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La costruzione di un’identità

7 Ottobre 2013

di Ernesto Galli Della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 6 ottobre 2013)

È impossibile dire in queste ore che cosa nascerà dalla vasta dissidenza che si è manifestata nel Pdl contro la direzione berlusconiana. In particolare è difficile dire se da tale dissidenza nascerà quella Destra «europea », «costituzionale », «moderata », «liberale » – in grado di rappresentare una reale alternativa alla Sinistra – che da molte parti si auspica. Vedremo. Ciò che per il momento possiamo fare è chiederci per quale ragione, però, essa finora non è mai nata, e perché invece la sola Destra competitiva che in Italia ha visto la luce è stata quella di Berlusconi.

Al cuore del problema c’è una questione di credibilità rispetto al proprio elettorato di riferimento, la cui principale caratteristica è rappresentata ovviamente dall’ostilità verso la Sinistra (ho scritto ovviamente perché la stessa cosa vale per l’altra parte. Anche l’elettorato di sinistra, infatti, è mosso principalmente dall’ostilità verso la Destra: lo si è visto bene nella rivolta dentro il Pd contro Renzi, giudicato da molti dei suoi troppo incerto su questo fronte). Come si capisce, tale credibilità non può che essere data dalla leadership . Affinché esista una Destra alternativa e competitiva, cioè, è necessario che vi siano dei capi i quali non lascino dubbi sulla propria volontà di contrapporsi alla Sinistra, di essere una cosa assolutamente diversa. Che lo sappiano fare con le parole, con i gesti e con i fatti, con la propria vicenda individuale, vorrei dire perfino con la propria persona. Precisamente e innanzi tutto da questo punto di vista Berlusconi – chi ne può dubitare? – è stato assolutamente imbattibile. Ogni cosa in lui ha testimoniato di una radicale estraneità all’universo antropologico della Sinistra: dalla sua attività ai suoi interessi economico-aziendali, ai suoi modi, al suo linguaggio. Senza contare un ulteriore elemento di portata decisiva: la sua estraneità – biografica e ideologica – alla politica in quanto tale (al «teatrino della politica », nel linguaggio berlusconiano).

Un’estraneità fatta apposta per solleticare il sentimento di diffidenza verso la dimensione della politica e il suo carattere invasivo che in ogni Paese del mondo, ma soprattutto in Italia, è un marchio caratterizzante di qualunque elettorato di destra.
Da ciò che ora ho detto ci si può fare un’idea di quanto sia complicato in Italia rappresentare l’elettorato di destra in modo che allo stesso risulti davvero credibile e che susciti un reale sentimento di identificazione: bisogna sì fare politica, ma dando a vedere che i propri valori e il senso della propria vita stanno altrove (fu questo, a suo tempo, un indubbio elemento distintivo e di forza dei politici cattolici nei confronti del «moderatismo » nazionale).

Questa «antipoliticità » di fondo richiesta a ogni leadership di destra che voglia risultare credibile di fronte al proprio elettorato copre però ben altri ambiti, e implica da parte di quella leadership , in Italia, una cosa ancora più difficile. Vale a dire la capacità di sottrarsi all’egemonia che sul senso comune accreditato e sul discorso pubblico ufficiale esercita (arrivo a pensare quasi senza neppure accorgersene) la Sinistra: una capacità, anche questa, che Berlusconi ha avuto come pochi ma che non è per nulla facile avere.

In Italia infatti – per ragioni storiche che risalgono al fascismo e al fatto che la sua catastrofe ha voluto dire la delegittimazione di tutto quanto recasse un’impronta «di destra » – in Italia, dicevo, da decenni le istituzioni, i grandi corpi dello Stato, gli alti funzionari, le «autorità », i grandi giornali, la cultura riconosciuta, tutto quanto, lasciato libero di esprimersi, parla in maniera naturale un linguaggio «di sinistra ». Con gli stilemi, i luoghi comuni, i principi che in un modo o in un altro rimandano, oggi almeno, all’universo politico di questa: l’«Europa », la «Costituzione », il «sindacato », i «diritti », la «pace », la «laicità », il «multiculturalismo », la «legalità », e via di seguito. Non da ultimo in ragione della straordinaria capacità della Sinistra stessa di fare propri e di inglobare anche valori che in realtà hanno origine e storia lontane dalle sue.

