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Forza, vendete (e giù le tasse)

5 Novembre 2013

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(dal “Corriere della Sera”, 5 novembre 2013)

Ciò che ci impedisce di ridurre le tasse – aumenteranno di 1,2 miliardi di euro nel 2014 – non è il deficit, ma il debito che continua a crescere. Alla fine dell’anno raggiungerà il 133% del Prodotto interno lordo (Pil), trenta punti in più in un decennio. Nonostante i tassi siano molto bassi, oggi spendiamo 85 miliardi l’anno per gli interessi, il 5,4 per cento del Pil. Ma prima o poi i tassi aumenteranno: sia perché saliranno i tassi americani, sia perché il nostro spread si allargherebbe di nuovo se gli investitori si preoccupassero di un debito troppo elevato. È indispensabile quindi farlo scendere, allontanandoci da una soglia di guardia che preoccupa gli investitori e ci espone al rischio che un giorno i mercati possano rifiutarsi di sottoscrivere i titoli emessi dallo Stato.

Ci sono due modi per ridurre il debito: tassare la ricchezza privata mediante un’imposta patrimoniale (che dovrebbe essere assai elevata per ridurre significativamente il debito), oppure ridurre lo spazio che lo Stato occupa nell’economia privatizzando imprese e vendendo immobili. A noi pare che la seconda sia la strada da seguire dato il vasto spazio che Stato e amministrazioni pubbliche occupano nella nostra economia.
Si era cominciato a farlo negli anni Novanta. Poi, governo dopo governo, sia di centrodestra che di centrosinistra, si è ricaduti in un vecchio errore: illudersi che la «politica industriale », cioè dirigismo e imprese pubbliche, possano produrre crescita. Invece, come si è visto anche recentemente con i casi di Finmeccanica e Alitalia (e come accade ogni giorno in modo meno visibile in migliaia di imprese controllate da Comuni e Regioni) finiscono per generare corruzione e costare miliardi ai contribuenti. Ha ragione quindi il ministro Saccomanni a insistere con le privatizzazioni.

Ma non appena si parla di privatizzare, si levano cori indignati sul «valore strategico » di questa o quell’impresa, su quanto sia essenziale che essa rimanga «italiana ». E subito si ricordano i «disastri » delle privatizzazioni del passato. Spesso questi cori servono solo a proteggere una cordata di imprenditori italiani, come quelli che acquistarono Alitalia dopo che lo Stato si era accollato 3 miliardi di debiti e che, trascorsi solo cinque anni, sono falliti una seconda volta. Oppure a non disturbare il connubio tra qualche politico e qualche impresa pubblica.
Guardate invece al Nuovo Pignone: venduto dallo Stato alla General Electric negli anni Novanta, il Pignone è cresciuto diventando un’eccellenza mondiale nel settore delle turbine. Merito di un’azionista intelligente, ma soprattutto di lavoratori e dirigenti di grande valore. Alla General Electric non verrebbe mai in mente di spostare altrove quell’azienda. Sarebbe stato meglio vendere Ansaldo energia alla Doosan, una grande azienda industriale sudcoreana, anziché alla Cassa depositi e prestiti, un ente pubblico che non ha alcuna esperienza nel settore dell’energia. Fra l’altro, questa non è una vera privatizzazione dato che il maggiore azionista della Cassa è lo Stato.

La cessione delle quote che il ministero dell’Economia ancora possiede in Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, Fincantieri, Poste Italiane, Sace, ST Microelectronics e Cassa depositi e prestiti produrrebbe circa 60 miliardi di euro. Le Ferrovie da sole, secondo alcune stime, altri 36. A questi si aggiungono le aziende pubbliche locali: Roberto Perotti e Luigi Zingales stimano il loro valore in circa 30 miliardi. Infine vi sono gli immobili, che è però molto difficile valutare e spesso ancor più difficile (ma non impossibile) vendere: secondo alcune stime il loro valore è di circa 300 miliardi. In totale il 6% del Pil dalla cessione di quote azionarie, e fino al 15% dalle cessioni immobiliari.

Si cita spesso Telecom Italia come esempio di una privatizzazione fallita. Ma di chi è stata la colpa? Certamente dei privati, in primis di Roberto Colaninno, che hanno acquistato Telecom a debito e trasferito quei debiti sull’azienda, affossandola. Ma come è potuto accadere? Chi lo consentì?

Il governo di allora, presieduto da Massimo D’Alema, non si chiese quali sarebbero state le conseguenze industriali dell’Opa (Offerta pubblica di acquisto). Avrebbe potuto intervenire, usando il pacchetto di azioni – piccolo ma determinante – ancora possedute dal ministero dell’Economia (perplesso sull’Opa), decise però di non farlo. Fu una scelta non priva di conseguenze (e, a posteriori, di colpe). E comunque per una Telecom finita male c’è un marchio come Pavesi risorto, una Autogrill che, acquistata dalla famiglia Benetton, è diventata il leader mondiale nella ristorazione aeroportuale. La stessa famiglia non ha avuto altrettanto successo con gli Aeroporti di Roma, una società soggetta a forte regolazione pubblica e quindi a influssi politici diretti. Un’esperienza che dimostra come in Italia il rapporto tra privati e una politica regolatrice incapace di svolgere il suo ruolo non funziona.
Se davvero privatizzare è tanto difficile, rimane solo una strada per ridurre il debito: tassare i contribuenti onesti. Intanto i ricchi, preoccupati dalla possibilità che la loro ricchezza venga colpita da una patrimoniale una tantum , l’avranno già nascosta all’estero.


Un futuro da Rumor per il pavido Letta
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 novembre 2013)

È più che probabile che il governo di Enrico Letta riesca a superare anche l’ostacolo rappresentato dal caso Cancellieri. Non tanto perché contro le dimissioni del ministro della Giustizia si sia espresso il Pdl-Forza Italia in nome del proprio tradizionale garantismo e nel desiderio di sottolineare le differenze di comportamento di magistratura e sinistra sulle telefonate della Cancellieri per Giulia Ligresti e su quelle di Berlusconi per Ruby. Quanto perché il Pd non è ancora pronto a staccare la spina al governo delle larghe intese.

Deve attendere l’elezione plebiscitaria di Matteo Renzi alla segreteria. E solo dopo aver compiuto questa operazione, che nella convinzione di larga parte del partito dovrebbe assicurare una larghissima vittoria del Pd alle prossime elezioni, provocherà la fine delle tanto detestate larghe intese e il ricorso alle elezioni anticipate. Per questo motivo l’eventuale superamento dell’ostacolo-Cancellieri non comporta alcun sospiro di sollievo per Enrico Letta. Il presidente del Consiglio sa ormai che il proprio esecutivo fondato sulla collaborazione tra Pd, Pdl e Scelta Civica è condannato.

