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Decadenza, la Giunta per il voto palese. Palma: “Stabilità a rischio”

30 Ottobre 2013

di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 30 0ttobre 2013)

Il Senato voterà con voto palese sulla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore. La Giunta per il regolamento, presieduta da Piero Grasso, si è riunita oggi e ha deciso di cambiare il regolamento con una sorta di provvedimento contra personam per far fuori il Cavaliere.

In genere, infatti, il regolamento prevede lo scrutinio segreto quando si tratta di decisioni su persone. Il Pdl ha contestato la decisione che, essendo un’interpretazione del regolamento, non dovrà passare per il vaglio dell’aula. Per il Popolo della libertà è una “surrettizia modifica del regolamento”, come ha detto la relatrice Annamaria Bernini.

La decisione di votare a scrutinio palese è passato con 7 voti a favore e 6 contrari. Il deputato Karl Zeller (Svp) ha votato a favore del voto segreto: “Io sono per il voto trasparente”, ha detto, “ma la procedura a cui si è giunti a questa interpretazione non la considero corretta”. Ago della bilancia dell’organismo – composto da quattordici senatori tra cui il presidente dell’assemblea di Palazzo Madama Pietro Grasso che la presiede ma che da prassi non ha votato – Linda Lanzillotta (Scelta civica). Dopo essersi riservata di prendere una decisione a dibattito concluso, la senatrice ha dichiarato non necessario il voto segreto perché “non sarà un voto sulla persona, ma sul suo status di parlamentare”.

“Qui il vero problema è la violazione delle procedure con le quali si cerca di ottenere la decadenza del Cavaliere: si tratta di gravi violazioni delle regole delle nostre istituzioni e di quelle dell’Unione europea”, ha tuonato il presidente della commissione Giustizia del Senato Francesco Nitto Palma ricordando ai partiti che sostengono il governo Letta che, qualora Berlusconi dovesse cadere, si aprirebbe inevitabilmente la strada all’instabilità politica.

Nelle ultime ore Berlusconi – che ha preferito far saltare il già previsto pranzo con i ministri del Pdl – ha chiesto al premier Enrico Letta di non rendere retroattiva la legge Severino sulla incandidabilità.

Ma il capo del governo non intende entrare nel merito del dibattito fingendo di non sapere che, qualora dovesse passare la linea giustizialista, la sua maggioranza rischierebbe di cadere da un momento all’altro. “La risposta è nel voto di fiducia che il governo ha ottenuto il 2 ottobre – ha spiegato Letta a Radio Anch’io – in quella richiesta di fiducia il pilastro era che l’Italia ha bisogno di un governo e che questo deve restare separato dalle vicende giudiziarie, quella era la base su cui il parlamento ha dato una ampia fiducia al governo”.

Il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio ha, poi, rimarcato la posizione di Palazzo Chigi annunciando che il Consiglio dei ministri, non metterà mai nero su bianco che la legge Severino non è retroattiva. Una linea che porta inevitabilmente all’implosione. “Possono votare la decadenza in Aula, ma poi sia chiaro chi mina la stabilità. Se sarà un voto politico, nessuno si lamenti delle conseguenze”, ha replicato Palma facendo notare in una intervista alla Stampa che, dopo la novità contenuta nelle motivazioni della sentenza della Corte di Appello di Milano, bisogna “reinvestire la Giunta” perché “la possa valutare come organo”. Nella sentenza è, infatti, spiegato che l’incandidabilità è una sanzione lasciata all’autorità amministrativa. Il che è molto importante dal momento che il dibattito sulla incandidabilità verteva anche su questo. “Noi dicevamo che è una sanzione, e quindi irretroattiva – ha continuato Palma – mentre altri ne negavano la natura di sanzione”. Insomma, si tratta, rispetto a precedenti interventi, citati anche da Felice Casson per sostenere la tesi contraria, di una nuova interpretazione.


La rabbia di Berlusconi: “Letta va a casa”
di Redazione
(da “Libero”, 30 ottobre 2013)

Dopo il sì della Giunta per il Regolamento al voto palese in Aula per la decdenza di Silvio Berlusconi, ovvia, scatta  l’ira del Cav. Il percorso ormai sembra obbligato. La crisi è vicina. Berlusconi è già sul piede di guerra. Aveva fissato un appuntamento con i ministri Pdl  alle 13.30 a Palazzo Grazioli ma dopo la notizia dell’ennesimo schiaffo subito è stato annullato. Il pranzo di lavoro era già fissato da qualche giorno per parlare della legge di stabilità, ma Silvio Berlusconi, dopo la piroetta in giunta, lo ha fatto saltare pochi minuti prima del suo inizio.

Il vertice – Secondo i ben informati la decisione sarebbe stata presa dal Cavaliere per quello che era appena successo: dire che non ha gradito affatto la decisione di Pd e Scelta Civica, teorici alleati, è riduttivo. Il voto palese sulla decadenza è una novità assoluta: pur di far fuori Berlusconi è stato stravolto il regolamento. Così, ora, nella residenza romana del leader azzurro sono presenti i ‘falchi’ Sandro Bondi e Denis Verdini. Poi è arrivato Gianni Letta. Stando all’agenda, nel corso della giornata l’ex premier dovrebbe incontrare il capofila dei ‘lealisti’, Raffaele Fitto.

Tensione alle stelle – Ora è vicina la resa dei conti. Berlusconi l’aveva detto: “Se mi fanno decadere salta tutto”. A poco sono serviti gli avvertimenti della vigilia in cui il Cav aveva cercato di far ragionare Letta, e soprattutto il Pd, per trovare una soluzione condivisa: “Segnalo che il Governo, se volesse, avrebbe un’autostrada per risolvere il problema: e’ tuttora aperta la ‘legge delega’ sulla giustizia, e basterebbe approvare una norma interpretativa di una riga, che chiarisca la irretroattivita’, la non applicabilita’ al passato della Legge Severino.  Letta dica si o no“.  Letta e il Pd con la scelta del voto palese hanno detto “no”. E ora a palazzo Chigi la tensione è alle stelle.


Alfano tra eretici e lealisti in cerca dell’ultima mossa
di Mattia Feltri
(da “La Stampa”, 30 ottobre 2013)

Il problema (uno dei problemi) sono i diversamente alfaniani. Perché ci sono gli alfaniani osservanti, di cui, almeno per il momento, fa parte lo stesso Angelino Alfano, oltre a Maurizio Lupi e forse Beatrice Lorenzin. E poi ci sono gli alfaniani eretici, cioè i diversamente alfaniani, indicati in Gaetano Quagliariello, Carlo Giovanardi e Roberto Formigoni. La discordanza fra gli osservanti e gli eretici, è che gli osservanti cercano il modo di conciliare Silvio Berlusconi ed Enrico Letta, mentre gli eretici mollerebbero subito il partito per mettere su un gruppo che tenga in piedi il governo. Se non lo fanno, è perché vogliono con sé il vicepremier, a dare un’apparenza di blasone all’impresa. E così, l’altra sera, dopo l’inchino davanti al Sire (il capo è lui), Alfano ha dato prova di silente lucidità: «Mi sono umiliato un’altra volta », ha detto. E ha spiegato: «Non si può litigare ogni due minuti con delle teste di rapa », laddove l’espressione «teste di rapa », riferita ai diversamente alfaniani, fu pronunciata in versione più pedestre. Tutti lo desiderano e tutti lo affliggono, ecco il dilemma.

La mobile geografia pidiellina, o forzitaliana, non può che rendere incerto e sofferto ogni passo di Alfano, il quale già di suo non è l’uomo più risoluto d’inizio millennio. Infatti non lo reclamano soltanto i diversamente alfaniani, ma in buona parte anche i berlusconiani, proprio lui, che si definì diversamente berlusconiano. Una babele. Ma, come spiega l’ex ministro Giancarlo Galan, e come è chiaro a molti, «se Angelino se ne andasse a noi costerebbe, e questo vale per lui e non vale per gli altri. Se se ne vanno Formigoni e Quagliariello, non muore nessuno ». Berlusconi (che ad Angelino dice tesoruccio e figliolo, ma è ancora imbufalito per la figura rimediata in Senato a inizio ottobre, quando si alzò a sostenere che l’idea della sfiducia era evaporata) sarebbe tanto contento se il giovane segretario restasse con lui, e abbandonasse gli altri congiurati nella melma centrista. Non si parlerebbe di scissione, ma di fuoriuscita di quattro democristiani.

Tirato di qui e tirato di là, Alfano cerca un centro di gravità pure provvisorio. Non è facile. Sentite che dice Sandro Bondi: «Sono certo che Alfano ha un profondo rapporto umano e personale con Berlusconi, che non può non farlo soffrire nelle decisioni politiche che deve assumere. Questo rapporto secondo me lo porterà a trovare un accordo per restare nella nuova Forza Italia ». E quello che dice Galan: «La retromarcia di Angelino è evidente. Che sia sincera, non lo so. Tanto è vero che a me risulta che sia corso a rassicurare i suoi, a spiegargli che si tratta di tecniche, di strategie ».

In questo paesaggio, ieri, nel suo eccellente Mattinale, Renato Brunetta è riuscito a scrivere che lì dentro non ci sono correnti. La qual cosa è anche tecnicamente vera, perché la scena somiglia piuttosto alle partite di calcio dei bambini: tutti contro tutti. Gira un’aneddotica irresistibile. Si racconta che Quagliariello e Lorenzin, quando vanno verso il Quirinale, scandiscono per gioco e per fedeltà «Avanti Savoia! ». E si racconta che l’altro giorno Fabrizio Cicchitto, con un libro in mano, abbia incontrato in ascensore Renata Polverini e, sollevato lo sguardo dalla pagina, l’abbia salutata con un uggioso «salve ». Per dire quali sentimenti animino un partito che fino a un anno fa era una testuggine. L’unica certezza, diciamo così, resta Berlusconi. Il saggio Bondi ricorda: «È ancora lui il depositario del consenso degli elettori di centrodestra. Altri sbocchi politici, e continuando a sostenere il governo, non ce ne sono ». Ecco, appunto. Lui, Alfano, diversamente berlusconiano, con addosso i diversamente alfaniani, che cosa può fare – per indole e per contingenza – se non appollaiarsi nella terra di nessuno, aspettando di individuare la trincea migliore (e sempre che intanto non gli sparino addosso)?


I neo-iscritti al partito del rinvio
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 30 ottobre 2013)

Nel Paese dell’eterno ricorso, rischia di slittare all’infinito anche la decadenza da senatore di Berlusconi, annunciata come la fine del ventennio, dopo la sentenza della Cassazione che ha definitivamente condannato il leader del centrodestra per frode fiscale.

Ieri la giunta del regolamento del Senato, mentre discuteva se la fine della carriera parlamentare dell’ex premier dovesse essere stabilita con voto palese o segreto, s’è imbattuta in una nuova questione, considerata decisiva dal centrodestra e irrilevante, va da sé, dal centrosinistra. Secondo i giudici di appello di Milano, che, sempre su richiesta della Cassazione, hanno ridotto la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per il Cavaliere da cinque a due anni, la sanzione prevista dalla legge Severino, cioè la decadenza e l’incandidabilità, «è riservata all’autorità amministrativa », ovvero alla Camera d’appartenenza. Tanto è bastato ai parlamentari del centrodestra per dire che la Severino, proprio perché prevede una conseguenza amministrativa, non può essere applicata a Berlusconi retroattivamente, per reati commessi prima dell’entrata in vigore della stessa legge.

C’era un vecchio detto ai tempi della Prima Repubblica che diceva che quando una crisi politica finisce in mano agli avvocati è un guaio. Niente come quel che sta accadendo al Senato attorno al caso del Cavaliere lo conferma. Nella giunta del regolamento di Palazzo Madama, che nel suo piccolo ha già votato la decadenza, delegando all’aula dei senatori la decisione finale, si confrontano due pattuglie di irriducibili. Secondo quella del centrodestra guidata dall’ex ministro (ed ex giudice) Nitto Palma la decadenza di Berlusconi equivale a un’esecuzione sommaria, se votata senza aver la certezza che la legge Severino sia costituzionale (cioè senza chiedere prima alla Consulta di pronunciarsi in materia). E le motivazioni della sentenza dei giudici di Milano, in questo senso aggiungerebbero altri dubbi, spingendo in favore di un approfondimento. Secondo quella di sinistra pilotata dall’ex magistrato Felice Casson, invece, questi dubbi sono infondati, il centrodestra sta facendo melina e si rifiuta di applicare la legge anticorruzione, che pure aveva votato, solo perchè riguarda Berlusconi.

Queste argomentazioni potrebbero validamente essere sostenute in un’aula di giustizia, o anche in quella suprema della Corte Costituzionale. Ma stavolta, non va dimenticato, a pronunciarsi è il Senato, che prenderà, appunto, una decisione politica e non giurisdizionale. In altre parole l’argomento in base al quale i senatori si pronunceranno, ridotto all’essenziale, sarà: conviene o non conviene? E non c’è dubbio che in base a quest’argomento negli ultimi giorni sia intervenuta una novità non trascurabile. Mentre infatti il 2 ottobre, rispondendo a questa domanda, ventitré senatori del centrodestra avevano firmato un documento per dire che la decadenza del loro leader era un prezzo da pagare pur di tener in piedi il governo, venerdì scorso, lo stesso Berlusconi, che in Senato aveva dovuto sottomettersi a quest’impostazione, ha fatto votare all’unanimità dal vertice del suo partito un documento in cui si dice chiaramente il contrario: se la decadenza sarà votata, in sostanza, il governo cadrà.

A questo punto le cose sono cambiate. Anche se gli irriducibili del centrosinistra continuano a dire che l’uscita dal Parlamento del condannato non può essere rinviata, ieri la proposta del Movimento 5 stelle di anticipare il voto dell’aula del Senato è stata bocciata. Non si voterà almeno fino al 22 novembre. E anche dopo, sarebbe quanto meno azzardato pensare di intrecciare le votazioni sulla legge di stabilità con quella sulla decadenza dell’uomo che un minuto dopo, o cercherebbe di far cadere il governo, come ha già annunciato, o metterebbe in campo una sorta di ostruzionismo contro l’approvazione del testo più indispensabile che il Parlamento deve approvare entro la fine dell’anno. La sensazione è insomma che molti degli argomenti portati dagli irriducibili di centrodestra potranno anche risultare pretestuosi. Ma anche che nel centrosinistra cominci a farsi strada una consistente pattuglia di meno irriducibili: che in silenzio, senza far proclami, preferiscono aspettare a far decadere Berlusconi, pur di salvare il governo e la legislatura.


Pera: “Berlusconi lasci il comando per salvare il centrodestra”
Alessandro Barbera intervista Marcello Pera
(da “La Stampa”, 30 ottobre 2013)

Professor Pera, abbiamo perso le sue tracce. Di cosa si sta occupando?
«Sto scrivendo un libro sulle origini filosofiche del secolarismo, da Sant’Agostino a Kant ».

Niente politica?
«Il Pera politico sta seduto sulla panchina dei giardini ».

Eppure avrà letto di quel che accade al suo ex partito, quello che contribuì a fondare nel 1994. Che idea si è fatto?
«Berlusconi è stato oggetto di due sentenze in pochi giorni. La prima della Cassazione, la seconda l’ha scritta il Quirinale: prevede la stessa condanna – il carcere – la stessa pena accessoria – l’interdizione dai pubblici uffici – più una pena supplementare: il Presidente non solo vieta a Berlusconi di stare in Parlamento, ma vieta al Pdl di fare politica, perché lo obbliga a sostenere il Governo Letta per almeno due anni ».

Il Presidente si è limitato a ricordare qual è la situazione politica e le condizioni alle quali può essere concessa la grazia.
«A parole. La sostanza è un altra: Napolitano ha detto a Berlusconi che l’agibilità politica di Berlusconi medesimo passa dal sostegno al governo. Stessa cosa vale per il Pdl ».

Professore, tutto questo non dipende da Napolitano, ma dal fatto che il leader del principale partito di centrodestra è condannato in via definitiva per frode fiscale. O no?
«La sentenza della Cassazione non mi convince, penso si sia limitata a tradurre le carte dall’algido meneghino al più pittoresco napoletano. Si faccia solo il confronto con i reati fiscali di altri imprenditori e si capirà che l’unica differenza è che Berlusconi è capo di un partito politico. Ciò detto, Berlusconi ha aiutato spesso e non poco i magistrati affinché lo condannassero. L’uomo è determinante anche a suo danno ».

Ciò detto cosa farebbe al posto suo? Rifonderebbe Forza Italia? Darebbe retta ai falchi o alle colombe?
«Né agli uni né alle altre. Anziché seguire i falchi, che alla fine lo affosserebbero, o le colombe, che già in cuor loro lo hanno affossato, dovrebbe prendere il volo dell’aquila. Ritirandosi dal comando dovrebbe far nascere un partito vero, con congressi veri, un segretario vero e parlamentari veri. Deve pensare ad una eredità politica e ricordarsi che anche gli italiani dimenticano in fretta. Se invece Berlusconi ridurrà tutto alla sua persona, allora la sua decadenza sarà la decadenza del centrodestra ».

Dunque consiglia a Berlusconi di far cadere il governo. È così?
«Se il Pdl o Forza Italia hanno come bandiera solo la grazia a Berlusconi, allora è privo di autonomia politica: vale la sentenza del Quirinale. Se rivendica autonomia politica, allora deve mettere nel conto che l’interesse del partito può non coincidere con quello personale di Berlusconi. Vedo che alcuni ministri Pdl stanno già pensando e dicendo così ».

Oppure Berlusconi e il Pdl devono mettere in conto che il governo cadrà. Da ex presidente del Senato non crede che dovrebbe venire prima l’interesse del Paese?
«Ma qui si vuol far credere che l’interesse di Berlusconi coincide con la tenuta in vita del governo Letta: il ragionamento non sta in piedi logicamente. E poi, mi scusi, non mi vorrà far credere che se si torna alle urne risalirà lo spread. Siamo seri ».

Solo perché la situazione dell’area euro in questo momento è stabile. Le cose possono cambiare in fretta, non crede?
«Non può esistere un solo modo per interpretare l’interesse del Paese. Ci hanno già raccontato questa favola con Monti ».

Al di là dei suoi auspici crede che il governo cadrà?
«Forse arriveranno all’approvazione della legge di Stabilità, a ottobre, poi ci sarà il redde rationem con il voto sulla decadenza. Il Pd voterà a favore e il governo cadrà ».

E se il Pdl si spaccasse e decidesse di continuare a tenere in vita il governo?
«Possibile, vedo in azione molti giovani democristiani in cerca di acquirenti. Ma non credo avrebbero un leader a cui aggrapparsi, né i numeri per andare avanti ».

Insomma lei crede che il governo cadrà. A quel punto come evitare il rischio di una nuova impasse istituzionale?
«Prima di sciogliere le Camere bisognerebbe approvare una nuova legge elettorale che faccia vincere lo stesso raggruppamento sia alla Camera che al Senato. A meno che nel frattempo Napolitano non si convinca a dire sì ad un governo Pd-Grillo: significherebbe smentire sé stesso ».

Devo supporre che invece alla grazia di Napolitano a Berlusconi non crede granché.
«Quand’anche ce ne fossero le condizioni, arriverà troppo tardi per lui e per il centrodestra. Per non parlare delle condanne negli altri processi che lo attendono. Il solo vagheggiare l’ipotesi della clemenza le avvicina ».

Lei scrisse un libro con Joseph Ratzinger. Lo vede ancora?
«Sì. Ho una grandissima opinione di lui ».

Si aspettava le sue dimissioni?
«Sono rimasto sorpreso come tutti, ma me ne sono fatto una ragione profetica, e cioè che con quel gesto lui ha aperto la strada ad un grande rinnovamento ».

Più o meno quel che augura al centrodestra?
«Più o meno ».


Tutta la verità che Fini non racconta
di Andrea Cuomo
(da “il Giornale”, 30 ottobre 2013)

Roma – Vent’anni, dal 1993 al 2013. Una notte, quella del gennaio 2013 in cui Silvio Berlusconi sbianchettò dalle liste elettorali del Pdl la destra italiana. In mezzo, la parabola autodistruttiva di un uomo, Gianfranco Fini, che è stato l’ostetrico e il becchino della destra di governo chiamata Alleanza nazionale.

Vent’anni e una notte (Castelvecchi, 384 pagine, 19,50 euro) è il titolo del libro in cui due protagonisti di quella stagione della politica italiana – il giornalista Mauro Mazza e il parlamentare Adolfo Urso – raccontano questo percorso politicamente incomprensibile e umanamente tragico con il registro dei testimoni e non degli storici. Le loro voci alternate dialogano fittamente sulle origini e la fine di Alleanza nazionale, soffermandosi lungamente sulla lunga ascesa e la rapida picchiata di Fini, a cui dedicano diversi capitoli.

I due identificano i semi del disastro nella stagione del «predellino », alla fine del 2007. Berlusconi accelera sul progetto del partito unico del centrodestra ma Fini, scrive Urso, «liquida l’iniziativa di Berlusconi come un tentativo maldestro e inaccettabile di annessione ». Fini ostacola il progetto, ma per opportunismo risale sul carro del Pdl quando cade il governo Prodi e si va alle urne, a inizio 2008. «Ha paura – scrive Urso – che Berlusconi possa sostituire An con La Destra di Storace. Non a caso Fini pone una sola condizione: (…) nessuna intesa col partito di Storace ».

Poi un precipitare di errori politici e di sgarbi umani. Fini scarta la possibilità di diventare segretario del Pdl e, scrive Urso, «vuole fortemente e solo la presidenza della Camera ». «Invece di scommettere sulla conquista interna sceglie la strada della rottura », pregiudicando «il suo futuro personale, quello della nostra comunità e, perfino, alla luce degli avvenimenti successivi, quello della nostra Italia ». Nel 2010 lo strappo: Fini prende posizioni anomale su diritti civili, immigrazione, giustizia; in una drammatica direzione nazionale del Pdl, il 21 aprile, sfida platealmente Berlusconi che sul palco sta replicando ai suoi attacchi: «Che fai, mi cacci? ». L’uscita dal Pdl, la nascita di Futuro e libertà presto consegnata all’ala massimalista di Italo Bocchino, il rifiuto dell’offerta del Cav di fare di Fli la «terza gamba » del centrodestra, il tentativo non riuscito di far cadere il governo Berlusconi, l’irrilevanza politica sancita dalle ultime elezioni.

Poi c’è il capitolo familiare. La compagna Elisabetta. Il cognato Giancarlo Tulliani. Mazza, allora direttore di RaiUno, ricorda: «Il ragazzo vuole produrre programmi per la tv. Fini mi chiede di dargli una mano ». Mazza gli offre uno spazio pomeridiano di 15 minuti, ma il giovane scalpita: «Ha fretta e smania, Esagera. Una volta, al telefono, è addirittura sgarbato (…) Decido di non vederlo né sentirlo più. Mando a Fini un biglietto, gli chiedo di tenerlo a freno, anche perché circolano voci di altre sue smanie, con altri dirigenti Rai e con esponenti politici di governo ». Fine dei rapporti di Mazza con Fini.

Urso ha amarezze diverse. Lui che nel 2010 lascia il governo, dove è sottosegretario, per seguire il presidente della Camera nell’avventura suicida di Fli, ricorda un suo colloquio con Enrico Letta, garante Pd del dialogo con Fli: «È lo stesso Letta a fornirmi la sua interpretazione lucida e non solo interessata »: “La scelta di Fini è cieca sul piano politico (…). Ma la scelta è ancora più allarmante sul piano morale. Potremmo mai fidarci di chi, nel momento di massima debolezza, come è oggi, uccide chi ha messo il proprio petto a fargli scudo e si è dimesso dal governo come te e Ronchi? Ma cosa sarebbe capace di fare un uomo così, se dovesse ritornare potente, magari in un ruolo ancora più importante? ” ». Una domanda che per fortuna l’Italia sembra proprio non debba porsi più.


Berlusconi, i 12 motivi per cui la decadenza è follia
di Redazione
(da “Libero”, 30 ottobre 2013)

Condanna e decadenza. L’incubo, per Silvio Berlusconi, complici il teorico alleato (il Pd) e una magistratura più che zelante, sta per concretizzarsi. Continua la battaglia in Giunta elezioni del Senato, ma l’esito – voto palese o segreto che sarà – pare scontato: esilio politico per il Cavaliere, che non sarà più Senatore. Peccato però che tutta la vicenda con cui stanno per espellere dalla politica il leader del centrodestra sia zeppa di contraddizioni, di ossessioni, di colpi bassi, di fatti senza precedenti. Una serie di fattori che dimostra in modo lampante come l’esito finale di tutto ciò, la decadenza appunto, sia una follia.

Il processo – Procediamo con ordine, partendo dalla condanna: Berlusconi è stato condannato per frode fiscale, peccato però che il Cavaliere non abbia firmato i bilanci della società che ha commesso la frode, Mediaset. Poi un salto nel passato, al processo, durante il quale le toghe, pur di tagliare i tempi e centrare l’obiettivo, si sono rifiutate di interrogare cento testimoni della difesa. Nella condanna, venne poi definito “evasore abituale” quello che è il primo contribuente italiano. Inoltre, altro fatto più unico che raro, la sentenza venne pronunciata dal tribunale d’Appello in contemporanea al deposito delle motivazioni.

La toga –  Quindi arriviamo fino alla Cassazione, che è riuscita a pronunciare la sentenza definitiva di condanna a pochi, pochissimi mesi di distanza dall’appello, ritoccando un record e, per farlo, scomodando la sezione feriale. Presidente di quella sezione feriale era l’ormai celeberrimo giudice Esposito, protagonista di una moltitudine di anomalie, tra le quali quella massima: ha anticipato le motivazioni della condanna a un giornale. E, anomalia nell’anomalia, la sua “soffiata” non ha portato all’invalidazione della condanna.

La politica – L’elenco delle stranezze non è ancora finito. La Cassazione decise di rivedere l’interdizione: compito portato a termine nel giro di soli due mesi (il 19 ottobre scorso), un altro quasi-record. Quindi si arriva alla Severino, la legge che – per la prima volta – condanna la stessa persona due volte per lo stesso reato. La Severino, che vìola la Costituzione poiché applicata in modo retroattivo. Infine si arriva all’attualissima cronaca, alla Giunta del Senato che vuole cambiare il regolamento sulla votazione pur di far fuori Berlusconi. Si arriva al Partito democratico, “alleato” di Berlusconi, che vuole votare in modo palese per cacciare il Cavaliere. Una serie di motivi e di circostanza che dimostrano l’assurdità della decadenza dell’ex premier.


Forti col vinto
di Redazione
(da “il Foglio”, 30 ottobre 2013)

A chi giova la forzatura antiberlusconiana improvvisata ieri nella giunta del Senato chiamata a formalizzare l’iter sulla decadenza del Cav. dal suo ruolo a Palazzo Madama? Breve riassunto d’una giornata di eccessi: la conferenza dei capigruppo stila un calendario in base al quale l’Aula del Senato non sarà interessata dal caso Berlusconi fino all’ultima settimana di novembre. I grillini fanno i capricci, mentre i due fronti tornano a battagliare. Il Pdl non vuole saperne di accelerare i lavori (le motivazioni della sentenza di condanna della Corte d’appello di Milano confortano i berlusconiani nella disputa contro la legge Severino); il Pd mantiene la sua inerzia giustizialista: vuole un voto palese dell’Assemblea sul Cav., si fa incalzare da Renzi e patisce le rampogne a cinque stelle.

La giunta è in stallo numerico fintantoché la basculante Linda Lanzillotta (Sc) non sembra lanciare segnali ufficiosi al blocco dei mozzorecchi. A quel punto si ridesta il presidente del Senato, Pietro Grasso, e con uno dei suoi testacoda politici decide di stabilire lavori a oltranza, foss’anche tutta la notte, pur di raccattare una maggioranza che consegni Berlusconi al plotone d’esecuzione a cielo aperto: voto palese prima possibile e calendario da ricombinare all’uopo. Risultato: si salda una convergenza Pd-M5s-montiani (forse sì forse no) che a colpi di maglio restituisce il caso Berlusconi alla sua verità – una battaglia politico-simbolica asperrima – e che produce un’ulteriore ferita sul feticcio della stabilità issato dal presidente Napolitano al crocevia delle larghe intese. Vittime su vittime.


I giovani e il Cavaliere
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 30 ottobre 2013)

Non li sopporto più. Chi? La generazione dei quarantenni, quelli che ormai amano ripetere: sono nato e arrivava Berlusconi ho 35 o 38 o 40 anni e c’è ancora Berlusconi. E’ ora di cambiare. Mi viene da chiedere: ma che c’è’ di strano che ci sia ancora il Cavaliere? Siamo in Italia e dove sarebbe l’anomalia? Io che non faccio parte della generazione dei quarantenni, dall’età della ragione ricordo nomi e facce della prima Repubblica che non vantava certo baldi giovanotti in Parlamento. Ricordo, per esempio, un certo Giulio Andreotti che, peraltro, fu tra i primi politici di peso che intervistai e che è scomparso durante i mesi della mia direzione. Peraltro non credo che i quarantenni di oggi, così stanchi di sentire il nome dell’imprenditore di Arcore, non ricordino vignette e battute sul divo Giulio.

L’allievo di De Gasperi e’ sempre stato presente dal 1945 al 2013 nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all’Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. E Andreotti non è stato il solo. Ricordo nel corso di decenni nomi come Ciriaco De Mita, Paolo Cirino Pomicino….e potrei dirne altri forse diventando stucchevole. E allora, cari giovani, dai venti ai quarant’anni, non lamentatevi del solito Cavaliere anche perché non mi pare che a sinistra sia tanto facile per le facce nuove, anche quelle con la bocca come Virna Lisi, farsi avanti tra i “vecchi” noti. Come sempre cambiare si può, basta farlo nelle urne. E prima ancora, provando a metterci la faccia e da bravi ragazzi provare a fare politica per poi farsi rottamare a 50 anni. E vedremo se sarà facile lasciare il campo.


I ministri illusi di destra e sinistra
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 30 ottobre 2013)

I ministri di destra e sinistra del governo Letta hanno tirato un sospiro di sollievo dopo la tre giorni di Leopolda di Matteo Renzi che ha lanciato ufficialmente la candidatura del sindaco di Firenze a segretario del Partito Democratico. A loro modo di vedere le quattro riforme lanciate da Renzi per “cambiare l’Italia” costituiscono la garanzia che la sua prossima elezione plebiscitaria a leader del Pd non comporterà la caduta del governo e la sua corsa per la premiership con il ricorso alle elezioni anticipate.

Franceschini da un lato e Quagliariello dall’altro si sentono rassicurati sulla tenuta e la durata del governo dalle parole di Renzi. Beati loro! Ma forse non sarebbe male se oltre alla soddisfazione per la presunta assicurazione ricevuta riuscissero a comprendere il senso dell’iniziativa del sindaco di Firenze e a ricordare a quali risultati portarono i precedenti dello stesso tipo. La Leopolda equivale all’annuncio della discesa in campo di Silvio Berlusconi o, se vogliamo, alla manifestazione del Lingotto in cui Walter Veltroni lanciò la sua idea del Pd come partito innovatore a vocazione maggioritaria.

Alla Leopolda, in sostanza, Renzi ha proposto l’idea di una riforma del Partito Democratico incentrata sulla personalizzazione del leader mutuata dal modello politico americano. Né più, né meno di quanto avevano fatto in precedenza Berlusconi e Veltroni.

Renzi non ha mai nascosto di perseguire questo modello. Che oltretutto è sancito dallo statuto di un Pd che con l’istituzione delle primarie, imitate non tanto dal sistema politico Usa quanto dalla versione mediatica di quel sistema, ha spianato la strada alla personalizzazione estrema del vertice del partito. Ma, a dispetto di quanto possono pensare Franceschini e Quagliariello, l’applicazione della versione mediatica del modello americano non è priva di conseguenze.

Perché negli Stati Uniti le primarie non servono al eleggere il segretario del Partito Democratico o di quello Repubblicano, ma a nominare il candidato premier alla presidenza. E dal momento della conclusione delle primarie al voto per la presidenza deve passare un tempo necessariamente breve, perché, altrimenti, l’effetto galvanizzante dell’elezione del candidato premier rischia di svanire.

A causa della regola imposta dalla società dei consumi comunicativi secondo cui ogni notizia data all’opinione pubblica si esaurisce con estrema rapidità perché sopravanzata dall’incalzare di altre nuove notizie. I tempi lunghissimi della politica italiana tipici della Prima Repubblica sono stati cancellati dall’avvento della società della comunicazione che ha portato all’imitazione del modello personalistico americano. Non a caso Berlusconi annunciò la sua discesa in campo a pochi mesi di distanza dalle elezioni che segnarono il suo primo trionfo.

E sempre non a caso l’incoronazione di Veltroni a segretario del Pd portò nel giro di pochi mesi alla fine del governo Prodi e al ritorno alle urne (quelle che diedero al Pd il 33 per cento dei voti). Basterebbero queste considerazioni per suscitare qualche preoccupazione in Franceschini e Quagliariello. Credere che una volta segretario del partito per volontà plebiscitaria Renzi sia disposto a lasciarsi consumare in un atto di attesa è pia illusione o pura follia. Cioè lo stesso.


Le colombe si preparano alla scissione
di Amedeo La Mattina per “La Stampa”
(da “Dagospia”, 30 ottobre 2013)

Caro presidente, al Senato non ci sono i numeri per far cadere il governo e i nostri ministri non si dimetterebbero in caso di tua decadenza ». Alfano ha parlato chiaro ieri sera con Berlusconi. I senatori che continuerebbero a sostenere Letta sarebbero passati da 23 a 30. Dunque, chi pensava in un ritorno all’ovile di Angelino dovrà ricredersi. Almeno così raccontano e giurano le colombe. Riconoscere, come ha fatto Angelino nei giorni scorsi, la leadership del capo storico non significa avere piegato la testa e abbandonato la sua cordata.

Il vicepremier sta facendo di tutto per convincere il suo padre politico a evitare strappi e rotture nel Pdl e rispetto all’esecutivo. Sta cercando di migliorare quanto più possibile la legge di stabilità. A Palazzo Madama Schifani sta lottando pancia a terra contro la decadenza. Ma di staccare la spina a Letta non se ne parla, di mettersi nelle mani dei falchi, mai e poi mai. E Alfano è convinto che riuscirà a convincere il Cavaliere. Lo stesso Maroni è convinto che alla fine Berlusconi non aprirà la crisi di governo, nemmeno in caso di decadenza da senatore.

Il governatore lombardo e leader leghista racconta di aver parlato sia con il Cavaliere sia con Alfano e di averne tratto questa convinzione. Eppure l’ex premier ieri è sembrato voler tirare la corda fino a spezzarla. Ha chiesto a Letta una norma interpretativa sulla legge Severino per dire che non è retroattiva, sapendo che Palazzo Chigi non farebbe mai una cosa del genere. Poi ha posto al Pd un ultimatum, parlando di «due punti non aggirabili » ovvero la legge di stabilità che va cambiata e il voto sulla sua decadenza che sarebbe «una macchia sulla democrazia ».

Un ultimatum rivolto soprattutto ai ministri del Pdl, un avviso a quei naviganti del suo partito che non vogliono scrivere la parola fine alla grande coalizione. Berlusconi vuole mettere con le spalle al muro Alfano, Lupi, Quagliariello, De Girolamo e Lorenzin che incontrerà oggi a Palazzo Grazioli.

Il vicepremier lo ha visto ieri sera a cena e già l’antipasto è stato amaro. Il leader del Pdl pensa di anticipare i tempi del Consiglio nazionale rispetto a quanto era stato deciso dall’ufficio di presidenza (8 dicembre), e non tanto per accelerare il passaggio a Forza Italia: il suo vero obiettivo è sapere come reagirà il partito un minuto dopo il voto la sua probabile espulsione dal Parlamento.

Berlusconi potrebbe mettere in votazione un documento per inchiodare le colombe alla lealtà, per imporre ai ministri le dimissioni in caso di decadenza. «Angelino e gli altri ministri devono scegliere cosa vogliono fare, se rimanere accanto al capo o rimanere inchiodati alle loro poltrone », attaccano lealisti e falchi. «Sosterrà il documento scissionista annunciato da Formigoni o il manifesto della nuova Forza Italia votato nell’ufficio di presidenza? » si chiede Raffaele Fitto.

Ecco la risposta sembra essere arrivata ieri sera. Gli amici di Alfano raccontano di una tenuta dell’ex delfino su tutta la linea. Di un ragionamento di questo tipo: non hai i voti per far cadere il governo, la possibilità di ottenere le elezioni e di vincerle per poi magari cambiare la legge Severino. Per il vicepremier bisogna sì tenere unito il partito, ma il passaggio dal Pdl a Forza Italia non può avvenire nel segno di Verdini e Fitto, senza quella parte che non è meno berlusconiana dei falchi e lealisti perchè ha un giudizio diverso del governo e su come affrontare i problemi.

In altre parole, la rinascita di Forza Italia non può passare per l’azzeramento di Alfano e della sua successione come futuro candidato premier. Se non ci sono le condizioni per stare insieme nello stesso partito, è il ragionamento di Alfano, allora si faranno due partiti: i moderati si tengono il Pdl, il resto riapre le insegne di Forza Italia. Alfano ieri sera è uscito da Palazzo Grazioli e si è riunito con Lupi, Quagliariello, Formigoni e con coloro che stanno raccogliendo le firme sotto un documento che prevede Berlusconi leader, ma primarie per scegliere il candidato premier e durata del governo fino al 2015.


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Bart