Quale sia il monopolio di fatto di cui gode tale universo politico-culturale e quindi la sua naturale forza di attrazione si è visto con Gianfranco Fini. Il quale, provenendo dal mondo neofascista (dico neofascista!) e volendo dar vita pure lui a una Destra «moderna » ed «europea », si è però ridotto in breve a scimmiottare in tutto e per tutto il discorso della Sinistra. Per effetto, tra l’altro, di un ulteriore condizionamento che una leadership di destra desiderosa di qualificarsi come «diversa » deve mettere in conto. Il fatto cioè che questa sua diversità – qualora sia schierata polemicamente contro altri settori della Destra (come è stato per l’appunto nel caso di Fini) – diviene tuttavia subito oggetto delle più diverse e continue forme di approvazione, adulazione e compiacimento, da parte della Sinistra, la quale ha l’ovvio interesse di strumentalizzarla. In tal modo però snaturandola e privandola di ogni vigore politico.
Mantenere dunque un tratto non immediatamente politico; essere capaci di rappresentare sempre una posizione realmente anche se non pregiudizialmente alternativa; avere il coraggio, l’intelligenza e la capacità di costruire e opporre un proprio discorso pubblico a quello della Sinistra, di resistere alla sua captatio benevolentiae non trasformandosi però in una Destra «trogloditica » e/o sovversiveggiante: per la leadership di una Destra «moderna » ed «europea » la navigazione è costellata di questi scogli: se Alfano e i suoi avranno il coraggio di mettersi in mare, sanno quello che li aspetta.


Letta-Alfano: è solo tattica politica
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 7 ottobre 2013)

Quando ieri Enrico Letta e Angelino Alfano si sono messi a litigare (o a fingere di litigare: in politica è quasi la stessa cosa) è probabile che la stragrande maggioranza degli italiani abbia esclamato un nauseato «Ancoraaa? Bastaaa! ». La crisi di governo è appena stata scongiurata; gli estremisti sembrano nell’angolo; la pace pare tornata per il bene di tutto il Paese, e adesso ricominciano?

La nausea degli italiani, e il loro timore di una ripresa delle ostilità, sono più che comprensibili.
Ma siccome a volte, per non dire quasi sempre, le dichiarazioni dei politici vanno lette in controluce, ecco che forse le prese di posizione di ieri del premier e del vicepremier vanno interpretate, al contrario, come un fattore di stabilità piuttosto che di instabilità. Perlomeno a lungo termine. Vediamo perché.

Intanto, i fatti. Intervistato da Sky Tg24, Letta ha detto che una stagione ventennale si è chiusa per sempre, dando in questo modo per morto (politicamente) Berlusconi. «Alfano ha vinto, non ci saranno più tarantelle », ha aggiunto. Ma Alfano, anziché intascare i complimenti, ha risposto per le rime: «Nessuno, premier compreso, si permetta di interferire nelle vicende interne al Pdl. Berlusconi resta il nostro leader ».

Sembrano i segnali di nervi di nuovo tesi all’interno della maggioranza, e verrebbe da chiedersi per quale ragione Letta e Alfano si sono messi l’uno contro l’altro. Ma in realtà sia il primo, sia il secondo, non potevano fare altro che dire quello che hanno detto.

Per quanto riguarda Letta, il motivo è evidente. Il premier voleva ribadire il discorso pronunciato alla Camera poche ore dopo il voto a sorpresa di Berlusconi sulla fiducia: la maggioranza è comunque cambiata, non accetterò più di governare sotto minaccia, basta con Berlusconi, d’ora in poi il mio alleato è Alfano che ha già mostrato senso di responsabilità.
A queste parole, però, Alfano ha – come dicevamo – replicato seccamente. Cerchiamo di capirne il motivo. Che è, o almeno dovrebbe essere, il seguente.

Nei giorni scorsi il segretario del Pdl e vicepremier ha vinto un’importante scommessa. Quando Berlusconi ha cercato di imporgli la caduta del governo, Alfano ha resistito; lo ha sfidato e lo ha battuto, costringendolo infine a un voltafaccia clamoroso. Quindi il «partito della crisi » interno al Pdl ha dovuto battere in ritirata.

Ma, salvato il governo, Alfano punta ora su un’altra scommessa: prendere la guida del centrodestra. In molti, nelle ore successive alla vittoria in Senato, gli hanno suggerito di staccarsi dal Pdl-Forza Italia e di dar vita a nuovi gruppi parlamentari che garantissero stabilità al governo. Alfano però sa che, se così facesse, correrebbe due pericoli: il primo è che si snaturerebbe, diventando una stampella centrista del governo guidato dal Pd; il secondo è che alle elezioni farebbe poi la fine di un Fli o di una Udc, perché alla sua destra resterebbe una Forza Italia comunque capace di raccogliere ancora molti voti.

Da qui la seconda scommessa di Alfano: prendere appunto la guida del centrodestra. Sicuramente anche per cambiarne stile e pelle, tenendolo sotto l’ombrello del Partito popolare europeo, al riparo dagli estremisti: ma comunque restando centrodestra, e non diventando centro. Per questo Alfano ha bisogno che non ci sia nessuno, in futuro, alla sua destra; per questo ha bisogno di dire che Berlusconi è il leader storico. Per questo, insomma, ha avuto bisogno di rispondere a muso duro a Letta, il quale avrà capito benissimo e sicuramente anche apprezzato: anche lui ha interesse ad avere, dall’altra parte, un centrodestra guidato da un Alfano, e non da un Berlusconi condizionato dai falchi.