E deve solo attendere il momento in cui la condanna verrà eseguita da chi avrà la forza di assumersi la responsabilità di dare il colpo finale ad una esperienza politica che tutti hanno sempre considerato come un accidente temporaneo da superare il più presto possibile. Letta, che non è affatto uno sprovveduto, ha capito benissimo che il governo ha i giorni contati. E ha scelto di usare la coda delle larghe intese per accreditarsi all’interno del Pd e della sinistra tutta come l’uomo che è riuscito a sfruttare abilmente l’emergenza su cui ha sempre poggiato il suo esecutivo per provocare la spaccatura del centrodestra.

A Renzi l’attuale Presidente del Consiglio vuole portare in dono la spaccatura del Pdl-Forza Italia. Nella convinzione che questo titolo di merito gli garantirà un futuro, sia pure da comprimario e non da primo attore, anche nella ormai imminente Era renziana. Se Letta avesse voluto tentare di diventare, in alternativa a Renzi, il protagonista degli anni a venire, avrebbe dovuto avere il coraggio di trasformare la formula emergenziale delle larghe intese in un progetto politico di lunga durata. Cioè avrebbe dovuto lavorare non solo per provocare la spaccatura del Pdl ma anche quella del Partito Democratico.

E mettersi alla testa della formazione neocentrista che si sarebbe dovuta formare attraverso l’incontro tra i neo-popolari del centrodestra, gli ex popolari della sinistra e gli aspiranti popolari dei montiani di Scelta Civica. Ma Letta non ha avuto il coraggio di compiere una operazione così azzardata. Ha preferito lavorare solo sul versante del centrodestra per separare i cosiddetti innovatori di Angelino Alfano dai lealisti berlusconiani. E oggi si ritrova a contare i giorni che ancora lo vedranno presente a Palazzo Chigi e a sperare di poter ottenere nell’era renziana prossima ventura almeno un posticino di ministro.

Insomma, poteva essere un De Gasperi e arriverà al massimo a diventare un Rumor! E che tristezza per gli innovatori di Alfano! Che, nella migliore delle ipotesi, potranno diventare dei post-dorotei e mendicare qualche posticino di sottogoverno presso il novello San Matteo, miracolistico moltiplicatore delle tessere del Pd.


Luttwak sulla Cancellieri
Comunicato stampa da “la Zanzara”
(da “Dagospia”, 5 novembre 2013)

“Cancellieri? Questa storia qui ha avuto un impatto, è incredibile che non si sia dimessa immediatamente. Lei non può intervenire su una singola persona, è come se avesse rubato un mobile nel suo ufficio. Le persone accusate avevano fatto guadagnare il figlio, lei è stata presa con le mani nel sacco“. Così Edward Luttwak, politologo americano, a La Zanzara su Radio 24.

Quello che ha fatto – dice – è rubare nel pubblico e mettere nel privato. In altri paesi avrebbero dato subito le dimissioni. Tutte le scuse fanno ridere. Letta aveva promesso quando è venuto in America che finalmente l’Italia avrebbe adottato altri comportamenti come altri paesi europei, non africani. E questa promessa viene subito tradita. Letta doveva buttarla fuori dal governo“.

Dice ancora Luttwak: “Come ministro non poteva intervenire con una persona che conosce. E‘ assurdo, è palese, ovvio, evidente. La Idem ha fatto bene a dimettersi anche per una piccola cosa. Il fatto che la Cancellieri non lo faccia significa che l’Italia è un paese dell’Africa, dove trovano resti umani nel frigorifero e i leader non si dimettono“.

“Un ministro – prosegue Luttwak – può intervenire per qualcosa che beneficia qualsiasi individuo, ma solo per un interesse pubblico, non per un legame privato. Qui c’è anche un legame economico attraverso il figlio. Forse ha fatto liberare la Ligresti perché ricattata dalla famiglia. Tutte le possibilità si aprono. In America, e non solo, ci sarebbero state le dimissioni istantanee, in un nanosecondo”.


Quando la concussione è a targhe alterne
di Vittorio Sgarbi
(da “il Giornale”, 5 novembre 2013)

Ci è arrivato persino Travaglio in uno dei suoi articoli prolissi, per i quali non gli basta più la prima pagina. Delle due l’una: se Berlusconi è colpevole di concussione, lo è anche la Cancellieri; se la Cancellieri è innocente, lo è anche Berlusconi. Con la non marginale differenza che Ruby, «raccomandata » come Giulia Maria Ligresti, non era in carcere per un reato grave. Travaglio insiste nell’escludere che i magistrati chiamati dalla Cancellieri siano intervenuti ma, nei fatti la richiesta degli avvocati, inizialmente respinta, viene accolta solo «dopo » la segnalazione del ministro (che ne dà conto, via sms intercettato, ad Antonino Ligresti) reinterpretando la stessa perizia del medico che «prima » non era stata ritenuta sufficiente. Per Travaglio (e per Caselli) i magistrati hanno agito «autonomamente », ma è impossibile che, pur mostrando di non essere stati influenzati o aver agito per la «sollecitazione » del ministro, non siano stati informati del suo desiderio e delle sue preoccupazioni. E infatti il ministro pone proprio queste «preoccupazioni » a fondamento del suo intervento.

Le posizioni di partenza, come esponenti del governo, di Berlusconi e della Cancellieri, sono identiche. E identiche le loro pressioni ai sottoposti pur senza pretese e con argomenti persuasivi. Ma c’è una differenza sostanziale. Ruby era una poveraccia, una sottoproletaria extracomunitaria, abbandonata a se stessa, senza genitori illustri, senza avvocati zelanti, trattenuta in Questura, ma non in stato di arresto per ordine di un magistrato. Una ragazza sola, con un amico potente, e non indagata. Berlusconi ha avuto 7 anni di condanna per averle risparmiato 4 ore di sosta notturna in Questura! Nient’altro. Nessun abuso o richiesta che non potesse essere accolta, legittimamente, da funzionari di Polizia. I magistrati di Milano, «fuorilegge », hanno chiamato concussione una raccomandazione, sostanzialmente paterna (di «Papi » si tratta). E concusso un poliziotto zelante, lusingato e in soggezione più o meno come Piergiorgio Odifreddi al telefono con il finto Bergoglio. Un’azione giudiziaria spropositata, insensata, strumentale e di natura politica.

