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Logoramento. Il processo che spaventa Napolitano non è quello di Palermo

18 Ottobre 2013

di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 18 ottobre 2013)

L’inaspettata decisione della Corte d’assise di Palermo, che ieri mattina ha ammesso la testimonianza di Giorgio Napolitano all’interno del processo sulla trattativa stato mafia, è stata accolta dal Quirinale con un comprensibile velo di insofferenza. Ma nonostante l’amarezza manifestata dal capo dello stato rispetto alla possibilità di ritrovare il suo nome sul banco dei testimoni accanto a quello dei boss Giovanni Brusca, Leonardo Messina e Antonino Giuffrè, oggi il processo che preoccupa di più il presidente non è quello di Palermo ma quello che sta interessando dall’interno i due azionisti di maggioranza del governo, e che sul banco degli imputati vede proprio il capo dello stato. Il processo in questione riguarda un tema delicato, legato a un bilancio di massima del “regno presidenziale” che alcuni tra i più importanti esponenti di Pd e Pdl hanno cominciato a fare durante l’estate, quando la discussione sulla decadenza di Silvio Berlusconi ha scatenato una serie di riflessi incontrollati di Pd e Pdl (con i primi convinti che, sotto sotto, Napolitano voglia in qualche modo salvare Berlusconi; e i secondi convinti che, sotto sotto, Napolitano voglia in qualche modo fregare Berlusconi) e ha rafforzato nella testa dei vertici del centrodestra e del centrosinistra un ragionamento di questo tipo: se oggi il paese si trova in crisi, se oggi il Pd si trova in crisi, se oggi il Pdl si trova in crisi, la colpa è anche di Napolitano.

La guerriglia combattuta attorno alla decadenza del Cav. è stata in realtà solo la punta estrema di un’insofferenza che covava da mesi nel Pdl e nel Pd, e che dopo la rielezione di Re George si è andata a consolidare nel momento in cui la strada delle elezioni anticipate non è parsa più così lontana nel tempo. “E’ evidente – suggerisce un dirigente Pd di fede renziana – che oggi, per ragioni elettorali, Pd e Pdl devono dimostrare di essere indipendenti da Napolitano e devono inventarsi qualcosa per evitare che il logoramento del presidente si rifletta sul consenso dei partiti”. I capi di imputazione mossi soprattutto da sinistra al Quirinale riguardano il triennio di “governo presidenziale” cominciato il 9 novembre 2011, quando il capo dello stato nominò senatore a vita il futuro presidente del Consiglio Mario Monti. Da quel momento in poi, dicono a sinistra, il Pd è stato commissariato dai tecnocrati (accusa renziana), si è attaccato al piede una catena che gli ha impedito di vincere le elezioni (accusa dalemiana), si è visto negare la possibilità di dar vita al famoso governo del cambiamento e scongiurare così un’altra grande coalizione (accusa bersaniana) e si è ritrovato oggi (accusa renziana, dalemiana, bersaniana, prodiana) in una posizione così subalterna al Quirinale da non avere la forza necessaria per chiedere di tornare subito alle urne nel caso in cui improvvisamente la maggioranza dovesse crollare. Ecco. Mettete insieme i puntini e capirete perché le critiche sul dossier amnistia-indulto che sabato scorso sono state scagliate verso il Colle da Renzi volevano suonare anche come un messaggio utile a stabilire con Napolitano un nuovo rapporto di forza.

L’altra grande coalizione
Se a tutto questo si aggiunge la crescita nel centrodestra di un sentimento di diffidenza – sintetizzato due giorni fa da Sandro Bondi, che ha confessato di “avere seri dubbi sull’utilità del ruolo esercitato dal Quirinale” – si capisce come la mozione dei “diversamente napolitaniani” sia diventata trasversale e che giorno dopo giorno si sta trasformando in una grande coalizione potenzialmente alternativa a quella di governo. Una mozione che al momento Enrico Letta non teme più di tanto, la considera minoritaria, ma che in prospettiva, qualora i due primi firmatari (Renzi e Berlusconi) dovessero muoversi all’unisono, potrebbe creare problemi al governo. Il premier sa che la sua forza è direttamente proporzionale alla forza di Napolitano e sa anche che un logoramento del capo dello stato potrebbe coincidere con un progressivo (e letale) logoramento del governo. Ma se i sondaggi contano qualcosa, quello ricevuto lunedì da Letta presenta una curva spietata. Una curva, come conferma al Foglio l’autore del sondaggio (Piepoli), che dice che dall’inizio dell’estate il trend della fiducia di Napolitano è in picchiata. A giugno 82 per cento. A luglio 78. A settembre 77. A inizio ottobre 73. A metà ottobre 67. Sondaggi o non sondaggi, sul percorso delle larghe intese sono sempre di più le prove che indicano che la forza di Napolitano nel tenere a bada i discoli rottamatori del governo è ogni giorno meno consistente. Letta nasconde dietro un sorriso la sua preoccupazione. Ma in cuor suo sa che da oggi in poi il futuro del governo sarà sempre più legato al numero di persone che nei prossimi mesi metterà la propria firma sotto la mozione dei diversamente napolitaniani.