Ecco perché, a gioco lungo, la divergenza di ieri tra Letta e Alfano potrebbe portare a una maggiore stabilità del Paese. Il quale ha necessità che il centrosinistra e il centrodestra siano due cose ben distinte; e che il centrodestra non sia più caratterizzato, come è stato fino alla scorsa settimana, da un clima di guerra. Alfano ci sta provando. Il tempo gioca probabilmente per lui, e sicuramente contro i nostalgici.


Letta vuole comandare il Pdl
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 7 ottobre 2013)

La sinistra getta la maschera e passa alla seconda parte del piano: comandare in casa Pdl. Letta ed Epifani ieri non hanno usato giri di parole per ordinare in sequenza: che Berlusconi non è più il leader del Pdl, che il nuovo capo assoluto del partito deve essere Angiolino Alfano, che lo stesso Pdl deve affrettarsi a spacchettarsi in due gruppi distinti e distanti (da una parte i lealisti di Letta, dall’altra quelli di Berlusconi).

Se si sono semplicemente montati la testa o se invece chiedono il rispetto di patti oscuri stipulati con non si sa chi per indebolire il centrodestra, lo capiremo strada facendo. O forse si tratta solo di nervosismo per il timore che la partita con il berlusconismo non sia ancora finita.

In effetti, a leggere l’intervista a Raffaele Fitto, punto di aggregazione dei lealisti, uscita ieri sul Corriere della Sera, si evince che una buona parte del Pdl non ha intenzione di arrendersi al nuovo corso prima di una conta ufficiale che certifichi chi è maggioranza e chi minoranza nel magico mondo berlusconiano. Chiedono, come già anticipato nei giorni scorsi anche dal Giornale, l’azzeramento delle cariche e un congresso. Il che sposterebbe in là l’ufficializzazione di un’eventuale scissione e riaprirebbe tutti i giochi, forse dati per chiusi in modo definitivo un po’ troppo frettolosamente nelle ore, direi nei minuti, successivi al voto di fiducia, con gli abbracci tra la Bindi e Cicchitto e gli inediti applausi dei deputati di sinistra a Formigoni.

Alfano ieri ha preso le distanze dalle dichiarazioni del suo socio di governo, con il quale solo poche ore fa aveva battuto un entusiastico «cinque » con le mani per festeggiare la fiducia: «Non accetto interferenze, il nostro leader è ancora Berlusconi », sono le parole che ha dettato alle agenzie. Almeno su questo ha ricevuto l’applauso di tutto il Pdl. Una goccia d’acqua cheta in quel mare in tempesta che è stato il partito nei sette giorni più terribili della sua storia. Che, a differenza di ciò che pensa e dice Letta, non credo proprio sia giunta al capolinea.


Sondaggi, liti e spettro della Dc: così il Pd vuole spaccare il Pdl
di Redazione
(da “Libero”, 7 ottobre 2013)

Le cifre vengono sbattute in prima pagina di Repubblica. Cifre impressionanti. Si tratta del sondaggio del lunedì curato da Demos. Stando alla rivelazione, il Partito democratico sarebbe in volo: viene quotato al 32,2% rispetto al 20% del Pdl. Oltre 12 punti di distacco, insomma. Gli azzurri verrebbero superati dal Movimento 5 Stelle. Nota metodologica: nella domanda posta al campione, ora si parla di Pdl-Forza Italia; un cambio lessicologico che può influire sulla risposta. Eppure, cambi lessicologici a parte, quella forbice tra democratici e pidiellini appare spropositata. Si pensi che alla precedente rilevazione, quella del 10-12 settembre, il distacco era di soli 2,3 punti percentuali a vantaggio delle truppe del Nazareno, che rispetto a quel sondaggio salirebbero quasi del 4 per cento. Repubblica parla di “effetto fiducia”, che avrebbe avuto come conseguenza il tracollo azzurro e l’impennata democratica.

Doppio effetto – Ma non è soltanto una questione di cifre. E’ anche una questione di dichiarazioni. Ci riferiamo a quella del premier, Enrico Letta, che in un tranquillo pomeriggio domenicale si è preso la briga di dire che “Silvio Berlusconi è finito”. Parole pesanti, che hanno innescato la pronta reazione di Angelino Alfano, leader in pectore, che chiede al presidente del Consiglio di guardare in casa sua. Possibile che i due abbiano davvero bisticciato? Possibile che un paludato ex-democristiano come Letta si faccia prendere la mano e consegni ai media una dichiarazione improvvida? Possibile. Ma è possibile anche che i due non abbiano litigato per nulla. Con le sue parole, Letta, potrebbe anche aver fornito un assist ad Alfano: rispondendo, il vicepremier ha in qualche modo ricompattato il Pdl, almeno per un giorno, attorno a Berlusconi. E un Pdl più compatto, se non ci saranno scissioni, è sinonimo di maggiore garanzia per il governo. Inoltre, con l’assist, Letta ha in qualche modo rafforzato la leadership di Alfano. Anzi, l’ha proprio benedetta. Per il premier, ora, il leader è Angelino. Un messaggio chiaro a falchi e lealisti. E infatti, subito, sono rispuntati i sospetti sulla nuova balena bianca guidata proprio dagli attuali premier e vicepremier. La sortita di Letta, dunque, grazie alla risposta di Alfano ha compattato il Pdl nel breve ma, paradossalmente, in una visione a lungo termine sembra far leva sulle voglie di scissione che animano gli azzurri (e, in qualche misura, anche i democratici; soprattutto se come pare quasi certo s’imponesse la leadership di Matteo Renzi).

