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Le amanti del porcellum

10 Novembre 2013

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 10 novembre 2013)

Il Porcellum non ha mogli, però è stracarico d’amanti. In pubblico non lo vezzeggia mai nessuno; in privato lo sbaciucchiano molte signorine licenziose. Sicché il marchingegno elettorale con la pelle da suino è sempre vivo e vispo, alla faccia di chi vorrebbe celebrarne il funerale. Ma poi, c’è qualcuno che lo desidera davvero? Tutti sanno che per sbarazzarsene occorre una nuova legge elettorale; che quest’ultima non può sbucare fuori dall’idea solitaria d’un partito solitario; che dunque servono accordi, alleanze, compromessi; e invece tutti, nessuno escluso, s’esercitano a impallinare le proposte altrui, o talvolta anche le proprie.
Insomma nessun testo, solo una fiera di pretesti. Compreso il più risibile, che invoca la riforma della Costituzione prima di cambiare la legge elettorale: campa cavallo. Ma se il cavallo campa, è perché i suoi tre vizi diventano virtù, riguardati con gli occhi dei politici. Primo: le liste bloccate, che trasformano ogni eletto in nominato. E trasformano perciò i capipartito negli eredi di Caligola, che per l’appunto fece senatore il suo cavallo. Quando mai sapranno rinunziarvi? Secondo: il premio di maggioranza senza soglia, quindi un superbonus per la minoranza più votata. Tanto che alla Camera il Pd, con il 29% dei suffragi, s’è messo in tasca il 54% dei seggi. Oggi a te, domani a me; e infatti Grillo ha già detto che intende rivotare col Porcellum . Terzo: la lotteria del Senato. Dove il premio si guadagna regione per regione, con esiti bislacchi e imprevedibili. Male per gli elettori, bene per gli eletti, giacché con questo sistema non perde mai nessuno.

Il guaio è che i tre vizi del Porcellum si traducono in altrettanti vizi di costituzionalità, sicché a dicembre la Consulta dovrà prendere il toro per le corna. Ma a quel punto si scorneranno tutte le nostre istituzioni, e tutte ne usciranno un po’ ammaccate. In primo luogo la Consulta stessa, chiamata a un improprio ruolo di supplenza per l’inerzia dei partiti. D’altronde, già in lontananza echeggiano gli spari. I 15 giudici segheranno il premio di maggioranza? Vade retro , ci troveremmo sul groppone un proporzionale puro. Demoliranno l’intera legge elettorale, riesumando il Mattarellum ? Niet , non si può fare. Chissà perché, dato che si tratterebbe viceversa d’un esito obbligato: quel sistema normativo è fatto a strati, è come un grattacielo, se togli l’attico rimarrà l’ultimo piano.
L’illegittimità del Porcellum renderà poi illegittimo l’intero Parlamento. Nel 1994 Scalfaro lo sciolse dopo un referendum elettorale, giacché erano mutate le regole del gioco; adesso la crisi sarebbe ancora più lampante, avremmo la prova d’aver giocato con regole truccate. E infine l’esecutivo: difficile rimanga in sella nello sfascio generale. Da qui l’urgenza di un’iniziativa del governo, prima che la Consulta scriva il finale di partita. Con un decreto legge, perché no? Nel 2012 stava per adottarlo Monti, poi non ne fece nulla per paura di cadere. Cadde lo stesso, com’è noto. E prima o poi cadrà anche Letta. Ma è meglio uscire di scena con onore, e senza troppi calcoli. Può darsi che fra le amanti del Porcellum ve ne sia qualcuna proprio a Palazzo Chigi: dopotutto con questa legge non si può votare, dunque si deve governare. Ma è un altro calcolo miope, un altro sguardo corto. Vorrà dire che alle nostre istituzioni regaleremo un paio d’occhiali.


Niente ipocrisie sul Porcellum
di Claudio Sardo
(da “l’Unità”, 10 novembre 2013)

Votare di nuovo con il Porcellum sarebbe una catastrofe. Perché il Porcellum è ormai il simbolo dell’impotenza della politica, oltre che una delle cause del collasso del sistema. Ma il rischio che il Parlamento non riesca neppure stavolta a cambiare la legge elettorale sta drammaticamente crescendo.
Mentre le speranze riposte sulla prossima sentenza della Corte costituzionale appaiono eccessive, dal momento che i giudici possono intervenire solo parzialmente. La prima commissione del Senato affronterà il tema questa settimana. Il Pd ha proposto il doppio turno – ballottaggio tra i due partiti, o coalizioni, meglio piazzati al primo turno – ma non sembra trovare i consensi sufficienti. E il no al doppio turno potrebbe bloccare di nuovo ogni trattativa sulla riforma. Il problema è che il Porcellum, nonostante i molti oppositori dichiarati, gode di numerosi e trasversali consensi non dichiarati. Il Pdl osteggia il doppio turno perché lo ritiene svantaggioso, rifiuta il Mattarellum perché sconta un deficit di presenza nel territorio, e a tutto questo ora si aggiunge anche l’incertezza determinata dallo scontro interno: comunque vadano le cose, la legge Calderoli resta un’assicurazione per Berlusconi, che può comporre così le proprie liste sulla base di criteri di assoluta fedeltà.

