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Esposito la fa franca. Il Csm gli perdonerà l’intervista scandalo

17 Ottobre 2013

di Patricia Tagliaferri
(da “il Giornale”, 17 ottobre 2013)

Nemmeno un cartellino giallo. Come prevedibile stanno per finire in archivio le inchieste del Csm sul giudice Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che lo scorso primo agosto ha confermato la condanna a 4 anni di reclusione per frode fiscale a Silvio Berlusconi e che cinque giorni dopo ha anticipato in un’intervista al Mattino le motivazioni della sentenza.

Grazie a lui, quando il relatore non aveva neppure cominciato a scriverla la motivazione della condanna che rischia di chiudere la carriera politica del Cavaliere, tutti hanno potuto leggere sul quotidiano di Napoli il principio in base al quale era stato condannato l’ex premier per il processo Mediaset, quell’ormai famoso «non poteva non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio glielo avevano riferito ». Berlusconi era stato condannato «perché sapeva », dunque, nonostante non ci fosse traccia nelle carte di testimoni che sostengono questo.

La scandalosa chiacchierata di Esposito con l’amico giornalista – da qualcuno, come il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli e il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, considerata solo inopportuna, da altri in grado di inficiare la condanna – ha sollevato un putiferio, nonostante l’inutile smentita del giudice a sua volta sbugiardata dalla pubblicazione sul Mattino dell’audio dell’intervista. Il Consiglio superiore della magistratura si era mosso su sollecitazione dei consiglieri laici di area Pdl e la prima commissione competente sui trasferimenti dei magistrati per incompatibilità ambientale aveva acquisito l’audio integrale della colorita conversazione in dialetto stretto, finora mai reso pubblico. Sembrava ci fossero i presupposti per una dura presa di posizione del Csm, invece niente, sta per finire tutto in una bolla di sapone e il giudice Esposito sta per essere nuovamente graziato dai consiglieri di Palazzo dei Marescialli che già in passato si erano trovati alle prese con le sue gesta.

Anche se non c’è ancora un voto formale, sarebbe unanime l’orientamento della commissione presieduta dal laico Annibale Marini favorevole all’archiviazione proposta dal togato di Unicost Mariano Sciacca. Ma quella che si profila per Esposito non sarebbe un’«assoluzione » piena, visto che a Palazzo dei Marescialli concordano quasi tutti sull’inopportunità di quell’intervista. Si ritiene, però, che la vicenda possa avere semmai rilievo disciplinare, materia questa del Pg della Cassazione Gianfranco Ciani, mentre l’organo di autogoverno dei giudici ha come unico strumento a disposizione l’avvio di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale.

Tra breve sapremo se anche la pre-istruttoria sulla vicenda avviata da Ciani già prima che si muovesse la prima commissione, finirà in un nulla di fatto. L’indagine della Procura Generale è ormai agli sgoccioli e al termine degli accertamenti Ciani deciderà se avviare l’azione disciplinare nei confronti del giudice chiacchierone. Pare sia destinata all’archiviazione anche l’altra pratica aperta nel bel mezzo del putiferio post-intervista su segnalazione dello stesso Esposito che denunciava una campagna stampa di delegittimazione nei suoi confronti.


I diktat di Napolitano e l’asse Letta-Alfano
di Arturo Diaconale
(Da “L’Opinione”, 17 ottobre 2013)

Giorgio Napolitano ha ricordato di aver accettato il rinnovo del mandato presidenziale solo a condizione di poter assistere al varo delle riforme indispensabili per la ripresa del Paese.
Ed è tornato a lasciar intendere che se queste riforme non dovessero vedere la luce non avrebbe altra strada che prendere atto del fallimento e rassegnare le dimissioni da Presidente della Repubblica. Questa chiara posizione del Capo dello Stato costituisce il solo puntello su cui poggia la cosiddetta stabilità. Il governo delle larghe intese è nato e rimane in piedi solo perché sorretto dalla linea tenuta dal Quirinale.

E ha come unica funzione non solo quella di varare i provvedimenti economici contro la crisi e per la ripresa, ma soprattutto quella di favorire la riforma della seconda parte della Costituzione con la riforma elettorale e la riforma della giustizia. Molti, da Bondi a Beppe Grillo, cioè da destra e da sinistra, hanno criticato e continuano a contestare il ruolo assunto da Napolitano. Che per qualcuno è una sorta di “Lord Protettore” degli equilibri politici e del sistema democratico e per qualche altro è un Ataturk senza divisa che ha instaurato una sorta di “democrazia protetta” nel nostro Paese.