Benzina sul fuoco – Ma non è soltanto una questione di cifre e di battibecchi (veri, finti o strumentali che siano) tra premier e vicepremier. E’ anche una questione di bersagli. Quello prediletto è Silvio Berlusconi. Non solo l’attacco di Letta, nel pomeriggio della domenica, ma anche quello di Guglielmo Epifani. Medesimo il tenore dell’affondo. Medesime le conseguenze: un aumento dell’entropia nel Pdl e, di conseguenza, nelle larghe intese. Per completare il quadro è importante ricordare altre cifre snocciolate dal sondaggio di Repubblica: la popolarità di Letta sarebbe al 56,9%, una cifra considerevole, e avrebbe superato anche quella di Matteo Renzi, da tempo dominatore della peculiare classifica. Cifre, dichiarazioni, battibecchi, poi altre cifre che, in un modo o nell’altro, sembrano concorrere ad un unico obiettivo: la frantumazione del Pdl. Se i sondaggi lo inchiodano, se crescono i dubbi interni su Alfano, se viene bersagliato Berlusconi per infiammare il confronto, infatti, le pulsioni “scissioniste” potrebbero trovare nuova linfa e avere la meglio. Un piano perfetto: non solo la cacciata di Berlusconi (che passa per la prossima decadenza) ma la frantumazione del fronte moderato.


Biancofiore: “Dimissioni accettate? Sono furibonda”
di Redazione
(da “Libero”, 7 ottobre 2013)

Berlusconiani epurati. Lo ha deciso Enrico Letta, che intervistato da SkyTg24, dopo aver detto che “Berlusconi è finito”, ha reso noto di aver “accettato le dimissioni del sottosegretario Michalea Biancofiore perché dopo che i ministri le avevano ritirate lei le ha mantenute. Quindi le ho accettate per far capire che sono cambiate le cose”. La reazione dell’amazzone azzurra è veemente: “Sono furibonda, ma voglio verificare la notizia prima di commentare. A me – aggiunge – nessuno ha comunicato alcunchè, ma sarebbe un incredibile autogol di Letta. Rifiuta le dimissioni di tutti i ministri e non le mie? Certo, questi non brillano per cortesia ed educazione, ma almeno una telefonata potevano farmela”. L’amazzone chiama poi in causa Angelino Alfano: “Posto che – come tutte le agenzie nazionali hanno battuto -, i ministri non hanno ritirato le dimissioni ma sono state respinte dallo stesso Letta, cosa da lui confermata anche per i sottosegretari nel corso delle dichiarazioni sul voto di fiducia nell’aula della Camera, attendo intervento dal vice premier Alfano nonchè segretario del mio partito. Affinchè – prosegue – renda noto se trattasi di una epurazione frutto di una precisa scelta politica – di mobbing – che nulla ha a che vedere, con tutta evidenza, con l’unità del partito da più parti evocata. Confermo comunque che rilascerò ogni commento nel corso della conferenza stampa che intendo indire per martedì prossimo a Roma”. Alla vigilia si era creato un piccolo giallo. Prima le indiscrezioni di stampa secondo la quale, di fatto, le dimissioni della pidiellina erano diventate “operative”. Quindi la smentita della Biancofiore. Ma, oggi, Letta mette la parola fine alla querelle: troppo berlusconiana, cacciata dal governo.


Santanchè, Berlusconi la tiene lontano dalla televisione
di Salvatore Dama
(da “Libero”, 7 ottobre 2013)

«Perdere una battaglia non significa perdere la guerra ». Non si dà per vinta, la Santanchè. Ma quando nel campo marzio sei l’avanguardia, è facile che la tua testa sia la prima a rotolare. E Daniela non è donna da retrovie. O trincea o niente. È sempre stata così da quando ha esordito in politica. Era al fianco del capo, nella war room di Arcore, quando sabato scorso Silvio Berlusconi ha deciso le dimissioni dei ministri, a loro insaputa. Poi lo scontro fratricida nel Popolo della libertà. Poi la prevalenza delle colombe e la fulminea conversione filogovernativa del Cavaliere in un rocambolesco mercoledì mattina.