Oggi Caselli chiama intervento umanitario una dimostrazione di amicizia (fondata anche su interessi economici) da parte di un ministro (della Giustizia) con una famiglia di potenti. E un altro giornalista, sempre sensibile al buono e al giusto, Massimo Gramellini, su la Stampa, non sfugge al confronto con la telefonata di Berlusconi, ma aggiunge maliziosamente: «Un ministro non può avere amici, soprattutto certi amici » (con cui non è marginale che abbia lavorato, molto locupletato, il figlio) «perché la sua amicizia, ovviamente legittima, con una delle famiglie più chiacchierate d’Italia, contraddice la “narrazione ” della «persona semplice e di buon senso che ama circondarsi di persone semplici e di buon senso, mica di squali e squalette della finanza ». Perfetto, peccato che il gentile, educato e per bene Gramellini, chiami sgarbatamente «squaletta » una ragazza, una figlia, fragile e malata come hanno riconosciuto i magistrati, e forse vittima di una storia più grande di lei.


Dietro la sfiducia individuale l’incidente che può aprire la crisi
di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 5 novembre 2013)

È lunedì, i corridoi felpati di palazzo Madama sono disabitati, «ma domani, quando parlerà il ministro Cancellieri, ci saranno tutti », assicura il senatore Paolo Naccarato, vecchia volpe della Prima Repubblica che fa una «lezione » di metodo su quel che si prepara: «I parlamentari del Cinque Stelle hanno presentato una mozione di sfiducia nei confronti del ministro? Bene, quello di solito è il miglior modo per ricompattare maggioranze di qualsiasi tipo. E su questo non c’è differenza tra Prima e Seconda Repubblica, è proprio una legge della politica ». I precedenti danno ragione al senatore Naccarato: negli ultimi 20 anni tutte le mozioni di sfiducia, individuali hanno fatto flop, quasi a prescindere dal peso delle argomentazioni. Nel passato ne sono usciti indenni personalità come Tommaso Padoa Schioppa o Guido Carli, ma anche personaggi più controversi come Antonio Gava o Gianni Prandini. Per non parlare delle mozioni di sfiducia che il 14 dicembre 2010 sembravano poter abbattere il governo Berlusconi e invece furono respinte. Certo, la mozione di sfiducia individuale presentata ieri dai Cinque Stelle non è all’ordine del giorno, deve essere ancora calendarizzata, se ne riparlerà nelle prossime settimane e d’altra parte votazioni sul caso-Cancellieri non sono previste dal regolamento neppure oggi al termine dell’informativa urgente del ministro, che parlerà prima al Senato e poi alla Camera.

Ma è altrettanto vero che da qualche giorno nel Palazzo sta serpeggiando una novità poco promettente per il governo. Sta prendendo corpo un «luogo » politico e mentale che non c’era nelle settimane precedenti: l’idea che l’incidente casuale possa far franare tutto. Dice un parlamentare emergente come Rocco Palese, capogruppo Pdl nella Commissione Bilancio di Montecitorio: «Non c’è dubbio, l’imprevisto è dietro l’angolo e questo a prescindere dalla volontà dei singoli o dei partiti. In Parlamento si vive alla giornata e ogni piccolo problema può diventare una mina che rischia di far precipitare la situazione. Il caso-Cancellieri è esemplare: il ministro è fuori dalle logiche dei partiti, eppure ha finito per conquistare la ribalta e sarà comunque motivo di tensioni ». Annuisce un parlamentare di lungo corso come Nicola Latorre del Pd: «Le ragioni che consigliano una tenuta sono ancora prevalenti, ma non c’è dubbio che una certa instabilità è diventata elemento strutturale della coalizione ».

Certo, nelle dichiarazioni pubbliche e anche private di Pd e Pdl, nessuno sembra intenzionato a cavalcare il caso-Cancellieri. Esemplari le parole di Gianni Cuperlo, uno dei candidati alla leadership del Pd: «Di fronte al caso della scarcerazione della Ligresti, la domanda che dobbiamo porci è se in questo Paese si sarebbe garantito lo stesso trattamento a qualunque altro cittadino e cittadina. Se dal ministro Cancellieri verrà una parola chiara, sarà un elemento sufficiente ». Ma nella logica dell’incidente che fa cadere tutto, la giornata di oggi presenta qualche incognita. Soprattutto per la personalità del ministro, che nelle ultime ore ha chiarito come le sue categorie – l’onore, l’umanità – siano diverse da quelle dei politici di professione. La tensione polemica che oggi pomeriggio sarà accesa dai parlamentari del Cinque Stelle potrebbe trovare qualche sponda in interventi volutamente ambivalenti da parte di deputati e senatori della maggioranza interessati a far precipitare la situazione. Davanti ad una fiducia venata da riserve, come si comporterà il ministro che tiene in primo luogo all’integrità del proprio onore? Un altro personaggio di grande esperienza come l’ex ministro Gianfranco Rotondi non ha dubbi: «Prima o poi l’incidente farà contenti tutti: Berlusconi che si immagina protagonista intoccabile di una contesa elettorale che allontani iniziative temerarie della magistratura, Renzi che oggi ha le chiavi di palazzo Chigi e fra un anno chissà, e in fin dei conti anche Letta che a differenza di Monti può uscire in bellezza ». Ma, proprio perché le vere incognite oggi saranno «ambientali », Enrico Letta oggi sarà a fianco della Cancellieri sia al Senato che alla Camera.


Caro ministro Cancellieri, ecco perché dimettersi è un dovere
di Francesco Merlo
(da “la Repubblica”, 5 novembre 2013)

Caro ministro, cara Annamaria, in Italia si dimettono gli innocenti e invece resistono, con le unghie e con i denti, i colpevoli e soprattutto i furbi. E le persone perbene come te si devono dimettere anche per non farsi sporcare dai difensori pelosi che, in questo caso, esibiscono più pelo delle scimmie quando ti assimilano a Berlusconi e al suo reato di concussione nella vicenda Ruby.

