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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Porte aperte e teste vuote

11 Ottobre 2013

di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 11 ottobre 2013)

L’umanità è salva e non dobbiamo più vergognarci ora che la clandestinità non è più un reato. E poi come fronteggeremo i flussi migratori, accoglieremo e basta? Intanto l’importante è sfasciare: la legge, le porte d’ingresso, il pregresso. Come se fosse dipeso da quella norma la tragedia di Lampedusa. E i confini tra chi è cittadino o immigrato regolare e dunque ha diritti e doveri e chi invece no? Si perdono nella notte mediterranea. Che dite, stracciamo pure i nostri documenti? Erano appostati come sciacalli, appena è accaduto, eccoli sul cadavere per sbranare la legge. Un Paese che manda un messaggio al mondo «da noi non è più reato la clandestinità » cosa si aspetta, se non altri flussi incontrollati? E l’Italia può decidere queste cose da sola, considerando che quei clandestini vogliono venire in Europa? Magari ora molti di loro ripiegheranno sull’Italia perché qui non c’è più una legge che frena gli sbarchi, c’è il Papa accogliente, c’è la Boldrake invitante e c’è un ministero ad hoc per incentivare l’immigrazione. La sinistra è una formidabile catena di smontaggio: è incapace di governare e avere un progetto positivo su come affrontare la realtà. In compenso sa smantellare, abolire, sfasciare il preesistente: famiglie, patrie, avversari, leggi, confini, realtà. Ma la cosa peggiore è l’uso barbarico della giustizia in questo Paese: le leggi si applicano, si modificano o si revocano secondo flussi emotivi, odi o passioni del momento, volontà punitive o umanitarie ad hoc. Adottano la legalità e l’illegalità a intermittenza.


Finito Berlusconi, diciamo basta a una giustizia malata: riformiamola
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 11 ottobre 2013

Quell’immagine di Berlusconi, seduto al suo banco in Senato, che si spinge le dita sugli occhi chiusi per dominare la commozione – e forse la paura – ed evitare le lacrime, diventerà l’immagine simbolo della fine di questa seconda Repubblica. Magari Berlusconi resterà ancora qualche anno sulla scena politica, ma non più con il ruolo del dominatore incontrastato. Politicamente Berlusconi è stato sempre il suo potere, la sua capacità di dominio sui suoi e sugli avversari. Finito il dominio è finito anche lui.

Ci sarebbe da ragionare un po’ – ma lo faremo un’altra volta – su questa vittoria che gli avversari politici di Berlusconi, e cioè il centrosinistra, hanno ottenuto senza muovere un dito. Sul piano politico il centrosinistra è sempre stato subalterno a Berlusconi, sia nelle forme (la spettacolarizzazione) sia nella sostanza (le scelte economiche, sociali e anche di cultura e di comportamento). E ora ha vinto senza però uscire da questa subalternità. Non ha vinto in virtù di una propria battaglia ma perché forze esterne sono venute in suo soccorso.

Quali forze? Lo sapete: la magistratura. Quel quasi-pianto in pubblico di Berlusconi testimonia il fatto che la lotta ventennale tra il Cavaliere e la magistratura è stata vinta dalla magistratura. In modo clamoroso, spettacolare, definitivo.

Benissimo, partiamo da qui. E poniamo subito una domanda: ora che la lotta tra Berlusconi e la magistratura si è conclusa, diventerà possibile parlare della magistratura, e criticarla, e preoccuparsi dell’eccesso del potere che controlla, senza essere accusati di essere dei reggi-coda del Caimano?

Vediamo quali sono i punti critici. Essenzialmente tre.

Il principale è la mancata responsabilità civile dei giudici, una condizione di privilegio inaudita che viola in modo palese e sfacciato l’articolo tre della Costituzione (“tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali di fronte alla legge”) che spesso è stato invocato per inchiodare Berlusconi, mai per criticare il potere giudiziario. Se tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge non è possibile che chiunque di loro – tranne i magistrati – sia chiamato a rispondere dei danni che può procurare ad altri nell’esercizio delle proprie funzioni sociali e nello svolgersi del proprio lavoro. Forse non gridiamo tutti “evviva” quando un medico finisce davanti ai giudici per un caso di malasanità? Non esultiamo – giustamente – quando un imprenditore viene processato per non avere protetto la sicurezza dei suoi dipendenti? E riusciamo a trattenere la nostra felicità quando un sindaco, o un assessore, viene incriminato per abuso d’ufficio (reato davvero molto difficile da definire)? Persino un giornalista – categoria potente quasi come quella dei giudici – va sotto processo per diffamazione, e un direttore di giornale addirittura per mancato controllo. Un giudice invece – poniamo Luigi De Magistris, per dire il nome di uno dei migliori, e che oggi è sindaco di Napoli – incrimina più di cento persone, stronca carriere, lascia sul campo disoccupati, donne e uomini coperti di vergogna, fa cadere un governo (Prodi), fa perdere le elezioni a un presidente di Regione (Loiero, centrosinistra), e poi il processo va in primo, in secondo e in terzo grado e tutti, dopo sette anni di pene e dopo aver subito enormi danni, vengono assolti (tutti: tutti!!!); e questo giudice non paga né un cent né null’altro sul piano della carriera. Sorride e dice: è andata così! (Il Pm che in modo colpevolissimo sbagliò tutto sul caso Tortora rovinando la vita a Tortora e alla sua famiglia poi fu premiato con la nomina a membro del Csm…).

