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Il ministro non vuole lasciare. “Sono a posto con la mia coscienza”

2 Novembre 2013

di Liana Milella
(da “la Repubblica”, 2 novembre 2013)

ROMA â— Dimissioni? Anna Maria Cancellieri, quasi la storia non riguardasse lei, quando sono le nove di sera, all’ennesima telefonata tra solidarietà e voglia di sapere che succede, al suo interlocutore replica: «Sì, ho sentito che i Tg ne parlano, ma io sono tranquilla ». In che senso «tranquilla »? «Io sono in pace con la mia coscienza, e questo mi basta ». Secondi di riflessione, poi, inesorabile, salta fuori il suo vero stato d’animo: «Certo che vedersi offendere nel proprio onore fa veramente rabbia… ». E quindi si dimette? «Io vado avanti, ho fatto solo il mio dovere, non c’è stata nessuna interferenza ».

Non si sbaglia di certo se, nel fotografare l’umore del ministro della Giustizia, e soprattutto nell’interpretare il suo comportamento, si afferma che Cancellieri non ha alcuna intenzione di dimettersi. Per la semplice ragione che è del tutto convinta di non essersi macchiata di alcun comportamento lesivo nei confronti delle istituzioni. All’opposto, la sua intenzione è quella di fornire al governo e al Parlamento, non appena andrà in aula, tutti gli elementi utili per dimostrare che non esiste un caso Cancellieri.

Questo il Guardasigilli ha detto a Napolitano, quando è salita sul Colle per presentargli in assoluta anteprima il piano carceri che oggi anticiperà al congresso dei Radicali a Chianciano e che tra domani e martedì porterà al Strasburgo per bloccare la definitiva condanna della Ue per via del sovraffollamento. Napolitano è dalla sua parte. E dal tenore delle telefonate avute tra giovedì e ieri con Enrico Letta si deduce che anche palazzo Chigi “copre” politicamente Cancellieri. Basta una battuta per capirlo: «Abbiamo difeso Alfano nel caso Shalabayeva… ». Sicuramente, proseguono le stesse fonti, la situazione del ministro della Giustizia e i fatti di cui è protagonista presentano profili che non sono assolutamente paragonabili con quell’altro clamoroso affare.

Tutto risolto dunque? Niente affatto. Perché sicuramente proprio a palazzo Chigi c’è anche imbarazzo per un nuovo episodio che può destabilizzare ulteriormente un equilibrio già precario giusto nei giorni di scontro sulla decadenza di Berlusconi. È soprattutto la telefonata di Cancellieri con la compagna di Ligresti che preoccupa. Quella in cui il ministro dice «qualsiasi cosa possa fare, conta su di me ». Di cui il ministro, con chiunque ha parlato in queste ore, ha ribadito l’assoluta «innocenza » perché «è stata solo una conversazione tra due vecchie amiche ». Ma proprio su questo, a Cancellieri, è stato chiesto di fare piena luce, così come sui suoi rapporti con la famiglia Ligresti. «Amicizia antichissima » dice lei. Ma quando un rapporto, seppur antico e notorio, interferisce con un delicato ruolo di governo come quello di ministro della Giustizia «il chiarimento è doveroso e non deve lasciare ombre ».

Ma di «ombre » Cancellieri non ritiene proprio di averne alle spalle. Basta sentirla per capirlo. Perché si coglie quella che lei definisce con una battuta «decisa amarezza ». Ha letto i giornali, e la frase che più le brucia è quella in cui la si accusa di aver aiutato una detenuta eccellente, mentre ce ne sono altri 67mila in attesa, tra cui migliaia di poveri cristi. «Una roba da matti… » si lascia scappare con chiunque la chiami. «Proprio a me dicono questo? A me che sin dal primo giorno in cui sono entrata in questo ufficio non ho fatto altro che occuparmi di carcere? A me che mi sto battendo per salvare l’Italia dalla condanna europea? A me che mi sono espressa anche a favore dell’amnistia ben sapendo quanto un provvedimento del genere sia impopolare tant’è che per questo sono stata criticata? ».

Un torrente che ribolle. Con interlocutori che le danno ragione. Come il ministro degli Esteri Emma Bonino, che la chiama per avere conferma della sua presenza a Chianciano, per dirle che lei ci sarà, che aspetta il suo discorso. Discorso a cui Cancellieri ha lavorato tutto il giorno, pronta com’è a spiegare davanti a tutti che «il carcere è la priorità del mio ministero » e soprattutto che via Arenula ha prestato attenzione «a ogni detenuto che ha segnalato un’anomalia ». Tant’è che i suoi uffici stanno raccogliendo tutti i casi in cui sono intervenuti per dimostrare che la vicenda di Giulia Ligresti non è un isolato favoritismo, ma la regola. Se un recluso scrive al ministro e mette in evidenza il suo caso, questo non finisce nel cassetto ma viene istruito e approfondito. Si comporta così anche il direttore delle carceri Giovanni Tamburino che in proposito ha impartito precise direttive alla sua segreteria.

Un agente della sua scorta, mentre lei sale in auto, le dice: «Ministro, ma questi lo sanno quante volte lei si ferma in mezzo alla gente e raccoglie segnalazioni? ». Già, ma se chi chiede si chiama Ligresti la faccenda cambia. Cancellieri sa che su questo deve dimostrare la sua trasparenza. Ma non pare affatto preoccupata per la sfida. È convinta di avere le carte a posto.


La teleselezione del reato
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 2 novembre 2013)

Senza malanimo né spirito polemico, vorremmo valutare la vicenda in cui è stata coinvolta Anna Maria Cancellieri, ministro della Giustizia che ha caldeggiato l’uscita dalla prigione – con una telefonata alla Procura di Torino (in realtà la telefonata è stata fatta al Dap di Roma. dbm) – di Giulia Maria Ligresti, arrestata nel quadro di un’inchiesta riguardante le aziende di famiglia.