Sperimentano su di te una sofisticata variante della macchina del fango: con sapienza offensiva ti attribuiscono sui loro giornali ogni nefandezza sino ad equiparare la telefonata, che hai fatto ai dirigenti del dipartimento penitenziario a favore di Giulia Ligresti, a quell’altra telefonata, che Berlusconi fece ai funzionari della questura di Milano per sottrarre alle istituzioni la prostituta minorenne che “proteggeva” e affidarla, come nipote di Mubarak, alle discinte emissarie del suo gineceo privato: una vera porcheria di Stato. Dunque ti attribuiscono lo stesso ripugnante reato che ha commesso lui e poi ti blindano politicamente perché, in questo gioco di specchi deformanti, riflettono lui in te, e ti difendono per ripulirlo, e ti imbrattano per difenderlo. E io sono certo, conoscendoti, che tu senti, ad ogni loro parola di difesa, il diavolo che sguazza nell’acqua santa.
Io conosco la tua sensibilità antimafia, il coraggio che hai mostrato come ministro dell’Interno, il tuo equilibro di prefetto al di sopra delle parti, ma credo che la divulgazione delle tue telefonate con la famiglia Ligresti, una famiglia di malfattori finanziari, tra i quali c’è pure un dorato latitante, abbia ormai determinato un inquinamento ambientale e abbia fatto esplodere il conflitto – si diceva un volta – tra la Corona e i sentimenti privati, tipico della gabbia-istituzione che non sopporta la lievità delle buone intenzioni, non riconosce specialità, non distingue ma livella anche nel caso dei malati, tutti i malati, senza differenze di nome, di rango, di parentele, di numeri di telefono.

So bene che in Italia a volte solo la raccomandazione, che è scorciatoia e personalizzazione, riesce a svegliare l’istituzione e anche io, come tutti, non penso che sia reato né che sia riprovevole, finché però non delegittimi l’istituzione facendosi essa stessa istituzione, finché non privatizzi lo strumento pubblico.

Giulia Ligresti, come ha testimoniato Giancarlo Caselli, è stata tirata fuori dalla sua cella perché il suo caso era in mano a magistrati attenti e perché ha dei buoni avvocati. Il tuo intervento è stato forse ininfluente. Ma senza il bisogno di ricorrere al senno di poi, devi ammettere che è assolutamente necessario che un ministro segnali i casi di disagio, come tu hai fatto per ben 109 volte, in silenzio e in solitudine, senza mai cercare il grazie dei parenti del reo, senza comunicare alla banda – allo “zio” della banda: “segnalazione fatta”, cioè missione compiuta, senza privatizzare mai il tuo “sono a disposizione”.

Tu sei a disposizione dell’Italia ed è giusto che tu abbia una particolare sensibilità per la condizione carceraria, che in Italia è spesso tortura, ma quelle telefonate inscrivono il tuo intervento non solo alla tua umanità, ma anche a quel grumo di rapporti e di sentimenti privati che coinvolgono, come si capisce bene dalle intercettazioni, l’affetto e il rancore, l’accusa di ingratitudine e i sensi di colpa, “io, guarda, avrei dovuto chiamarti prima, non fare complimenti, qualunque cosa io possa fare …”. E c’è anche quel loro parlare di te in modo sguaiato, come se tu dovessi a loro la tua bella carriera, come se il tuo atto fosse loro dovuto, come se tu fossi quel che sei anche grazie ai Ligresti e ai loro affari, che sono malaffari. Millantano? Inventano? Sicuramente inquinano e aggravano quel che io chiamo la tua incompatibilità ambientale.

Nessuno aveva mai sollevato il ben più piccolo sospetto su di te, nessuno stava appostato per tenderti un agguato. È stato un fulmine a ciel sereno per tutti. E qui c’è anche il sospetto odioso, ben alimentato dal cattivo umore dei Ligresti, che tuo figlio fosse lì perché era amico e che dunque questo sia anche un ordinario caso di interfamilismo: noi a tuo figlio, e tu a nostra figlia; la tua famiglia e la mia famiglia. Come fermare questi sospetti? Anche solo per aiutare il tuo Piergiorgio a chiarire il suo ruolo, e a liberarsi di quell’alone di unto che gli lascia addosso una liquidazione legittima ma spropositata, dovresti dimetterti: volevi fare del bene alla figlia loro e rischi di fare del male al figlio tuo.

E non senti, acquattato nell’ombra, il solito razzismo che insinua, già nel linguaggio, la combine familistica tra gli intrallazzatori di Paternò e la parte siciliana della tua famiglia?

Sei stata, non solo ai miei occhi, un buon ministro per l’Italia, contro i cattivi poliziotti quando era il caso, e a favore della polizia quando bisognava, mai per partito preso. Hai finalmente dato un qualche ristoro, sin dove ti è stato possibile, alla famiglia Cucchi che te lo ha riconosciuto. Hai lavorato non solo per l’amnistia ma per ridare un po’ di umanità al sistema carcerario, inseguendo persino il progetto di un carcere modello costruito in Italia da Renzo Piano … Ecco: le tue dimissioni non sono più un problema solo tuo. Coinvolgono tutti noi italiani che crediamo ancora nella uguaglianza della legge e nella imparzialità dei servitori dello Stato, quelli di cui purtroppo si è perso lo stampo originale.

Io credo infine che solo le dimissioni ti restituiscano un futuro a testa alta e orizzonti puliti. Non puoi essere un ministro dimezzato, come un Alfano qualsiasi; né, come un secondo Monti, puoi farti logorare e imprigionare dalla peggiore politica italiana, carne da macello di Grillo, foglia di fico di Berlusconi. In Italia le dimissioni, non offerte ma date prima che ti ci costringano, nobilitano e sono eleganza. Quando avranno bisogno di te verranno di nuovo a cercarti.


Caso Ligresti: Anna Maria Cancellieri, un Guardasigilli ricattabile?
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 4 novembre 2013)

A dimostrazione di come in Italia, una volta toccato il fondo, sia sempre possibile mettersi a scavare arrivano le annunciate non dimissioni di Anna Maria Cancellieri. La ministra della Giustizia a poche ore dall’arresto di un noto pregiudicato per tangenti (don Salvatore Ligresti) ha telefonato alla sua compagna.  E, dopo essersi scusata per non aver chiamato prima (il minimo, visto che lo storico mazzettaro era sotto inchiesta da mesi per falso in bilancio e aggiotaggio), ha espresso solidarietà alla donna. Poi, per la gioia degli azionisti della FonSai rovinati dalle scorribande dell’indagato e della sua famiglia, le ha ripetuto per due volte che quanto era accaduto non era “giusto”. Infine ha chiuso e ha detto: “Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me, non lo so cosa possa fare, però guarda son veramente dispiaciuta”.