Il secondo problema è l’ampiezza della discrezionalità negli arresti preventivi. Un “piemmino” qualunque, un bel giorno, può inventarsi un reato e sbatterti in prigione. E una volta che sei dentro, anche se sei innocente, hai voglia a uscire! La facilità nella detenzione preventiva è la causa del sovraffollamento inaudito delle carceri.

Perché i giudici usano in modo così ampio questo loro potere? Innanzitutto – credo – perché il potere, l’eccesso di potere, dà alla testa un po’ a tutti, anche ai giudici. In secondo luogo perché considerano l’arresto uno strumento di indagine, in quanto forma di pressione psicofisica sul sospettato (un po’ come una volta era la tortura) che può spingerlo a confessare o a collaborare. E poi per una terza ragione (che recentemente un magistrato bravo, come il calabrese Gratteri, dichiarò apertamente): la carcerazione preventiva è vista come un anticipo della pena, necessario in un paese dove poi, dopo la sentenza, spesso la pena non viene eseguita o viene eseguita solo in parte.

La discrezionalità negli arresti preventivi è anch’essa largamente anticostituzionale. Viola varie volte l’articolo 27 della Costituzione che dice: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Il terzo problema è la separazione delle carriere. Attualmente la magistratura inquirente e quella giudicante sono formate dalle stesse persone. Un giudice può fare oggi il Pm e domani il presidente della Corte. E decidere sulla controversia fra un suo collega e un avvocato. E’ chiaro che in questo modo si viola il codice di procedura che prevede che accusa e difesa siano messe sullo stesso piano. Possibile che due squadre di calcio siano sullo stesso piano se l’arbitro della partita è un giocatore di una delle due squadre?

Il primo e il secondo di questi problemi (mancata responsabilità dei giudici e sovraffollamento delle carceri dovuta in gran parte alla detenzione preventiva che riguarda circa 25 mila detenuti si 65 mila) sono stati esaminati dall’Europa che ha annunciato procedure di infrazione contro l’Italia. Scatteranno tra qualche mese. E tutti noi dovremo tirare fuori dei soldi per pagare le multe. L’Europa ha detto che con le sue carceri e con lo strapotere dei suoi giudici, l’Italia viola la legalità.

Quindi, diciamo così, il problema della riforma della giustizia e della limitazione del potere della magistratura, non è l’idea folle di qualche garantista, è un fatto oggettivo. Lo strapotere della magistratura fa saltare l’equilibrio tra poteri che è alla base dello Stato di diritto.

Torniamo alla domanda iniziale: ora che non c’è più il caso Berlusconi, è possibile affrontare con coraggio la necessità di questa riforma?
Temo di no. Per due ragioni. La fine del caso Berlusconi ho paura che porrà fine al garantismo della destra (che è stato sempre strumentale, almeno in una parte abbastanza vasta della destra italiana). Quanto alla sinistra, è ancora governata da un ceto dirigente che deve tutto ai giudici ed è legato ad un debito di riconoscenza così grande che mai potrà pagarlo. E allora tutto spinge al pessimismo. La fine di Berlusconi lascerà uno strascico lunghissimo. Perché tutto il ceto dirigente italiano, di centrodestra e di centrosinistra, è figlio del berlusconismo (compresi, fortemente compresi, Renzi e Grillo): finché non nascerà una nuova leva di politici, che si sarà formata su delle idee vere e non sul potere di incantamento di Berlusconi, temo, l’Italia resterà in mano alle lobby economiche e dei giudici. A De Benedetti, a Lapo e alla Bocassini. Ahimè.

P.S. Ci resta una esile speranza. I referendum radicali depositati la settimana scorsa con oltre mezzo milione di firme. Se si faranno avranno un grande valore, se non altro nel costringere il Paese a una pubblica discussione sui temi della giustizia. Se poi si vincessero… beh, è inutile sognare.


Stabilità, miracolati e piccolo cabotaggio
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 11 ottobre 2013)

La prospettiva di elezioni anticipate, che nelle settimane scorse sembrava essere reale per l’intreccio di spinte diverse ma concomitanti da parte delle principali forze politiche, è totalmente svanita. Alla prova dei fatti sulla rabbia di parte del Pdl per le vicende di Berlusconi, sulla spinta destabilizzatrice di Beppe Grillo e sugli interessi di Renzi e dei suoi nemici del Pd di usare le urne per eliminarsi vicendevolmente, ha prevalso l’istinto all’autoconservazione di un Parlamento che ha meno di un anno d’età.