La quale Giulia Maria, in effetti, dopo l’intervento della Guardasigilli è stata scarcerata. Una coincidenza? Non disponiamo di elementi per rispondere. Un sospetto comunque è lecito.
A nostro parere, non è scorretto che il ministro della Giustizia si interessi delle condizioni di salute di una detenuta, sollecitando eventualmente le autorità a considerare se sia il caso di concederle la libertà. Dov’è allora il problema? Sta nel fatto che il figlio della signora Cancellieri è stato un dirigente delle imprese di Ligresti, da cui egli avrebbe di recente ricevuto una cospicua liquidazione. Si parla di milioni di euro. Di qui il dubbio che la telefonata del ministro non sia stata gratuita, ma determinata dal desiderio di aiutare gente amica. Ma è appunto soltanto un dubbio. Che, quand’anche fosse fondato, non configurerebbe un reato tale da costringere l’ex prefetto a dimettersi dal ruolo di responsabile del dicastero.

Ciò detto e sottolineato, e ribadendo la nostra stima per Anna Maria Cancellieri (alla quale bisogna riconoscere una certa sensibilità nei confronti dei detenuti, visto che si occupa di amnistia e indulto), occorre anche dire che, in altre occasioni e per incidenti analoghi, i magistrati si sono mobilitati con una severità che nella presente circostanza non si è riscontrata. Il riferimento a Silvio Berlusconi è inevitabile. Costui – come ha segnalato ieri mattina Alessandro Sallusti nel suo editoriale – è stato condannato a sette anni di reclusione per concussione, avendo fatto una telefonata alla Questura allo scopo di informare la polizia che di Ruby si sarebbe fatta carico Nicole Minetti, consigliere regionale (Lombardia).

Per i giudici il Cavaliere avrebbe intimidito i poliziotti al punto da costringerli ad agire secondo le proprie indicazioni e in contrasto con la prassi. E poiché gli stessi poliziotti hanno negato di esser stati concussi sono finiti nelle grane. Non sembra azzardato riscontrare fra i due episodi narrati una certa analogia. Due telefonate, due persone «raccomandate », due esiti giudiziari ben diversi. Giusto che la Cancellieri non sia perseguita per una sciocchezza del genere; ingiusto, invece, che all’ex premier sia stato riservato un trattamento da delinquente. Tra sette anni di galera e nulla, c’è una tale disparità di giudizio da suscitare non solo stupore, ma anche preoccupazione circa il presupposto, dato per buono, che «la legge è uguale per tutti ». Uguale un corno.
Infatti non si può sostenere che con il ministro si sia esagerato in indulgenza, ma è obbligatorio concludere che, viceversa, con il Cavaliere si è esagerato in crudeltà. Tuttavia, assodato che Berlusconi è un simbolo che divide, accantoniamolo un attimo e proviamo a imbastire un ragionamento che lo escluda. Mettiamo che al posto del ministro Cancellieri fosse implicato in questa storia Angelino Alfano, il quale tra l’altro è stato un predecessore della signora. Siamo sicuri che lui la passerebbe liscia quanto lei? Figuriamoci. L’avrebbero già crocifisso. Interrogazioni parlamentari. Richieste di dimissioni. Raccolta di firme per sfiduciarlo. I media l’avrebbero trafitto con articoli acuminati. Qualsiasi programma televisivo sarebbe adesso impegnato a sputtanarlo.
D’altronde, chi ha una discreta memoria non avrà dimenticato quanto successo alcuni anni orsono a Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali. Ci fu un crollo a Pompei, venne giù qualche mattone di un edificio mezzo diroccato, e immediatamente egli fu accusato di aver attentato al patrimonio storico italiano. L’opposizione si lanciò in una battaglia per cacciare l’improvvido ministro ritenuto un demolitore volontario di reperti archeologici di primaria importanza. Tutto questo non significa che abbiamo l’intenzione di lapidare la signora Cancellieri. Al contrario la difendiamo con forza.
Semplicemente siamo di fronte a una conferma: in Italia i famosi «due pesi e due misure » sono una pratica consolidata. Talmente consolidata da non scandalizzare più nessuno. Si accetta con rassegnazione, come la pioggia in autunno, che la destra sia sempre da condannare e la sinistra sempre da assolvere.


Caso Cancellieri, mezzo Pd vuole far fuori la ministra
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 2 novembre 2013)

Roma – Comunque la si metta, per il governo Letta il caso Cancellieri è una grana. Ancor più è una grana dentro al Pd, incerto e diviso sulla linea da prendere.
Sull’intervento «umanitario » per far passare Giulia Ligresti dal carcere ai domiciliari, il partito di Epifani un po’ attacca e un po’ frena.
È preoccupato di essere scavalcato dal Movimento 5 Stelle che annuncia una mozione individuale di sfiducia al ministro della Giustizia e da Sel che chiede le dimissioni, ma alleato con un Pdl che difende la Guardasigilli. C’è chi è tentato da un rimpasto subito e chi teme le urne. Così, il responsabile Giustizia Danilo Leva sceglie la cautela: «La Cancellieri riferisca in aula e poi, a seguito di quanto dirà, ciascuna forza politica farà le sue valutazioni e il Pd farà le sue ». Insomma, no a «strumentalizzazioni » però «chiarezza in tempi rapidi » su quelle intercettazioni che fanno pensare a un favoritismo per la figlia dell’immobiliarista siciliano travolto dall’inchiesta Fonsai.
Mentre la Lega incalza parlando di «episodio ambiguo », il Pdl respinge gli attacchi al ministro di «giustizialisti a corrente alternata », come dice Fabrizio Cicchitto. E Daniela Santanchè fa un parallelismo con il caso Ruby, chiedendo alla Guardasigilli di «non dimettersi, ma di essere coerente con se stessa e mandare degli ispettori alla Procura di Milano per ripristinare la giustizia sul caso della telefonata di Berlusconi in questura », per poi adottare provvedimenti nei confronti di pm e giudici che hanno indagato e condannato Silvio Berlusconi.
Lo scandalo monta attorno alla Cancellieri, con nuove intercettazioni sui rapporti d’amicizia con i Ligresti e quelli d’affari del figlio Piergiorgio Peluso, già top manager di Fonsai liquidato in seguito a contrasti dopo un anno con 3,6 milioni di euro e poi diventato testimone della Procura di Torino. Contro di lui spara al telefono quella Giulia Ligresti che mesi dopo sarà aiutata dalla madre. «È il figlio del ministro Cancellieri… Siccome è talmente protetto, figurati cosa gli daranno in Telecom ».

Lei, la Guardasigilli, tace dopo la nota di precisazione del giorno prima e il colloquio sul Colle. Oggi sarà a Chianciano al congresso radicale, lunedì a Strasburgo. Però interviene ancora il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli: gli arresti domiciliari alla Ligresti sono stati concessi solo «sulla base di due fatti concreti, obiettivi, provati: le condizioni di salute assolutamente incompatibili con il carcere e la richiesta di patteggiamento », fatta ben prima delle telefonate della Cancellieri.
Intanto, il Pd cerca di conciliare l’esigenza di stabilità del governo con il rigore moralistico sfoggiato in tanti altri casi. Il bersaniano Edoardo Patriarca critica l’«interessamento speciale » della Cancellieri per la figlia di don Salvatore mentre i renziani si beccano tra loro. Dario Nardella giudica «fuori luogo » la richiesta di dimissioni, fatta pure dal compagno Ernesto Carbone e Antonio Funiciello scrive su Twitter: «Il ministro Idem impiegò 10 giorni per dimettersi, Alfano 10 giorni per non dimettersi. Vediamo quale record batterà la Cancellieri ». Spiega l’incertezza nel Pd anche la beffa a Luigi Zanda, fatta da La Zanzara su Radio24. A una finta Cancellieri il capogruppo al Senato offre appoggio e consigli, ma non si sbilancia sulla linea che terrà il partito: «Sicuro che sei intervenuta solo per questione umanitaria. Non al di fuori dei tuoi poteri, certo che i giudici hanno fatto loro dovere ». Poi suggerisce: «In Parlamento devi spiegare la questione del trattamento preferenziale… per i rapporti con la famiglia Ligresti. Al di là delle tue intenzioni, su cui non ho il minimo dubbio. Però quello dei rapporti è un dato oggettivo, non devi ometterlo ». La sosia del ministro chiede che farà il Pd e Zanda dice di non avere «il polso della situazione », ma di non considerare necessarie le dimissioni. «In questo momento ».


Il Cancellierato
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 2 novembre 2013)

In un paese normale il ministro della Giustizia non parla con i parenti di un’amica arrestata per gravi reati, rassicurandoli con frasi del tipo: “Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me”. Né tantomeno chiama i vicedirettori del Dipartimento Amministrazione penitenziaria per raccomandare le sorti dell’amica detenuta. Ma, se lo fa e viene scoperto da un’intercettazione telefonica (sulle utenze dei familiari della carcerata), si dimette un minuto dopo. E, se non lo fa, viene dimissionato su due piedi, un istante dopo la notizia, dal suo presidente del Consiglio.

Siccome però siamo in Italia, il premier tace, il Quirinale pure. Come se fosse tutto normale. Una telefonata allunga la vita, diceva un famoso spot: qui invece accorcia la galera, o almeno ci prova. Nel paese del sovraffollamento carcerario permanente, Anna Maria Cancellieri, prefetto della Repubblica in pensione, dunque “donna delle istituzioni” che molti in aprile volevano addirittura capo dello Stato, ha pensato bene di risolverlo facendo scarcerare un detenuto su 67 mila: uno a caso, una sua amica. Poi ha dichiarato bel bella ai magistrati torinesi che la interrogavano come testimone su quelle telefonate: “Si è trattato di un intervento umanitario assolutamente doveroso in considerazione del rischio connesso con la detenzione. Essendo io una buona amica della Fragni (Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti, padre dell’arrestata Giulia, ndr) da parecchi anni, ho ritenuto, in concomitanza degli arresti, di farle una telefonata di solidarietà sotto l’aspetto umano”. E ha raccontato una bugia sotto giuramento, perché il suo non è stato solo “un intervento umanitario”, tantomeno “doveroso”, né una “telefonata di solidarietà”. È stata un’interferenza bella e buona nel normale iter della detenzione dell’amica di famiglia. Anche perché, dopo quella telefonata, ne sono seguite altre ai vicedirettori del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano. Che, a quanto ci risulta, hanno – essi sì, doverosamente – respinto le pressioni, spiegando all’incauta Guardasigilli che la detenzione di un arrestato compete in esclusiva ai giudici, non ai politici. Anche su questo punto la Cancellieri ha raccontato una bugia ai pm: “Ho sensibilizzato i due vicecapi del Dap perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati”. Salvo poi dover ammettere che li aveva sensibilizzati su un unico carcerato: l’amica Giulia.

La figlia di don Salvatore Ligresti soffriva di anoressia e rifiutava il cibo in cella, ma non è la sola malata fra i 67 mila ospiti delle patrie galere. Per questi casi esistono le leggi e i regolamenti, oltre al personale penitenziario specializzato che di solito, nonostante l’eterna emergenza, segue con professionalità le situazioni a rischio. Così come effettivamente stava avvenendo, anche da parte dei magistrati torinesi. Senza bisogno delle raccomandazioni del ministro. La Procura aveva subito disposto un accertamento medico e in seguito aveva dato parere favorevole alla scarcerazione, respinta però in un primo tempo dal gip, che aveva scarcerato la donna soltanto dopo il patteggiamento. L’iter giudiziario, dunque, non è stato influenzato dalle pressioni della ministra: ma non perché la ministra non le abbia tentate, bensì perché i vicecapi del Dap le hanno stoppate. Eppure la Cancellieri avrebbe dovuto astenersi anche dal pronunciare il nome “Ligresti”, specie dopo la retata che portò in carcere l’intera dinastia, visti i rapporti non solo familiari, ma anche d’affari che suo figlio Piergiorgio Peluso intrattiene con don Salvatore e il suo gruppo decotto. Peluso è stato prima responsabile del Corporate & Investment banking di Unicredit, trattando l’esposizione debitoria del gruppo Ligresti verso la banca; poi divenne direttore generale di Fondiaria Sai (gruppo Ligresti) dal 2011 al 2012; e quando passò a Telecom, dopo un solo anno di lavoro, incassò da Ligresti una buonuscita di 3,6 milioni di euro.

Un conflitto d’interessi bifamiliare che avrebbe dovuto sconsigliare al ministro di occuparsi della Dynasty siculo-milanese. Non è stato così, e ora la ministra (della Giustizia!) deve pagare per le conseguenze dei suoi atti. Se restasse al suo posto, confermerebbe ancora una volta il principio malato della giustizia ad personam per i ricchi e i potenti, già purtroppo consolidato da vent’anni di casi Berlusconi, e anche dallo scandalo Mancino-Napolitano. Ma a quel punto tutti e 67 mila i detenuti potrebbero a buon diritto farla chiamare da un parente qualunque perché s’interessi dei loro 67 mila casi personali: 67 mila “conta su di me”. Se una telefonata accorcia la galera, che almeno valga per tutti.


Cancellieri. Fermi tutti, qualcosa non quadra
di dagoreport
(da “Dagospia”, 2 novembre 2013)

1. DAGOREPORT/1
Lette le intercettazioni, sorge spontanea una domandina: la Ministra Cancellieri fa una telefonata per “liberare” la Ligresti – da Roma – al Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) che ha sede a Roma. Quindi, la competenza territoriale a valutare la rilevanza penale di questo comportamento specifico non è della Procura di Torino ma della Procura di Roma.

Per lo stessa genere di telefonata Berlusconi si è preso 7 anni, hanno giustamente rilevato Sallusti e Belpietro. La Procura di Roma – unica competente per territorio a giudicare il fatto – aprirà un fascicolo? E’ un atto dovuto perchè c’è l’obbligatorietà dell’azione penale!

Perche’ interviene in difesa della Procura di Torino (“non ci siamo fatti condizionare dall’intervento della Cancellieri”), il capo della Procura Giancarlo Caselli che non ci azzecca una minchia? Avvisatelo che il ministro non ha chiamato la Procura ma il Dap, quindi non può valutare il comportamento della Cancellieri bensì solo quello dell’indagata Giulia Ligresti.

Perchè Nonna Pina chiama il vicecapo Luigi Pagano e non il capo del Dap Giovanni Tamburino? Perché il Pdl la giustifica? Sara’ perchè Angelino Alfano (con Brunetta, Masi, le due figlie di Geronzi, etc.) era inquilino di Ligresti a via Tre Madonne? ….ah….saperlo!!!!

2. DAGOREPORT/2
Un patetico tentativo di nascondere la notizia o semplice incompetenza? Se lo devono essere chiesto in molti, ieri sera, dopo aver visto le edizioni principali di TG1 e TG2. Entrambi accomunati dalla decisione di non dedicare alcun titolo alle rivelazioni sulle telefonate del ministro della giustizia Cancellieri con i familiari di Giulia Ligresti.

Nei Tg, guidati da Mario Orfeo e Marcello Masi, si riscopre una nuova forma di “panino” con un servizio stretto tra disoccupati, presunte trattative stato-mafia e scontri di piazza per il diritto alla casa. Per tutti c’è uno spazio in copertina di grande visibilità, compresi gli italiani che vanno a Londra per divorziare o il nuovo cofanetto di Adriano Celentano.

Manca solo lei: la ministra Cancellieri, che entra a gamba tesa nella vicenda Fonsai. Possono davvero TG1 e TG2 aver sottovalutato la notizia o la scelta rispondeva a precise indicazioni aziendali, a tutela di uno dei ministri più vicini all’ex premier Monti e a Napolitano? A pensar male si fa peccato – diceva Andreotti – ma spesso ci si azzecca.


Ligresti, la Cancellieri: “Non mi dimetto chi mi accusa è un matto”
di Redazione
(da “Libero”, 2 novembre 2013)

“Lo rifarei e rifarei tutto quello che ho fatto”. La Cancellieri non rinnega le sue scelte e avvisa:”Io non mi faccio da parte ribatterò punto su punto sulle falsità che circolano su di me. Sono serenissima e tranquilla, pronta a rispondere a qualunque domanda. Il mio è stato un intervento umanitario, mosso da un detenuto che poteva morire. Se fosse morta cosa sarebbe accaduto?”. Così ha risposto al Tg1 il ministro della giustizia Annamaria Cancellieri sulla vicenda di Giulia Ligresti:”Non siamo tutti uguali davanti alla legge? Certo! Non ci sono detenuti di serie A e serie B. Dobbiamo lottare per migliorare il sistema carcerario, ma queste cose non aiutano”. “Ribatterò punto su punto alle inesattezze e alle falsità dette e scritte su di me in questi giorni”. E ancora: “Un ministro ha molti doveri ma anche il diritto a essere umano. Voglio vivere in un paese libero”, ha affermato nel suo intervento poi al congresso dei Radicali a Chianciano, in merito al caso di Giulia Ligresti.

“Non mollo” – Anna Maria Cancellieri non molla la poltrona. Anzi la rivendica. Il ministro della Giustizia travolta dallo scandalo per la telefonata all’amministrazione penitenziaria per concedere i domiciliari a Giulia Ligresti non vuole sentir parlare di dimissioni. “Di fronte a tutto questo lei tira dritto, ricordando di «non aver mai chiesto di fare questo lavoro visto che sono un prefetto, ma impegnandomi sin da subito proprio per i reclusi, per garantire loro condizioni di vita dignitose”.

“Non mi dimetto” – La decisione di non modificare la propria agenda non è casuale. “Vado a testa alta, senza aver nulla da nascondere”, risponde il ministro ai collaboratori che chiedono se parteciperà al congresso dei Radicali. Prima di confermare ne ha parlato con la titolare degli Esteri Emma Bonino che l’ha esortata a “resistere perché noi siamo con te”. Oggi pomeriggio sarà dunque a Chianciano, parlerà proprio di carceri. Nonostante in tanti chiedano al ministro un passo indietro, la Cancellieri non si schioda dalla poltrona, anzi continua la sua difesa contro tutto e contro tutti: “C’era il rischio concreto che Giulia Ligresti potesse suicidarsi, verificare la situazione era doveroso”, ripete. Lo dirà in Parlamento nei prossimi giorni “e quando porteremo le prove di tutte le altre decine di verifiche che facciamo, si capirà che non c’è alcuno scandalo o favoritismo”. Intanto Enrico Letta dopo un lungo silenzio si fa sentire e blinda la Cancellieri: “Siamo sicuri che le argomentazioni che il ministro Cancellieri sviluppera’ convinceranno le Camere e fugheranno ogni dubbio. Le parole del procuratore Caselli hanno per altro gia’ dato un fondamentale contributo di chiarezza”.