In qualunque democrazia degna di questo nome una telefonata come questa sarebbe bastata da sola per spingere qualsiasi governo a dare alla Cancellieri il ben servito. Qui no. Nel Belpaese arriva invece la fiducia a prescindere ancor prima che la Guardasigilli chiarisca dettagliatamente in Parlamento i suoi rapporti con il pregiudicato.

Vedremo cosa accadrà alle Camere (poco immaginiamo). Per ora si può solo dire che, pure dopo le numerose interviste, i fatti da spiegare restano ancora molti. Qualche esempio: don Salvatore era il proprietario della casa dove viveva e vive il figlio della ministra ed era l’azionista di maggioranza della società per cui il giovane manager lavorava (ne è uscito con una liquidazione da 3,6 milioni di euro). Tutto questo ha influito sulla decisione della Guardasigilli di chiamare una persona che non sentiva da mesi? E ancora: perché la Cancellieri dopo l’inchiesta Mani Pulite che aveva portato in carcere sia Salvatore che suo fratello Antonino (quest’ultimo ha confessato tangenti alla Guardia di Finanza per 150 milioni di lire) ha continuato a frequentarli? Era opportuno e giusto per un funzionario dello Stato?

Non pensa la ministra che così facendo ha permesso a don Salvatore di sostenere, in un interrogatorio di pochi mesi fa, di averla sponsorizzata con Silvio Berlusconi in occasione di un passaggio importante della sua carriera prefettizia? Affermazione che se è vera (ma lei smentisce) racconta come la Cancellieri avesse dei debiti di gratitudine nei confronti del pregiudicato siciliano. E che se è falsa conferma invece la grave imprudenza dimostrata nel coltivare l’amicizia con dei personaggi come i Ligresti e nel continuare a rivendicarla (“con Antonino abbiamo un rapporto trentennale”, dice ora).

Di tutto questo però in  un paese messo in ginocchio dai tengo famiglia e degli amici degli amici si discute assai poco. Si sprecano invece gli elogi perché la Guardasigilli ha di fatto mantenuto la parola data alla compagna di don Salvatore: un mese dopo la telefonata del “conta su di me” la Cancellieri parla infatti con l’altro mazzettaro di famiglia (Antonino) e poi segnala alla direzione delle carceri le cattive condizioni di salute di una delle figlie di don Salvatore, Giulia, detenuta nonostante una fortissima anoressia e per questo poi scarcerata dalla magistratura.

Così oggi, con il sostegno di quasi tutte le larghe intese, la ministra ripete di essere orgogliosa di come si è comportata e spiega di essersi mossa solo per “umanità”, esattamente come aveva fatto con altri 110 carcerati. A suo dire il fatto che la procura di Torino abbia ricordato come la giovane Ligresti sia uscita di prigione senza che sui pm fossero avvenute pressioni di sorta, conferma la correttezza del suo operato.

L’autodifesa, va detto chiaro, è però solo una squallida furbata. È un inganno che finisce per infangare anche le parti buone della carriera – prima come prefetto e poi come governante – di Anna Maria Cancellieri.  Ma c’è poco da stupirsi. Per preoccuparsi della propria reputazione è necessario averne una. Ma ormai la Guardasigilli dei Ligresti una reputazione non ce l’ha più.

In questa storia, infatti, il punto non sono i poteri del ministro che, come responsabile delle carceri, segnala ai vertici del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) i casi di detenuti a rischio di cui viene a conoscenza . In discussione ci sono invece i suoi doveri.

Un esponente di governo non telefona alla compagna di un pregiudicato appena riarrestato e men che meno si mette a disposizione. Se lo fa, immaginando oltretutto che la linea sia sotto controllo, accetta il rischio di infangare se stesso e l’istituzione che rappresenta. Un prefetto come la Cancellieri può benissimo essere amica e frequentare, senza saperlo, dei corruttori, ma quando scattano le manette e poi arrivano le condanne interrompe i rapporti. Oppure cambia mestiere.

Se non lo fa spalanca la porta a qualsiasi sospetto. Persino a quello infamante di essere in qualche modo ricattabile:  o dai Ligresti o dal blocco di potere da sempre presente alle loro spalle. Se non tronca subito ogni relazione permette ai cittadini di pensare che anzi è stata messa lì proprio per quello. Seduta a Roma su una poltrona chiave, la Giustizia, che ora non per caso nessuno, o quasi, le vuole togliere.


I favoritismi ai Ligresti
di Ottavia Giustetti e Paolo Griseri per “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 5 novembre 2013)

L’importanza di chiamarsi Ligresti. Non solo Giulia, e l’intervento «umanitario » del ministro Cancellieri. Ma anche la primogenita, Jonella, ha avuto una sorte benevola se paragonata alle decine di migliaia di detenuti nelle carceri italiane. Non proprio un ritorno a casa per lei ma almeno il soggiorno in un carcere più gradito alla famiglia, a poca distanza dal quartier generale del patriarca, in via Ippodrono, a Milano. E se la sorella finisce a San Vittore, il fratello Paolo ha avuto la fortuna sfacciata di una cittadinanza elvetica capitata a fagiolo tre settimane prima del mandato di cattura.

Emergono nuovi particolari sulle vicende seguite al d-day del 17 luglio scorso, quando don Salvatore e i tre figli vennero raggiunti dai provvedimenti della Procura di Torino, ultimo sigillo alla fine di un impero. Particolari che mettono in evidenza incongruenze, incredibili sottovalutazioni, favoritismi forse inconsapevoli.

Il viaggio lampo di Jonella parte dal resort di famiglia in Sardegna, dove viene arrestata. Transita per il carcere di Cagliari prima e quello di Torino poi, per finire (in tempi giudiziariamente molto rapidi) a San Vittore. Che ha il vantaggio di essere a poca distanza dalla casa di famiglia ma lo svantaggio di trovarsi a 150 chilometri dagli uffici della Procura di Torino titolari dell’inchiesta. Com’è stato possibile?

Il 1 ° ottobre la Procura di Torino invia un fax di routine al carcere delle Vallette chiedendo il trasferimento della detenuta Ligresti Jonella per un interrogatorio. È con un certo stupore che i pm leggono la risposta: «L’invito a comparire non deve essere inviato al carcere di Torino ma a quello di Milano dove la detenuta attualmente si trova ».

Come mai Ligresti è finita a Milano? Chi ha deciso il trasferimento nella sua città, quella dove la famiglia, pur nella disgrazia, continua ad avere contatti e relazioni? Il direttore delle Vallette, Giuseppe Forte, ricostruisce l’accaduto: «Ricordo che fu la detenuta a presentare domanda di trasferimento. Io mi limitai a ricordare la procedura che, nei casi di detenzione preventiva, prevede un nulla osta della Procura prima della decisione del Dap », il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria oggi diretto da Giovanni Tamburino.

