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Ma l’Olocausto non è un’opinione

20 Ottobre 2013

di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 20 ottobre 2013)

L’incapacità di fare marcia indietro, di rendersi conto degli errori, di scusarsi produce reazioni grottesche, come quella di dipingere La Stampa come una macchina del fango, quando ha solo fatto informazione accendendo una luce su una vera macchina di negazionismo e becero antisemitismo come quella scatenata da Odifreddi con un suo sciagurato post.La cui frase centrale non è chiaramente quella riportata, che da sola non giustificherebbe evidentemente lo scandalo, ma quella precedente e, siccome anch’io amo molto i contesti e detesto le estrapolazioni, vale davvero la pena rispiegare le cose dall’inizio. Non senza aver chiarito che prima di scrivere La Stampa aveva sentito il professore e aveva dato spazio alle sue spiegazioni.

Tutto nasce nel blog di Odifreddi, ospitato sul sito di Repubblica, dove in un dibattito sulla morte di Priebke un commentatore ha prima sottolineato il valore semplicemente propagandistico del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti per poi definire le camere a gas impossibili «per motivi tecnici e logici oltre che storici ». Il matematico non ha fatto una piega ma ha anzi chiarito: «Su Norimberga confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. Il processo è stato un’opera di propaganda. I processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati ». Ma non bastasse ha aggiunto: «Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. E non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. Ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti ».

Sono state queste affermazioni e non le nostre critiche a scatenare gli istinti peggiori di chi mette in dubbio l’Olocausto. Affermazioni che – userò un’immagine più delicata della sua – sono state come il miele per le api negazioniste. Il punto, caro Odifreddi, è che non si tratta di opinioni e che nessuno di noi ha avuto bisogno della macchina propagandistica americana per conoscere la verità sullo sterminio dei campi di concentramento e sulle camere a gas. Ci è bastato leggere i libri degli storici più seri (basti citare «La distruzione degli ebrei d’Europa » di Raul Hilberg) per sapere che in Germania vennero ritrovati (e anche esposti al pubblico) tutti i progetti delle camere a gas e ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti, a partire da quella tragica e definitiva di Shlomo Venezia, che fu tra coloro che dovevano tirare fuori i corpi degli uomini, delle donne e dei bambini gassati. Lo ha raccontato nel suo libro «Sonderkommando Auschwitz » pubblicato nel 2007 da Rizzoli e poi tradotto in 24 lingue e le sue parole non lasciano molto spazio ai giochetti retorici: «A volte mi hanno chiesto se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas. Era difficilissimo, eppure una volta è successo. Era una bambina di circa due mesi. All’improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l’odore tremendo del gas e di tutte quelle persone – perché quella morte era molto sofferta – uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Dopo una decina di minuti lo ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po’ di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. C’era una bambina ancora viva attaccata al seno della mamma, che era morta mentre la allattava. L’abbiamo presa e portata fuori, ma ormai era condannata: c’era un SS che l’ha finita con uno sparo alla bocca. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io ».

C’era un’Europa ebraica, che andava da Varsavia a Parigi, dalla Amsterdam di Anna Frank al Ghetto di Roma. Pochissimi sono tornati, la gran parte di quei villaggi, di quelle comunità e di quei ghetti sono cancellati, l’Europa ebraica non esiste più e questo non ce lo ha raccontato Hollywood e non è un frutto della propaganda americana.

Quando il professor Odifreddi avrà terminato il suo ultimo libro, un dialogo con il vecchio Papa tedesco, potrebbe andare alla lapide del Portico d’Ottavia a Roma dove si ricorda che in quel luogo il 16 ottobre del 1943 vennero deportate più di mille persone, 200 erano bambini. L’ottanta per cento di loro venne immediatamente portato agli impianti di Birkenau dove vennero eliminati con il gas, altri 200 morirono di stenti e di fatica nei campi di lavoro. Sopravvissero 15 uomini e una donna. E questa è storia, non un frutto avvelenato del ministero della propaganda alleato.

Caro Odifreddi, lasci perdere le macchine del fango che non appartengono all’identità di questo giornale, e lei lo sa benissimo: prenda le misure del suo discorso pubblico e si renda conto che noi abbiamo semplicemente espresso preoccupazione e dispiacere per la deriva scatenata dalle sue affermazioni.


Io, frainteso e calunniato
di Piergiorgio Odifreddi
(da “La Stampa”, 20 ottobre 2013)

Confesso che non avrei mai immaginato che La Stampa, un giornale per il quale ho scritto per anni, e i cui giornalisti mi conoscono da ancora più anni, potesse non solo prendere parte, ma mettere essa stessa in moto una «macchina del fango » che credevo appannaggio di ben altre testate. Ma tant’è, i luridi tempi in cui viviamo sono questi, e se un giorno a qualcuno salta in mente di lanciare su Twitter una «caccia al negazionista », tutti si accodano come pecore, senza manco fermarsi un attimo a verificare se l’accusa sia circostanziata, e se l’accusato sia credibile nella parte del colpevole.

Quel qualcuno è il giornalista Gianni Riotta, che come vicedirettore de La Stampa mi ha ospitato a lungo su queste pagine, e che mi conosce benissimo. Perché l’abbia fatto senza nemmeno chiedermi se veramente negassi l’olocausto e le camere a gas, senza nemmeno provare a immaginare se questo fosse consistente con l’immagine che si era fatto di me dalle mie parole, dai miei articoli e dai miei libri, e senza nemmeno rispondere alla mia stupefatta mail di richiesta di spiegazioni, è una cosa che interessa la sua coscienza, se ce l’ha. A me interessa capire come sia potuto nascere questo equivoco. E la risposta è semplice: una frase di 140 caratteri, perché più lunga chi usa Twitter non la capisce, è stata estrapolata ad arte da una discussione di migliaia di commenti relativi a un post sul mio blog. Nella discussione si parlava della verità storica, e chi fosse interessato può andare a vedere ciò che ho argomentato al riguardo. Nella frase incriminata, a proposito delle camere a gas, dicevo che «non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che uniformarmi all’opinione comune, pur essendo cosciente del fatto che di opinione si tratti ».

