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STORIA: I MAESTRI: L’attentato di Sarajevo. Quella curva fatale

29 Ottobre 2013

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 3, gioved√¨, 18 gennaio 1968]

Si √® parlato poco della morte di Carlo Cirillo Diviak, ex-autista di casa d’Austria, che guidava l’automobile dell’ar ¬≠ciduca Francesco Ferdinando, erede al trono, il giorno di Sarajevo. Eppure fu un testimone oculare dell’avvenimento; e forse qualcosa di pi√Ļ di un testimone.

Ricordiamo come si svolse il fatto. Quella mattina, il 28 giugno 1914, una domenica, quando l’automobile che porta ¬≠va l’arciduca e sua moglie Sophie, imbocc√≤ il Quai Appel (il lungofiume che corre sulla riva destra della Miliacka, e oggi si chiama Obala Voivoda Stepe) gli attentatori, sei, erano sul posto da un pezzo, distribuiti nel tratto, un cin ¬≠quecento metri, che va dal ponte Cumuria al Konak, il pa ¬≠lazzo del consiglio municipale dove l’arciduca era atteso per il ricevimento. Uno, Mohamed Mehmetbasic, stava appostato prima del ponte; altri tre, Svietko Popovic, Vaso Ciubrilovic, e Nedeleiko Ciabrinovic, subito dopo; il quar ¬≠to, Gavrilo Princip, duecento metri pi√Ļ gi√Ļ, vicino al ponte Latino, oggi ribattezzato Principov niost; l’ultimo, Trifko Gabrcz, davanti al Ponte Imperiale, a qualche passo dal palazzo dove l’ospite era atteso. Erano tutti ragazzi sotto i vent’anni, tranne Mehmetbasic, armati di bombe e di pistole.

Erano passate da poco le dieci. Le tre automobili (quella pilotata da Diviak procedeva nel mezzo) avanzavano a ve ¬≠locit√† moderata. Insieme all’arciduca, in grande uniforme, col cappello piumato, e alla moglie Sophie, in bianco da capo a piedi, viaggiavano, seduti dirimpetto alla coppia im ¬≠periale, il generale Potiorek, governatore militare della Bo ¬≠snia (gran guerrafondaio, nemico dell’arciduca per la sua politica pro-slava) e il conte Harrach, della corte di Vien ¬≠na (ostile anch’essa all’erede) accompagnatore ufficiale.

Al passaggio del corteo, Mehmetbasic, Popovic e Ciubri ¬≠lovic non si mossero: furono presi da scrupoli, forse manc√≤ loro il coraggio. Ciabrinovic scagli√≤ la bomba mancando il bersaglio (esplose davanti alla terza macchina) e salt√≤ nel fiume. Mentre davano la caccia all’attentatore (preso men ¬≠tre tentava di avvelenarsi) le prime due automobili, dopo una breve sosta, proseguirono fino al Konak. Princip, che sentendo l’esplosione e vedendo correr gente, aveva credu ¬≠to che l’attentato fosse riuscito, se le vide passare davanti, veloci, e non ebbe il tempo di reagire. Avvilito (era il capo del gruppo bench√© avesse solo 19 anni) si allontan√≤ dal ponte, indugiando dietro l’angolo della Franz Joseph, tra ¬≠versa perpendicolare al lungofiume. II sesto attentatore, Crabrez, era fuggito.

La cerimonia al Konak fu molto breve e agitata (ce n’era il motivo) e subito dopo, l’arciduca ripart√¨ da Saraje ¬≠vo. Lui veramente avrebbe voluto recarsi all’ospedale dove erano ricoverati i feriti dell’attentato ma lo sconsigliaro ¬≠no. Il conte Harrach che aveva insistito per riprendere senza indugi la via del ritorno, quando l’automobile pilota ¬≠ta da Diviak s’avvi√≤, sempre in seconda posizione, invece di accomodarsi, come all’andata, a fianco del generale Po ¬≠tiorek, rimase in piedi sul predellino, tenendosi con una mano allo sportello. In quel modo credeva (√® la spiegazio ¬≠ne ufficiale) di proteggere meglio la coppia imperiale, nel caso di un nuovo attacco dalla parte del fiume. Era da quel lato che avevano scagliato la bomba.

Le due automobili percorsero i primi duecento metri, poi Diviak, giunto all’altezza del ponte Latino, invece di proseguire diritto, come la macchina che lo precedeva, volt√≤ a destra nella Franz Joseph. Perch√©? Il generale Po ¬≠tiorek, arrabbiato, grid√≤ a Diviak di fermarsi e di fare marcia indietro. Mentre Diviak si apprestava alla manovra, Princip, che se ne stava sull’angolo, estrasse la pistola e senza fare un passo dal marciapiede, spar√≤ sull’arciduca. In quel momento l’automobile era quasi ferma, rasente il marciapiede (largo s√¨ e no un metro) e Princip non poteva mancare il bersaglio.

Perch√© Diviak invece di proseguire diritto lungo il Quai Appel, volt√≤ nella Franz Joseph offrendo a Princip un’oc ¬≠casione ch’egli ormai non si aspettava pi√Ļ? Da chi ricevet ¬≠te l’ordine? Probabilmente, come lui disse, dal generale Po ¬≠tiorek. E perch√© allora il generale gli grid√≤ di tornare in ¬≠dietro, pur sapendo che con quella manovra esponeva a un nuovo pericolo la persona che, ufficialmente, si preoccupa ¬≠va di portare in salvo al pi√Ļ presto?

Se colleghiamo questi particolari ai fatti che tutti san ¬≠no (la scarsa sorveglianza della polizia bench√© a Vienna sapessero che a Sarajevo si stava organizzando un attenta ¬≠to √Ę‚ÄĒ li aveva avvertiti il governo serbo da Belgrado √Ę‚ÄĒ la dubbia lealt√† di Potiorek; l’ostilit√† della Corte, comincian ¬≠do dall’imperatore, che si augurava la morte dell’erede) c’√® materia di che riflettere.

Diviak, morto pochi giorni fa a Trieste, fu probabilmen ¬≠te l’ultimo anello, inconsapevole, di una lunga catena, non altrettanto involontaria, di responsabilit√†. Il suo errore po ¬≠trebbe essere rivelatore. Lui, poveretto, aveva completamente perso la testa. Era cos√¨ frastornato che in seguito dette una versione molto confusa dell’accaduto, che nessu ¬≠no si preoccup√≤ di controllare. Fra l’altro scambiando Princip per il conte Harrach disse che l’attentatore, per sparare, era salito sul predellino dell’automobile imperiale. Racconto che fece testo tantoch√© nelle illustrazioni storiche dell’attentato si vede lo studente serbo in quella posizione.

Con Diviak √® scomparso forse l’ultimo testimone del tragico avvenimento. Fino a poco tempo fa ne viveva un altro a Belgrado, l’unico degli attentatori superstiti, Vaso Ciubrilovic, che all’epoca aveva 16 anni, sopravvissuto al carcere di Theresienstadt dove gli austriaci avevano chiu ¬≠so i congiurati. Era un uomo piccolo, pallido, chiuso. Non parlava mai di Sarajevo. Lui che probabilmente la cono ¬≠sceva, non voleva dire la verit√†. Era professore di storia.


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Bart