Ma il problema non è se l’attuale Capo dello Stato svolga un ruolo politico compatibile con la Costituzione, come dice il ministro Quagliariello, o se invece, come propone Grillo, debba essere sottoposto a impeachment. La vera questione che il caso Napolitano pone è se il suo ruolo sia uno stimolo alla trasformazione innovativa del sistema o se, al contrario, sia una sorta di tappo destinato a bloccare qualsiasi processo di cambiamento. Il dilemma nasce non dal comportamento di Napolitano, a cui in un momento di stallo totale è stato chiesto di compiere il sacrificio del rinnovo del mandato e che ha accettato di sobbarcarsi un onere così pesante solo a condizione di vedere realizzate le riforme.

Nasce dal comportamento delle forze politiche che sul puntello rappresentato dal Capo dello Stato hanno dato vita alla cosiddetta “stabilità” assicurata dalle larghe intese e che ora debbono usare puntello e stabilità per varare le riforme e fronteggiare al meglio la crisi. Il governo dell’asse Letta-Alfano, in sostanza, sta sfruttando al meglio il sacrificio di Napolitano o lo sta progressivamente dilapidando rimanendo al passo sulle riforme e non incidendo sul terreno delle misure anticrisi? La presentazione di una legge di stabilità priva di qualsiasi acuto e l’assenza di un solo passo in avanti sulla strada delle riforme e in particolare di quella elettorale, sembrano alimentare la seconda impressione.

Cresce, in altri termini, il timore che la “democrazia protetta” sia del tutto inutile e che il sacrificio del Presidente della Repubblica sia controproducente. Per cancellare il pessimismo il governo delle larghe intese oggi fondato sull’asse Letta-Alfano non ha molto tempo. Solo il tempo che manca alla fine dell’anno e all’approvazione della legge di stabilità. Se per quella data avrà dimostrato che il ruolo di Napolitano è uno stimolo positivo, bene. Altrimenti bisognerà prendere atto che l’Aquirinale è un tappo al cambiamento e tirarne le dovute conseguenze!


Stato-mafia, Napolitano sarà sentito come teste
di Redazione
(da “l’Unità”, 17 ottobre 2013)

La Corte di Assise di Palermo ha ammesso la testimonianza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel processo per la trattativa Stato-mafia «nei soli limiti della conoscenza del teste che potrebbero esulare dalla funzioni presidenziali e dalla riservatezza del ruolo », secondo quanto disposto dalla Corte costituzionale.
Il capo dello Stato figura nella lista testi della Procura, che intende sentirlo sui colloqui tra Nicola Mancino e l’ex consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio.

La Corte ha ritenuto ammissibile l’articolato dei Pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, limitatamente ai colloqui con D’Ambrosio, scomparso un anno fa, ed entro il quadro definito dalla Corte costituzionale nella sentenza con cui aveva accolto il ricorso del presidente della Repubblica per la distruzione immediata delle intercettazioni delle sue conversazioni telefoniche con Nicola Mancino. Di queste registrazioni, che sono state poi effettivamente distrutte, non si parlerà dunque nel processo. Napolitano, ha stabilito la Corte nell’ordinanza letta stamattina nell’aula bunker dell’Ucciardone, potrà rispondere anche sulle sue conoscenze anteriori alla sua elezione alla presidenza della Repubblica.

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Qui, sull’argomento, un articolo di Giuseppe Pipitone del 26 settembre 2013 pubblicato su “il Fatto Quotidiano”.


Il no al voto segreto sul Cav? Pd e Grillo copiano il Duce
di Paolo Bracalini
(da “il Giornale”, 17 ottobre 2013)

«Se mi chiedete se sia meglio il voto palese o quello segreto, rispondo che in questi casi (decadenza del senatore Berlusconi, ndr) il voto palese garantisce meglio la trasparenza delle decisioni » dice Luigi Zanda, capogruppo Pd e pontiere con i senatori grillini, arroccati sul voto segreto «anche senza modifica del regolamento » (che in verità lo prevederebbe, se viene richiesto).

«Tutti abbiano la dignità di non chiedere il voto segreto » fanno eco i vendoliani di Sel, che esprime il presidente della Giunta. Un accerchiamento per il centrodestra, in minoranza nel «tribunalino » parlamentare che deciderà le sorti del senatore Berlusconi?
In realtà nel Pd non tutti i senatori sono sulle posizioni grilline di Zanda. «Non sono affatto d’accordo col mio capogruppo – dice il senatore Luigi Manconi al Mattino -. Il regolamento si può anche cambiare, ma non alla vigilia del voto su Berlusconi. Questa è la prova che il Pd non riesce a liberarsi dell’ossessione Berlusconi. Ho anche molti dubbi nel merito, perchè quando si tratta della sorte di un parlamentare, l’assemblea deve esprimersi con il voto segreto. È uno dei fondamenti del parlamentarismo democratico e del costituzionalismo moderno ».

In effetti la campagna di Grillo (che ha proposto di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari, espressamente escluso dalla Costituzione a tutela della democrazia) e del Pd più antiberlusconiano, ha un precedente storico, come ricordano gli atti parlamentari della Camera. Il voto segreto c’è già nello Statuto Albertino del 1848, che lo rende obbligatorio «per la votazione del complesso di una legge e per ciò che concerne al personale », cioè appunto le libertà personali di un cittadino, in questo caso parlamentare. E il voto segreto resta nella prassi del Parlamento del Regno D’Italia, che lo recepisce nei regolamenti delle Camere «per tutelare – scrive Angelo Summa nel dossier Il voto segreto alla Camera dei deputati – proteggere e garantire la libertà e l’autonomia dei parlamentari di fronte ad eventuali controlli e coartazioni del Re o del governo ». Finchè il voto segreto viene abolito, per le stesse ragioni di trasparenza invocate dall’asse M5S-Pd-Sel sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Quando? Nel 1939, cioè dal governo fascista, con la legge istitutiva della Camera dei fasci e delle corporazioni, che tra le altre cose stabilisce appunto che «le votazioni (in Parlamento, ndr) hanno luogo sempre in modo palese ». In realtà già l’anno prima, non con una legge ma con una modifica del regolamento della Camera, il fascismo si era liberato di quell’inutile presidio delle libertà parlamentari. Nel dicembre del ’38 la Camera fascista approva un nuovo articolo che recita: «La votazione, sia nell’Assemblea plenaria, sia nelle Commissioni, avviene sempre in modo palese ». Il Senato fascista si adeguerà due settimane dopo. Eppure il regime aveva sperimentato molto prima, nel 1926, la «pericolosità » del voto segreto in Parlamento. Quando il Parlamento votò la decadenza (anche lì…) dei deputati «aventianiani », cioè di quel che restava dell’opposizione al partito fascista dopo l’omicidio Matteotti. Grazie al voto segreto ci furono dieci voti contrari alla cacciata dal Parlamento dell’opposizione. Che si ridussero a zero nella successiva votazione a scrutinio palese.

Nell’Italia repubblicana, ricordano gli storici, fino alla riforma del 1988 il voto segreto era la regola, e quello palese l’eccezione. Poi si invertì il rapporto, per evitare accordi sottobanco, limitando il ricorso al voto segreto senza però mai metterlo in discussione per gli scrutini sulle persone. E proprio qui sta il cavillo su cui puntano i giuristi del Pd. “Ci sono due letture possibili – spiega Nicolò Zanon, docente di Diritto costituzionale a Milano -. Una per cui la decadenza attiene alla persona del parlamentare e quindi il voto dev’essere segreto. La seconda, invece, per cui la decadenza riguarda la regolare composizione dell’assemblea e quindi si può votare in modo palese. Però resta il fatto che il regolamento del Senato prevede in questi casi il voto segreto, e voler cambiare le regole del gioco mentre il gioco è in corso mi pare uno sfregio istituzionale molto duro, fatto da partiti deboli che temono di non controllare i loro parlamentari ».


Facci: Mori invece sì
di Filippo Facci
(da “Libero”, 17 ottobre 2013)

In Sicilia, con lo stesso materiale probatorio e gli stessi pentiti, possono fare o – spesso – non fare qualsiasi cosa. Prendete Claudio Martelli, l’ex guardasigilli socialista. La sentenza che ha assolto il generale Mario Mori dall’accusa di non aver voluto catturare Bernardo Provenzano – ne avete letto ieri – spiega che Martelli ha avuto dei ricordi «non sempre limpidi » che paiono «largamente influenzati da quanto appreso a posteriori nonché, probabilmente, da un’inclinazione a rappresentarsi come un puro paladino dell’antimafia ». Bene: ma come aveva fatto, uno come Martelli, a rappresentarsi come un puro paladino dell’antimafia? Spieghiamo meglio la domanda. Durante il processo Borsellino bis (1997) il pentito Cristoforo Cannella parlò di rapporti tra Martelli e il boss Leoluca Bagarella. In un’altra udienza (1997) il pentito Angelo Siino disse che ebbe un incontro con Martelli e che Cosa Nostra nel 1987 l’aveva votato. Durante lo stesso processo (2001) il pentito Giovanni Brusca parlò di un accordo tra Martelli e Cosa Nostra attraverso intermediari, con Riina che aveva dato indicazione di votarlo. E così dissero anche i pentiti Marino Mannoia a Salvatore Cancemi: accuse pesantissime che avrebbero potuto stroncare ogni aspirante «paladino dell’antimafia ». Come mai non è accaduto? Semplicissimo: nessuno ha approfondito. Non ci sono stati processi. Martelli non interessava. Vedi titolo.


Un balletto grottesco
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 17 ottobre 2013)

Il lamento è ormai diventato un luogo comune: gli italiani non hanno senso dello Stato. Ma come si fa ad averlo, se neanche lo Stato ha senso dello Stato?
Il grottesco balletto funebre della salma di Priebke nella provincia romana, tra omaggi neonazisti e aggressioni di discendenti delle sue vittime, lo dimostra, purtroppo, con una evidenza umiliante. Come facciamo a pretendere che i nostri concittadini rispettino le istituzioni, osservino le leggi, paghino le tasse a uno Stato che, di fronte a un caso del genere, offre all’opinione pubblica, anche internazionale, un tale squallido spettacolo?

Era davvero imprevedibile che la morte del centenario criminale nazista non aspettasse decenni per porre il problema della sua sepoltura? È ammissibile che sul caso del responsabile di uno dei più sconvolgenti delitti della follia umana, o meglio disumana, lo Stato italiano riuscisse a squadernare tutti i peggiori e i più meschini difetti del nostro pubblico costume: l’improvvisazione, la piccola furbizia, il palleggio delle responsabilità, l’assoluta mancanza di autorevolezza e di credibilità dei suoi funzionari?

Ripercorrere le scene che, in questi giorni, si sono succedute all’annuncio della scomparsa di Priebke è come rivedere, in flashback, un film dell’orrore, l’orrore di uno Stato assente, incapace di prendere una seria decisione, una istituzione che abdica i suoi poteri a chi, di volta in volta, si arroga il diritto di esercitarli. Compare un avvocato dagli annunci irresponsabili, spunta una fantomatica congrega di nostalgici lefebvriani, s’infuria un sindaco alle prese con un problema certamente più grande di lui, si agita un prefetto che, prima autorizza i funerali e, poi, è costretto a vietarli, di fronte alle più che prevedibili conseguenze delle sue sconsiderate decisioni. Così, appaiono sui video di tutto il mondo spettacoli che abbiamo sempre pensato potessero arrivare solo da qualche Paese mediorientale alla caduta del dittatore di turno, con la bara di un uomo, sia pure un criminale, sballottata tra insulti, calci, sputi e cori di impudente omaggio nostalgico, costretta prima a sfuggire all’assedio con una manovra diversiva all’ombra delle tenebre e, poi, a riparare addirittura in un’aeroporto militare, senza che nessuno possa neanche immaginare la sua destinazione finale.

Neanche la notte porta consiglio, perché ieri la scena, questa volta spostata dal fuoco della piazza alle austere stanze della diplomazia, non cambia: si susseguono assicurazioni sull’intervento della Germania e secche smentite da parte dell’ambasciata tedesca che, in serata, precisa di non potersi occupare di una questione che riguarda la sola competenza dell’Italia. Confusione, imbarazzo e qualche piccola bugia fanno ancora da vergognosa colonna sonora a un film davvero da brivido, perché mostra uno Stato ormai svuotato, assente, incapace di far fronte alle responsabilità di una istituzione a cui, secondo il patto fondamentale stretto tra i cittadini, è affidata non solo la rappresentanza degli interessi degli italiani, ma la rappresentanza dell’onorabilità degli italiani di fronte al mondo. Quello Stato che, al di là delle diverse opinioni dei suoi abitanti, delle loro diversità ideologiche, delle diverse sensibilità, magari anche dei contrastanti umori e risentimenti, giustifica ancora la necessità, ma anche la voglia, di riconoscersi in una sola nazione.

Se questa è la penosa rappresentazione di impotenza istituzionale offerta dal nostro Paese, non ci possiamo meravigliare che cerchino visibilità mediatica confusi epigoni nostrani del negazionismo storico come Odifreddi o che pseudo estremisti di sinistra come i grillini vadano in caccia di trasversali consensi tra i nostrani pseudo estremisti di destra, bloccando la rapida approvazione della legge che istituisce il reato di apologia del nazismo e dell’antisemitismo.