Che il «popolo della rete » abbia potuto fraintendere una frase che, si può ammettere, non era un esempio di chiarezza, è comprensibile. Ma che due giornalisti come Riotta e Jacopo Iacoboni, al quale avevo spiegato a lungo cosa intendevo, abbiano potuto pensare che con «uniformarsi » intendevo «non credere », e che con «opinione » intendevo «falsità », sarebbe fare un insulto alla loro intelligenza. Dunque, hanno infangato volendo infangare, per motivi noti a loro ma solo intuibili a me. Elena Loewenthal si è subito aggiunta al coro, descrivendo il mio blog come una «calamita per antisemiti ». Fortunatamente, i miei post e i relativi commenti sono visibili in rete, e chiunque può verificare che gli antisemiti sono arrivati dopo, e non prima, dell’accusa di negazionismo. Evidentemente, non erano al corrente delle mie supposte vedute, fino a che qualcuno non ha pensato di inventarsele e offrirgliele in pasto. Prima di allora il blog era uno degli spazi di discussione più aperti e seguiti del sito che lo ospita, immune dalle porcherie che le accuse hanno attirato, come gli escrementi attirano le mosche. La Loewenthal conclude melodrammaticamente il suo articolo, chiedendo: «Lasciatemi in pace con i miei milioni di morti ». Ma quei morti non sono affatto suoi, più di quanto non siano ad esempio di Noam Chomsky o di Moni Ovadia: due ebrei che su ciò che riguarda Israele la pensano esattamente come me, e che sull’olocausto e le camere a gas la pensano esattamente come tutti noi, me compreso. Inoltre, l’olocausto non è stato solo un «crimine contro gli ebrei », ma «un crimine contro l’umanità »: dunque, quei morti sono tanto miei, quanto della Loewenthal e degli altri untori che mi buttano addosso il fango delle loro calunnie.


I pifferai-intellettuali andarono per suonare e furono suonati
di Luigi Mascheroni
(da “il Giornale”, 20 ottobre 2013)

C’è solo una cosa peggiore degli intellettuali: gli intellettuali disonesti. Ipocriti, conformisti, mitomani, moralmente doppiopesisti e politicamente ruffiani. Quelli che predicano male e razzolano peggio, fingendo di essere ciò che non sono e di insegnare ciò in cui non credono.
Che incantano gli altri, illudendo prima di tutto se stessi. «Che vorrebbero guidare le masse e influenzare i politici, ma non sanno guidare né rieducare se stessi né i partiti di riferimento ».
Sono gli Intellettuali del piffero (Marsilio) ai quali Luca Mastrantonio – (ex?) dalemiano, già Riformista, oggi «terzista » scalpitante del Corriere della sera – dedica un micidiale pamphlet che mette al muro, inchiodandoli con le loro stesse dichiarazioni contraddittorie e interessate, grazie a un meticoloso lavoro d’archivio, i protagonisti del culturame italico in questo eterno ventennio (anti)berlusconiano. Vecchie trombette (Eco, Camilleri, la Spinelli, Flores d’Arcais…) e giovani tromboni (Saviano, Lagioia, Christian Raimo, i TQ…) che partirono per suonare e furono suonati. Suonati e disinnescati da questo fragoroso manuale che vuole rompere l’incantesimo dei «professionisti dell’impegno », svelandone trucchi e meschinità, così che non facciano più danni. Gli scrittori “di successo ”, che gozzovigliano in quel mercato e su quei media che a parole disprezzano. Gli apocalittici nei toni, ma ben integrati nella società dello spettacolo. Gli «oracoli di cartavetro come Travaglio e Saviano ». Le compagne di lotta femministe, libertine con se stesse, pudiche se c’è da attaccare il Drago.

Mostri, arlecchini e saltimbanchi, come quelli che firmano appelli se c’è da mettere il nome nella scaletta del varietà mediatico o difendere un assassino, ma di sinistra, come Cesare Battisti (Vauro, Balestrini, Scarpa…), quelli che mettono sotto processo Nori perché scrive per Libero (Cortellessa), o Berardinelli sul Foglio (Fofi), o Cubeddu sul Giornale… Quelli «che vogliono scrivere come Pasolini, su certi giornali, pur non scrivendo come Pasolini ».
Quelli alla disperata ricerca di un palcoscenico, disposti a recitare qualsiasi parte, e suonare qualsiasi piffero, pur di raccogliere l’applauso del pubblico non pagante, e ci viene in mente – è successo l’altroieri – Piergiorgio Odifreddi, ateo di ferro, che si scioglie quando un (finto) Papa lo chiama al telefono: «Santità, mi alzo in piedi… Sarò anch’io a Messa con Lei… Vuol scrivere l’introduzione al mio libro? ». Zanzare. Da schiacciare.

Scritto con il preciso intento morale di fare del male a chi ci ha fatto del male – e urlare in faccia ai pifferai che hanno finito di incantarci, perché non gli riconosciamo più alcun potere su di noi (che è il parricidio intellettuale perfetto) – il libro di Mastrantonio è il conto, salato, che la sua generazione post-ideologica presenta, a futura vergogna, a quanti, prima, ci hanno detto di voler derattizzare la società, liberandola dal Male e dall’Ignoranza, e poi – maghi che si sono messi in testa di diventare sovrani – ci hanno incantati con la loro sedicente superiorità morale. Eccoli. I «dementi storiografici » (gli Asor Rosa, gli Eco, i Camilleri, propagandisti dell’idea delirante che il berlusconismo è peggio del fascismo!). I «patrioti merdaioli » (i Luttazzi, i Tabucchi che inveiscono contro questo Paese «di merda », o meglio contro quella parte che non amano del Paese, «per scioccare i benpensanti o perché, semplicemente, sono ancora in una fase che i freudiani definiscono anale »). Gli «escapisti elettorali » (i Consolo, i Tabucchi, gli Eco, i Battiato, i Saviano e tutti quelli che minacciano di andarsene dall’Italia se vince il loro avversario politico, cioè Berlusconi, e poi restano sempre qui, anche se Berlusconi vince, «e curiosamente le mete scelte, a rendere ancora paradossale il tutto, sono Francia e Spagna, Paesi vicini ma che, a dispetto di chi a sinistra li elegge come patrie ideali, tornano spesso in mano alle destre, è come se questi intellettuali volessero tornare a venire colonizzati », Franza o Spagna purché se magna). I «cleptomani editoriali » (gli Augias, le Mazzucco, i Luttazzi, i Galimberti, e noi ci mettiamo pure i ladri di tweet, le Littizzetto e i Crozza, che urlano al ladro di dimettersi, se il ladro è Berlusconi, ma loro anche se rubano battute restano in tv). Le «ninfomoraliste ipocrite » (le Ravera, le Melisse Panarello e quelle che «predicano da pulpiti decisamente poco casti », «se non fosse che il bigottismo spesso è strumentale »).
E gli «schizofrenici cognitivi », come i Camilleri «a favore del ponte di Messina quando c’è Prodi, contro quando c’è Berlusconi », o come Gianni Vattimo «che pur di attaccare Israele dà legittimità culturale ai Protocolli dei Savi di Sion », o come tutti quelli che pubblicamente sono impegnati contro Berlusconi e in privato raccattano soldi e fama grazie alla sua industria culturale, scrivendo per le sue case editrici e lavorando con le sue tv. Quelli che trovano però sempre il modo di scagionarsi, «perché mi trovo bene con gli editor » (Scalfari, Augias…) o perché «solo da dentro trasformi il sistema » (i Wu Ming, i Carlotto), o perché «stare dentro una contraddizione dà il senso di responsabilità » (Piccolo)… Tanti, ma non tutti. Qualcuno se ne andò da Mondadori appena il Cavaliere scese in politica, come Silvia Ballestra. Che per il 2014 ha annunciato il ritorno a Segrate, col romanzo Vera…
Veri maiali orwelliani, come Napoleone, Palla di neve e… Piffero. Quelli che «tutti gli esseri umani sono uguali fra loro », ma gli intellettuali sono più uguali degli altri.