Questa procedura è stata seguita da Jonella Ligresti? «Certamente. Anche se dopo aver dato quelle spiegazioni io non ne seppi più nulla. I legali, ottenuto il nulla osta, hanno trattato direttamente con il Dap di Roma. Un giorno mi è arrivato l’ordine di trasferirla a San Vittore ». Gli avvocati avrebbero potuto comportarsi diversamente? «In genere queste pratiche si trattano con il carcere e il Dap locale. In questo caso non è andata così ».

Con chi trattarono a Roma i legali di Jonella Ligresti per ottenere un avvicinamento a casa che molti detenuti italiani sognano per anni senza ottenere soddisfazione?
Chi fu negli uffici della capitale ad agevolare i desiderata della figlia del patriarca? Lucio Lucia, uno degli avvocati di Jonella, non mette a fuoco con precisione i contorni della vicenda: «Non ho un ricordo preciso. So che faticai a trovare degli agganci. Ho in mente con precisione il giorno che cercai su internet il numero di telefono del Dap.

Mi rispose un signore gentile di cui non ricordo il nome che mi disse che non poteva fare nulla per il nostro caso ». Anche l’avvocato Lucia, infatti, dice di cadere dalle nuvole all’inizio di ottobre: «Sono andato al carcere di Torino per parlare con la mia assistita ma mi hanno detto che era stata trasferita a Milano ».

All’insaputa. Qualcuno dunque è intervenuto indipendentemente dall’interessamento dell’avvocato per trasferire Jonella a San Vittore? Chi ha tirato le fila nel gioco di prestigio che in poche settimane porta la signora dal Tanka Village di Costa Rei a piazza Filangeri? Il pm di Torino, Vittorio Nessi, sostiene di aver dato il nulla osta al trasferimento «perché in questi casi, se non ho particolari esigenze, concedo sempre il parere favorevole ». Ma quel parere, è questo il problema, non basta. È necessario il sì dei vertici del Dap ed è indubbio che quel via libera sia arrivato con particolare sollecitudine. Da chi? Dai due vice capi a suo tempo «sensibilizzati » dal ministro per il caso di Giulia?

Delle due sorelle Giulia è stata scarcerata per motivi umanitari come dirà anche oggi al Parlamento il ministro Guardasigilli tentando di spostare il focus della vicenda dalla telefonata di solidarietà del giorno degli arresti all’interessamento di agosto sulle condizioni di salute della detenuta. La seconda sorella, Jonella, è stata celermente trasferita al carcere sotto casa nonostante fosse in detenzione cautelare per iniziativa di una procura che si trova a 150 chilometri di distanza.

Il terzo fratello, Paolo, è stato ancora più fortunato: è diventato cittadino svizzero il 26 giugno, 21 giorni prima dei mandati di cattura. Ora il procuratore federale di Lugano, John Noseda, sta indagando per capire se quella cittadinanza è valida o se Paolo ha dichiarato il falso sostenendo di non avere indagini in corso a suo carico in Italia. In quel caso gli verrebbe annullata la concessione della cittadinanza e ritirato il passaporto. Per il momento comunque Paolo rimane a Lugano. Rispetto a quella di tanti altri detenuti la sorte dei tre fratelli è stata benigna. L’importanza di chiamarsi Ligresti.


Qui il Video di Ezio Mauro.

Qui il Video di Luttwak.


Mediaset, Berlusconi: “In arrivo le carte dagli Stati Uniti”
di Redazione
(da “Libero”, 5 novembre 2013)

«Sono in arrivo delle carte dall’America in grado di riaprire il processo sui diritti Mediaset », rivela Silvio Berlusconi ai dirigenti ricevuti in questi giorni ad Arcore. Salvo lasciarli poi a bocca asciutta: «Non posso dirvi di più ». Se non che lui, il Cavaliere, cerca «giustizia e verità, non la grazia ». Concetto ribadito anche a chi perora la strada del provvedimento di clemenza: Angelino Alfano, ricevuto in serata a villa San Martino dopo una puntata pomeridiana al Quirinale.

Il confronto tra i due, Berlusconi e Alfano, rimane aperto. Perché l’ex premier, nelle ultime ore, è sembrato di nuovo propendere per le posizioni dei falchi. E perché il delfino adesso chiede modifiche allo statuto di Forza Italia che garantiscano il pluralismo interno e vuole parole di chiarezza sul sostegno al governo. Parole che ad Arcore non vengono pronunciate. Tutt’altro: «Il Pdl non voterà la legge di stabilità se rimane come è adesso », è tutto il weekend che Silvio ripete questa minaccia. La penna rossa non basta: «Non va corretta, ma proprio riscritta da capo. E deve essere in linea con il nostro programma su Iva, Imu e cuneo fiscale ». In caso contrario, il voto azzurro sarà no: «Darò indicazione di votare contro. E », fa il duro, «se i governativi non si adeguano, allora föra da i ball! ». Tuttavia c’è anche chi descrive un Silvio meno drastico. Che continua a cercare Alfano: «Se me lo lasciassi scappare », ha confessato, «darei un’immagine di debolezza, farei la figura di quello che si perde i pezzi ».

Nel frattempo, però, i lealisti segnano un punto: il consiglio nazionale sarà anticipato a metà novembre. Tanto che le colombe adesso minacciano di boicottarlo, semmai dovessero fiutare la trappola. Un voto, cioè, per decidere a maggioranza l’addio al governo o le dimissioni dei ministri in caso di decadenza . L’ordine del giorno del consiglio «deve essere concordato prima » e «va blindato », ha insistito anche ieri sera Alfano. Non solo. Il vice premier, pur concordando con l’esigenza di modificare la legge di stabilità, ha chiesto una parola certa e definitiva «sul sostegno del Pdl al governo », senza più tentennamenti. Una garanzia che Berlusconi non può dare, non vuole dare: «Enrico Letta si era preso degli impegni a proposito della cancellazione della tassa sulla casa e adesso se li è rimangiati. È inaffidabile ». E se per avventura l’esecutivo dovesse superare la prova della legge di stabilità, l’ultima settimana di novembre al Senato si voterà sulla decadenza di Silvio. E il Cavaliere ha già detto che, il giorno dopo la defenestrazione, sarebbe impossibile governare fianco a fianco con i suoi «carnefici ». L’ex premier sfoglia il calendario. Se apre la crisi sulla manovra, riuscirebbe a sfruttare la finestra elettorale di marzo. L’ultima a sua disposizione. Perché se poi comincia l’affidamento ai servizi sociali, «si inventeranno sicuramente qualche forma di restrizione per non farmi fare campagna elettorale ». Lui, invece, solo a quella pensa. Ad Arcore sta lavorando alla riorganizzazione di Forza Italia, con la nascita dei club in tutte le città d’Italia e il dispiegamento delle «sentinelle della libertà » in tutte le Province.