Di fronte all’interesse concreto di conservare uno lauto stipendio ottenuto per un miracolo irripetibile, la stragrande maggioranza dei parlamentari di ogni partito ha messo da parte le rabbie personali e le strategie politiche ed ha applicato la nota regola del Conte Ugolino del “più del dolor poté il digiuno”. La faccenda non stupisce né scandalizza. Sarà pure poco nobile ma è fin troppo normale.

Ed anzi, proprio perché fondata su un naturale istinto di conservazione, costituisce il collante più solido dell’attuale formula di governo ed il puntello più forte della tanto agognata stabilità. Ormai si sostiene che di elezioni si riparlerà solo dopo il 2015. E qualcuno ipotizza che si arriverà a fine legislatura. Sempre per evitare che un parlamento di miracolati diventi un parlamento di gente destinata in gran parte ad ad allargare le fila della disoccupazione.

Un così forte fattore di stabilizzazione andrebbe messo a frutto. Non solo per consentire ai miracolati di godere del benessere piovuto dal cielo ma per compiere scelte capaci di incidere effettivamente sulle cause che sembrano condannare il paese ad un futuro sempre più oscuro. Se non ora che la stabilità è assicurata non dalle alchimie politiche ma dagli interessi reali dei deputati e senatori, quando? L’occasione sarebbe più che propizia per una inversione di tendenza, una svolta, un qualche gesto di maggiore coraggio rispetto al passato. L’impressione, invece, è che anche questa possibilità venga gettata al vento.

E che invece di concentrarsi su riforme efficaci la stabilità possa essere sprecata solo in iniziative demagogiche e di pura facciata. Ad alimentare questo timore non c’è l’enfasi eccessiva che viene data a questioni oggettivamente marginali come la battaglia sulla modifica della Bossi-Fini (che comunque andrebbe adeguata alle nuove realtà). C’è, soprattutto, la presa d’atto che la politica economica del governo continua ad essere ispirata solo a ragioni contabili contingenti e non ad esigenze di più ampia portata.

La furbata di far circolare la notizia di un aumento della benzina per poi smentirla, il tutto allo scopo di nascondere sotto questo polverone mediatico che la cosiddetta manovrina sarà tutta giocata solo su nuovi incrementi di tasse, è il segno inequivocabile che l’unico modo di sfruttare la stabilità è quello del piccolo cabotaggio. Ma il paese può reggere altri due, tre o quattro anni con piccole misure contingenti tutte rivolte ad aumentare progressivamente la pressione fiscale perché non si ha il coraggio di compiere una svolta fondata fatalmente sulla riduzione dei privilegi delle corporazioni e delle lobby? E, soprattutto, la società italiana che non è composta da miracolati ma da vessati (come i pensionati a cui si congelano retribuzione non d’oro ma di sopravvivenza) fino a quando potrà sopportare una stabilità trasformata in sudario di morte?


Come se niente fosse accaduto
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 11 ottobre 2013)

I l rischio che una destra radicale conquisti la scena politica in Italia non è certo svanito con la vittoria dei «governativi » nel Pdl. Come dimostrano i Tea Party, capaci di prendere in ostaggio il Grand Old Party repubblicano spingendo l’America fino al limite del default, o i sondaggi di Marine Le Pen in Francia, o l’affermarsi di partiti antieuro in Austria e in Germania, il vento della storia non soffia certo oggi nelle vele dei moderati.

Farebbe bene a tenerlo a mente innanzitutto la sinistra italiana. Molti indizi segnalano infatti che sta ricadendo in un antico errore: quello di considerare Berlusconi un accidente storico, eliminato il quale il popolo tornerebbe a seguire la retta via progressista. È un’illusione perché, come dice il titolo di un bel libro di Roberto Chiarini, alle origini di questa nostra «strana Repubblica » c’è il fatto che «la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra ». Ci sono dunque tendenze di fondo della nostra società destinate a sopravvivere al berlusconismo, magari dando vita a nuove e imprevedibili forme politiche (una di queste, già all’opera, è il grillismo).
Invece a sinistra è tutto un fiorire di propositi di rivincita. Dario Di Vico su questo giornale ha già segnalato quanto sventata fosse l’idea di ri-tassare piccoli appartamenti urbani presentandoli come abitazioni di lusso. Ma il contagio si estende. In una recente intervista a La Stampa , Matteo Renzi ha risposto così alla domanda su chi pagherà il costo della sua rivoluzione: «Bisogna toccare i diritti acquisiti. Chi percepisce pensioni d’oro su cui non ha versato tutti i contributi deve accettare che sulla parte regalata venga imposto un prelievo ». Poiché in Italia sono state considerate «pensioni d’oro », colpite dal blocco delle indicizzazioni, anche quelle superiori ai millecinquecento euro al mese, potrebbe trattarsi dei «diritti acquisiti » di non pochi italiani. Nella stessa intervista Renzi ha riaperto le porte anche all’idea della patrimoniale: «Molti amici imprenditori si dicono pronti a pagarla ». Gli amici imprenditori forse sì. Ma tutti gli altri, i piccoli proprietari di casa, gli artigiani, i commercianti? Domani il futuro leader del Pd presenterà il suo programma: sarà interessante capire se anche lui si propone di tosare i ceti medi per finanziare la spesa pubblica.

Ancor più emblematico è ciò che sta accadendo sul tema dell’immigrazione. È perfettamente lecito per la sinistra sostenere che la Bossi-Fini è da abrogare (non foss’altro perché è vecchia); ed è vero che il reato di clandestinità va superato perché ha prodotto solo dolore ai migranti e inutile superlavoro alle Procure. Ma bisognerebbe al contempo dire con che cosa si vuole sostituire la normativa che fu varata dal centrodestra. Altrimenti si dà al Paese l’impressione che, eliminato Berlusconi, la sinistra si prepari ad aprire le porte indiscriminatamente ai flussi migratori, magari fornendo traghetti e voli di linea. Il che non solo non avviene in nessun Paese europeo, a partire dai più civili; ma potrebbe anche essere foriero di nuove tragedie, perché richiamerebbe sulle coste africane folle di disperati più grandi di quelle che ogni notte consegnano la loro vita nelle mani degli schiavisti.
Non a caso Grillo, smentendo i suoi senatori, si è precipitato ieri a lasciar solo il Pd su questa strada, che giudica molto impopolare. A dimostrazione del fatto che i problemi della sinistra italiana non decadranno insieme con Berlusconi.


Intervista a Bruno Vespa
di Paolo Conti per il “Corriere della Sera”
(da “Dagospia”, 11 ottobre 2013)

Bruno Vespa, secondo Enrico Letta mercoledì 2 ottobre «si è chiuso un ventennio ». E’ finito il ventennio berlusconiano?
«Sì, se si intende il ventennio di Berlusconi a palazzo Chigi o candidato ad andarci. L’uomo politico no, non è finito. Ha ruolo e consensi. Resterà in campo, indipendentemente dalla sua posizione processuale »

Berlusconi negli ultimi giorni sembra sparito. Quasi una figura lontana, sfocata. E’ tattica o autentica stanchezza?
«Ha avuto un vero trauma. E’ realmente convinto di aver subito una colossale ingiustizia. La forte tentazione personale, ma è una mia valutazione, sarebbe quella di farsi notificare gli arresti domiciliari per non chiedere niente a nessuno. Ma i vantaggi dei servizi sociali sono notevoli, e potrebbe accettarli. Anche se l’idea della ‘redenzione’, degli esami gli brucia molto. La situazione è comunque aperta e non escluderei nemmeno un ripensamento sulla domanda di grazia. »

Qual è la sua valutazione di questo ventennio, Vespa?
«Sto finendo un libro sulla storia italiana vista con i miei occhi, dall’infanzia a questo ottobre. Berlusconi ha compiuto molti errori. Ma la storia gli riconoscerà di aver dato voce a una parte del Paese che non l’aveva. La parte più moderata »

Gli orfani della Dc, intende?
«Non solo. C’erano moderati anche nel Psi, nei partiti laici minori. Vivevano appartati, subendo l’egemonia politica e soprattutto culturale della sinistra. Berlusconi ha dato voce e identità a questa Italia »

E i suoi errori, i suoi difetti?
«Ho già avuto modo di dirlo e scriverlo: l’errore del ’94 fu aver pensato di poter guidare il Paese attraverso la televisione”.

Infatti la tv è stata lo strumento-chiave di Berlusconi…
«E’ vero, senza televisione non avrebbe avuto il consenso che ha avuto. Ma è una bufala colossale sostenere che abbia dominato l’informazione italiana. Le sue aziende si sono rafforzate col suo potere, non ha fatto certo la Dama di San Vincenzo… Ma in Mediaset l’informazione che conta è sempre stata in mano a uomini di sinistra: Ricci, Costanzo, Mentana, Gori, lo stesso Santoro che vi lavorò per tre anni in assoluta autonomia. Quando era in maggioranza, alla Rai nominò i direttori generale e del Tg1. Ma come qualsiasi altro ‘editore di riferimento’, termine coniato non da me, ma dal Pci nel 1975 elogiando il servizio pubblico televisivo sul caso Moro. E ha sempre subito gli attacchi di Raitre da mattina a notte »

Un altro errore di Berlusconi, Vespa?
«Confondere il privato col pubblico. Diceva Berlusconi: se io frequento donne, è una mia questione privata. Vero. Ma le modalità erano incompatibili col ruolo pubblico. E poi, affidarsi a gente come Tarantini… Suvvia. C’è una spiegazione a tutto questo. La sua grande solitudine personale. Spiegazione che non può tuttavia essere una giustificazione »

Che peso ha avuto «Porta a porta » nella creazione del berlusconismo come fenomeno anche mediatico?
«Meno di quanto si creda. Berlusconi in 16 anni è venuto 52 volte. I sei segretari del Pd e i tre presidenti del Consiglio di centrosinistra in tutto 76. Il fatto è che Berlusconi fa sempre rumore ».

Tornasse indietro rifarebbe il Contratto con gli italiani?
«Domani mattina. E farebbero tutti, perfino Michele Santoro… E’ una botta mediatica pazzesca »

Il punto più alto e quello più basso del berlusconismo?
«Il punto più alto fu il 25 aprile 2009 col discorso a Onna sulla Liberazione, col fazzoletto della Brigata partigiana Majella. Aveva l’Italia in mano. Parlò da statista, come gli riconobbe anche la sinistra. Arrivò subito però lo scivolamento verso il basso, perché Berlusconi andò poi a Casoria da Noemi. Poi la D’Addario. Poi le olgettine. E cominciò il disastro ».

Dice Epifani: il futuro non è più Berlusconi.
«In termini storici ha ragione. Ha torto sul presente. Lo stesso Alfano è un continuatore della politica di Berlusconi che, al di là delle apparenze, è un moderato, un uomo di mediazione. Resto convinto che avesse deciso già da prima di votare la fiducia a Letta. Poi si è lasciato travolgere da alcuni consiglieri, diciamo così, un po’ estremisti »

Lei vede i falchi alla Santanché in crisi?
«Dovranno ritornare al loro ruolo reale. Rappresentare legittimamente una posizione, senza parlare a nome del partito ».

Berlusconi è stato uno statista, come sostiene il Pdl, o il proprietario di un suo partito personale privo di dialettica?
«Sul partito personale bisogna intendersi. Se il Pdl, ferma restando la leadership di Berlusconi, avesse fatto qualche congresso in più sarebbe stato meglio. Ma si muove foglia nell’Udc contro Casini, in Sel contro Vendola? Si muoveva foglia in An contro Fini, in Idv contro Di Pietro, nella Lega ieri contro Bossi e oggi contro Maroni? »

Berlusconi ha interpretato l’Italia con la sua tv o invece ha imposto un suo modello all’Italia?
«Veltroni ha ragione quando dice che la tv commerciale ha cambiato il costume degli italiani. Ma il referendum del giugno 1995 contro l’affollamento pubblicitario nelle tv private fu bocciato. Bertinotti mi disse: ‘Non avrei mai pensato che la maggioranza dei miei elettori avrebbe votato per Berlusconi’ »

Ma le tv di Berlusconi non hanno cambiato in peggio anche l’etica diffusa di questo Paese?
«In tutto il mondo le tv commerciali si concedono molte libertà in fatto di gusti e di linguaggio. Personalmente ho un forte senso di appartenenza alla tv pubblica »


Sul ring del Parlamento l’unico suonato è Beppe
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 11 ottobre 2013)

Nel nostro Parlamento si litiga per vocazione. Ogni occasione è buona per trasformare in rissa qualsiasi torneo che dovrebbe rimanere nell’ambito dell’eloquenza e del ragionamento.

Niente da fare. Prendiamo il finanziamento pubblico ai partiti. Trascuriamo il referendum che «anticamente » lo abolì e anche la leggina ad hoc approvata subito dopo per rendere vano il plebiscito e reintrodurre lo stesso finanziamento sotto mentite spoglie, quelle dei rimborsi elettorali. Un autentico imbroglio ai danni degli italiani. Parliamo piuttosto del recente passato.

La cosiddetta antipolitica, di cui Beppe Grillo è un campione, ha riproposto in forma drammatica l’esigenza di eliminare o quantomeno ridurre la quantità di denaro pubblico destinata alle segreterie. E su questo punto sensibile egli ha imbastito con profitto l’ultima campagna elettorale, nel febbraio scorso. Difatti il M5S ha rimediato alle urne voti a sufficienza per condizionare la vita politica nazionale. L’antipolitica paga. Cosicché anche il Pd e il Pdl, per cavalcare l’onda, hanno cominciato a predicare: taglieremo il finanziamento per dimostrare che siamo bravi e diamo un buon esempio ai cittadini costretti a fare tanti sacrifici per campare. Se si sacrificano loro, ci dobbiamo sacrificare pure noi.

Belle parole. Ma soltanto parole. Mai tradotte in atti concreti. Poi arriva il giorno del giudizio: ieri. Si trattava di imbastire un accordo. Apriti cielo. I grillini esprimono con la consueta delicatezza il loro punto di vista: siete tutti ladri. Testuale. Perché ladri? Perché i colleghi del Pd e del Pdl, consapevoli che la politica non si fa con i sospiri e le buone intenzioni, hanno ribadito il concetto: limare i contributi va bene, è indispensabile, ma abolirli del tutto significa ammazzare la democrazia. Già, i partiti non vivono d’aria. Ma i seguaci dell’ex comico respingono la teoria. Affermano che tutti coloro i quali incassano soldi pubblici sono appunto ladri. Una semplificazione rozza ma efficace.

La bega è inevitabile: invettive molto colorite, urla da stadio, spettacolo indecente. Ma non importa. Alla fine della boxe, la maggioranza riesce a intendersi e stabilisce di dimezzare gli attuali rimborsi – un passo avanti – e di compensare i minori introiti dando la facoltà ai privati di versare degli oboli ai partiti, da potersi detrarre dalle tasse.

Occhio, però. Il problema era stabilire un tetto a tali oboli altrimenti il ricco Berlusconi avrebbe fatto la parte del leone. Sia come sia, Pd e Pdl in qualche modo si sono incontrati in un compromesso.
Dopo mesi e mesi, per non dire anni, la questione è avviata a soluzione. Speriamo.

Ma la bagarre parlamentare non si è esaurita qui. Il pretesto per continuare a «menarsi » è stato fornito ai signori del Palazzo dalla Bossi-Fini: la sinistra, cui la legge non piace, fa il diavolo a quattro per abolire il reato di clandestinità.

A quelli del Pd inopinatamente si sono accodati un paio di senatori grillini, suscitando l’ira del padrone del vapore, cioè Grillo. Che li ha presi per il bavero: la clandestinità non è nel nostro programma, pertanto ritirate i vostri emendamenti scritti a capocchia.

Lasciamo immaginare ai lettori il clima nelle aule dove si sono svolti i match. Qualcuno ha osservato: Grillo sta perdendo il contatto con il suo elettorato. Altri invece sostengono: i grillini si sono montati la testa e pretendono di agire autonomamente. Siano i lettori a emettere la sentenza. Noi aggiungiamo soltanto una considerazione: se questo è il clima e se questo è il livello di deputati e senatori, probabilmente la legislatura, ammesso che duri, passerà alla storia. Del pugilato.


Sentenza di Strasburgo, la libertà d’espressione vale davvero così poco?
di Guido Scorza
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 ottobre 2013)

Non viola i diritti dell’uomo e, in particolare, quello alla libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni, la decisione dei giudici di uno Stato di condannare l’editore di un giornale online per i contenuti diffamatori di alcuni commenti pubblicati dagli utenti.

E’ questo il principio che la Corte europea dei diritti dell’uomo – a sorpresa – ha messo nero su bianco in una sentenza con la quale ha “assolto” i giudici estoni dall’accusa di aver violato i diritti dell’uomo e, in particolare, quello alla libera comunicazione di idee ed opinioni, per aver condannato l’editore di un giornale reo di non aver impedito che i propri lettori, attraverso i commenti ad un articolo, offendessero la reputazione di una società.

E’ una di quelle notizie che deve essere data nonostante se ne farebbe davvero a meno.
Bad news sed news, potrebbe dirsi parafrasando l’antico detto: dura lex sed lex.
A leggere la Sentenza, infatti, sembra che i giudici di Strasburgo non abbiano avuto proprio alcun dubbio nel giudicare legittimo l’operato dei giudici estoni che, appunto, avevano ritenuto un giornale online responsabile per diffamazione in ordine ad alcuni commenti dei propri lettori.

Certo la decisione della Corte Europea non è ancora definitiva ma le speranze di una sua radicale revisione appaiono, a questo punto, davvero remote.

Secondo i giudici di Strasburgo, nel caso di specie, non potrebbe ritenersi che i giudici nazionali abbiano limitato in modo irragionevole e sproporzionato la libertà di informazione perché, considerato il taglio ed il carattere dell’articolo l’editore avrebbe dovuto aspettarsi commenti particolarmente offensivi ed utilizzare una particolare attenzione nel prevenirli mentre – pur essendosi impegnato in questa direzione – non avrebbe fatto abbastanza né per impedire la pubblicazione di contenuti offensivi né per rimuoverli tempestivamente a seguito delle segnalazioni ricevute.

Come dire che quando in un articolo si affrontano temi suscettibili di “infiammare gli animi” dei lettori, inducendoli a commenti potenzialmente offensivi, l’editore si ritrova a rispondere oltre che di quanto scritto dal proprio giornalista anche di quanto scritto da ciascuno delle migliaia di utenti delle proprie pagine web.

E’ un principio destabilizzante che minaccia di imporre una radicale riscrittura delle regole che, attualmente, governano l’utilizzo, da parte dei lettori, dei “muri virtuali” dei giornali online.

Non ci sarebbe, infatti, da meravigliarsi se domani un editore – impossibilitato a garantire un effettivo controllo sulla legittimità dei commenti dei propri lettori – decidesse di chiudere le proprie pagine, privando così la collettività di una straordinaria occasione di confronto democratico.

Ma a destare preoccupazione è un altro passaggio della decisione nel quale i giudici, sostanzialmente, mostrano di ritenere che l’editore avrebbe dovuto usare una particolare diligenza nel prevenire eventuali offese attraverso i commenti all’articolo pubblicato soprattutto perché aveva scelto di consentire la pubblicazione di commenti anche in forma anonima.

Permettere l’anonimato ai propri utenti, insomma, secondo i giudici della Corte Europea, rafforzerebbe gli “obblighi di vigilanza” dell’editore, giustificandone la responsabilità anche per i commenti dei lettori giacché – per colpa dell’anonimato – il soggetto che assuma di essere leso nella tutela della propria reputazione non potrebbe far valere i propri diritti nei confronti dell’autore dell’offesa.

Il fine giustifica i mezzi, insomma.

Se è troppo difficile o addirittura impossibile prendersela con chi ha pubblicato un contenuto online perché ha scelto di farlo – peraltro in modo del tutto legittimo – rimanendo protetto dietro l’anonimato è giustificato che chi si sente offeso se la vada a prendere con chi si è limitato a mettere a disposizione del presunto offensore un foglio di carta elettronico.

La sentenza – non solo non definitiva ma, comunque, segnata dalle peculiarità della fattispecie sulla quale i giudici sono stati chiamati a pronunciarsi – sembra segnare un ritorno al passato e un salto all’indietro nella storia delle regole della comunicazione online.

Sarà per il vento di crisi che soffia ovunque in Europa ma la sensazione è che si stia veleggiando a preoccupante velocità in direzione di un mondo nel quale in nome della tutela di diritti patrimoniali – che si tratti di proprietà intellettuale o di reputazione commerciale di una società – ci si sente sistematicamente legittimati a fare carne da macello dei diritti fondamentali dell’uomo.
E’ una deriva straordinariamente pericolosa.


Con la Bossi-Fini in calo sbarchi e morti
di Roberto Catania
(da “Libero”, 11 ottobre 2013)

La Bossi-Fini non è il demonio. La legge è entrata in vigore il 30 luglio 2002 e più di un risultato positivo lo ha portato a casa. Ad esempio, il numero degli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane è sensibilmente diminuito. Da 50mila del 1999 del governo di Massimo D’Alema, si arriva ai 14.300 della seconda legislatura guidata da Silvio Berlusconi. Eppure moltissimi magistrati non hanno mai smesso di attaccare questa norma, ritenendola anticostituzionale e boicottandola nella pratica, se si considera il bassissimo tasso di rimpatri.

 

La legge dell’ex segretario della Lega e dell’ex segretario di Alleanza Nazionale ha alcune caratteristiche precise, prima fra tutte prevede l’espulsione (decisa in via amministrativa dal Prefetto della Provincia dove viene rintracciato lo straniero clandestino) che va eseguita con l’accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica. Gli immigrati clandestini, privi di validi documenti di identità, vengono portati in centri di permanenza temporanea, istituiti dalla legge Turco-Napolitano (del 1998), al fine di essere identificati. Se tra questi risulta esserci qualcuno in possesso dei requisiti per chiedere asilo politico, le cose, ovviamente, nel suo caso, cambiano.

La norma, che l’anno scorso ha portato a “solo” 13.267 sbarchi, ma che in questi giorni torna a essere di nuovo ampiamente contestata, ammette che le navi della nostra Marina militare respingano le imbarcazioni al Paese di origine. Ciò se il barcone dei migranti viene individuato in acque extraterritoriali, in base ad accordi bilaterali fra Italia e Paesi limitrofi che impegnano le polizie dei rispettivi Paesi a cooperare per la prevenzione dell’immigrazione clandestina. In base alla legge entrata in vigore 11 anni fa, le navi di clandestini non dovrebbero attraccare al suolo italiano: l’identificazione degli aventi diritto all’asilo politico e a prestazioni di cure mediche e assistenza dovrebbero avvenire nei mezzi delle forze di polizia in mare. Poi, però, ci sono le tragedie che spesso sono l’epilogo di questi viaggi della speranza. viaggi pagati migliaia e migliaia di euro da disperati che una volta in Italia sono convinti qui, o altrove in Europa, di trovare il Paradiso. Una convinzione avallata dai rimpatri che scarseggiano, dal cattivo esempio dei compatrioti che non tornano indietro. Se non, purtroppo, in una bara, come sarà nei prossimi giorni in seguito al tragico naufragio al largo di Lampedusa.

I numeri parlano molto chiaro. A parte il picco fisiologico del 2011, nel pieno della Primavera araba, quando tutti i paesi africani affacciati sul Mediterraneo sono stati interessati da guerre civili, dopo il 2002, gli sbarchi sono diminuiti. Due anni fa, in quella situazione particolare, si registrarono 62.692 presenze extracomunitarie, scatenando una vera e propria emergenza. Nel 2010, però, arrivarono in Italia solo 4.406 clandestini, nel 2009 furono 9.573 e così via. Meno sbarchi, meno morti durante quei viaggi fatti al limite della sopportazione umana. Eppure la polemica si riaccende, puntuale. Ieri tutta la sinistra ha gridato a gran voce la modifica di una legge che anche la Consulta, già nel 2004, aveva dichiarato parzialmente incostituzionale. La prima crepa era stata aperta laddove la norma «prevede che il clandestino possa essere espulso dal nostro Paese senza stabilire che il giudizio di convalida del provvedimento del questore debba svolgersi in contraddittorio prima dell’accompagnamento alla frontiera, con le garanzie della difesa ». Un’altra sentenza della Cassazione aveva stabilito che «la legge è incostituzionale anche nella parte in cui prevede l’arresto obbligatorio in flagranza di reato per lo straniero che, senza giustificato motivo, non abbia rispettato l’ordine del questore di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni ». E ieri il prossimo segretario del Pd Matteo Renzi, la presidente della Camera Laura Boldrini, il ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge hanno cavalcato l’onda che, in questo momento, smuove molti consensi. Se solo fosse vero che la Bossi-Fini fosse contro la vita umana. Invece, stando ai numeri, sembra essere vero il contrario.


Morto Priebke. Ecco il testamento choc di Priebke: “Fedele al passato e ai miei ideali”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 11 ottobre 2013)

“Ho scelto di essere me stesso”. Anche nell’ultima intervista rilasciata nei giorni a cavallo del suo centesimo compleanno, Erich Priebke nega l’evidenza dell’Olocausto: “Nei campi le camere a gas non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau”.

E rivendica con orgoglio di essere sempre stato coerente con se stesso senza mai negare le proprie azioni. “La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che a che fare con le nostre convinzioni – sottolinea l’ex ufficiale delle Schutzstaffeln – si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali e ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore”. Sette cartelle di domande e risposte senza alcuno spazio per il pentimento che possono essere lette come una sorta di testamento politico.

Dall’ideale nazista ai campi di concentramento, nelle ultime parole di Priebke rivive tutto il dramma della Seconda guerra mondiale che sconvolse l’umanità macchiando il suolo europeo col sangue di milioni di innocenti. Alla domanda se si sentisse ancora nazista, il capitano delle Ss condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine ribadisce “la fedeltà al proprio passato”. Un punto fermo che per Prieble ha a che fare con le convinzioni del Nazionasocialismo. “Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschauung ed ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore – spiega – la politica è un’altra questione. Il Nazionasocialismo è scomparso con la sconfitta e oggi non avrebbe comunque nessuna possibilità di tornare”. Nella lunga intervista l’ex SS racconta di aver conosciuto personalmente i lager. “L’ultima volta sono stato a Mauthausen nel maggio del 1944 a interrogare il figlio di Badoglio, Mario, per ordine di Himmler – spiega – ho girato quel campo in lungo e in largo per due giorni. C’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas”. Secondo l’ex capitano nazista, a Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse. Per quanto riguarda le camere a gas all’interno dei campi di concentramento, per esempio, Priebke resta convinto del fatto che non siano mai state presentate prove a sostegno di tale accusa. “Nei campi i detenuti lavoravano, molti uscivano dal lager per il lavoro e vi facevano ritorno la sera – spiega – il bisogno di forza lavoro durante la guerra è incompatibile con la possibilità che allo stesso tempo in quel punto del campo vi fossero file di persone che andavano alla gasazione”. E ancora: “L’attività di una camera a gas è invasiva nell’ambiente, terribilmente pericolosa anche al suo esterno, mortale. L’idea di mandare a morte milioni di persone in questo modo nello stesso luogo dove altri vivono e lavorano è pazzesco”. “In quegli anni terribili di guerra, rinchiudere nei lager popolazioni civili che rappresentavano un pericolo per la sicurezza nazionale era una cosa normale”, spiega ancora l’ex SS ricordando come, nell’ultimo conflitto mondiale, lo abbiano fatto sia i russi sia gli americani.
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Qui l’intervento in Video di Mario Cervi.


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1 commento

  1. Commento by zarina — 12 Ottobre 2013 @ 10:04

    Le cose che Sansonetti scrive oggi (ben arrivato!),   Berlusconi le ripete,   inascoltato e contrastato,   da vent’anni. E sono state la causa della persecuzione giudiziaria subita.

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