Hanno partorito un mostro giuridico
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 18 ottobre 2013)

Non ce ne stiamo accorgendo ma, nel giro di poche settimane, la repubblica di Napolitano e della Boldrini, del ministro Kyenge e dei volenterosi manovali del Parlamento, sta stravolgendo lo Stato di diritto e il senso della giustizia col plauso dei media.

Viene introdotto il reato di omofobia, nasce cioè un reato dedicato in esclusiva; viene introdotto il femminicidio, cioè viene stabilito che c’è un omicidio più omicidio degli altri; viene negato il reato di immigrazione clandestina e dunque la cittadinanza non ha più valore; viene introdotto il reato di negazionismo, valido solo per la shoah.

Vengono così stravolti i principi su cui si fonda ogni civiltà giuridica: l’universalità della norma che deve valere per tutti, il principio più volte sbandierato e poi di fatto calpestato, della legge uguale per tutti; viene punito col carcere il reato d’opinione, e colpendo solo certe opinioni; viene sancita la discriminazione di genere, a tutela di alcune minoranze; è vanificata l’opera del giudice nell’individuare eventuali aggravanti nei reati giudicati perché vengono indicate a priori quelle rilevanti e dunque sono suggerite pure quelle irrilevanti.

Usano l’eccezione per colpire la norma, piegano le leggi a campagne ideologico-emotive e le rendono variabili. Sfasciano la giustizia col plauso dei giustizialisti, uccidono la libertà e l’uguaglianza, il diritto e la tolleranza nel nome della libertà e dell’uguaglianza, del diritto e della tolleranza.

Un mostro. E se provi a dirlo, il mostro sei tu, a suon di legge.


Il potere vuoto di un Paese fermo
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 20 ottobre 2013)

L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi. Parole forti: ma quali altre si possono usare per intendere come realmente stanno le cose? E soprattutto che la routine in cui sembriamo adagiati ci sta uccidendo?

Sopraggiunta dopo anni e anni di paralisi, la crisi è lo specchio di tutti i nostri errori passati così come delle nostre debolezze e incapacità presenti. Siamo abituati a pensare che essa sia essenzialmente una crisi economica, ma non è così. L’economia è l’aspetto più evidente ma solo perché è quello più facilmente misurabile. In realtà si tratta di qualcosa di più vasto e profondo. Dalla giustizia all’istruzione, alla burocrazia, sono principalmente tutte le nostre istituzioni che appaiono arcaiche, organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini, estranee al criterio del merito: dominate da lobby sindacali o da cricche interne, dall’anzianità, dal formalismo, dalla tortuosità demenziale delle procedure, dalla demagogia che in realtà copre l’interesse personale.

Del sistema politico è inutile dire perché ormai è stato già detto tutto mille volte. I risultati complessivi si vedono. Tutte le reti del Paese (autostrade, porti, aeroporti, telecomunicazioni, acquedotti) sono logorate e insufficienti quando non cadono a pezzi. Come cade a pezzi tutto il nostro sistema culturale: dalle biblioteche ai musei ai siti archeologici. Siamo ai vertici di quasi tutte le classifiche negative europee: della pressione fiscale, dell’evasione delle tasse, dell’abbandono scolastico, del numero dei detenuti in attesa di giudizio, della durata dei processi così come della durata delle pratiche per fare qualunque cosa. E naturalmente ormai rassegnati all’idea che le cose non possano che andare così, visto che nessuno ormai più neppure ci prova a farle andare diversamente. Anche il tessuto unitario del Paese si va progressivamente logorando, eroso da un regionalismo suicida che ha mancato tutte le promesse e accresciuto tutte le spese.

Mai come oggi il Nord e il Sud appaiono come due Nazioniimmensamente lontane. Entrambe abitate perlopiù da anziani: parti separate di un’Italia dove in pratica sta cessando di esistere anche qualunque mobilità sociale; dove circa un terzo dei nati dopo gli anni ‘80 ha visto peggiorare la propria condizione lavorativa rispetto a quella del proprio padre. Quale futuro può esserci per un Paese così? Popolato da moltissimi anziani e da pochi giovani incolti senza prospettive?
Certo, in tutto questo c’entra la politica, i politici, eccome. Una volta tanto, però, bisognerà pur parlare di che cosa è stato, e di che cosa è, il capitalismo italiano. Di coloro che negli ultimi vent’anni hanno avuto nelle proprie mani le sorti dell’industria e della finanza del Paese. Quale capacità imprenditoriale, che coraggio nell’innovare, che fiuto per gli investimenti, hanno in complesso mostrato di possedere? La risposta sta nel numero delle fabbriche comprate dagli stranieri, dei settori produttivi dai quali siamo stati virtualmente espulsi a opera della concorrenza internazionale, nel numero delle aziende pubbliche che i suddetti hanno acquistato dallo Stato, perlopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro illuminata guida hanno condotto al disastro. Naturalmente senza mai rimetterci un soldo del proprio. Né meglio si può dire delle banche: organismi che invece di essere un volano per l’economia nazionale si rivelano ogni giorno di più una palla al piede: troppo spesso territorio di caccia per dirigenti vegliardi, professionalmente incapaci, mai sazi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso collusi con il sottobosco politico e pronti a dare quattrini solo agli amici degli amici .

Questa è l’Italia di oggi. Un Paese la cui cosiddetta società civile è immersa nella modernità di facciata dei suoi 161 telefoni cellulari ogni cento abitanti, ma che naturalmente non legge un libro neppure a spararle (neanche un italiano su due ne legge uno all’anno), e detiene il record europeo delle ore passate ogni giorno davanti alla televisione (poco meno di 4 a testa, assicurano le statistiche). Di tutte queste cose insieme è fatta la nostra crisi. E di tutte queste cose si nutre lo scoraggiamento generale che guadagna sempre più terreno, il sentimento di sfiducia che oggi risuona in innumerevoli conversazioni di ogni tipo, nei più minuti commenti quotidiani e tra gli interlocutori più diversi. Mentre comincia a serpeggiare sempre più insistente l’idea che per l’Italia non ci sia più speranza. Mentre sempre più si diffonde una singolare sensazione: che ormai siamo arrivati al termine di una corsa cominciata tanto tempo fa tra mille speranze, ma che adesso sta finendo nel nulla: quasi la conferma – per i più pessimisti (o i più consapevoli) – di una nostra segreta incapacità di reggere sulla distanza alle prove della storia. E in un certo senso è proprio così.