“Chi mi accusa è un matto” – In quella sede ricostruirà le tappe della vicenda e ribadirà che “non c’è proprio nulla di personale in questa storia e chi mi conosce bene sa che io mi metto sempre a disposizione di chi ha bisogno, ascolto le ragioni e gli appelli che mi vengono rivolti, cercando di risolvere i problemi. Chi mi accusa è un matto”. Ora si attende il passaggio in Parlamento. Lì il ministro dovrà chiarire la sua posizione altrimenti rischia davvero di dover lasciare la poltrona. E per Letta sarebbe l’ennesima grana su un governo che pare ormai sul viale del tramonto. Eppure oltre allo scandalo della telefonata ai Ligresti, la Cancellieri avrebbe più di un motivo per mollare la poltrona.

Indagata a Catania – Il ministro infatti, come racconta Giacomo Amadori su Libero in edicola oggi 2 novembre, è pure indagata. “Nel 2009, dopo essere andata in quiescenza come prefetto – racconta Amadori – , ha subito collezionato due incarichi: l’allora presidente della Regione Raffaele Lombardo l’ha nominata commissario del Teatro Bellini e l’ha posta al vertice della delicata commissione per il Piano rifiuti (da sempre uno dei business più appetibili per la criminalità organizzata). L’incontro tra l’ex prefetto e il presidente purtroppo non ha portato i frutti sperati e Lombardo è persino finito indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Cancellieri, garantista, è rimasta al suo posto ancora per qualche mese. Purtroppo per lui, nel giugno 2012, Lombardo, dopo aver perso la poltrona di governatore, ha guadagnato la sbarra da imputato “coatto”. Ma questo è successo quando Cancellieri era già partita per altri lidi. A Catania le è rimasto appiccicato un piccolo grattacapo. Un’iscrizione nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, ricordo di quando era commissario al Bellini per alcune consulenze, ritenute inutili e costose. A denunciarla è stata l’avvocato Antonio Fiumefreddo: “La Regione in quel momento non poteva fare assunzioni né offrire lavori”. Il legale aggiunge un aneddoto personale: “Un giorno andai da lei per protestare per alcune sue decisioni e lei mi rispose che la legge in Italia è sostanza e non forma. Obiettai che le isituzioni dello Stato non possono ragionare in questo modo”.


Chi vuole l’amnistia muore. Cancellieri bastonata come Mastella
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 2 novembre 2013)

La ministra Cancellieri tra poco non sarà più ministra. E’ molto probabile che finirà così lo scandalo lanciato dal “Corriere della Sera”. Perché non sarà più ministra? Volete sapere l’apparenza o la verità? La verità è semplicissima: la ministra Cancellieri stava lavorando a un progetto di amnistia. Cioè rischiava di macchiarsi dello stesso peccato del quale si macchiò il suo predecessore Clemente Mastella, nel 2007, firmando l’indulto. Il più forte – largamente il più forte – dei poteri politici in Italia, e cioè il potere giudiziario, è saldissimamente contrario ad amnistia e indulto. Considera ogni tipo di provvedimento di clemenza come una sfida al potere assoluto e discrezionale che ritiene aver ricevuto da Dio. Il potere giudiziario è pronto a neutralizzare qualunque ministro osi sfidarlo su questo terreno. Nel 2007-2008 per colpire Mastella fece cadere il governo Prodi e riconsegnò il potere a Berlusconi. Stavolta se l’è presa con la ministra della giustizia in carica (che peraltro non è affatto una libertaria e fu una ministra dell’Interno arcigna e autoritaria) e l’ha impallinata attraverso il solito sistema: intercettazione, fuga di notizie, pubblicazione delle intercettazioni. La ministra sarà costretta alle dimissioni.

Cosa risulta dalle intercettazioni? Tre cose. La prima è l’amicizia storica della Cancellieri con la moglie del palazzinaro Ligresti (arrestato in luglio assieme a tutti i suoi figli per un crack finanziario); la seconda è l’eccesso di ricchezza e di spregiudicatezza di suo figlio; la terza è il suo pensiero – solo il suo pensiero, ma colpevolmente confessato al telefono – che se una ragazza sta in carcerazione preventiva senza buone ragioni, in evidente violazione della legge, e se per di più è affetta da anoressia, e rischia la vita, allora è meglio mandarla ai domiciliari, e cioè sospendere il trattamento di tortura avviato con la speranza di farla confessare.

Sulla amicizia storica coi Ligresti c’è poco da dire. Ognuno si sceglie gli amici che vuole. La Costituzione non prevede che le amicizie di un ministro siano preselezionate dai giornali né da Travaglio&Santoro. Sul figlio c’è da dire che effettivamente, come la gran parte dei super-manager, probabilmente capisce poco di economia e di amministrazione e per motivi misteriosi viene pagato milioni e milioni (la sua avventura a Fonsai assomiglia maledettamente a quella di De Benedetti alla Fiat e all’Ambrosiano…). E tuttavia anche qui il reato non si vede: purtroppo in Italia arricchirsi esageratamente non è un reato e il capitalismo finanziario – che è un mostro orrendo – non è vietato.

Sul terzo punto invece tocca, a malincuore, battere le mani alla ministra. E davvero fa un po’ ribrezzo questa campagna volta a scannare Giulia Ligresti. Oltretutto nel caso Ligresti è evidente che lo scandalo non sta nella scarcerazione ma nella retata: hanno catturato tutta la famiglia (tranne un figlio che è riuscito a scappare in Svizzera) e la tengono prigioniera violando – come succede spessissimo: quasi sempre – ogni norma sulla carcerazione preventiva. Sono pratiche da regime dittatoriale. Naturalmente è legittima l’obiezione: ma perché la Cancellieri non interviene per far liberare dal carcere tanti poveri cristi? Giustissimo, la colpa della Cancellieri è esattamente questa, e cioè esattamente il contrario di quello per cui la si accusa.

Il forcaiolismo è davvero una brutta bestia: non gliene importa niente di nulla, è solo assatanato dalla necessità di impalare i sospetti, vederli marcire in carcere, morire… Che brutta strada sta prendendo l’Italia. Ha ragione Letta, se l’Europa non si libera di questi populismi (li ha chiamati così: con gentilezza…) è destinata a decadere. Perché quando la civiltà giuridica e umana rincula, diventa infame, crudele, travolge il diritto e lo sostituisce con l’odio, le società pagano un prezzo altissimo.


Cancellieri, dimissioni subito
di Paolo Flores d’Arcais
(da “MicroMega”, 2 novembre 2013)

“Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me”. E’ questa la risposta standard del ministro della Giustizia Cancellieri a qualsiasi familiare di qualsiasi detenuto che denunci condizioni psicosomatiche di grande sofferenza per la condizione di carcerazione? E qualsiasi familiare di detenuto ha la certezza – di cui evidentemente gode la famiglia Ligresti – di passare il filtro dei centralini e delle segreterie (o addirittura può avere a disposizione il cellulare del ministro per chiamarlo direttamente)?

Se la risposta a entrambi i quesiti è un rotondo SI’ le richieste di dimissioni al ministro della Giustizia possono effettivamente palesare malevolenze strumentali. Se invece non è così, se la famiglia della detenuta Ligresti ha avuto un interessamento che sia anche “tanticchia” (come direbbe Salvo Montalbano) diverso e migliore di quelle dei detenuti “comuni”, allora il ministro Cancellieri deve dimettersi e anzi avrebbe dovuto già farlo, e suona incredibile che non lo abbia ancora chiesto il premier Letta e che non sia già risuonato il doveroso monito d’ordinanza del Quirinale. Perché la legge è eguale per tutti, e se per i Ligresti è un po’ più eguale che per gli altri non stupiamoci poi se Berlusconi pretende che per lui sia ancora molto più eguale assai. Ma queste cose possono avvenire nella “Fattoria degli animali” di Orwell, dove i maiali sono più eguali degli altri, in un paese democratico non sono tollerabili.

Le dimissioni del ministro Cancellieri dovrebbero essere ovvie. Del resto le hanno chieste due testate spesso in polemica fra loro come “La Repubblica” e “Il Fatto quotidiano” (a dimostrazione di come le posizioni politiche non c’entrino ma si tratti di elementare DECENZA). Quest’ultimo nell’editoriale di ieri di Marco Travaglio (“In un paese normale il ministro della Giustizia non parla con i parenti di un’amica arrestata per gravi reati, rassicurandoli con frasi del tipo: “Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me”. Né tantomeno chiama i vicedirettori del Dipartimento Amministrazione penitenziaria per raccomandare le sorti dell’amica detenuta. Ma, se lo fa e viene scoperto da un’intercettazione telefonica (sulle utenze dei familiari della carcerata), si dimette un minuto dopo”), il primo qualche ora dopo nell’editoriale del sito www.repubblica.it, editoriale non firmato e dunque attribuibile al direttore Ezio Mauro (“Annamaria Cancellieri nega interferenze sul caso Ligresti. Ma non spiega la contraddizione di un ministro della Giustizia che subito dopo un arresto telefona in famiglia per dare “solidarietà”. Da quella telefonata nascerà una richiesta d’aiuto dei Ligresti: “faccia qualcosa”. Da qui la segnalazione da parte del ministro al Dap. E infine l’sms di Antonino Ligresti che chiede conto al ministro: “Novità”? E la pronta risposta: “Ho fatto la segnalazione”. C’è una sola cosa che la Cancellieri non ha mai detto davanti alle richieste dei Ligresti, la più semplice: sono il Guardasigilli, ho dei doveri di Stato. Questa mancanza e quella premura imbarazzano le istituzioni. Il ministro ne tragga le conseguenze”).

Non c’è davvero nulla da aggiungere. A parte una valanga di indignazione di cittadinanza, di mail da inviare a Palazzi, Colli e giornali, perché nelle prossime ore avvenga quello che in ogni altro paese europeo sarebbe già avvenuto.


Pd, appello di Cuperlo ad Epifani. «Troppe anomalie, stop al tesseramento »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 2 novembre 2013)

«Faccio appello agli altri candidati, a Epifani, alla commissione di garanzia: cambiamo le regole in corsa. Fermiamo il tesseramento il prima possibile, entro pochi giorni ». Così Gianni Cuperlo intervenendo a Otto e mezzo. «Non è un modo per comprimere la partecipazione – chiarisce – perché le primarie saranno aperte, ma per dire stop alla degenerazione ». Uno dei candidati alla segreteria Pd afferma di non sentirsi «imbarazzo ma angosciato » dalle denunce di irregolarità nel tesseramento. «E dico tre volte no. Dove c’è stato un tesseramento gonfiato si intervenga, nessuno può pensare di trarre un beneficio da logiche di questo tipo ».

VERIFICHE – Per Cuperlo occorre mettere «uno stop a questa degenerazione che riguarda i congressi locali » da qui il suo appello. «Su questo punto ci si ferma, tutti. La commissione sulle regole faccia tutte le verifiche e si intervenga senza ambiguità o esitazione dove ci sono irregolarità » perché sottolinea il candidato alla segreteria, è in gioco «la reputazione del partito ».


Uno scemo tra noi
di Filippo Facci
(da “Libero”, 2 novembre 2013)

Gianni Cuperlo, il 20 marzo 2007, intervenne a una cerimonia a cui ero presente anch’io, e raccontò un aneddoto che mi appuntai sul taccuino. Lo riporto per come lo scrissi: «Quand’ero giovanissimo ed entrai per la prima volta a Botteghe Oscure, un plenipotenziario del Partito mi prese da parte e mi raccontò come funzionavano le cose lì dentro. Il plenipotenziario mi disse che il segretario del Partito, d’abitudine, sceglieva sempre un vice destinato a succedergli, ma lo sceglieva sempre non troppo intelligente affinché non gli facesse le scarpe prima del tempo. Il vice, tempo dopo, divenuto segretario, sceglieva a sua volta un vice destinato a succedergli, ma lo sceglieva non troppo intelligente affinché non gli facesse le scarpe prima del tempo. Anche questo vice, divenuto segretario, sceglieva poi un vice non troppo intelligente che non gli facesse le scarpe prima del tempo: e via a scendere, sinché, dopo svariate scremature, l’ultimo segretario era talmente uno scemo da scegliersi a sua volta un vice che riteneva non troppo intelligente (eccetera) ma che in realtà era un genio, e che gli faceva immediatamente le scarpe: così il circolo poteva ricominciare da capo ». Oggi – detto senza malizia – guardo Guglielmo Epifani, guardo Pier Luigi Bersani, guardo Pippo Civati, guardo Gianni Pittella, guardo lo stesso Cuperlo: e mi chiedo che posizione pensano di occupare.


Ma il Cavaliere ancora non ha convinto Alfano a rientrare
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 2 novembre 2013)

Il grande battutista Berlusconi è diventato vittima delle barzellette altrui, in qualche caso davvero crudeli. Tra le cosiddette «colombe » furoreggia, ad esempio, quella del cane Silvio che vorrebbe raggiungere la ciotola del cibo ma la catena è corta per cui non ci arriva; eppure insiste, ringhia, prende fiato e poi ricomincia… L’immagine fa ridere? Ai dissidenti tantissimo, a lui molto meno. Realmente il Cavaliere vorrebbe tornare alle urne, convinto poi di vincere, però in Senato non ha voti a sufficienza per provocare la crisi, il 2 ottobre scorso se n’è accorto suo malgrado. E tuttavia non demorde, con minacce e lusinghe ritorna alla carica nei confronti di colui che considera l’anello debole, cioè Alfano. Se cedesse Angelino, nel fronte della dissidenza resterebbero 5-6 senatori non di più, e per il governo Letta scorrerebbero i titoli di coda.

Dunque l’altra sera nuovo match con il figlioccio ribelle. Berlusconi l’aveva invitato a pranzo o a cena, quello invece è arrivato a sera con Lupi senza sedersi a tavola. Per prenderlo all’amo, come esca il Cav gli ha fatto balenare la nomina a vice-presidente di Forza Italia, che vorrebbe dire numero due a tutti gli effetti. Secondo la versione alfaniana, Berlusconi si sarebbe perfino sbilanciato sulla durata del governo, «non è vero che voglio farlo cadere a ogni costo ». Ma siccome Angelino ormai non si fida più ciecamente come una volta, ha chiesto garanzie. Per non cadere preda dei «falchi » in agguato, ha posto la condizione seguente: tanto nello statuto di Forza Italia, quanto nella sua gerarchia interna, si dovrà prendere atto che ormai convivono due anime, una di «lealisti » berlusconiani e l’altra di «innovatori » facenti capo ad Alfano. Se Berlusconi accetta, niente più scissione… Il solo parlare di correnti, a Berlusconi causa sfoghi di orticaria. Comunque il personaggio ha traccheggiato, «rivediamoci la prossima settimana » ha detto.

I più smaliziati tra gli avversari interni non credono affatto che Silvio sia diventato improvvisamente buono. Ritengono semmai che stia provando ad allungare la catena. Una volta agganciato Alfano, scommettono, il personaggio ritenterà la crisi. Oppure, ecco la variante, mentre Berlusconi sta negoziando, i suoi «bravi » provvedono a riportare le pecorelle all’ovile, col risultato di far tornare i conti al Senato e lì causare la crisi. Possibile? Certo, tutto può essere. Ma poi bisogna prendere in mano il calendario, e vedere quanto tempo rimane al Cav per spezzare la sua catena. Il Pd, secondo le ultime voci, pare orientato a non precipitare i tempi della decadenza di Berlusconi. Si voterebbe in questo caso dopo la legge di stabilità, in calendario dal 18 al 22 novembre. Per cui l’ex premier verrà a trovarsi davanti a un bivio: se voterà contro la legge di stabilità, come Brunetta e Bondi minacciano ogni giorno, le 30 «colombe » in Senato prenderanno il volo e Forza Italia trascorrerà un periodo più o meno lungo all’opposizione.

Ma se la prospettiva di essere tagliato fuori da tutto a Berlusconi non fa gola, come potrà mandare tutto all’aria sulla decadenza, cioè appena due giorni dopo avere votato la fiducia al governo sulla legge di stabilità? La gente proprio non capirebbe. Per cui, paradossalmente, l’unico soccorso ai piani del Cavaliere potrebbe giungere dai grillini casomai, con l’avallo del presidente del Senato Grasso, volessero bruciare i tempi sulla decadenza, mettendola ai voti prima della legge di stabilità: Palazzo Madama si trasformerebbe in un’arena, Alfano e i suoi sarebbero messi nella condizione di piegarsi o di farsi marchiare a vita come «traditori ».


“Non vogliamo la scissione: il Cav rimane il capo di tutti”
intervista di Giannino Della Frattina a Roberto Formigoni
(da “il Giornale”, 2 novembre 2013)

Milano РPresidente Roberto Formigoni, lei ̬ di quelli che vuole spaccare il partito?
«Qui nessuno sta pensando a una scissione del Pdl ».

Siete le colombe, i neo democristiani che vogliono riesumare la Balena bianca.
«Colombe è un termine assolutamente improprio ».

Innovatori, lealisti, pontieri, falchi, colombe. Non è un bestiario troppo ricco per un solo partito?
«Io parlo per quel gruppo di senatori Pdl che aveva dichiarato di voler votare la fiducia al governo Letta il 2 ottobre e che ora ha inviato una lettera al presidente del Senato Grasso per ripristinare il voto segreto sulla decadenza di Berlusconi ».

Quella voglia di fiducia fu l’inizio della spaccatura. Anche con Berlusconi?
«Stiamo semplicemente discutendo a viso aperto e all’interno del partito. In una situazione difficilissima ».

Vi hanno dato dei traditori.
«Non condivido certi toni sovreccitati di alcuni miei colleghi. Nessuno di noi ha la vocazione del traditore ».

La vostra strada non diverge da quella di Berlusconi?
«Assolutamente no. Berlusconi continuerà a essere e dovrà essere riconosciuto da tutti come il leader indiscusso del centrodestra. Qualunque sia il suo destino parlamentare ».

Il rischio decadenza è forte.
«Anche con la decadenza rimarrà sempre il nostro leader ».

Nell’ufficio di presidenza che avete disertato, sono state azzerate le cariche del Pdl per il ritorno a Forza Italia.
«Non abbiamo nessuna obiezione al ritorno a Forza Italia ».

Sono settimane che litigate. Ci sarà pure qualche differenza tra falchi e colombe.
«Io penso che la vera differenza sia sul governo ».

Voi difendete Letta, Berlusconi non è così sicuro.
«Noi dobbiamo chiedere in tutte le sedi l’agibilità politica di Berlusconi. La battaglia non è persa e va fatta dovunque, in televisione e in Parlamento ».

Cosa chiedete?
«Di ripristinare il voto segreto. Sperando in un sussulto del Parlamento, perché non si espelle il leader di metà Paese ».

Dicono che non è il Parlamento a espellere Berlusconi, ma la Legge Severino.
«Una legge su cui ci sono molti dubbi di costituzionalità ».

Una possibilità è far cadere il governo.
«La nostra partecipazione al governo non deve essere messa in discussione ».

Ma salvando il governo non si rischia di affondare Berlusconi?
«No. Una crisi di governo oggi sarebbe negativa per il Paese. E per gli elettori ».

Perché?
«Ripartirebbe la speculazione finanziaria contro l’Italia, aumenterebbe lo spread e perderemmo quel poco di ripresa economica che oggi si vede ».

Questo strapotere della finanza non toglie dignità alla democrazia?
«Quando abbiamo minacciato la crisi del 2 ottobre, nei sondaggi il Pdl è sceso di 8 punti. Categorie economiche che rappresentiamo come i produttori, l’industria, il commercio, l’artigianato, i sindacati democratici non capirebbero ».

Ci vuole coraggio.
«Lo ha detto Berlusconi che non dobbiamo cadere nella tentazione del fallo di reazione ».

Ma Berlusconi non è uno che gioca in difesa. È quello del Milan di Sacchi che attaccava anche in trasferta.
«Il presidente Giorgio Napolitano farebbe subito un altro governo, se non altro per approvare la legge elettorale ».

E quindi?
«Ci sarebbe un governo senza di noi e dunque contro di noi. Che farebbe una legge elettorale contro di noi e che prenderebbe decisioni a partire dalla Legge di stabilità contro l’elettorato che rappresentiamo: il ceto medio e produttivo ».

Di questo vorrebbe convincere Berlusconi?
«Berlusconi si troverebbe fuori dal Parlamento. Ma, quel che è peggio, isolato nel contesto politico e sociale ».

Dicendo questo è chiaro che rischiate la scissione.
«Noi stiamo facendo un dibattito alla luce del sole. Vogliamo la soluzione migliore per Berlusconi e per il nostro partito. Che deve restare unito ».


Il ritorno al Cav unica scelta logica
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 2 novembre 2013)

Quando amici e giornalisti stranieri mi chiedono che cosa succederà di nuovo in Italia, la mia risposta è questa: «Il fatto nuovo sarà il ritorno di Silvio Berlusconi. Prima o poi.
Più prima che poi ». La mia risposta suscita molta sorpresa e qualche imbarazzo: sei uno stupido o un provocatore? Né l’uno né l’altro, ma credo che la vittoria politica di Berlusconi sia nell’ordine logico delle cose, per quante camicie di forza gli siano state strette addosso. Lui lo sa, chi ha intelligenza politica anche, e chi lo vorrebbe morto e sotterrato ha il terrore persino di formalizzare un tale devastante pensiero, ma nel loro inconscio tutti sanno che è vero e cercano conforto nei rituali urlati, insignificanti. La principale ragione della futura vittoria di Berlusconi poggia su un dato di fatto solido come un architrave: in Italia la maggioranza non è mai di sinistra e non voterà mai a sinistra, neppure sotto tortura. Mentre invece (pur non essendo davvero di destra), anche senza tortura, può votare a destra se ciò serve per bloccare una sinistra che già temeva ai tempi del comunismo e di cui non si fida oggi, viste le faide che lacerano il Pd e la statura del probabile vincitore. La seconda ragione sta nel fatto che il principale elemento del richiamo politico è di natura emotiva: qualcosa che parla al cuore prima che alla ragione (e ai conti, per quanto riguarda tasse e occupazione). Ebbene, quel richiamo – dai tempi di Enrico Berlinguer – la sinistra non ce l’ha più e per quel che si vede nel suo bivacco delle primarie, non ce l’avrà mai, almeno non per questa generazione. Di conseguenza, la stessa sinistra incapace di una vera leadership, punta a sgretolare l’elettorato non-di-sinistra, strumentalizzando qualsiasi malumore secessionista, piuttosto che imparare l’arte di far sognare – almeno sognare – i cittadini elettori. I grandi leader politici, da De Gasperi e Martin Luther King, da Kennedy a Pietro Nenni, da Togliatti a de Gaulle, da Reagan a Clinton, erano grandi leader perché sapevano prima di tutto parlare al cuore. In Italia soltanto Berlusconi oggi ha ancora questo valore aggiunto, cosa che a sinistra le teste pensanti sanno e che temono come il diavolo.

Di qui tutti i rituali tentativi di sacrificio umano facendo saltare le regole, le tradizioni parlamentari, la logica e anche la decenza. La famosa «Costituzione più bella del mondo », oltre che a tutelare il paesaggio, tutela la personale, intima libertà di coscienza del singolo parlamentare che esercita la sua rappresentanza senza vincolo di mandato, cioè senza dover render conto a nessuno, nemmeno a personaggi sinistri e illiberali come Beppe Grillo o Epifani, di quel che la sua etica gli ordina. Hanno calcolato che se riescono, senza essere riusciti a batterlo nelle urne, a imbavagliare Berlusconi, chiuderlo in una segreta, cianciare in tv sulla «fine del ventennio berlusconiano », imporre a lui di cadere in letargo con riti voodoo, togliergli la corrente elettrica e legarlo a una poltrona impedendogli di parlare, scrivere, comunicare, pensare e apparire, allora – forse – Renzi potrebbe persino portarsi via qualche pecora dagli antichi pascoli berlusconiani. Un’idea geniale. Liberale, poi. E coraggiosa! Essendo Berlusconi un giocatore politico con una marcia in più nella comprensione delle regole geometriche e fisiche (ed emotive) della politica, ha deciso di giocare la carta del suo proprio rilancio nel momento in cui esso sembra (a chi non è in grado di guardare lo stato delle cose senza farsi intossicare dalla propaganda) meno probabile. È lì che spiazza tutti. E la sua non è una mossa disperata, meno che mai surreale: chiama all’unità avvertendo che la logica non consentirà sopravvivenze fuori dal sistema bipolare (Fini, Casini e anche Monti insegnano) e suona le trombe della chiamata a raccolta. Lo fa per vincere, non per hobby. E chi si nutre soltanto di apparenze presto andrà a sbattere frontalmente contro il principio di realtà.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart