di Bonaventura Tecchi
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 13 marzo 1967]
Come gli venissero intorno e perché, non era facile capire. Non era un bell’uomo, e neppure giovane. Aveva molta pazienza, questo sì. Ma an che la pazienza non bastava a giustificare tanto afflusso di matte nella sua vita, per ché ogni tanto la pazienza la perdeva e le mandava a farsi benedire, tutte.
Una di queste matte era giovane e bella. Le altre, per lo più, né giovani né belle.
L’incontro con la prima av venne per corrispondenza. L’illustre magistrato, diventa to poi presidente di Corte di Appello, celebre per un trat tato fra pedagogico e giuridi co sulle condizioni delle di vorziate in Italia, non aveva voluto mai sposarsi. Il ricordo di una relazione, durata a lun go negli anni giovanili, con una donna che aveva il mari to al manicomio e che le era rimasta nella mente come un modello di equilibrio e di sag gezza â— relazione finita sol tanto con la morte di lei â— gli aveva forse impedito un legame definitivo.
La lettera che ricevé in se guito ad un’udienza in tribu nale, alla quale evidentemen te la mittente aveva assistito, lo colpì per una singolare me scolanza di osservazioni acu te e sagge da una parte, e di strane asserzioni dall’altra. Non esitò a rispondere e ad accettare un appuntamento.
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La donna arrivò con mezz’ora di ritardo, proprio nel momento in cui il magistrato, impazientito e credendosi bef fato, stava per andarsene.
Arrivò con un’andatura quasi da cavalla, la persona alta e slanciata, con un ombrello da passeggio e un cerch io rosso in mano, e pareva dovesse essere seguita da un bambino… Era invece sola, si sedettero soli su una panca nel grande giardino pubblico. E quella donna che, nel primo apparire, pareva un po’ matta (perché quel cerchio e quel modo di camminare come una sbandata?) dimostrò nel discorrere una saggezza notevole, si sarebbe detto perfino una linea di logicità seve ra. Era in fondo la storia consueta di molte donne: un amore non compreso, una vita sbagliata, la solitudine atroce.
Tutto procedeva nel più normale dei modi quando, alla fine del suo racconto, la donna ebbe â— improvviso, secco, scattante â— proprio come un nitrito di cavallo, un tipico riso isterico, quasi che da quella morbidezza di carni giovani e bionde uscisse, con rumore di croste, un brivido irragionevole; e subito dopo quel riso, la donna segnò, con l’ombrello, sulla rena umida del viale un semicerchio, con un punto interrogativo nel mezzo.
Il magistrato guardò quel segno incomprensibile e, nel momento in cui lei si rialzò, vide che il viso della donna, in quell’attimo di follia, era di una strana penetrante bellezza.
Le altre donne, che gli capitò di conoscere, erano meno belle. Alcune quasi brutte, e più anziane della prima. Altre decisamente vecchie, ma non meno interessanti.
E’ curioso che tutte gli scrivessero o si facessero vive per telefono dopo un’udienza, dopo averlo sentito parlare: in tribunale, o, più tardi, alla Corte d’Assise e alla Corte d’Appello.
Attribuì il fascino sulle donne di diversa età alla sua eloquenza. E questo non lo lusingava. Non gli piaceva essere eloquente. Voleva essere soltanto semplice, persuasivo, umano.
Lo studio dell’anima della donna lo attraeva e insieme lo spaventava. E’ per questo forse che preferiva conoscer le per corrispondenza, anziché incontrarle di persona. Non che non gli piacesse ve dere la persona, il viso a cui apparteneva la voce udita per telefono o immaginata attraverso la scrittura (ogni scrittura â— pensava â— ha una voce, più chiara forse nelle lettere di donna che in quelle di uomo); ma preferiva tenersi alla larga, anche per quel sedimento di pazzia che – sarà stato un caso â— sentiva fermentare nel fondo di ognuna delle simpatizzanti.
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Lontano ormai dall’amore-passione â— a cui del resto aveva offerto largo sfogo la relazione che lo aveva legato, senza vincoli matrimoniali, per tanti anni â— si ritenne libero in quel suo desiderio di aiutare, quasi senza esser visto, persone alle quali L’e sistenza era stata dura…
Ma erano le donne che lo volevano vedere. Anche se an ziane, e non belle.