L’Italia è davvero a una prova storica. Lo è dal 1991-1994, quando cominciò la paralisi che doveva preludere al nostro declino. Essa è ancora bloccata a quel triennio fatale: allorché finì non già la Prima Repubblica ma la nazione del Novecento: con i suoi partiti, le sue culture politiche originali e la Costituzione che ne era il riassunto, allorché finì la nazione della modernizzazione/industrializzazione da ultimi arrivati, la nazione del pervadente statalismo. Ma da allora nessuno è riuscito a immaginare quale altra potesse prenderne il posto.
Ecco a che cosa dovrebbe servire quella classe dirigente che tanto drammaticamente ci manca: a immaginare una simile realtà. A ripensare l’Italia, dal momento che la nostra crisi è nella sua essenza una crisi d’identità. Da vent’anni non riusciamo a trovare una formula politica, non siamo capaci d’azione e di decisione, perché in un senso profondo non sappiamo più chi siamo, che cosa sia l’Italia. Non sappiamo come il nostro passato si leghi al presente e come esso possa legarsi positivamente ad un futuro.

Non sappiamo se l’Italia serva ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una nazionale di calcio e a pagare gli interessi del debito pubblico. Abbiamo dunque bisogno di una classe dirigente che – messa da parte la favola bella della fine degli Stati nazionali e l’alibi europeista, che negli ultimi vent’anni è perlopiù servito solo a riempire il vuoto ideale e l’inettitudine politica di tanti – si compenetri della necessità di un nuovo inizio. Ripensi un ruolo per questo Paese fissando obiettivi, stabilendo priorità e regole nuove: diverse, assai diverse dal passato. Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno di segni coraggiosi di discontinuità, di scommesse audaci sul cambiamento, di gesti di mutamento radicale.

Mai come oggi, cioè, abbiamo bisogno proprio di quei segni e di quelle scommesse che però, – al di là della personale intelligenza o inclinazione stilistica di questo o quel suo esponente – dai governi delle «larghe intese » non siamo riusciti ad avere. Governi simili funzionano solo in due casi, infatti: o quando c’è un obiettivo supremo su cui non si discute, in attesa di raggiungere il quale lo scontro politico è sospeso: come quando si tratta di combattere e vincere una guerra; ovvero quando tutte le parti, nessuna delle quali ha prevalso alle elezioni, giudicano più conveniente, anziché andare nuovamente alle urne, accordarsi sulla base di un accurato elenco di reciproche concessioni per sospendere le ostilità e governare insieme. Ma nessuno di questi due casi è quello dell’Italia: dove sia il conflitto interno al Pd e al Pdl che quello tra entrambi è ancora e sempre indomabile, e costituisce il tratto politico assolutamente dominante. La ragione delle «larghe intese » ha così finito per divenire, qui da noi, unicamente quella puramente estrinseca che si governa insieme perché nessuno ha vinto le elezioni, e per varie ragioni non se ne vogliono fare di nuove a breve scadenza.
Certo, due anni fa, quando tutto ebbe inizio con il governo Monti, le intenzioni del presidente della Repubblica miravano, e tuttora mirano, a ben altro. Ma dopo due anni di esperimento è giocoforza ammettere che quelle intenzioni, sebbene abbiano conseguito risultati importanti sul piano del contenimento dei danni, appaiono ben lontane dal divenire quella realtà di cui l’Italia ha bisogno.

Con le «larghe intese », sfortunatamente, non si diminuisce il debito, non si raddoppia la Salerno-Reggio Calabria, non si diminuiscono né le tasse né la spesa pubblica, non si elimina la camorra dal traffico dei rifiuti, non si fanno pagare le tasse universitarie ai figli dei ricchi, non si fa ripartire l’economia, non si separano le carriere dei magistrati, non si costruiscono le carceri, non si aboliscono le Province, non si introduce la meritocrazia nei mille luoghi dove è necessario, non si disbosca la foresta delle leggi, non si cancellano le incrostazioni oligarchiche in tutto l’apparato statale e parastatale; e, come è sotto gli occhi di tutti, anche con le «larghe intese » chissà quando si riuscirà a varare una nuova legge elettorale, seppure ci si riuscirà mai. Si tira a campare, con le «larghe intese », questo sì: ma a forza di tirare a campare alla fine si può anche morire .


Il capo dei giudici: comandiamo noi
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 20 ottobre 2013)

Il partito dei giudici è ormai convinto di essere la prima formazione italiana. Più importante di quelle che siedono in Parlamento. E rivendica l’egemonia sulla società. A parlare, questa volta, è il vicepresidente del Csm Michele Vietti, di solito moderato nei toni.
Ma questa volta, da Stresa dov’è per un convegno, l’avvocato torinese recapita alla classe dirigente del Paese un messaggio che si legge come un proclama: la magistratura ha l’ultima parola sulla politica, i giudici hanno bruciato sul tempo il Parlamento nella corsa a colpire Berlusconi, la condanna del Cavaliere non è un evento particolarmente clamoroso. Ma, par di capire, ordinaria amministrazione. Concetti espressi con un piglio garibaldino e che provocano un coro di reazioni sdegnate nel centrodestra.

Va diritto al punto Vietti, politico di lungo corso prestato dall’Udc a Palazzo dei Marescialli, a suo tempo sottosegretario alla Giustizia proprio nel governo Berlusconi. «Lo dico in maniera asettica – spiega il vicepresidente – ma vedo che ancora una volta la magistratura è arrivata prima della politica ». Il riferimento è alla notizia del giorno: la corte d’Appello di Milano ha appena ricalcolato gli anni, due, dell’interdizione di Berlusconi dalla politica attiva. Il tema è esplosivo, ma lui lo maneggia con una certa disinvoltura, anzi sembra ignorare che il momento particolare, delicatissimo, imporrebbe una dose supplementare di prudenza, a maggior ragione per un rappresentante delle istituzioni come lui. Niente, forse Vietti avrebbe preferito che fosse il Senato ad accompagnare a bordo campo il Cavaliere e invece il vice di Napolitano deve riconoscere che le toghe sono state più veloci. Anche se si dovrà aspettare il passaggio in Cassazione per chiudere la partita. Un po’ di pazienza, ma va bene così. «In un Paese democratico – insiste Vietti – in cui vige la separazione dei poteri l’ultima parola spetta al giudice. Se così non fosse non vivremmo in un Paese civile, ma nella giungla, in cui vige la regola del più forte e in cui ognuno è giudice e arbitro delle proprie responsabilità ». Forse Vietti vuole solo sottolineare l’ovvio, il fatto che le sentenze vengono emesse dai giudici, ma il risultato finale è quello di una lezione davvero indigeribile di democrazia giudiziaria. Il Paese è spaccato sulla decadenza del Cavaliere, sulle contraddizioni della legge Severino e sulla composizione di un problema che è giudiziario ma anche politico e lui lo risolve nel segno della magistratura e sulla sola base di un verdetto. Che secondo lui ha il pregio di liquidare in modo chiaro il Cavaliere. Il tutto senza scomporsi, anche perché «la condanna di Berlusconi non mi pare sia una notizia particolarmente eccezionale ».