Gli eventi cambiano velocemente e la ruota che gira: i lealisti, vittoriosi, adesso vogliono chiudere i conti con gli ultrà. E la pitonessa è nella black list. Con Denis Verdini, Sandro Bondi, Renato Brunetta, Daniele Capezzone. Loro rischiano la carica, Santanchè non ha un ruolo da difendere. Doveva essere eletta vice presidente della Camera, ma i difficili rapporti che ha fuori e dentro al partito non l’hanno aiutata. La deputata azzurra ha sempre puntato tutto sul legame personale e fiduciario con Berlusconi. Non c’è nessuna cordata o corrente che la difenda. Anzi, sono in tanti che – in pubblico o non privato – non aspettano altro di vederla soccombere. Chiaro che se le si chiude il portone di Arcore, allora ciao. «Ho mangiato un cucchiaino di merda », ha detto alla Stampa l’altro giorno per rendere l’idea del suo disagio. La realpolitik impone che debba continuare a difendere l’uomo di Arcore fino alla fine, ma Daniela si è sentita usata. Messa in mezzo. E ora mollata. Perché Silvio ha questo piccolo difetto. Quando ha ragione, è merito suo. Quando sbaglia, è colpa degli altri.

E adesso il Cav dà ascolto a quelle vocine che gli dicono: «Allontanala, vuole fare carriera sul tuo martirio ». E al momento asseconda pure chi gli consiglia di non mandarla in tv. Dopo la litigata su La7, nel salotto di Lilli Gruber, con Roberto Formigoni a “Otto e mezzo”, è saltata l’ospitata della Pitonessa alla trasmissione Virus di Nicola Porro: ordini superiori, dicono. D’altra parte Daniela ha la colpa di non aver fatto tesoro delle esperienze passate. Non è propriamente la prima volta che Berlusconi la manda avanti. Successe nel 2007, quando Silvio convinse la Santanchè a diventare la frontwoman del partito di Francesco Storace: «Così prendo voi e mollo Fini », le assicurò. Alla fine invece si tenne Gianfranco. E come è andata a finire è stranoto. Forse non è un caso se oggi Santanchè abbini la parabola di Angelino Alfano a quella dell’ex presidente della Camera e leader di Alleanza nazionale. Nella concezione di Daniela non esistono i «diversamente berlusconiani »: o lo ami senza se e senza ma, oppure alla lunga finirai per fotterlo.

Perciò le brucia tanto la prevalenza del delfino. Lo sfida: «Se vuole la mia testa, eccola, è qui ». Non considera il vice premier affidabile come successore («Un democristiano ») ed era pronta a sfidarlo nella corsa alla guida del nuovo partito. Se non fosse successo il patatrac. Che poi magari alla lunga la spaccatura finirà per ricomporsi, Berlusconi è al lavoro per riassemblare i cocci del Popolo della libertà, riportando la pace tra i litiganti e assicurando agibilità politica anche ai falchi. In favore di Daniela, va detto, gioca il fatto di essere una delle poche presenze femminili tollerate in casa Berlusconi dalla fidanzata Francesca Pascale e dall’assistente personale Maria Rosaria Rossi. Cosa tutt’altro che secondaria.

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(Intendo esprimere la mia solidarietà a Michaela Biancofiore e a Daniela Santanchè, autentiche combattenti, e dico a Berlusconi che patire queste umiliazioni è scandaloso da parte sua: meglio allora una scissione. Che ce ne facciamo di un Pdl asservito al Pd, come mei fatti sarà, e molto presto? bdm)


“Non sono un traditore, non finirò come Fini”
di Amedeo La Mattina per “La Stampa”
(da Dagospia”, 7 ottobre 2013)

Letta ed Epifani hanno complicato il difficile lavoro di Alfano dentro il Pdl. Lavoro di ricomposizione e leadership, con il sostegno di Berlusconi, per emarginare definitivamente i falchi, tenere saldo il controllo del partito e sostenere senza scossoni il governo. Il problema è che il premier e il segretario Pd non credono all’operazione soft di Angelino: vogliono archiviare in fretta anche il Cavaliere.

Pensano che, con lui ancora tra i piedi, si balla sempre la rumba. Una tesi, per la verità, che trova consensi tra alcune colombe del Pdl: la decadenza da senatore, che verrà confermata entro ottobre, e la pressione del Pd per deberlusconizzare totalmente la maggioranza potrebbero far reagire il Cavaliere in malo modo.

Già ieri il ministro dell’Interno ne ha avuto un assaggio con una violenta telefonata ricevuta dall’ex premier, imbufalito per le parole di Letta ed Epifani. Il rischio è la rottura dell’asse Berlusconi-Alfano, con la conseguenza che quest’ultimo perda il sostegno del Cavaliere proprio quando deve affrontare un’opposizione interna che vede alleati falchi e «lealisti ».

Insomma, l’impazienza di Letta ed Epifani può danneggiare il loro principale interlocutore. Lo danneggia doppiamente, appunto, nelle ore in cui prende corpo l’iniziativa, molto insidiosa, guidata da Raffaele Fitto. Alfano è accusato di «ammutinamento e insubordinazione », di non difendere come si deve Berlusconi, di volere smontare il centrodestra, abbandonando i cavalli di battaglia del Pdl (la giustizia, innanzitutto), e di puntare ad una operazione neo-centrista subalterna alla sinistra.

Ma il furbo segretario del Pdl è riuscito a trasformare le parole di Letta e di Epifani in un assist a suo favore per la controffensiva interna. Ha reagito duramente, dicendo al presidente del Consiglio e al segretario Pd di non accettare «ingerenze nel libero confronto del Pdl ».

