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Il peccato nazionale

28 Ottobre 2013

di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 28 ottobre 2013)

«Non è mica colpa nostra! È lui, sono loro (a piacere Berlusconi, Prodi, la Sinistra, la Destra) che hanno ridotto il Paese così ». La grande maggioranza degli italiani è ormai consapevole della gravità della situazione in cui ci troviamo, avverte che a questo punto solo scelte coraggiose e magari anche impopolari, solo drastiche rotture rispetto al passato possono allontanarci da quel vero e proprio declino storico che altrimenti ci attende. Ma questa maggioranza è tenuta in ostaggio da quel grido lanciato di continuo dalla minoranza disinformata e settaria dell’opinione pubblica: «Non è colpa nostra! È colpa di altri ». Un grido, un giudizio intimidatorio, che ha il solo effetto politico di dividere, di impedire quel minimo di accordo generale sulle responsabilità passate e perciò sulle decisioni audaci di cui c’è tanto disperato bisogno. Contribuendo così a rendere la soluzione della crisi ancora più lontana.

Invece bisogna convincersi – a destra come a sinistra – che non è «colpa loro ». Della situazione drammatica in cui si trova l’Italia è colpa nostra, è colpa di tutti, sia pure, come si capisce, in grado diverso. La politica, i politici, per esempio, hanno certamente responsabilità primaria perché alla fine è la politica che decide. Ma in realtà la vera colpa della politica nel caso italiano è stata soprattutto quella di non avere alcun progetto, alcuna idea; e se l’aveva di non essere stata capace di realizzarla. Di non aver fatto. Per esempio di non essere stata in grado di opporsi alle richieste caotiche e spesso alle pretese (nonché ai vizi antichi) della società italiana. E quindi di aver scelto ogni volta la soluzione più facile e più demagogica: che naturalmente era quasi sempre anche la meno saggia e la più costosa per l’erario. L’Italia insomma è stata per un trentennio la scena di un grandioso concorso di colpe: tra i partiti e la politica da un lato, e dall’altro gli italiani e – elemento non meno importante – le élite economico-burocratiche che di fatto hanno anch’esse (eccome!) governato il Paese.

Oggi, insomma, paghiamo per errori e omissioni che rimontano indietro di decenni. La nostra crisi odierna viene da lontano. Viene dal consenso ricercato da tutti – sì da tutti, dalla Destra come dalla Sinistra – ricorrendo alla spesa pubblica. Viene da centinaia di migliaia di pensioni di invalidità elargite a chi non le meritava, e in genere da un sistema pensionistico che per anni ha consentito a decine e decine di migliaia di italiani di destra come di sinistra di andare in pensione con un’anzianità ridicola; viene da troppi lavori pubblici decisi da amministrazioni di ogni colore e costatati dieci volte il previsto; da troppi posti assegnati in base a una raccomandazione (solo agli elettori del Pdl? Solo a quelli del Pd?). Viene da troppi organici gonfiati per ragioni clientelari ad opera di tutte le pubbliche amministrazioni; da troppi investimenti sbagliati, rimandati o non fatti dagli imprenditori e dalla loro propensione a eludere le leggi; dalle troppe tasse evase da commercianti e professionisti (davvero tutti di destra o tutti di sinistra?); viene dalla troppa indulgenza usata nella scuola e nell’università, dall’aver accondisceso a tante illegalità specie se potevano (non importa con quale fondamento) invocare ragioni «sociali » (vedi le «occupazioni » di ogni specie); da una miriade infinita di piccoli abusi quotidianamente praticati e tollerati – per esempio nell’edilizia, nell’urbanistica, nella circolazione, nella raccolta dei rifiuti – che tutti insieme hanno rovinato e spesso reso invivibili le città e il paesaggio italiani. Da tutto ciò viene la nostra crisi: da questo multiforme sfilacciamento del tessuto collettivo, da questa indifferenza al senso della realtà. Chiamarsene fuori facendo sfoggio di virtù e cercare un capro espiatorio nella parte politica che non ci piace testimonia solo di una cieca faziosità.

È quella stessa faziosità propria della minoranza settaria che tiene in ostaggio anche il discorso pubblico del Paese e si manifesta nell’irrefrenabile pulsione a trovare complici del male specialmente nella stampa: in chi scrive nel modo che essa non gradisce. Sempre rivolgendo la sua ossessiva domanda inquisitoria che suona: «Ma voi dove eravate quando A faceva questo? », «Che cosa avete scritto quando B diceva quest’altro? ». Domande inquisitorie che naturalmente contengono già dentro di sé la risposta, dal momento che secondo questi accusatori – che credono di ricordare tutto e invece non ricordano nulla – la stampa che a loro non piace avrebbe sempre chiuso gli occhi, sempre taciuto, finto di non vedere, e suonato la grancassa in onore del Potere.

Se avesse senso verrebbe da rispondere: «Fuori le prove! ». In realtà una tale accusa è solo il segno della superficialità disinformata e settaria, unita al moralismo aggressivo che ci hanno regalato gli anni della Seconda Repubblica. La superficialità e il moralismo che portano a credere che chi non si proclama preliminarmente contro vuol dire che allora è necessariamente a favore; che l’unico commento possibile a qualsiasi cosa che non piaccia debba essere la maledizione. Che rifiutano visceralmente l’idea che capire e analizzare è più importante – e soprattutto più utile al lettore – che non aizzare o capeggiare una tifoseria. Alla domanda «Dove eravate quando…? » la risposta dunque è: eravamo dalla parte di questa idea dell’informazione e del giornalismo. Di certo ve ne possono essere legittimamente, e ve ne sono, delle altre. Ma ancora più certo è che non sarà con le filippiche ossessive, con le cacce all’untore né con le autoassoluzioni a buon mercato, che l’Italia riuscirà a correggere i mille sbagli commessi. Che essa riuscirà a costruire quel minimo di accordo su quanto è realmente successo nel suo passato senza il quale non può esserci speranza alcuna di un futuro.


Berlusconi prende tempo: Marina asso nella manica
di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2013)

Berlusconi dopo Berlusconi: una suggestione o forse qualcosa di più. Che il Cavaliere possa passare il testimone alla figlia Marina è un’ipotesi che circola da tempo. Attorno al nome del presidente del gruppo Fininvest-Mondadori torna a sfogliarsi la margherita: scende in campo, non scende in campo.
Lei, la primogenita dell’ex premier, ha tutte le carte in regola per sfondare come ha fatto il padre: stesso cognome, brand che tira; stessa palestra nel mondo degli affari e non in quello della politica; stessa visione del mondo e soprattutto stessa idiosincrasia per lo Stato vorace e onnipresente. Perché non lanciare Berlusconi dopo Berlusconi? L’operazione avrebbe il suo fascino, soprattutto dopo che il successore designato, Alfano, sembra prendere una strada diversa. Per ora. Marina, tirata per la giacchetta da mesi se non anni, tuttavia s’è sempre ritratta: «Non mi interessa la politica ». Più volte ha smentito la sua discesa in campo: un po’ perché gliel’ha sconsigliato pure papà; un po’ perché la politica è una brutta bestia con cui averci a che fare. E poi il refrain degli uomini più vicini al Cavaliere, da Fedele Confalonieri a Gianni Letta: tutti a suggerirle di non imbarcarsi nell’avventura romana. Anche papà Silvio è sempre stato scettico: «Non voglio che le accada quello che ho dovuto passare io. Un massacro quotidiano. I pm l’azzannerebbero come hanno fatto con me ». D’altro canto, l’unica con le spalle larghe quanto il padre e in piena sintonia con lui è proprio Marina. Nella ri-nascente Forza Italia non sono pochi quelli che fanno il tifo perché dopo Berlusconi ci sia ancora un Berlusconi. Ma il Cavaliere nicchia, aspetta, prende tempo. Non scioglierà la riserva se non all’ultimo e soprattutto non prima del voto in Senato sulla decadenza.

Il punto di svolta sarà lì, soprattutto per quanto riguarda il governo. Il Cavaliere ormai da tempo non nutre più speranze che alla fine, nel segreto dell’urna di palazzo Madama, il Parlamento non sfregi il passato, il presente e il futuro del leader dei moderati. In ogni caso sarà sempre Berlusconi saldamente al timone di Forza Italia. Certo, con un voto favorevole, il governo Letta potrebbe guadagnare una boccata d’ossigeno. Se così non fosse, com’è persuaso l’ex premier, si aprirebbe una nuova stagione. Allora sì che a palazzo Chigi si attiverebbe una mina difficile da disinnescare; e il voto a primavera potrebbe essere un probabile sbocco. Sulla carta il Pd ha già il cavallo forte su cui puntare: Matteo Renzi. Ma Forza Italia? Scartati tutti i possibili pretendenti alla guida del popolo dei moderati (nel tempo si sono succeduti Casini, Fini, Montezemolo, Monti e forse adesso pure Alfano, ndr), Berlusconi non trova un altro nome di peso se non il suo. Ma da qui ad aver già deciso la successione dinastica ce ne corre. «Non è questo il momento di decidere », ripete Berlusconi che invece è persuaso di aver fatto la cosa giusta sul partito.
Il dado è tratto e non ci sono ripensamenti. Ora toccherà al Consiglio nazionale ratificare la decisione presa all’ultimo ufficio di presidenza. Quando? C’è chi dice l’8 dicembre ma il Cavaliere sarebbe intenzionato ad accelerare. Perché aspettare fino ai primi di dicembre, col rischio che la questione si accavalli al voto di Palazzo Madama? I lealisti sono al lavoro nella raccolta delle firme per confermare la risoluzione con cui si è archiviato il Pdl. La conta potrebbe arrivare nel giro di poche settimane, senza aspettare i primi di dicembre. Mossa, questa, che metterebbe in difficoltà i governativi, che avrebbero meno tempo per organizzarsi e fare scouting tra i cosiddetti «sotto coperta ». Ossia quei parlamentari che non sanno da che parte stare e aspettano di correre in aiuto al vincitore.


Marina Berlusconi: «No a impegni in politica, resto nelle aziende nelle quali sono impegnata »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 28 ottobre 2013)

«Non ho mai avuto e non ho alcuna intenzione di impegnarmi in politica ». Lo afferma Marina Berlusconi «di fronte alle ennesime voci e a ricostruzioni giornalistiche totalmente lontane da ogni pur minimo collegamento con la realtà ». Alcuni giornali sono tornati con insistenza, nel fine settimana, a parlare della possibile discesa in politica, sulle orme del padre, di Marina Berlusconi, presidente di Mondadori e di Fininvest. «Di fronte alle ennesime voci e a ricostruzioni giornalistiche totalmente lontane da ogni pur minimo collegamento con la realtà – ha replicato lei in una nota – ancora una volta mi vedo costretta a smentire, e nel modo più tassativo: non ho mai avuto e non ho alcuna intenzione di impegnarmi in politica. Per la politica ho grande rispetto, ma amo moltissimo il mio lavoro e le aziende nelle quali sono impegnata da ormai oltre vent’anni. Questo è il mio passato e il mio presente, e questo sarà anche il mio futuro. Vi prego di prenderne atto ».

LA DISCESA IN CAMPO – La «discesa in campo » della primogenita dell’ex premier è stata applaudita da Formigoni e un po’ meno da Alemanno, che caldeggia primarie del centrodestra. Mariastella Gelmini ha ipotizzato, in un’intervista a Repubblica che al posto di Marina potesse arrivare alla presidenza di Segrate la sorella Barbara, dicendo che quella di Marina «sarebbe una candidatura molto forte, ma temo che la persona che opponga la più rigida resistenza sia proprio lei ».

I TITOLI VOLANO IN BORSA – Intanto, le voci di un possibile impegno in politica di Marina Berlusconi hanno messo le ali ai titoli di famiglia, con Mondadori che quota a 1,329 euro e sale dell’1,45%, e Mediaset che quota a 3,726 e cresce dell’1,58%.


Alfano stretto tra due fuochi. Gli scissionisti hanno fretta
di Fabrizio De Feo
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2013)

Un passato che trattiene, un presente che sfugge, un avvenire che tormenta. Sono giorni complicati per Angelino Alfano, alle prese con la partita della vita e la gestione delle spinte contrapposte che si agitano nella sua corrente, quella degli «innovatori » o dei «governativi ».
L’ormai quasi ex segretario del Pdl appare stretto tra due fuochi. Da una parte gli scissionisti «senza se e senza ma » come Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi. Dall’altra quelli che lo seguono con molti dubbi e lo pressano dicendogli: «Qui rischiamo di restare nella terra di mezzo e fare la fine dei finiani. Serve una exit strategy precisa. Tu ci devi dire esattamente dove ci vuoi portare, se chiudi l’accordo con i centristi e se davvero Enrico Letta sarà in grado di tenere a bada Renzi fino al 2015. Non si può rischiare la scissione senza una prospettiva precisa ». Non è passata inosservata, ad esempio, la presenza nel documento di Francesco Nitto Palma pro-Berlusconi delle firme di due uomini molto legati ad Alfano come Gioacchino Alfano e Raffaele Calabrò, anche se il documento del coordinatore campano è scritto in modo da non risultare troppo divisivo.
Gli scricchiolii, insomma, all’interno dello schieramento ci sono, anche se il lavoro di setaccio del territorio continua e le adesioni non mancano. Uno dei problemi che si stagliano all’orizzonte è, però, quello del tempo. Alfano avrebbe voluto guadagnarne il più possibile. Invece probabilmente dovrà fare i conti con una finestra che potrebbe chiudersi prima del previsto, con il possibile anticipo del Consiglio Nazionale. C’è poi la sua posizione che non è esattamente quella dei «duri » del suo schieramento ma è più sfumata e complessa. Mara Carfagna, intervistata da Il Tempo, ieri invitava Alfano «a non farsi tirare per la giacca da qualcuno che mira solo ad andare oltre, a superare il Cavaliere ». Un rilievo che rispecchia i dubbi che resistono nella sua testa rispetto a un’operazione che da politica rischia di essere percepita come personale.

In assenza di una tregua e uno spiraglio che porti a una ricomposizione, il cammino verso il Consiglio Nazionale appare segnato. Il primo obiettivo è quello di ottenere il maggior numero di firme sotto il proprio documento così da acquisire credibilità e forza contrattuale. A quel punto potendo contare su circa 300 voti (obiettivo sussurrato da molti) puntare a una soluzione concordata, a quella via d’uscita onorevole rappresentata dalla piena disponibilità del simbolo Pdl, utile da spendere all’interno di una alleanza o di un rassemblement centrista. Naturalmente pretese sul simbolo potrebbero essere avanzate soltanto qualora si riuscisse a tenere i «lealisti » sotto la soglia dei due terzi in Consiglio Nazionale. Di certo in questo clima il lavoro dei pontieri si fa difficoltoso anche se Nunzia De Girolamo si dice convinta che Berlusconi possa essere «il presidente di tutti ».
Sullo sfondo Roberto Formigoni prima annuncia a Domenica in che gli «alfaniani » hanno superato quota 40 senatori e hanno ormai «arruolato » Renato Schifani, a detta dell’ex governatore lombardo schieratosi di fatto con la sua assenza nell’Ufficio di presidenza (scelta di campo che il presidente dei senatori non conferma, rivendicando un ruolo da «ricucitore »). Poi lancia sul suo sito un sondaggio sul futuro del Pdl. Due opzioni. La prima: «Un partito con Berlusconi leader ma che decida ogni candidatura con le primarie e sostenga il governo fino al 2015 ». La seconda: «Il partito è Forza Italia, l’unico leader è Berlusconi. Se il Senato vota la decadenza cade il governo e si va alle urne con Marina Berlusconi candidata ». Una sorta di prefigurazione virtuale della conta reale che avverrà nel Consiglio Nazionale.


Casini, re Mida al contrario che fa secco ogni alleato
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2013)

Non si può negare che in Italia la politica sia cambiata. Una volta il potere logorava chi non ce l’aveva, adesso logora – e molto in fretta – chi ce l’ha. Guardate Romano Prodi: ormai è una faccia da museo.
Si è riparlato di lui giusto qualche mese fa in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica. I suoi stessi amici, pur di non ritrovarselo tra i piedi, gli hanno votato contro preferendogli Anna Maria Cancellieri. Poi ha vinto, anzi rivinto, Giorgio Napolitano, ma questa è un’altra storia.
Guardiamo anche Mario Monti. Quando il Professore irruppe sulla scena fu salutato come un salvatore della Patria. I commentatori dell’epoca (agli sgoccioli del 2011), che sono gli stessi ancora in servizio permanente effettivo, consumarono tutti gli aggettivi del dizionario per lodarlo senza riserve. Ciò che egli dichiarava e faceva era considerato elegante, sobrio, ironicamente anglosassone. Mario aumentava le tasse? Giù applausi. Si trasferiva da Milano a Roma in treno, col Frecciarossa? Altri applausi. Indossava il loden? Però, che uomo. È durato un anno appena. Ora se appare in tv, qualsiasi cosa dica, per quanto sensata, tutti sghignazzano. Si divertono di più con le performance del bocconiano che con quelle di Maurizio Crozza, peraltro in calo di ascolti.
Perfino Enrico Letta esordì brillantemente e strappò elogi esagerati: «È giovane, intelligente, sa le lingue, è affidabile, vestito con proprietà, misurato eccetera ». A distanza di una manciata di mesi ha già stancato: «Uffa, che barba questo democristiano senza midollo ». Siamo passati dai leader inossidabili a quelli stagionali, a rapida scadenza. Forse perché i nuovi protagonisti della politica si assomigliano tra loro in modo impressionante, non ce n’è uno che resista nella stima del popolo: tre ospitate a Porta a porta e tre a 8 e mezzo sono sufficienti a usurarli, a renderli insopportabili.
Sorvoliamo sulle manovre dei governi, che hanno la caratteristica di essere l’una uguale all’altra e tutte basate sulla creazione di nuove tasse, a cui ciascun premier muta nome per dimostrare che a Palazzo Chigi mancherà l’intelligenza, ma non la fantasia, come a quei genitori moderni capaci di imporre ai loro bimbi nomi stravaganti: Lupo e Orsetta, per citarne due. Se avessi una figlia – improbabile – la chiamerei Lucertola, per ostentare inventiva.

A onor del vero, qualche politico in grado di non arrugginirsi è rimasto, ma è gente di scarso peso. Uno di questi è Pier Ferdinando Casini. Il quale riesce miracolosamente a scansare il becchino, forse perché egli stesso si è trasformato in schiattamuort (per dirla alla napoletana). Metaforicamente parlando, ne ha fatti fuori abbastanza per darsi delle arie, tra cui lo stesso Monti. Il quale, al termine dell’esperienza da presidente del Consiglio, decise incautamente di fondare un partito e, ancora più incautamente, di apparentarsi indovinate con chi? Con lui, Casini, nato in Parlamento e tuttora ivi residente. Una garanzia di morte precoce per la gracile formazione politica del docente. Che infatti è andata a rotoli.
Stessa sorte è toccata al Fli (che valeva un po’ meno del flit) di Gianfranco Fini, confluito in Scelta civica sotto l’egida di Casini e Monti. Insomma, come poteva immaginare, l’ex presidente della Camera, di sopravvivere in simile compagnia? Pare evidente che anche solo attraversare la strada con Pierfurby comporti rischi gravi (politici, s’intende).
La strage potrebbe assumere dimensioni peggiori qualora il capo dell’Udc convincesse Angelino Alfano e il suo stormo di colombe ad accettare la propria corte allo scopo di istituire un’altra destra. Forse a Casini converrebbe darsi una calmata, tenendo presente che anche i becchini non sono eterni e talvolta, a forza di seppellire, vengono sepolti. Una prece, eventualmente, non gliela rifiuteremo.


Quel messaggio al centrodestra
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 28 ottobre 2013)

La domenica della giustizia segnala un cambiamento di clima. Dopo che il presidente dell’Anm Sabelli ha invitato i magistrati a stare fuori dalla politica, ieri il procuratore Bruti Liberati si è preso la reprimenda del presidente della commissione Giustizia del Senato Nitto Palma per il suo insulto a Berlusconi (seppur non citato) paragonandolo a Sarkozy. Ma, soprattutto, dalla Leopolda è arrivata la proposta di Matteo Renzi: affrontare la riforma della giustizia. È la prima volta che Renzi ne parla e, anche lui, senza citare Berlusconi («perché parlo solo di futuro… ») ma usando il caso Scaglia.

Insomma, seppur intenzionato a mettere una pietra tombale sulle larghe intese, con la semplicità tanto evocata nella convention, il sindaco di Firenze ha rottamato un tabù della sinistra o, meglio, dei governi di centrosinistra che mai hanno affrontato la questione per la presenza di Berlusconi e della forte corporazione di magistrati. Renzi promettendo che la riforma della giustizia sarà tra le priorità non si è preoccupato del suo partito («contano le croci sulle schede e nient’altro ») ma ha preferito lanciare un paio di messaggi: uno a Napolitano, che auspica tale riforma, e uno al centrodestra, dai berlusconiani agli alfaniani. Per mettere mano alla giustizia servono i numeri e lui lo sa bene. Matteo, rassegnato ad evitare il voto anticipato, ha assunto quattro impegni da mantenere se vincerà le primarie del Pd: Italia, Europa, lavoro ed educazione. Basta inciuci, serve una politica trasparente. Renzi non vuole più rottamare ma cambiare tutto a cominciare dalla sinistra, perché «una sinistra che non cambia mai diventa una destra ». I compagni sono avvertiti.
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Qui l’intervento di Bruti Liberati.