Ma sì, il centrodestra perde il suo leader e milioni di elettori il loro punto di riferimento, ma questi sono dettagli. A quanto si capisce dalla requisitoria, la politica ha la colpa di non aver anticipato la magistratura e di non aver espulso senza indugio il Cavaliere dal Parlamento.
«Vietti – replica Daniela Santanchè – fa finta o si dimentica che in Italia una parte della politica e una parte della magistratura sono la stessa cosa ». Insomma, un pezzo del Parlamento e uno spicchio della magistratura sono contigui e giocano di sponda, a danno degli avversari. Ancora più dura Mara Carfagna: «Basta con queste assurde e ridicole tesi negazioniste. L’Italia, oggi più che mai, è una nazione a sovranità limitata. Questa non appartiene più al popolo ma a una minoranza di un ordine che si è fatto potere politico, e lo gestisce con le armi della coercizione legale ».
Infine Sandro Bondi. Il coordinatore del Pdl è tranchant, quasi sprezzante: «Le parole di Vietti denotano la sua totale incoscienza dei problemi che riguardano il rapporto fra la magistratura e la democrazia. Questa incoscienza spiega anche l’inutilità del ruolo che ricopre a capo del Consiglio superiore della magistratura ».


Sulla decadenza verdetto a novembre, il voto segreto ultima arma di Berlusconi
di Liana Milella
(da “la Repubblica”, 20 ottobre 2013)

ORA che succede? Mangeremo il panettone discutendo ancora di corsa a ostacoli tra decadenza e interdizione come a Ferragosto quando sul piatto c’era l’anguria? Comunque vada, un dato è ormai acquisito: Berlusconi “dovrebbe” essere fuori dal Senato.

“Dovrebbe”, condizionale d’obbligo, perché sia la decadenza che l’interdizione devono essere votate in aula. Lì il voto segreto – perché per certo segreto sarà – potrebbe davvero riservare delle sorprese.

La decisione dei giudici di Milano cambia qualcosa sulla decadenza per via della legge Severino in corso al Senato?
No, tecnicamente non ha alcuna influenza sulla procedura del Senato. I due anni di interdizione non sono definitivi, ovviamente se la difesa di Berlusconi ricorre in Cassazione. La Suprema Corte potrebbe anche dichiarare non ammissibile il ricorso. Calcolati i tempi della “corsa” tra decadenza da legge Severino e decadenza da interdizione, gli avvocati del Cavaliere potrebbero anche valutare la chance di non ricorrere in Cassazione per giocare la carta di “buttare in pista” l’interdizione per bloccare la decadenza.

È possibile fare una stima dei tempi?
I giudici di Milano hanno annunciato che le motivazioni saranno pronte in un paio di settimane. Quindi dovrebbero arrivare a Roma, al palazzaccio, intorno al 10 novembre. Poiché non c’è una prescrizione in scadenza, la Cassazione non deve “correre”. Tuttavia, poiché il caso è politicamente caldo, almeno la decisione sull’ammissibilità potrebbe avvenire in tempi stretti. Se la causa viene giudicata da esaminare, non è pensabile una decisione prima dell’anno nuovo.

Che succede nel frattempo al Senato sulla decadenza?
La giunta per le Elezioni e Immunità ha chiuso il caso col voto sulla relazione del presidente Dario Stefàno. In aula arrivano 41 sue pagine che si pronunciano a favore della decadenza di Berlusconi. Bisogna fissare la seduta. La legge Severino – come lo stesso Stefàno ha ripetuto ormai infinite volte – dice che, in caso di condanna superiore a due anni, la Camera di appartenenza deve decidere “immediatamente”. Dalla condanna di Berlusconi – primo agosto 2013, 4 anni per frode fiscale, 3 “indultati” grazie alla legge Mastella del 2006, richiesta di affidamento ai servizi sociali già presentata e in “lista di attesa” – sono passati quasi tre mesi. Quell’avverbio – “immediatamente” – è già carta straccia.

Chi fissa, e quando, la seduta dell’aula per la decadenza?
Questa è la madre delle questioni. Dunque: tocca alla conferenza dei capigruppo stabilire la data. Ma di mezzo c’è l’intoppo della richiesta di M5S di cambiare il regolamento del Senato e abolire del tutto la possibilità di ricorrere al voto segreto. Questione posta dai grillini proprio per Berlusconi. Il presidente del Senato Pietro Grasso ha tenuto la prima riunione della giunta per il Regolamento martedì 15. Lì si è deciso che non si può cambiare la regola proprio ora che c’è di mezzo Berlusconi, però si può “interpretare” il regolamento decidendo se, per la Severino, si può consentire il voto segreto.

Come andrà a finire nella giunta per il Regolamento? E soprattutto quando deciderà?
Qui c’è la “sorpresa” Zeller. Grasso è stato costretto a un primo rinvio “lungo” dovuto alla partenza per gli Usa. Se ne riparla il 29 ottobre. Due relatori, Bernini (Pdl) e Russo (Pd), stanno studiando la materia. Ma come sempre contano i voti. Rispetto alla prima euforia dei fan del voto palese, Pd, M5S, Sel, i numeri fanno capire che la sconfitta è sicura. Zeller non sta col Pd, ma col Pdl. Il voto segreto vince 7 (3 Pdl, 1 Sc, 1 Lega, 1 Gal, Zeller di Svp) a 6 (3Pd, 1 Sel, 2 M5S).

Previsioni per il giorno della discussione in aula?
Se il 29 ottobre la querelle sul tipo di voto si chiude, la capigruppo può calendarizzare la decadenza, compatibilmente con la legge di stabilità, anche nella prima o seconda settimana di novembre. Altrimenti tutto slitta a dopo, fine novembre o prima settimana di dicembre.

In aula voto segreto o palese?
Il pronostico è che sarà segreto. Perché, come da regolamento, lo chiederanno 20 senatori. Pd, M5S e Sel ribadiranno la loro tesi – in ballo non c’è un voto sulla persona, ma sulla carica e sul plenum del Senato, tant’è che nell’udienza pubblica del 4 ottobre in giunta era presente pure il possibile successore di Berlusconi, il molisano Ulisse Di Giacomo – ma si voterà sulla richiesta di consultazione segreta e questa potrebbe passare.

Come può finire il voto?
Sulla carta, prima della scissione di Scelta civica, il fronte della decadenza poteva contare su 43 voti in più, ridotti ora di una dozzina. I voto segreto è un vero busillis, perché nel Pdl, diviso tra lealisti e alfaniani, può accadere di tutto, così come nel Pd e tra i 5Stelle. Berlusconi può anche “vincere” e restare senatore. Almeno per la legge Severino.

Come “corrono” legge Severino e interdizione?
“Corsa” storica, non c’è dubbio. Anche perché è la prima volta. Un vero intrico di tempi. Se la seduta in aula si fa all’inizio di novembre e il fronte della decadenza (Pd, M5S, Sel, Sc, Psi, i partiti del sì in giunta) vince, Berlusconi decade. L’interdizione definitiva, in qualunque momento arrivi, non viene trattata. Se la seduta slitta a fine novembre o dicembre, e nel frattempo l’interdizione diventa definitiva, la giunta per le Immunità comincia ad occuparsene seguendo la stessa procedura della Severino (relatore, dibattito, ecc.). Considerati i tempi della giunta però, in aula si dovrebbe votare prima.

Se la decadenza non passa che succede?
Intanto succede che Berlusconi mette a segno un incredibile punto politico a suo favore. A quel punto si ripete la stessa procedura per l’interdizione e il voto potrebbe essere identico. Lui potrebbe restare senatore. Ma i giudici potrebbero sollevare un conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta.

In aula il Pdl riproporrà il ricorso alla Consulta o alla Corte di giustizia del Lussemburgo contro la Severino. Ce la farà?
Il voto sarà palese e il Pdl dovrebbe perdere.

Berlusconi ha presentato un ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro la Severino. Quando e come decideranno i giudici?
Un insistente tam tam accredita una possibile risposta positiva. Ovviamente sono solo voci. Ma già se la Corte dovesse dichiarare ammissibile il ricorso questo spingerebbe il Pdl a chiedere di sospendere l’intera pratica, sostenendo la tesi che la Corte sta valutando se Berlusconi è o non è una vittima

Quando non sarà più senatore potrà essere arrestato anche se ha più di 70 anni?
Sì, può essere arrestato se il reato contestato è grave.

Il Cavaliere si può ricandidare?
Con la Severino deve “saltare” 6 anni, con l’interdizione due.

Che succede se ha un’altra condanna, per esempio per Ruby?
Perde i benefici dell’indulto e deve scontare in pieno i 4 anni.

Rischia il carcere?
Sì.

Se si dovesse approvare un’amnistia?
Un’amnistia non potrà mai coprire reati “pesanti” come i suoi.

(Nell’intervista non è precisato l’interlocutore)


La cupola delle porcate
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 20 ottobre 2013)

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha definito ieri la manovra economica del governo «una porcata » inutile per il Paese.

Ma ha aggiunto: guai a fare cadere Letta. Gli industriali, o almeno i vertici del costoso carrozzone che li dirige, lanciano il sasso ma tolgono la mano. Del resto la Confindustria di Squinzi fa parte di quella cupola di non eletti che ha preso il potere e paralizzato il Paese inchiodandolo alla non crescita. Ne fanno parte, a vario titolo e peso, il presidente Giorgio Napolitano, diversi banchieri e la magistratura tutta. Così, mentre chiedono a noi di subire in silenzio la «porcata » economica del governo Letta (quella che piace tanto a Obama, che tanto lui le tasse le paga in America), ieri ne hanno messo a segno un’altra. Mi riferisco alla sentenza del tribunale di Milano che, a tempo di record, condanna Silvio Berlusconi a due anni di interdizione dai pubblici uffici (leggi da senatore). È un cascame del processo che ha portato alla condanna definitiva dell’ex premier a quattro anni di carcere e che dovrà essere confermato in Cassazione. È questione, al massimo, di un paio di mesi e si aggiunge alla pena della decadenza per via politica che il Parlamento dovrà votare in base alla legge Severino. Due pene per lo stesso reato, insomma, di cui una (quella Severino) retroattiva e quindi palesemente incostituzionale.

I magistrati non stanno più nella pelle dalla contentezza. Michele Vietti, oscuro deputato Udc diventato capo del Csm (cioè della magistratura italiana) grazie all’appoggio di Berlusconi, è addirittura euforico: siamo arrivati prima della politica a fare fuori il Cavaliere, ha dichiarato ieri mettendosi al petto la medaglia di boia dell’anno.

Festeggiano, i magistrati, e non nascondono la soddisfazione: nel Paese comandano loro. Napolitano si adegua, tace e forse benedice. A Confindustria, che pure paga con sangue innocente la malagiustizia (vedi caso Scaglia), va bene così. Rimanere nella cupola per fare gli affari propri (la chiamano «stabilità ») val bene chiudere gli occhi di fronte a porcate di ogni ordine e grado.


Ora Monti vuole (d)epurare il Pdl
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 20 ottobre 2013)

Mezz’ora di attacchi a testa bassa. Mario Monti sceglie lo studio di Lucia Annunziata per demolire i suoi ex alleati di Scelta civica e ridisegnare un centrodestra epurato da quei politici che mal digerisce.
Aldilà di una vaga bocciatura del premier Enrico Letta che, a suo dire, si sarebbe “inginocchiato al Pdl” abolendo l’Imu sulla prima casa, partorendo “una manovra non adeguata sul cuneo fiscale e facendo aumentare l’Iva”, l’unica preoccupazione dell’ex leader di Scelta civica è prendersi una rivincita (tutta a parole) pestando i piedi a destra e a manca. Dalle minacce di votare la decadenza per far fuori Silvio Berlusconi passa ai pettegolezzi sul ministro della Difesa Mario Mauro, per poi arrivare ad addossare tutte le colpe del fallimento elettorale del “centrino” a Pier Ferdinando Casini. D’altra parte nei suoi sogni – e questo lo dice con chiarezza – c’è una (d)epurazione del centrodestra da certe personalità. A partire da Silvio Berlusconi.

Quella con l’Annunziata non è tanto una chiacchierata sulla manovra o sulla tenuta del governo Letta. A Monti, della legge di Stabilità, interessa poco e niente. Si limita a rimpiangere l’Imu. Per il resto, preferisce togliersi qualche sassolino. “Trovo strano che Mauro e Casini criticano Scelta Civica per un non sufficiente appoggio al governo e vanno verso coloro che lo minacciano davvero”, spiega il senatore a vita che ha deciso di dimettersi dalla presidenza di Scelta civica proprio perché non gradiva che i moderati tornassero a parlarsi in vista di una riorganizzazione del centrodestra. A far traboccare il vaso, a detta di parlamentari vicini a Monti, sarebbe stato l’ultimo contatto tra Mauro e Berlusconi al circolo ufficiali del ministero della Difesa. Un semplice incontro che non ha fatto per nulla piacere al bocconiano che a In mezz’ora coglie l’occasione per sparlare del ministro. “Mauro mi aveva pregato di prenderlo con me…”, racconta gettando fiele contro il suo ex alleato. Lo stesso trattamento lo riserva anche al leader dell’Udc. “In tanti non hanno votato Scelta Civica perché avevamo Casini – afferma – può essere che avessero ragione loro”. Secondo l’ex presidente del Consiglio, la scelta di Casini e Mauro di riavvicinarsi al Pdl sarebbe dettata da ragioni di opportunismo politico. “Vedono più spazio elettorale da quella parte…”, si limita a dire.

Al di là delle frizioni con Casini e Mauro, il chiodo fisso del Professore resta il Pdl. Dopo aver messo in chiaro che voterà a favore della decadenza del Cavaliere, si propone di depurare – o epurare? – il centrodestra. Insomma, rinnovare il censtrodestra, ma solo con chi vuole lui. “Anche io avrei fatto un accordo con il Pdl – spiega – ma per dar vita a un centrodestra depurato da certe personalità e prassi, incompatibili con Scelta Civica”. Non fa i nomi dei politici che vorrebbe fuori da questa fantomatica alleanza, ma non è difficile capire con chi ce l’ha. Se Berlusconi lo vorrebbe “sistemare” cacciandolo dal parlamento, al capogruppo Pdl all Camera Renato Brunetta rinfaccia di voler far saltare le larghe intese. “La stabilità è minacciata dal Pdl che fa continui diktat – spiega – tanto che spesso si scrive Letta ma si legge Brunetta”. Ne ha anche per Maurizio Gasparri: “Continua a chiedersi ‘che fine ha fatto il cagnolino di Monti?'”. Tutti giudizi che, per dirla con le parole di Brunetta, sono “condizionati dagli stessi fallimenti” di Monti.


Tutte le donne di John Kennedy
Dagotraduzione dal “Daily Mail”, che pubblica un aggiornamento della biografia di Jacqueline Kennedy scritta da Sarah Bradford.

E’ stata la visita di Stato di Jackie a Parigi nel 1961 a renderla una superstar internazionale. Lei era , come un giornalista ha scritto, ‘ una notizia 24 ore al giorno ‘ . La rivista femminile “Women’s Wear Daily” (cosa le donne si mettono ogni giorno) si poteva ribattezzare “What Jacke Wears Daily”.

Il ‘ Jackie look’ stato un grido di vendita sulla Settima Avenue. Anche dietro la cortina di ferro una rivista di moda di Leningrado faceva pubblicità per i vestiti ‘ Jackie look’ , e la rivista polacca Swait ha scritto che lei era ‘ entrata nel gruppo di poche donne al mondo che ha impostato lo stile e il tono della loro epoca ‘.

E ‘ stato a questo punto che il capo del protocollo di Kennedy, Angier Biddle Duke , ha detto alla sua futura moglie , Robin , ‘L’equilibrio si è spostato’ . In effetti, il rapporto di forza si era inclinato leggermente verso Jackie , sia agli occhi del marito che per l entourage Kennedy . Se Jack era il Re Sole , Jackie era ormai sicuramente Regina dell’America.

Gore Vidal ricorda che Jackie diceva : ‘Non ho mai visto Jack finché non siamo arrivati alla Casa Bianca . Lui era sempre lontano’. Vidal: ‘ A lui Jackie non interessava affatto, finché non vide le immagini di lei sui giornali, di questa donna glamour che per caso era sposata con lui. ‘ Allora cominciò a chiamarla ” la sex symbol ” – e a dire frasi come: ” Puoi dire al sex symbol che il pranzo è pronto ?”.

‘Trovava la cosa abbastanza divertente e penso che questo abbia risvegliato il suo interesse ‘ .
Tuttavia, il loro rapporto rimase complesso.

Jack stava diventando come il padre di Jackie, ‘Black ‘ Jack Bouvier – il donnaiolo affascinante che però la sera tornava a casa a rempire la famiglia d’amore. La nascita dei figli di JFK aveva risvegliato una forte vena paterna in lui , ma non voleva e non poteva abbandonare le sue abitudini sessuali , né si sentiva minimamente in colpa.

La sorella di Jackie, Lee Radziwill, raccontò a Cecil Beaton nel giugno 1968 : ‘Jack era pieno di donne e io sapevo esattamente cosa stava facendo. Quando gliene parlavo, lui non aveva alcun senso di colpa . Diceva: ” Io l’amo profondamente e ho fatto di tutto per lei . Non mi pare di comportarmi male con lei, l’ho messa sempre al primo posto”.

Jack pensava che la Presidenza avrebbe limitato le sue avventure sessuali , e invece grazie al suo ruolo poteva avere qualsiasi donna che voleva, e le frequenti assenze di Jackie gli fornivano un sacco di opportunità .

Dai registri del Secret Service emerge che Jackie ha passato molto più tempo fuori dalla Casa Bianca che alla Casa Bianca . Ha trascorso quasi tutti i mesi estivi lontano da Washington e , anche quando era lì , partiva il venerdì pomeriggio per la loro fattoria in Virginia, o per andare alla tenuta della famiglia Kennedy a Hyannis Port a Cape Cod , e non tornava prima di a lunedi. Jack invece non lasciava mai la Casa Bianca prima di sabato .

Jackie era una ribelle e uno spirito libero, e la Casa Bianca le stava stretta. E così poteva non vedere cosa faceva il marito quando non era con lui.
‘ E’ incredibile – lo faceva davanti a lei , ‘ racconta una socialite newyorkese dei tempi di Kennedy.

‘ A New York una sua amica, una delle sue ex , organizzò un party dopo – teatro. Le disse: “Puoi portarmi un gruppo di giovani belle ragazze ?”‘

‘ Ero stata invitata insieme a una mia amica. Eravamo entrambe onoratissime. C’erano circa quattro o cinque altre ragazze , tutte single. A una a una , a ognuna di noi è stato detto : ” Il presidente vorrebbe parlare con voi” , e ci hanno portato da lui per una decina di minuti .
‘ Non ero innamorata di lui come le altre . Non pensavo che fosse questo grande sex symbol . Ma eravamo tutte incredule quando abbiamo visto Jackie seduta lì mentre lui faceva la sua scelta: “Prendo questa” ‘.

‘ Conosco bene chi vinse quella sera . Non posso dire di chi si tratti . Una ragazza molto timida, divina , molto alta . Un’altra volta ho incontrato Jackie, durante una festa alla Casa Bianca, l’ultima prima che il presidente venisse ucciso.

‘ Lui ballava con tante ragazze diverse, per cinque minuti ciascuna. Poi sparivano al piano di sopra e tornavano dopo 20 minuti. Eravamo sbalorditi, ma Jackie non prestava attenzione’.