Alfano è uscito dall’angolo, ha confutato cambi di alleanze e operazioni neo-centriste. «Io non sono Fini – spiega Alfano – non tradirò mai Berlusconi. Stiamo lavorando, ciascuno secondo il proprio modo, per l’unità del partito. Non saranno i nostri avversari a determinare la chiusura del ciclo politico di Berlusconi in quanto il popolo, ancora oggi, individua in lui il leader di un grande partito e il leader di una coalizione che può ancora vincere ».

Alfano definisce i Democratici «avversari » e parla di una «coalizione » non meglio definita che si presume essere ancora quella di centrodestra. Neutralizza i veri avversari del momento, quelli interni, ma soprattutto calma l’ira di Berlusconi per le affermazioni di Letta ed Epifani. Affermazioni che potevano portare acqua al mulino di Fitto, considerato da Alfano la maschera di Verdini, il volto giovane dietro cui si nasconde la chioma canuta del capo dei falchi.

Insomma, lo strumento per far saltare ogni intesa nel Pdl, terremotare ancora una volta il governo. Berlusconi però ha chiuso la porta a Fitto. Non ha gradito la sua iniziativa, né preso in considerazione la richiesta di congresso e di primarie. «Quello che oggi propone Fitto – osserva Saverio Romano, uno dei maggiori alleati dell’ex governatore pugliese – è quello che una volta diceva Alfano. Perchè ora ha cambiato idea? ».

Gli alfaniani tirano dritto, dicono che Fitto utilizza e si fa utilizzare dai falchi, ma quando i veri berlusconiani che adesso lo seguono, come Gelmini, Carfagna, Bernini e Bergamini, sentiranno dalla viva voce di Berlusconi che non ci saranno né congresso né primarie, sceglieranno di stare con il segretario. E avranno un ruolo nel nuovo assetto del Pdl. «E Fitto rimarrà solo con alcuni esponenti locali, pugliesi e con i falchi ormai non più spendibili ».


Farsa Italia
di Francesco Bei per “La Repubblica”
(da “Dagospia”, 7 ottobre 2013)

Menarsi in pubblico ma tenersi mano nella mano in privato. Il patto tra i due quarantenni che guidano la maggioranza non prevede alternative e si basa su un comandamento incrollabile: «Il governo deve andare avanti ».

Anche ieri, benché al segretario Pdl non abbiano certo giovato quelle parole così aspre sulla fine del «ventennio » berlusconiano pronunciate da Letta in tv, il canale con «Enrico » è rimasto aperto. Con uno scambio di Sms che ha chiuso l’incidente senza conseguenze. Perché Alfano riconosce a Letta una «correttezza di fondo » e comprende che il premier «deve ora difendersi dagli attacchi di Renzi e dalle turbolenze che arriveranno per il congresso del Pd ».

Mentre Letta farà di tutto per agevolare una salda presa di possesso di Alfano sul partito “defalchizzato”. Del resto i due hanno già ragionato sul da farsi e concordato le prossime mosse. «La stagione di Berlusconi è finita », ha detto Letta ad Alfano due giorni fa, alla presenza del ministro Kyenge e di un arcivescovo. Alfano annuiva sconsolato.

Il patto siglato tra i due prevede una serie di passaggi che andranno onorati a breve, brevissima scadenza. E sarà Alfano stavolta a dover dimostrare di avere in mano la situazione. La prima testa che dovrà cadere sarà quella di Renato Brunetta, anche se Alfano riconosce al capogruppo Pdl di non aver agito («a differenza di altri ») con secondi fini personali.

Brunetta quindi sarà recuperato in qualche ruolo nel partito, ma non potrà più sparare ogni giorno sul governo come faceva prima. Specie ora che inizierà il cammino della legge di Stabilità. «Non possiamo stare con un piede nel governo e con un altro all’opposizione. Questa fase – sintetizza il ministro Beatrice Lorenzin – si è chiusa mercoledì scorso con il voto di fiducia ». Le altre teste che metaforicamente dovranno rotolare, nel piano di Alfano, saranno quelle di Verdini, Capezzone e Santanchè.

Tutti gli altri, a partire da Raffaele Fitto potranno essere recuperati. Anzi, proprio a Fitto sarebbe stata offerta nei giorni scorsi dagli alfaniani la poltrona di capogruppo come rappresentante dei “lealisti”. L’altra opzione nel caso di resistenze eccessive – ovvero la separazione dei gruppi parlamentari – non è affatto scartata. Enrico Letta continua a considerarla la strada migliore e l’ha spiegato ad Alfano: «Tu saresti più forte, il governo sarebbe più forte, andremmo avanti come treni ».

Ma il segretario Pdl resiste. Spera ancora di poter trascinare con sé tutto o quasi tutto il partito. Con l’avallo dello stesso Berlusconi, che ieri sarebbe rimasto molto infastidito per l’intervista di Fitto e lo Tsunami di dichiarazioni anti-Alfano con cui i “lealisti” hanno inondato le agenzie di stampa. «Si dessero tutti una bella calmata », ha detto il Cavaliere a chi gli è più vicino.