Rimane insoluto il problema della premiership. Con Silvio fuori gara, bisogna trovare un’alternativa. Che, a questo punto, non può essere Alfano: «Una parte del nostro elettorato », spiega Silvio, «considera ciò che è successo il 2 ottobre al Senato come un tradimento ». L’indisponibilità della figlia Marina rende ancora più ardua la scelta del competitor da opporre a Matteo Renzi. Anche se, in realtà, le aziende di famiglia offrono più alternative al Cavaliere. Ieri per esempio, a Villa San Martino, girava tra le varie ipotesi anche quella di far scendere in campo uno dei direttori delle testate giornalistiche del gruppo: Giovanni Toti. L’ex primo ministro ha infine liquidato sul nascere l’ipotesi delle primarie: «Una fesseria, non servono. Decido io ».


Berlusconi e Alfano
di Ugo Magri per “La Stampa”
(da “Dagospia”, 5 novembre 2013)

Squilla sabato il cellulare di Alfano, che in quel momento si trova a Barcellona, e dall’altro capo ecco la voce inconfondibile del Cavaliere: «Angelino », gli fa Silvio quasi paterno, «qui bisogna che ci vediamo e parliamo a quattr’occhi, perché questo ping-pong di liti quotidiane fa solo del danno… ». In verità di polemiche io non ne sto facendo, prova a rispondere il vice-premier, «semmai ne sono il bersaglio ».

E Berlusconi, prontissimo: «Hai ragione, ma ho già provveduto con una disposizione chiarissima, tutti quanti d’ora in avanti dovranno smetterla con gli attacchi reciproci, occorre mettere al primo posto l’unità del partito. Addirittura, ho convinto Bondi a cestinare un articolo molto polemico che aveva scritto contro di te ». Ed effettivamente, ieri mattina, di quell’articolo così virulento sui giornali non v’era traccia.

In compenso però, mentre Alfano era in volo per Arcore, proprio Bondi gli ha scagliato contro una bordata gonfia di umano disprezzo, dove il vice-premier viene tacciato di ingratitudine poiché, tuona l’ex-ministro della Cultura, non ha dimostrato «alcuna lealtà e solidarietà a Berlusconi nel momento più difficile della sua vita personale ».

Conoscendo l’antefatto, verrebbe da esclamare: e per fortuna che il Cavaliere aveva imposto uno stop alle polemiche… Se lui non si fosse messo personalmente in gioco, cos’altro sarebbe accaduto nella giornata di ieri? È perfino impietoso compilare la lista delle risse verbali, delle repliche velenose, degli sdegni sopra le righe, delle sfide sfrontate tra compagni di strada, come ormai nemmeno più se le cantano tra destra e sinistra.

Al grido di «dafalchizziamo il partito », ecco precipitarsi in sostegno di Alfano quel Naccarato che fu per anni al fianco di Cossiga. Calci negli stinchi tra Repetti e la Lorenzin. Jole Santelli si addolora dell’amarezza di Bondi, laddove il veneto Galan irrompe gioioso nella mischia e mena fendenti terribili contro Angelino, tacciato quest’ultimo come «provocatore » dalla Bernini per avere dichiarato a Vespa che lui vorrebbe, ebbene sì, le primarie per scegliere il futuro leader.

Scandaloso il solo pensarlo, si stracciano le vesti Polverini e la Savino, perché «noi dobbiamo tutto a Berlusconi »: concetto intrinsecamente offensivo nei confronti del leader, di qualunque leader degno del nome, che voglia essere seguito non per gratitudine o compassione ma in quanto possiede ancora visione e coraggio da vendere.

Non uno che ieri si sia cimentato con le questioni poste domenica su «La Stampa » dal professor Orsina, le tre scelte di fondo relative al bipolarismo incompiuto, alla rivoluzione liberale mancata, alla scelta popolare europea pure quella rimasta a metà. Con involontario humor, Cicchitto invocava giusto ieri la libertà di dissenso, demonizzando il «modello totalitario nord-coreano ».

Si tratta di un rischio che, francamente, il centrodestra non dà l’impressione di correre. In altre fasi del ventennio berlusconiano, senza dubbio, la posizione del Fondatore sarebbe stata espressa attraverso le note di Bonaiuti, il Portavoce, e nessuno si sarebbe azzardato a contestarla. C’era un capo che ai suoi tempi sapeva come farsi valere e rispettare, mentre adesso (quale sia il giudizio sulla parabola del personaggio) regna la perenne cacofonia di voci.

Chi conosce la genesi degli eventi, sostiene che Berlusconi va considerato causa del proprio male. Nel senso che fu lui a creare i corpi scelti di fedelissimi, prima «falchi », poi «amazzoni », da ultimo «lealisti » (senza considerare i Promotori della libertà e l’Esercito di Silvio) specializzati nella caccia ai «traditori », capaci di sommergere le redazioni con attacchi in batteria, tutti simultanei e tutti indistinguibili tra loro.

Col tempo, perfino figure di secondo piano del movimento berlusconiano hanno creduto di assurgere, in virtù di tale ruolo, al rango di protagonisti. Cosicché ormai non obbediscono neppure più a colui che li ha sguinzagliati. Rimetterli a cuccia sarebbe come rimettere il dentifricio nel tubetto una volta spremuto: operazione impossibile e, probabilmente, inutile.


“Ti pulirei le scarpe”. L’amore (inedito) secondo la Fallaci
di Alessandro Gnocchi
(da “il Giornale”, 5 novembre 2013)

Alfredo Pieroni, il primo amore della Fallaci, in vecchiaia era solito leggere e rileggere le lettere che Oriana gli aveva scritto negli anni Cinquanta. Le aveva conservate gelosamente, nonostante la loro relazione fosse finita male, quasi in tragedia. Oggi la corrispondenza autografa è in mano alla nipote Wanda Pieroni Maccani.