Su Priebke il gesto mancato di Angela Merkel
di Gian Enrico Rusconi
(da “La Stampa”, 18 ottobre 2013)

Immaginate se la cancelliera Angela Merkel, con la ferma semplicità che la contraddistingue, avesse detto che la Germania è pronta ad accogliere le spoglie del suo figlio criminale (pentito?) Erich Priebke. Non come un ennesimo atto di espiazione, ma con la consapevolezza della maturità etica della Germania di oggi. Ci avrebbe fatto ritrovare di colpo «la Germania che amiamo ».

Ma la cancelliera ha in testa ben altri problemi, più importanti: con chi stringere la coalizione di governo, quali misure economiche, finanziarie e sociali devono avere la priorità, ecc. E poi deve tenere d’occhio i partner europei, compreso il fragilissimo governo italiano. Non è il caso quindi di preoccuparsi anche di uno sgradevole relitto di un maledetto passato.

Peccato. Ricordo molto bene come anni fa una sera la cancelliera si fosse presentata alla televisione tedesca per criticare il Vaticano per la sua cecità di fronte al vescovo che negava o banalizzava l’Olocausto. Adesso la vicenda è altra, magari più complicata e densa di problemi.

La risposta ufficiale del governo di Berlino sulla faccenda Priebke sinora è deludente, burocratica. In definitiva afferma che il destino delle spoglie dell’ex-nazista non è di sua competenza. E si appella a norme e leggi nazionali e locali. Il governo tedesco potrebbe anche aggiungere che, a differenza di altri equivoci episodi del passato, non ha mai interferito nel procedimento giudiziario o nel suo esito. Si è sempre comportato correttamente. Perché dovrebbe esserne coinvolto ora?

Posso capire anche la latente irritazione – in questo caso verso gli italiani – che ad ogni occasione venga sollevato il sospetto che la Germania come comunità politica, come grande opinione pubblica, per tacere come cultura giuridica, non voglia fare seriamente e definitivamente i conti con il suo passato. Non è vero. Anche se in un recente caso, molto particolare ma pur sempre simbolicamente rilevante, la giustizia tedesca non ha riconosciuto il diritto di risarcimento ai militari italiani deportati in Germania, dopo il settembre 1943, e costretti a lavoro coatto.

Ma il caso Priebke va al di là di tutto questo. Nella ridda delle notizie, scarsamente controllabili, di queste ore, c’è anche quella che il figlio e i familiari di Priebke, dopo aver a lungo respinto l’idea di un ritorno in patria del loro congiunto, avrebbero accettato la sepoltura in Germania. Non conosciamo la ragione del ripensamento. Ma è facile immaginare che un gesto di accoglienza critica (che mantenga cioè interamente valido il giudizio morale e politico di condanna), sarebbe più pesante del rifiuto burocratico di accogliere i resti.

È in effetti proprio un’accoglienza meditata e critica che ci saremmo attesi da Berlino. Anziché stupirsi e irritarsi dello sgradevole ritorno post mortem di un personaggio che si sarebbe preferito dimenticare, deve confrontarsi con una memoria collettiva esigente, che solleva (deve sollevare) interrogativi anche sul contesto storico in cui si è consumato il crimine. Adesso non è più un segreto per pochi che cosa pensasse Priebke prima di morire – anche se ovviamente la sua testimonianza deve essere sottoposta a rigorosa analisi critica, come tutte.