‘ La vita con Kennedy deve essere stata un inferno totale perché non si è mai fermato , nessuno dei Kennedy lo fa mai. Devono possedere ogni donna che gli sta intorno.
‘ Mi ricordo quando Kennedy fu assassinato – avevo questo piccolo appartamento accanto alla Fifth Avenue e la 80th Street . Il giorno dopo della sua morte, tutto il Paese guardava il funerale, e a casa mia c’erano quattro di quelle che chiamavamo le “vedove Kennedy”. Erano da me perché erano tutte sposate e non volevano piangere di dolore davanti ai loro mariti, che ancora pensavano di essere gli unici uomini della loro vita’

‘ Posso giurarlo , e questo è assolutamente vero , a un certo punto era diventato più chic non essere andate a letto col presidente, per quanta gente lo aveva fatto. Ogni volta che Jackie entrava in una stanza che doveva sapere che la metà delle donne era andata a letto con lui .
‘ Una delle “vedove” che era nel mio appartamento raccontava sempre le sue avventure con Kennedy. Veniva intrufolata nella Casa Bianca nel bagagliaio di una macchina, e veniva portata direttamente alla piscina dove poi si sarebbero incontrati.

‘ C’era la celebre Angie Dickinson che andava su e giù per l’ascensore di servizio delCarlyle Hotel. E c’era Marilyn Monroe . Quello che non riuscivo a capire di tutte queste donne è che sapevano di essere solo il lecca-lecca da consumare quel giorno. Chi vuole essere usato come un lecca-lecca ? ‘

La gente pensava che a Jackie non interessava l’infedeltà di Jack , perché lei non ha mostrato segni di rottura.
In effetti, le famigerate “nuotate” nella piscina del Presidente delle due segretarie conosciute con il nome di ‘ Fiddle ‘ e ‘ Faddle ‘ non la preoccupavano. Quello che non sopportava era quando lui si portava a letto le sue amiche e le donne del suo ambiente.

Robin Biddle Duke, che ha sposato Angie nel maggio 1962, racconta: ‘ Ha avuto un sacco di motivi per essere fragile.’ Lei ha sposato l’ amore della sua vita e a lui piace solo andare con altre donne . Mi dispiaceva molto per lei perché l’umiliazione pubblica è devastante . Tutti sapevano che Jack era un porco. ‘Lei amava JFK e ha sempre pensato che lui l’amasse. A suo modo lo ha fatto , ma non si è avvicinato al sentimento incondizionato di Jackie

‘ In fondo Jack Kennedy probabilmente avrebbe voluto essere un buon marito, come è stato un buon padre di Caroline e John, e a modo suo ci ha provato . Quando un amico gli ha chiesto perché avesse così tante amanti , rispose seriamente : non posso farci niente ‘ .
Scioccò il rispettabile , serioso primo ministro britannico , Harold Macmillan , confessandogli che, se non faceva sesso almeno una volta al giorno, gli veniva un gran mal di testa .

Al molto meno rispettabile Bobby Baker , segretario per i democratici al Senato, ha detto, secondo Baker , ‘ Mi viene un’emicrania , se non trovo un nuovo e sconosciuto pezzo di fica ogni giorno”.

Per Jack , che si annoiava facilmente nel sesso come in tutto il resto , la varietà è il sale della vita : gli piacevano non solo donne diverse , ma le orge, a volte con le prostitute . Secondo i registri del Secret Service, gli appuntamenti con le donne li organizzava un vecchio amico di Jack e il suo più stretto collaboratore personale, Dave Powers. Quando furono scoperte le tresche di Teddy Kennedy, Jackie disse alla sconsolata moglie Joan, ‘ Tutti gli uomini Kennedy sono così. ‘

‘ Non riusciva a resistere, ‘ ha raccontato una delle più giovani amanti di JFK , Marion ‘ Mimi ‘ Beardsley . Lei aveva 19 anni quando gli scrisse per avere un’intervista per il giornale della scuola .
Un anno dopo, Mimi è stata convocata per far parte dello staff della Casa Bianca come stagista . Pochi giorni dopo è stata presentata al presidente durante un cocktail . ‘Vuoi fare un tour della residenza , Mimi ? ‘ ha chiesto il presidente, e immediatamente l’ha portata nella camera da letto che divideva con Jackie. La 20enne perse lì la verginità, sul letto di Jackie

‘ La nuotata di mezzogiorno in piscina era una parte fondamentale della sua routine quotidiana, e così è diventata parte della mia routine ‘ ha scritto Mimi nel suo libro .

‘ Facevo il bagno con il presidente a mezzogiorno o verso la fine della giornata di lavoro , poi correvo di nuovo alla mia scrivania , e aspettavo la chiamata per salire al piano di sopra in serata .

Come altre persone che conoscevano JFK , Mimi ha parlato del suo ‘ genio nel compartimentalizzare ‘ la sua vita , mettendo Jackie su un piedistallo per tenerla lontana da tutte le altre donne della sua vita .

Jackie , però, continuava a sperare che JFK si calmasse , come ha confessato al suo amico Adlai Stevenson . ‘ Non mi importa con quante ragazze Jack va a letto. L’importante è che lui sappia che è sbagliato, e ora credo cominci a capirlo”.

La morte ( all’età di due giorni ) del suo figlio più piccolo , Patrick , nell’agosto 1963, è stato un colpo durissimo per Jack .
Mimi ha scritto : ‘ Non avevo mai visto vero dolore fino a quando non ho visto il Presidente tornare alla Casa Bianca , mentre la signora Kennedy restava per qualche giorno in ospedale . Mi invitò al piano di sopra e ci sedemmo fuori sul balcone in una dolce sera d’estate .

‘ C’era una pila di lettere di condoglianze sul pavimento accanto alla sua sedia. Le raccolse una a una e cominciò a leggermele ad alta voce.

‘ Alcune erano da amici, altre da sconosciuti, ma erano tutte sincere e profondamente commoventi. Di tanto in tanto , le lacrime rigavano le sue guance, scriveva qualcosa su una delle lettere . . . ma per lo più leggeva e piangeva.’

_______

(Eppure JFK era il presidente degli Stati Uniti, carica ben più rilevante di quella di Silvio Berlusconi, e tutto si svolgeva in un’America che è sempre stata più puritana dell’Italia. La domanda: Perché non ci siamo mai scandalizzati della vita privata di Kennedy, e ad un certo punto siamo diventati più morigerati del papa e siamo entrati perfino nella camera da letto del nostro ex presidente del consiglio? Jackie non ha mai scritto una lettera ai giornali per affermare che suo marito, il presidente degli Stati Uniti, fosse malato. Veronica l’ha fatto! Di sua volontà o ben consigliata? bdm)


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1 commento

  1. Commento by zarina — 20 Ottobre 2013 @ 22:21

    Fini, Monti, Vietti, Alfano   …..tutti   beneficiati dal Cav.
    Un saggio proverbio popolare diceva:   “a far del bene agli asini si prendono solo calci in faccia”.
    Poi,   però,   capita pure che gli asini   finiscano nell’oblio.
     

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