A breve dovrebbe anche arrivare una pubblica dichiarazione di Berlusconi contro la proposta di una conta «fratricida » in un Congresso (chiesto da Fitto). Ipotesi, quella di assise congressuale da «vecchio partito delle tessere », che a Berlusconi provoca subito l’orticaria. Il Cavaliere pretende unità e vorrebbe ricrearla intorno ad Alfano. Soprattutto nell’ipotesi che il governo, fatta la legge di stabilità, si ritrovi di nuovo senza benzina e si riapra la possibilità di andare al voto nella primavera del 2014.

Berlusconi non si rassegna infatti a finire «nel museo dove il Pd pensa di avermi già messo » e non ha smesso di pensare a una rivincita elettorale. Sa bene tuttavia di non poter attendere troppo a lungo, essendo il 2015 una prospettiva al momento fuori dal suo orizzonte politico. Così vorrebbe stringere «Angelino » a un accordo di scambio. Un aiuto a prendersi il partito e a defalchizzarlo in cambio della promessa di elezioni prima del semestre europeo.

Eppure la strada della scissione, che a Letta risolverebbe molti problemi, resta ancora una possibilità. Nelle prossime ore, se il chiarimento interno chiesto dal segretario Pdl non dovesse arrivare, ripartirà infatti la pressione per la creazione di gruppi autonomi. O di qua o di là. Il premier e Franceschini stanno lavorando Alfano ai fianchi perché prenda la palla al balzo e si liberi dai vincoli.


Cher: inizia l’ultimo tour della mia vita e io non mi sono mai sentita così bene
di Luca Dondoni
(da “La Stampa”, 7 ottobre 2013)

C’è una signora sessantasettenne che ne dimostra trentasette ed è orgogliosa di tutte le operazioni di chirurgia estetica che ha fatto. C’è una signora di sessantasette anni che oggi come ieri è pronta a partire per un tour di quarantanove date (dal marzo 2014) che la porterà in giro per l’America ma non in Europa perché «non so se ce la farò e poi sarà l’ultimo della mia vita ». C’è una signora di sessantasette anni che con le sue mises, il suo essere trasgressiva quando esserlo era «peccato », il suo schierarsi per le cause dei più deboli l’ha fatta diventare un’icona. C’è una signora di sessantasette anni che per cinque decenni è riuscita a piazzare una canzone al numero uno dei singoli più venduti in America. C’è Cher.

Dal 1 ottobre è uscito “Closer to the truth” l’ennesimo album di una carriera che si fa davvero fatica a raccontare in poche righe. In Italia per la promozione del disco e per partecipare a una delle due date di “Gianni Morandi Live in Arena” (dove canta il nuovo singolo “Woman’s world” e duetta con Gianni in “Bang Bang”), Cher ha voluto incontrare la stampa e rispondendo alle domande si è capito quanto l’anagrafe non sia un problema, la voglia di fare sia tanta, il desiderio di recitare (ma questa volta a teatro e in una serie televisiva che sta scrivendo a quattro mani) ancor di più. All’incontro con i giornalisti non potevano mancare le domande sulle sue recenti dichiarazioni politico/sociali che l’hanno portata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Guido Barilla si lascia scappare l’ormai famoso commento sulla presenza di gay negli spot della sua pasta? Cher dichiara di voler boicottare quella marca di pasta perché (madre di una figlia che ha cambiato sesso e nome, da Chastity a Chaz) per lei le discriminazioni sui gay sono inconcepibili. Il governo russo e quello brasiliano hanno leggi che limitano la libertà dei gay? Cher non si tira indietro e rilascia interviste dove spara a zero sui politicanti miopi e anacronistici.

Capelli rosso fuoco, un look da rockeuse con tanto di leggins attillatissimi (67 anni!) e stivaletto borchiato, la star capace di collezionare Grammys, Emmys, Oscar, Golden Globe, sa benissimo che ormai ha l’esperienza e si trova in una posizione per poter dire quello che vuole su qualsiasi argomento. Per farlo usa spesso, spessissimo Twitter (il suo profilo ha poco più di un milione e ottocentomila followers), o qualsiasi media le capiti a tiro. «A volte esagero – ha detto – perché dico sempre quello che penso ma i social network servono proprio a questo, o no? ».

Signora, un album dopo quasi dieci anni di silenzio.

«Mi ero dimenticata come si faceva (sorride; ndr). Una volta ho detto che sono sempre stata Cher, prima ancora che la gente sapesse cosa voleva dire. Ebbene, lo ribadisco. Nella vita ho sempre un sacco di cose da fare e poi ci sono le televisioni che ti chiamano, i direttori delle produzioni di Broadway che ti bramano, i registi che vorrebbero farti fare un film, i cantanti che ti chiedono di collaborare. Mentre sei lì e cerchi di capire cosa fare passa il tempo e non te ne accorgi. L’importante però è fare quello che ti piace e ti fa stare bene. Ho scritto: sono stata ricca, sono stata povera. Ricca è meglio. Sono stata giovane, sono stata vecchia. Giovane è meglio. Ho fatto molto più di quello che avrei pensato e ancora non ho finito. Basta come spiegazione? ».