Questa volta non basta più il riferimento ai progressi della memoria collettiva e dell’ autocritica della nazione egregiamente compiuti in Germania in questi anni. La inattesa conclusione del caso Priebke spalanca – per tutti noi – dimensioni inusuali, per il profondo coinvolgimento emotivo, per i contenuti etici che spingono il pensiero sino alle radici della nostra civiltà (Antigone). Reagire con misure burocratiche o preoccupazioni di mero ordine pubblico rivela la pochezza di molti discorsi rituali sulla memoria.


Il testamento tv di Priebke e l’ombra di una lucida regia
di Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 18 ottobre 2013)

Roma – L’ultimo capitolo del «caso mediatico » esploso dopo la morte di Priebke, più «rumoroso » da morto che da vivo, è uno spezzone video. Tre minuti e 49 secondi dell’annunciato «videotestamento » dell’ex ufficiale nazista, estratti da una lunga intervista che non si sa se e quando verrà resa pubblica integralmente.

Il brano diffuso ieri dall’avvocato Paolo Giachini, titolato «intervista sulla sua autobiografia Vae Victis », mostra Priebke seduto in uno studio, camicia azzurra e gilet scuro, raccontare l’attentato dei Gap in via Rasella e la successiva rappresaglia, rispondendo alle domande di Giachini.

Rappresaglia della quale, spiega l’ex ufficiale SS, i partigiani erano consapevoli: avrebbero fatto l’attentato «proprio a proposito », sperando in una sollevazione della popolazione, «che però non è avvenuta ».
Priebke, che per l’eccidio è stato condannato all’ergastolo, definisce «una cosa terribile » l’esecuzione alle Fosse Ardeatine, perché non era «abituato alla morte » come invece l’organizzatore della rappresaglia, il capitano Schutz, che aveva combattuto «sul fronte russo ». Ma ribadisce, una volta di più, che «naturalmente non era possibile » rifiutarsi, perché Schutz «ha detto a tutti che questo è un ordine di Hitler, dobbiamo eseguirlo, chi non vuol farlo è meglio che si metta con le vittime, sarà anche lui fucilato ». Al termine dello spezzone, viene mostrato il testo di una dichiarazione di Priebke durante il processo al tribunale militare di Roma, in cui l’ex ufficiale esprime «condoglianze per il dolore dei parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine », ricordando la «grande tragedia intima » costituita dall’«ordine di partecipare all’azione », e aggiungendo di pensare «ai morti con venerazione ».
Il videotestamento ha subito sollevato nuove polemiche: Anpi, comunità ebraica, reduci e sopravvissuti hanno immediatamente criticato il contenuto della testimonianza.

Che, va detto, non corrisponde al testo dell’intervista in sette pagine rilasciato il giorno della morte dell’ex SS, quella risalente alla fine di luglio, firmata «nella ricorrenza dei miei 100 anni », in cui Priebke pur condannando le violenze indiscriminate (commesse da chiunque e verso chiunque), e pur definendo l’Olocausto «una tragedia », sposa la teoria negazionista sulle camere a gas. L’intervista, invece, «riprende » la sua autobiografia, pubblicata nel 2003. Giachini non rivela la data della registrazione, che dovrebbe però non essere recentissima, sostenendo che «non è questa la cosa importante ». La diffusione dell’ennesima «bomba » fa pensare a una sorta di strategia mediatica, attuata centellinando video e dichiarazioni postume della defunta SS per tenere i riflettori accesi sulla vicenda. Giachini smentisce. È Priebke – spiega – che teneva alla diffusione dello spezzone diffuso ieri. Il resto del video potrebbe essere reso pubblico solo una volta risolta la scottante questione della sepoltura. E del funerale, che «verrà fatto, non per mia scelta ma perché è la famiglia che lo vuole », precisa il legale, perché nella rovente serata di Albano laziale i sacerdoti lefevriani hanno soltanto benedetto la salma.
Intanto, il «mistero » del corpo è risolto. Priebke è ancora nell’aeroporto militare di Pratica di Mare, sul litorale romano, a disposizione dei familiari e del legale che ha «avuto mandato dalla famiglia di prendere contatto con l’ambasciata tedesca ». Sembra dunque che sarà la Germania l’ultima destinazione della ex SS, e anche le esequie potrebbero svolgersi nella patria di Priebke. «Il console e l’ambasciatore tedeschi – spiega Giachini, che incontrerà ufficialmente il prefetto di Roma Pecoraro per prendere accordi sul da farsi – hanno chiarito con un parere del governo che non c’è alcun ostacolo alla sepoltura in Germania ». In che città, però, ancora non si sa.


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Bart