Sono circa 100 documenti raccolti in due faldoni. Il materiale è composito: include lettere scritte a mano e dattiloscritte, piccoli racconti, biglietti, cartoline, fotografie. Una parte delle lettere, di cui si conserva comunque anche l’originale, è stata fotocopiata. Le riproduzioni recano in alto a sinistra una serie numerica che si direbbe un tentativo di archiviazione. Secondo l’attuale proprietaria, i faldoni potrebbero essere incompleti. Una manina «nemica » avrebbe sottratto una parte delle carte proprio con la scusa di fotocopiarle. La salute non consentì a suo zio, morto nel 2011, di opporre resistenza. Questo spiegherebbe due fatti: la mancanza di una parte ben definita della corrispondenza (quella iniziale) e la confusione in cui versano i documenti dal punto di vista cronologico.

La vicenda era nota a pochissimi fino alla recente uscita dell’ottima biografia Oriana. Una donna (Rizzoli) firmata da Cristina De Stefano, che, nel capitolo dedicato a questa storia, ha utilizzato la minuta delle lettere di Oriana, trascritte nei passaggi funzionali al più ampio racconto. La corrispondenza è dunque conosciuta ma tuttora quasi completamente inedita. Come vedremo, questo episodio, lungi dall’essere una semplice curiosità, avrà un impatto forse decisivo non solo sulla vita ma anche sull’opera della Fallaci. Servendoci della biografia come bussola, ecco un piccolo viaggio nel privato di Oriana. Da notare: Pieroni mai rispose alla scrittrice o almeno non conservò traccia alcuna delle proprie risposte. Non è chiaro a quando risalga il primo incontro. I primi riferimenti cronologici riguardano il libro I sette peccati di Hollywood, proposto dalla Longanesi alla Fallaci nella primavera del 1958. È però chiaro che i due già si conoscevano. La signora Wanda ricorda di aver sentito parlare lo zio Alfredo di una relazione durata, tra alti e bassi, circa cinque anni. Nel 1958 Pieroni era corrispondente da Londra della Settimana Incom illustrata. Lui, nato nel 1923, era più vecchio di sette anni e molto meno famoso. Tuttavia l’indomabile Fallaci desidera quasi annullarsi per amore suo. Mollerebbe tutto per avere quello che «vogliono tutte le donne »: una casa e dei figli. Si va oltre. Quando la passione è all’apice, Oriana scrive: «Sto attraversando un brutto periodo, tutti mi danno dispiaceri (…) sono depressa e delusa e tu sei il solo, lo giuro, che mi aiuti a respirare. Fammi sapere se hai bisogno di qualcosa, se posso fare qualcosa per te, dammi buone notizie. Darei vent’anni (ammesso che me ne restino tanti) per mandare al diavolo il mondo ed essere ora in Princes Gate a pulirti le scarpe ». L’arrendevolezza è sorprendente. Non sorprende invece la consapevolezza che la storia finirà male. Lui non vuole legami fissi, tanto meno mogli e figli. Sull’argomento sembra essere stato sempre schietto. Inoltre Alfredo piace, e molto. Non è un mistero per la Fallaci: «Io esisto ed esisto con le mie virtù e con i miei difetti per te e per quante ragazzuole tu ti possa portare a cena o in campagna o a casa tua, e per quanto ti possa piacere il fatto che sono più snob o più ricche di me, nessuna sarebbe mai capace di amarti e di sopportare tante ingiustizie come me ».

Eppure Oriana vuole crederci. Nei momenti buoni, gli manda biglietti e raccontini spiritosi. Come questo «sogno dalla Turchia »: «Il falco Astore era in cima a un minareto così lei allungò la mano e lo acchiappò. Lui divenne un principe con la lobbia e un muezzin li sposò. Nel sogno lo avevo scambiato per te. Ti amo anche da Istanbul ». O come questa cartolina da Teheran: «Bene. Fa’ pure. Ma io sposo lo Scià. Oriana Fallaci in Pahlavi ».
Nella corrispondenza si intravede un tentativo di normalità, tutto affidato all’iniziativa di Oriana che all’amante invia stoffe, sferruzza maglioni, regala un orologio d’oro da panciotto, procura le medicine. A dire il vero, sembra una normalità simulata. Le lettere sono quasi sempre dolenti: «E anche se ora tu (non, ndr) mi vuoi bene, o me ne vuoi solo un pochino, penso che se riesco a resistere, cioè a vivere, può darsi che anche tu un giorno riesca a volermene: e allora sarà il giorno del miracolo e potrò permettermi di finire sotto un tram (…) Continua ti prego a permettermi di volerti bene: ci sono momenti in cui non mi sembra di avere che te al mondo e da questo non può venirti alcun male, ma solo bene ». Oriana implora attenzione certa di non riceverla: «Per questo ti prego, sii gentile con me (…) Allora speravo di averti. Ora non mi pongo più nemmeno quella speranza ».

Nella primavera del 1958, la scrittrice è incinta. Non si illude: Pieroni non è interessato a mettere su famiglia. In più ha paura di perderlo. Da qui in avanti la corrispondenza è tragica. La Fallaci pensa all’aborto. Con decisione, all’apparenza. Le serve aiuto: «Ti chiedo un favore, scusandomi di darti un odioso disturbo: ma tu capirai. Guarda se trovi (a Londra, ndr) qualcuno capace di risolvere tutto nel minor tempo possibile: qualcuno che naturalmente sia bravo e non mi mandi al Creatore. Provaci se ne hai voglia, beninteso, se vuoi, se puoi, se questo non ti imbarazza o non ti fa perdere troppo tempo ». In realtà l’aborto è un sacrificio necessario per non allontanare Alfredo. Nella stessa lettera si legge: «Ciao tesoro, tutto questo non mi piace e mi costa una grande fatica e un giorno, se tu vorrai ancora vedermi, ti dirò perché. Però so, con sicurezza, che devo farlo; perché se non lo facessi, rovinerei o turberei, almeno, la tua vita: e della mia non mi importa molto, sebbene me ne importi un po’, ma della tua me ne importa moltissimo e non sopporto che tu debba portare un peso così grave ». Nello stesso periodo gli scrive: «L’idea di perderti mi sconvolge al punto di togliermi ogni forza, come se fossi già morta. (…) Non ho paura di sentirmi male: il dolore fisico non è importante e io non lo temo. Ho paura che, dopo, tu non mi voglia nemmeno un poco di bene perché non è sapendoti legato a una qualsiasi “responsabilità ” che io ti voglio.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart