza quello del socialista Enrico Buemi.

Furia Pdl – Prima della nota diffusa da Berlusconi, aveva parlato, usando toni altrettanto duri,  Renato Schifani: “Peggio del previsto. Il copione era stato già scritto e se ne conosceva la trama, ma si è andati oltre ogni limite di tollerabilità. Al verdetto politico – ha aggiunto il presidente dei senatori Pdl -, fondato sul pregiudizio e sull’odio verso Silvio Berlusconi, in palese violazione del principio della non retroattività della legge penale sancito dalla Costituzione, oggi si è aggiunto l’intollerabile comportamento di un senatore che ha infranto il patto di riserbo dell’udienza pubblica dell’organismo parlamentare” (il riferimento è agli insulti del pentastellato Vito Crimi su Facebook).

“Allarme per la democrazia” – Sulla stessa linea di Schifani si schiera il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone: “Dalla Giunta viene scritta una pagina nerissima per la democrazia italiana. L’allarme – aggiunge Capezzone – si fa sempre più grave e doloroso per chiunque creda nella democrazia, nello Stato di diritto, nella difesa del diritto non solo di Silvio Berlusconi, ma di molti milioni di italiani, a una piena rappresentanza politica e istituzionale. E tutti, non solo gli elettori di Berlusconi, dovrebbero avere a cuore questi valori”.

“Non s’illuda il boia” – Non ha preso bene il verdetto della Giunta nemmeno Renato Brunetta, che dopo la decisone dell’Assemblea afferma: “Non si illuda il boia. Sta rotolando il titolo di senatore, non la testa dell’uomo e del politico Berlusconi, che resta il leader e il riferimento di meta’ degli italiani. Ci sara’ pure un giudice in Europa. Offesa alla democrazia e al diritto. Tanto piu’ grave perche’ perseguita con rancorosa pervicacia dal Partito democratico, nostro alleato nella maggioranza di governo”. Quindi la pasionaria Michaela Biancofiore: “L’atteso voto contra personam di una giunta di estrema sinistra politica in favore della decadenza del senatore Berlusconi è una violenta discriminazione del quattro volte presidente del Consiglio italiano ed è la pagina più buia della fragile democrazia italiana”.


Il Cav. quasi spacciato
di Andrea Tempestini
(da “Libero”, 4 ottobre 2013)

Quasi spacciato. La Giunta, senza sorpresa alcuna, propone la decadenza di Silvio Berlusconi. In breve l’iter: il 9 ottobre la realazione con cui il presidente Dario Stefano proporrà la “cacciata” dal Senato del Cavaliere verrà approvata dalla Giunta stessa; poi (a partire dal 10 ottobre) Palazzo Madama avrà 20 giorni di tempo per ratificare l’esilio politico del leader Pdl. Con tutta probabilità il voto in aula cadrà tra il 14 e il 18 ottobre. Quasi spacciato, appunto. A Berlusconi resta solo una flebile possibilità: un esito (imprevedibile) del voto (segreto).

Forche grilline – Il terreno di scontro ora – non a caso – si sposta sulle modalità di votazione. Da tempo i grillini hanno imbracciato la forca: il M5S vuole cambiare il regolamento, trasformare il voto da segreto a palese. L’obiettivo pentastellato è quello di blindare la decadenza del Cav (quale grillino o quale senatore del Pd si prenderebbe la briga di votare per la salvezza di Berlusconi?). Pochi minuti dopo il voto di oggi in Giunta i grillini sono tornati alla carica. Parla la capogruppo Paola Taverna: “Chiediamo il voto palese. Per evitare il voto segreto in aula basta che il Pd e le altre forze politiche che si erano espresse a favore del voto palese appoggino la proposta di modifica di regolamento depositata dal M5S”.

Le posizioni – Da Largo del Nazareno, in risposta, si leva la voce di Felice Casson, ex pm, membro della Giunta. Casson sposa le posizioni grilline: “Noi abbiamo già chiesto pubblicamente che si voti in maniera palese. Per due motivi: uno è di ordine pubblico, in modo che ciascuno si prenda le proprie responsabilità e abbia il coraggio delle proprie idee. Il secondo motivo è che la questione della decadenza non è istituto di tipo personale, ma uno strumento a tutela della istituzione“. Scontato il parere contrario del Pdl, motivato da Renato Schifani: “Il regolamento è chiaro, a meno che il presidente Grasso non intenda alterare il regolamento. Io – aggiunge – ho fatto per anni il presidente del Senato e ricordo che sul caso di De Gregorio fu proprio Zanda, per il Pd, a chiedermi che il voto fosse segreto”.

Lo scontro – La discussione sulla procedura è destinata ad accendersi. Nel frattempo si può provare a ragionare sugli scenari. Dopo non aver mollato nulla in Giunta, in un contesto politico che resta fragile e incandescente – dichiarazioni di Casson a parte – è difficile ipotizzare che il Pd si impegni in una guerra per la modifica del regolamento. Certo, il voto di fiducia appena incassato da Letta rende l’esecutivo più stabile, Berlusconi (forse) non ne può più decidere le sorti (il premier sa di avere i numeri e che il Pdl in caso di crisi è pronto a spaccarsi). Questo, per il Pd, potrebbe essere un argomento valido per spingere sul voto palese: il Cav è all’angolo, non ne può più uscire. Ma perché calcare la mano per modificare un regolamento già scritto? Perché rischiare un “rigurgito” d’orgoglio berlusconiano di quelle colombe che potrebbero tornare nel nido del leader ulteriormente vessato?

Il dubbio – Il voto palese, dunque, è tutto tranne che certo. Ed è in questo contesto che cominciano a serpeggiare i primi sospetti. Ovvio che il voto segreto, per definizione, possa riservare sorprese (anche se le possibilità sono ridotte al lumicino). Meno scontato il fatto che le “sorprese” siano firmate dai Cinque Stelle. Il dubbio viene instillato da Stefano Esposito, vicepresidente della commissione Trasporti, che spiega: “I grillini senza Berlusconi sono morti. Quello che stanno facendo in Giunta, con un vero e proprio assist a Berlusconi, è propedeutico a quello che faranno in aula (al voto sulla decadenza, ndr). Lì – prosegue Esposito – dovremo stare molto attenti, perché voteranno contro la decadenza. Lo avevo detto, si sta verificando”.

Traduciamo il pensiero di Esposito. Il democratico, quando parla di “assist in Giunta”, si riferisce agli insulti vergati dal grillino Vito Crimi su Facebook contro Berlusconi. Improperi a ridosso del voto (in Giunta) che hanno rischiato di bloccare i lavori con la ricusazione del pentastellato. Quindi Esposito estende il ragionamento al prossimo voto, quello al Senato: se fosse segreto, il M5S potrebbe salvare Berlusconi. Il piano è potenzialmente perfetto: il “nemico assoluto” resterebbe in sella, e parimenti potrebbero puntare il dito contro il Pd, parlare di inciucio, sbraitare contro la Casta e il “malaffare” di Palazzo. Forse si tratta solo di fantapolitica. O forse no. Berlusconi e il Pdl lo sanno: l’ultimo obiettivo rimasto è il voto segreto. Poi, si vedrà.


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1 commento

  1. Commento by zarina — 5 Ottobre 2013 @ 09:49

    Quindi, in base alle varie elugubrazioni che si leggono qua e là, sarebbe in atto una strategia   degli ex   democristiani   AlfLetta per   resuscitare   la   vecchia casa madre DC ,   sotto la guida del re del colle che, folgorato   sulla via di Damasco come S.Paolo,   al fin del cammin di sua vita si sarebbe convertito al democristianesimo. Con l’approvazione dei   kompagni di partito, non ancora folgorati ma forse sulla buona strada, pronti a stendere il tappeto rosso (per il momento hanno solo quello) e   la “felice” disponibilità dell’erede storico dell’azienda,   Casini, cui, oltre all’eredità,   scipperanno, forse, pure l’altrettanto storico scudo crociato.
    Ho l’impressione che questi personaggi   si muovano credendosi degli dei   nell’olimpo,   sono totalmente fuori dalla realtà della gente e ne   ignorano i problemi quotidiani che non   si rendono minimamente conto di essere   seduti in una modesta trattoria e l’oste, ovvero gli elettori,   osserva e prende nota di chi mangia e chi beve e presto presenterà loro il conto da pagare.

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