Casta, i più pagati di sempre: vince Napolitano
di Redazione
(da “Libero”, 28 ottobre 2013)

E’ in cima alla classifica dei politici (viventi) che più ci sono costati nella storia dell’Italia repubblicana. Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica, chi altro se non lui. 13,6 milioni di euro: tanto ha guadagnato re Giorgio in 60 anni di politica. Un po’ il Totti della Casta: una carriera lunga e sempre ai vertici. Re Giorgio ha passato più di quaranta anni in Parlamento, poi è stato ministro, eurodeputato, senatore a vita e, da 8 anni, è inquilino del Quirinale. E il totale dei soldi che Napolitano ha guadagnato con il suo impegno è approssimato per difetto: è il risultato della moltiplicazione dell’attuale emolumento guadagnato da un deputato (228mila euro lordi l’anno) per gli anni di politica. Ma non conta tutte le indennità e i privilegi di cui ha beneficiato Napolitano al Viminale come nelle altre cariche di prestigio che ha ricoperto.

Con lui podio – Sul gradino più alto del podio Re Giorgio, ed è giusto che un monarca primeggi. Ma ai vertici della classifica (stilata dal Fatto Quotidiano)  spiccano due nomi non proprio di primissimo piano. Al secondo posto c’è Francesco Colucci da Brindisi, sindacalista classe 1932, deputato Pdl, alla Camera (con qualche interruzione) dal 1972. I suoi 34 anni di servizio alla Repubblica  gli sono valsi 7,8 milioni di euro.  Terzo in graduatoria è il sempreverde Pier Ferdinando Casini: il segretario Udc, l’eterno ragazzo che ha messo per la prima volta piede in Parlamento nel 1983, ha guadagnato in tutto 6,9 milioni di euro.

Gli altri – Pari merito con Casini è Altero Matteoli: l’ex ministro dei Trasporti s’è messo in tasca negli ultimi 30 anni di attività politica 6,9 milioni di euro. Seguono la democratica Anna Finocchiaro (5,9 milioni) e il senatur Umberto Bossi (5,1 milioni). Ha già inserito la freccia del sorpasso Maurizio Sacconi, distante solo 100mila euro dal fondatore della Lega Nord. Chiudono ex aequo la  graduatoria tre pezzi da 90 degli ultimi governi Berlusconi: Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa e Carlo Giovanardi hanno incamerato 4,9 milioni di euro in 21 anni di vita istituzionale.


I ricatti incrociati che paralizzano il Paese
di Francesco Alberoni
(da “il Giornale”, 28 ottobre 2013)

L’Italia ha oggi gli stessi problemi che aveva la Francia prima del 1958. Anche da loro infatti c’era un sistema parlamentare in cui il governo, per qualsiasi decisione, doveva ottenere il voto della Camera e del Senato. Anche da loro qualsiasi proposta del governo scontentava l’uno o l’altro partito, l’uno o l’altro gruppo di interesse, per cui si succedevano governi di breve durata e totalmente impotenti.

Dopo la terribile sconfitta in Indocina, scoppiò la guerra in Algeria dove, ad un certo punto, i coloni francesi, esasperati, si ribellarono. Il pericolo della guerra civile spinse il Parlamento a chiamare il generale De Gaulle, che si era ritirato in campagna, e gli conferì il potere di varare una nuova Costituzione. De Gaulle stese la Costituzione, che funziona ancora oggi, nella quale il presidente viene eletto direttamente dal popolo e prende le decisioni di sua competenza senza dipendere ogni volta dai capricci, dai ricatti, dai veti dei gruppi parlamentari.

La democrazia funziona solo se ci sono tre poteri distinti. Quello legislativo, quello giudiziario e quello esecutivo. Come in Francia prima del 1958, noi in Italia abbiamo solo il potere legislativo e quello giudiziario. Non c’è l’esecutivo. Il governo da solo non può decidere niente, è in balia di tutti e sempre sul punto di essere spazzato via.

La maggioranza dei nostri problemi è la conseguenza di questa paralisi. Per poterci riprendere dobbiamo fare due riforme indispensabili. La prima è introdurre di nuovo il sistema uninominale per cui la gente sceglie i suoi rappresentanti. La seconda è far eleggere il presidente del Consiglio direttamente dal popolo con un ballottaggio. Sarà lui a scegliersi i ministri come fa il presidente francese, come fa quello americano.

Una riforma impossibile? No, facilissima, l’abbiamo già fatta per il sindaco. Perché allora nessuno la propone e nei mille dibattiti televisivi non si è mai, assolutamente mai, discusso questo problema? Perché tutti i deputati, i senatori, tutti i partiti, i partitini, tutte le correnti, tutte le lobbies perderebbero il potere di veto e di ricatto che oggi hanno. E nessuno, assolutamente nessuno, ci vuole rinunciare.


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Bart