Ce n’era una: alta come una giraffa, con certi cappel lini estrosi che pareva avesse ro rubato al vento tutti i chicchirichì che si odono, di mat tina presto, salire dalle aie solitarie, in campagna. Si trattava di una signora, una signora vera, sui settanta: col ta e ricchissima, che aveva li tigato tutta la vita con la let teratura, senza combinare nulla di buono. Questa donna decise subito, appena lo co nobbe, che finalmente aveva trovato l’anima gemella… Non valsero le proteste, non servì la ritirata, prudentissima, che egli subito intraprese. La si gnora, con quella tipica ini ziativa, che in questo campo è propria delle donne, aveva deciso di violare coraggiosa mente lo spartiacque tra la simpatia e l’amore. Altissimo, purissimo, immacolato (e co me poteva essere altrimenti, data l’età di tutti e due?), ma amore doveva essere.
Ce n’era un’altra. Piccolina questa, vestita sempre di gri gio, un poco gobba, umile e sottomessa. Una pecorella smarrita. Sembrava non chie der nulla, e invece chiedeva anche lei la stessa cosa: com prensione e amore.
In fondo se la cavava con poco. Appena qualche paro la, per lettera o a voce, ma detta sempre a proposito.
Forse qui era la ragione di tutto: saper dire una parola giusta, equilibrata, non sba gliare mai il tono e il momen to… era questo il miele della saggezza che attirava tutte quelle pazzerelle?
Poca cosa, pensava il ma gistrato, poco cosa, in fondo, se bastava questo ad aiutarle.
Ma non aveva fatto i conti con un altro fenomeno.
Finché l’una non sapeva dell’altra, fossero state pure cento, quel desiderio di aiu tarle, di sentirle amiche (non senza, lo riconosceva sincera mente, un sentimento di com piacenza verso se stesso), era facilmente attuabile. Bastava un po’ di diplomazia delle anime.
Ma appena l’una veniva a sapere dell’altra, sia pure per minimi segni, succedeva il fi nimondo. Scenate e liti a non finire: per telefono e per ap puntamento. Il demone della gelosia scatenava tutti i nitri ti della demenza, anche nelle carni misere e umiliate della gobbetta.
Ma se non c’era nulla di male, in alcun senso? Se non s’era mai trattato di amore e di amori, ma solo di inno centi simpatie?
– Le donne sono tutte un po’ matte â— aveva sentito dire, durante una udienza, da un testimone.
La frase era tutt’altro che nuova, l’aveva udita mille vol te, anche se è poi una calun nia che non risponde a veri tà. Lui stesso aveva avuto occasione di conoscere molte donne sagge e ne aveva ama to una, per tanti anni, che era stata un esempio di sag gezza e di equilibrio.
Ma quella frase, anche se banale, lo aiutò. Capì che in quella specie di compito â— se così si poteva chiamare – che si era prefisso, doveva avere una maggiore leggerezza, un distacco più grande, considerandolo come una specie di giuoco, pur dando a questa parola un significato serio.
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No, si sbagliava. Era un giuoco pericoloso.
Se ne accorse un giorno che si ritrovò nello stesso giar dino pubblico. La donna ven ne: ne aveva sentito la voce al telefono. Alta, con un bastone in mano, una vecchia. Era la stessa di tanti anni prima che si era invecchiata? No, era un’altra. Una francese questa, con una terribile r scalpitante fra i denti. Colta, dottissima, aveva sempre sul la punta della lingua Gide e Mauriac. Raccontò la sua sto ria: era la madre di uno scrit tore francese, morto alcuni anni fa di tisi, non privo di ingegno ma anche lui un po’ matto.
Raccontò ordinatamente, con una quasi puntigliosa pre cisione, fino a che si trattò di fatti e di date della sua vita; ma ad un certo punto, sconfinando nel campo di buf fe teorie pseudo-religiose, tirò fuori a sproposito, nel suo di scorso, Budda e Gesù, gli er mafroditi e gli « spirituali »…
Ancora una volta il magi strato sentì innalzarsi nel si lenzio del giardino, verso l’ora di mezzogiorno, mentre i gran di alberi stavano muti, quella risata simile ad un nitrito di cavallo; ancora una volta vide una mano di donna che segnava sulla rena dello stesso giardino â— ma dalla parte opposta di tanti anni prima â— un semicerchio, con un punto nel mezzo.
Era come un destino che si compiva: il cerchio della follia si chiudeva.
Allora il magistrato capì un’altra cosa alla quale fino allora non aveva posto men te. C’è, senza dubbio, una pietà della donna verso l’uo mo, ed è una pietà materna. Ma ce n’è una anche dell’uo mo verso la donna, per certi squilibri qualche volta im provvisi della mente, per sal vare quella che dovrebbe es sere â— ma alle volte non è â— una qualità tipicamente viri le: la ragione.
Al magistrato tale punto di vista parve essenziale per ca pire la vita nelle sue compli cazioni. Ma questa opinione se la tenne per sé.