Eppure ci dev’essere un limite al disfacimento del nostro Stato nel silenzio un po’ complice dei suoi abitanti e, forse, lo squallido spettacolo di questi giorni servirà almeno a impedire che qualche italiano possa dire di non essersene accorto.


Il conflitto di interessi di Matteo Colaninno (Pd)
di Bankomat per Dagospia
(da “Dagospia”, 17 ottobre 2013)

Allora mettiamola così: siete un gruppo quotato in Borsa, vi occupate di motociclette ed affini, avete appena approvato una semestrale con volumi di vendita in calo del 20%, un risultato operativo che rispetto alla semestrale del 2012 cala da 71 a 57 milioni, con debiti finanziari netti molto elevati, che passano da 380 a 450 milioni.

Investireste in azioni Alitalia?
Se siete la Piaggio sì. Ieri i giornali avvisavano che il Presidente ed azionista di Alitalia Colaninno per fare cassa cedeva a Piaggio il 3% circa di azioni Alitalia. Una clamorosa (seppur lecita, in via di principio) operazione con parti correlate: infatti Colaninno di Piaggio è Presidente e azionista di riferimento. Per tutti, citiamo Repubblica del 16 ottobre, che informa aver Piaggio acquistato titoli Alitalia per 22 milioni. Cifra non tenue per le risorse finanziarie di Piaggio.

Intendiamoci bene, non è vietato fare operazioni con parti correlate, basta che siano trasparentemente dichiarate, ben motivate e soprattutto nel primario interesse non della parte correlata ma della società quotata che le effettua.

La Consob, di solito, vigila attentamente su queste operazioni, scrivendo immediati fax al Presidente del Collegio Sindacale ed agli altri organi di controllo del caso (tipicamente, i consiglieri indipendenti che riuniti in apposito comitato vagliano tali operazioni a tutela dei piccoli azionisti “non correlati” alla parte correlata…).

Immaginiamo anche che il Vice Presidente di Piaggio, Matteo Colaninno, che da sempre troneggia nei talk show come responsabile economico del PD, sia fautore di un capitalismo rigoroso e rispettoso delle regole di mercato. Ieri ai cronisti de La7 che gli chiedevano dei suoi ruoli nelle finanziarie di famiglia ed indirettamente in Alitalia, Matteo Colaninno precisava con humour involontario che prende trecentomila euro annui di emolumenti ma non fa assolutamente nulla se non presenziare a tre o quattro consigli all’anno per telefono, e quindi come politico PD influente può occuparsi di Alitalia senza conflitti.

Sarà bello vedere la Consob che chiede lumi a Piaggio ed i Colaninno che rispondono. Un dibattito culturalmente ed eticamente interessante.


Berlusconi, per il Dizionario Oxford una sua battuta è tra le 5 più divertenti di sempre
di Redazione
(da “Libero”, 17 ottobre 2013)

Che le barzellette fossero una sua passione lo si sapeva e in tanti hanno criticato Silvio Berlusconi anche per questo. Ora però per il Cavaliere barzellettiere arriva un attestato ufficiale, super partes e decisamente prestigioso. Il Dizionario Oxford delle citazioni umoristiche ha inserito l’ex premier addirittura al quinto posto tra le battute più belle del 21esimo secolo. Se in Italia è ancora sogna ancora di venire riconosciuto come “grande statista”, perlomeno all’estero qualcuno lo ha giù incoronato: Berlusconi grande comico, e questa volta senza malizie politiche.

In buona compagnia – A entrare nella storia, secondo il dizionario curato da Gyles Brandreth, arrivato alla quinta edizione, è stata una frase pronunciata in una conferenza stampa davanti a giornalisti italiani e stranieri: “Prenderò domande dai maschi, ma dalle ragazze voglio numeri di telefono”. Il Cavaliere, che tra barzellette su comunismo, nazismo, sesso e qualche scivolone (per esempio, una presunta bestemmia che gli ha causato più d’un problema…), si trova in ottima compagnia. Al primo posto c’è un classico dell’ironia, risalente a 200 anni fa, ossia l’incipit di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen: “E’ verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”. Domina la letteratura anglosassone, con Oscar Wilde citato 92 volte e l’immancabile Groucho Marx, padre della comicità demenziale del 1900. Tra i politici, in grande ascesa il sindaco di Londra Boris Johnson, celebre anche per frasi come questa: “La mia politica sulla torta è di pro-averla e pro-mangiarla”.


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Bart