Il video del singolo “Woman’s world” a un certo punto la vede indossare una parrucca fatta con strisce di giornali. Qualche messaggio al mondo della carta stampata?

«No, no è stata solo un’idea della mia stylist che prima di girare quella scena (erano previsti molti cambi di parrucche) ha visto una pila di giornali per terra e le è venuta in mente questa idea. Vedo che funziona perché in tutto il mondo mi chiedono che cosa c’è dietro. Nulla, davvero ».

Ci sono due canzoni scritte da Pink, “Lie to me” e “Take it like a man”.

«Alecia (il vero nome di Pink è Alecia Beth Moore; ndr) e io abbiamo lo stesso manager (Bily Mann) e ci conosciamo bene. Lei è venuta da me con due pezzi che voleva farmi cantare a tutti i costi. “Lie to me” e “I walk alone” erano belle ma una delle due mi veniva meglio. “I walk…” ho dovuto ricantarla due volte prima di farla completamene mia ».

Nel cd si fa notare anche “Sirens” dedicata alla tragedia dell’11 settembre.

«Quando l’ho registrata, mi deve credere, non sapevo si trattasse di un pezzo scritto per riflettere ancora una volta sul disastro delle Torri Gemelle. Certo, era ed è un testo che parla di distruzione ma Mark Taylor, il produttore, ha voluto che mi si tenesse nascosto il significato intrinseco. Se lo avessi saputo mi sarei emozionata troppo e forse avrei dato un’interpretazione diversa da quella che ascoltate sul disco. Così è perfetta ».

Si può dire che Lady Gaga o (le più fresche performances di) Miley Cyrus le debbano qualcosa?

«Dalle mie parti si dice che c’è qualcuno che apre una porta e poi c’è chi entra e magari la spalanca quel poco di più che permette ad altra gente di entrare. Io ho aperto la porta e ciò mi basta ».

Perché è saltata la collaborazione con Lady Gaga che aveva detto di volerla coinvolgere nel nuovo disco?

“Abbiamo provato le parti vocali di un duetto che sembrava fosse già pronto per entrare nel disco e invece quando abbiamo ascoltato la canzone ci siamo sentite al telefono e, si sa come vanno certe cose, c’era qualcosa che non andava. Simple as that”.

Senta, parlando di Italia e di Pasta Barilla… abbiamo letto le sue dichiarazioni.

«Quando ho letto su Twitter quello che stava accadendo e che in Italia (un Paese che amo anche e soprattutto per la sua democrazia) c’è un signore che sta alla testa di uno dei più importanti gruppi industriali che dice certe cose sono saltata sulla sedia. L’ho detto e lo ribadisco, non mangerò mai più (semmai l’avessi mangiata) la pasta di quella marca. Sui diritti dei gay e sul modo in cui ancora oggi vengono trattati sono inflessibile ».

E con Madonna? Mai pensato a un progetto comune?

«La adoro. Credo che Madonna sia stata veramente un’innovatrice, un’artista capace di cambiare il corso della musica e proporre qualcosa di nuovo. Lo ha fatto per ogni disco della sua carriera. Su lei non c’è nulla da dire. Progetti insieme? Mai dire mai ».

Tornando velocemente alla politica lei ha fatto sua una battuta della BBC che parla dei signori del Tea Party repubblicano che hanno provocato lo “shutdown” americano come di “Tea-idisti”.

«E la confermo. Ma si rende conto? Un pugno di persone che tiene in scacco un Paese come gli Stati Uniti. Una cosa a dir poco abominevole. Quelli di lavoro fanno gli ostruzionisti, votano contro qualsiasi proposta di Obama perché sono dei razzisti che si nascondono dietro la sigla di un partito. Non hanno mai sopportato Obama e lo dimostrano a ogni piè sospinto. Sono disgustosi ».

Dunque, dopo aver annunciato che non si sarebbe più esibita dal vivo a Marzo 2014 parte il tour che porterà on stage (anche) le canzoni di “Closer to the truth”. E’ vero che non verrà in Europa?

«Purtroppo sì. Sono 49 date e per adesso tutte in America. Ormai ho un’età (ma lo dice sorridendo; ndr) e so che mi stancherò molto. Stare su un palco per due ore è durissima e cambiare città ogni due giorni anche peggio. Sa che c’è? Ci si sente dannatamente soli ed è la cosa che ho sempre odiato di questo mestiere. Poi ci si chiede perché ci sono certe band rock’n’roll che sfasciano le camere degli alberghi. Solitudine e noia: è tutto lì. L’unico, vero scotto da pagare, quando si fa un mestiere come il mio e ci si imbarca in un tour mondiale si chiama solitudine ».


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Bart