Ma anche Grillo non fa mistero di preferire il Porcellum a tante possibili alternative. Respinge i collegi uninominali, dal momento che il M5S è un partito carismatico e i candidati grillini sono pressoché sconosciuti. Considera il ballottaggio di coalizione un rischio troppo alto (tanto che lo ha già definito Porcellum-bis). E, in fondo, è pronto a contrastare ogni soluzione capace di garantire maggiore stabilità: è l’instabilità il terreno in cui Grillo vive e prospera.

L’amara verità è che anche nel Pd ci sono resistenze e ostilità alla riforma. Alla Leopolda di Renzi si è detto e ripetuto che il Porcellum è sempre meglio di una legge proporzionale. Ma, a parte il fatto che la legge Calderoli è incostituzionale, che non ha uguali nei sistemi democratici, che è percepita dalla stragrande maggioranza degli italiani come un oltraggio – dunque considerarla migliore di una legge imperfetta, o inopportuna, ma comunque dotata degli elementari requisiti di legittimità, è un azzardo che mal si concilia con il senso dello Stato che dovrebbe avere chi si candida a governare il Paese – bisognerebbe smetterla con le battute confuse e generiche sul maggioritario e il proporzionale: è da considerare peggiore del Porcellum anche una legge elettorale sul modello spagnolo, con circoscrizioni piccole, in modo da incrementare sensibilmente la rappresentanza parlamentare dei partiti maggiori? È da considerare peggiore del Porcellum anche un sistema, che pur muovendo da una base proporzionale, premi (senza gli eccessi della legge Calderoli o della legge Acerbo) il partito più votato in modo da favorire la formazione attorno ad esso di una maggioranza?

Non sono domande retoriche perché, nel caso malaugurato che Pdl e M5S bocciassero il doppio turno, è su questi terreni che il Pd dovrebbe riaprire il confronto. E, se decidesse di non farlo, allora non potrebbe più dire che il Porcellum è il male assoluto. Diventerebbe semplicemente una carta nelle mani del nuovo gruppo dirigente del Pd, da giocare se serve. Del resto, è già accaduto: quando le elezioni arrivano all’orizzonte, il vincitore più accreditato dai sondaggi è sempre tentato di servirsi del Porcellum, rinviando alla legislatura successiva la necessaria riforma.

È vero che la politica è fatta anche di cinismo e ipocrisie. Ma questi giochi pericolosi sul Porcellum rischiano di trasformarsi in un suicidio. Davvero qualcuno può pensare di «vincere » alcunché in un simile contesto istituzionale, dove nella sfiducia dei cittadini i margini d’azione della politica sono stretti dalle compatibilità esterne e da un’ingovernabilità endemica? Bisognerebbe tornare a parlare il linguaggio della verità. La sinistra soprattutto dovrebbe scrollarsi di dosso quella sudditanza all’ideologia della Seconda Repubblica, che ne ha ridotto di molto la forza di cambiamento. Chi intende inseguire il mito dell’elezione diretta dei governi (e del premier) deve dire con nettezza che vuole stracciare la Costituzione e riscriverla secondo un impianto presidenzialista. E chi invece è convinto che il modello europeo dei governi parlamentari sia ancora la soluzione più equilibrata, nient’affatto antagonista ad un rafforzamento dei poteri del premier, deve trovare il coraggio di contrastare apertamente le soluzioni presidenzialiste, e ancor più le ibridazioni come il cosiddetto «sindaco d’Italia », che semplicemente è incompatibile con gli ordinamenti costituzionali moderni.
In tema di istituzioni, non se ne può più di giochi di prestigio con le parole. Ad esempio, non basta evocare un astratto modello bipolare, senza tener conto dei liberi orientamenti della società. Il nostro sistema politico è oggi quantomeno tripolare e non è ragionevole pronosticare la scomparsa in tempi brevi del movimento di Grillo. Il bipolarismo non può essere una costrizione indotta da una legge elettorale: la Prima Repubblica è stata a lungo fortemente bipolare pur impedendo l’alternanza di governo. La crisi della Prima Repubblica è stata anche una crisi del suo bipolarismo. La cosiddetta Seconda Repubblica ci ha dato bipolarismo e alternanza, ma in un quadro di frammentazione e instabilità crescente. Adesso dobbiamo scegliere: consentire ad uno dei tre poli in competizione di governare senza larghe intese oppure bloccare l’alternanza destra-sinistra aprendo praterie al populismo anti-europeo? Questa è la scelta di sistema che dobbiamo compiere senza sotterfugi. Il doppio turno all’interno di un sistema parlamentare è la nostra opportunità migliore, se vogliamo riagganciare l’Europa. Ma, se la strada fosse sbarrata, non per questo dovremmo smettere di cercare nei modelli europei una riforma che superi il Porcellum e che consenta il governo del Cancelliere o del Primo ministro. Chi pensa di cavalcare il Porcellum per conquistare il potere, come chi pensa con espedienti di rendere quasi inevitabili le grandi coalizioni, forse ha perso di vista l’interesse dell’Italia.


Ora Renzi teme il flop delle primarie
di Maria Teresa Meli per Corriere della Sera
(da “Dagospia”, 10 novembre 2013)

Sono due le date che mettono in agitazione il Pd. Due appuntamenti che non si possono rinviare in nessun modo. Il primo, non in ordine di tempo ma di importanza, è quello dell’otto dicembre: le primarie.
Su quella ricorrenza pende un sondaggio che terrorizza i renziani e rinfranca i bersaniani, i quali puntano a tramutare le votazioni sul segretario in un flop del partito pur di delegittimare il sindaco di Firenze. Secondo queste rilevazioni appena il 16 per cento degli elettori del Pd pensa di andare a votare alle primarie. L’undici per cento dichiara di non avere ancora deciso e il 73 per cento – dicasi il 73 per cento – esclude di andare ai gazebo per scegliere il nuovo segretario.

Certo, si tratta solo di un sondaggio. Certo, manca ancora un mese all’appuntamento con le urne delle primarie, ma il dato è indubbiamente inquietante. Lui, il sindaco, anche se è preoccupato, fa mostra di non esserlo più di tanto: «Vi prego, io non voglio proprio entrare nelle liti interne, non voglio sentire o dire sciocchezze. Noi dobbiamo pensare a costruire un programma per l’Italia non a indugiare in beghe di poco conto ».

Sarà anche così. Ma una parte dei renziani è preoccupata. Dopo l’offensiva di Gianni Cuperlo e dei suoi sul tesseramento e sulle primarie (all’insegna di «il primo che passa vota »), si teme la delegittimazione e, soprattutto, la disinformazione: gran parte dell’elettorato non ha ancora capito bene che questa volta si tratterà di primarie veramente aperte, con un turno unico, primarie alle quali potrà partecipare chiunque, come è sempre stato finora.

Ed è per questo che lo slogan del responsabile Comunicazione, Antonio Funiciello, «primarie aperte » è stato bocciato: non perché, come contestano ufficialmente i cuperliani, alluda all’elezione di un candidato premier, ma perché rappresenta un invito a votare a tutti. Esattamente ciò che i nemici di Renzi non vogliono.

Nemici che, nel frattempo, si sono moltiplicati, come spiega con ironia e sagacia Paolo Gentiloni: «Finché pensavano di stare sul carro del vincitore era tutto un osanna a Matteo, appena hanno capito che lui non fa compromessi, e non accetta mediazioni al ribasso, lo stanno ridipingendo come il “corpo estraneo”, il “fascistoide”, lo “sfasciacarrozze”. È uno schema vecchio e collaudato ». Uno schema «comunista », suggerisce un amico del sindaco di Firenze. Comunque uno schema teso a tentare di tarpare le ali al vincitore annunciato e scontato.

Ma si parlava di due date. Già, perché ce n’è un’altra che, inevitabilmente, influirà sul destino del Pd. È quella del 16 novembre. Precede l’otto dicembre, non è una data che riguarda direttamente il Partito democratico, ma è destinata per forza di cose a influire sulle sue sorti. È quella del consiglio nazionale del Pdl. Ciò che accadrà lì avrà un peso enorme sulle future scelte del Pd.

Un autorevole esponente del Partito democratico che ha avuto modo di parlare di recente con Berlusconi si è sentito riversare addosso questo ragionamento: «Io non ho problemi con i miei dissidenti: decidano loro che fare. Se vogliono scomparire si accomodino e se ne vadano, per me se vogliono fare un partitino del 3 per cento sono affari loro. Se vogliono rimanere avranno un posto alle Europee. Altro non avranno, mi sembra chiaro ».

Un discorso, quello del Cavaliere, che ha messo in allarme lo stato maggiore del Pd: «Come facciamo ad andare avanti se Berlusconi costringe i dissidenti ad andarsene? È un’illusione pensare che in questo modo il governo sarà più stabile ». Già, era quello che si era sempre detto. Lo aveva dichiarato Letta, lo aveva confermato Franceschini, lo aveva ribadito Epifani.

Pensavano che pur di non andare alle elezioni e di non misurarsi con numeri che non hanno Alfano e i suoi avrebbero retto il governo il più a lungo possibile. Adesso al Pd cominciano a pensarla diversamente: «Con Grillo e Berlusconi all’opposizione di un esecutivo che, purtroppo, non ingrana, noi che facciamo? Ci prendiamo l’onere delle piccole intese, ci mettiamo la faccia e perdiamo i voti? ». Bell’interrogativo. Il Partito democratico non sa ancora dargli una risposta.


Il Cavaliere all’opposizione sarebbe intoccabile
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 10 novembre 2013)

Vorrei dire ai signori del Pdl che questo è il momento meno opportuno per litigare, offrendo agli avversari del Pd il destro per mascherare le loro beghe e spacciarle per apprezzabili manifestazioni di democrazia interna. Ma se proprio non possono fare a meno di scontrarsi, stavo per scrivere scannarsi, cerchino almeno di essere utili alla causa di Silvio Berlusconi, se non a quella del partito.
Mi scuso con i lettori se anch’io ricorro alle metafore ornitologiche, stucchevoli e abusate: i falchi, le colombe, i polli e i tacchini finora non hanno ottenuto granché. Nessuno di essi è riuscito a imporsi, e agli elettori è sfuggito il senso delle loro baruffe. Solo gli addetti ai lavori hanno capito, grosso modo, che le colombe sono più attaccate al governo, e relativi scranni, che non al Cavaliere; mentre ai falchi preme (a parole) la sopravvivenza del Cavaliere stesso e se ne infischiano di quella di Enrico Letta.
La divisione fra le due categorie di uccelli è profonda e rischia di degenerare in scissione. Scissione che a un certo punto sembrava inevitabile. Poi il pericolo è rientrato, ma non del tutto. Cosicché si paventa ancora la possibilità di un improvviso strappo, che sfocerebbe nella nascita di due partiti: uno strettamente berlusconiano e l’altro diversamente berlusconiano, capeggiato da Angelino Alfano o da un suo epigono. Ciò che, sotto il profilo politico, creerebbe gran confusione e disorientamento nell’elettorato di centrodestra, incapace di comprendere chi abbia ragione e chi torto.

Di qui il mio consiglio non richiesto ai volatili in questione: se sono talmente stolti da non riuscire ad andare d’accordo, trascurando il comune interesse, si separino subito – prima che sia troppo tardi – a vantaggio del vecchio leader, colui che li ha tolti dalla gabbia dell’anonimato spingendoli in Parlamento. Fra meno di tre settimane, infatti, il Senato voterà la decadenza di Berlusconi. Le intenzioni del Pd e del M5S sono note: fremono dal desiderio di liberarsi del collega che impedisce loro di dominare la scena. Pertanto si comporteranno di conseguenza. Silvio sarà buttato fuori. Poi dovrà fare i conti con la condanna definitiva rifilatagli dalla Cassazione. Inoltre affronterà altri processi. Un calvario.
L’ipotesi che venga triturato non è campata in aria. Qualora il destino si accanisse su di lui, sia le colombe sia i falchi sarebbero nei guai, cioè privi di una guida e soprattutto di un procacciatore di consensi ineguagliabile. Di qui l’esigenza che una parte cospicua del Pdl esca senza indugi dalla maggioranza delle larghe intese e la smetta di appoggiare l’esecutivo più insulso della storia repubblicana.

Il Cavaliere, prima che tutto precipiti, deve assolutamente diventare il capo dell’opposizione e battersi con foga contro Letta e i lettiani. Sono consapevole che la mossa sia impopolare a giudizio di molti, ma è necessaria per salvare il fondatore dell’unica forza politica antagonista della sinistra. Il ragionamento che induce a prendere sul serio questa strada è semplice: come potrebbe una democrazia occidentale, sorta sulle ceneri della dittatura fascista, arrestare – annientare, distruggere, eliminare – il capo dell’opposizione?

Quale figura farebbe l’Italia se si sbarazzasse del leader della minoranza parlamentare azionando leve giudiziarie che puzzano di tribunale speciale? Cose del genere sono degne delle peggiori satrapie, delle tirannie bananiere; possono giusto succedere in Egitto. Se invece Berlusconi (col suo Pdl) appoggia il governo che lo sbatte in galera, significa che collabora con i propri aguzzini. Meglio che crepi Sansone con tutti i filistei.


Un altro buon motivo per mollare Letta
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 10 novembre 2013)

Berlusconi è imprescindibile per definizione, dunque bisognerebbe prescindere da Berlusconi. Chi in questi vent’anni lo ha votato, sostenuto, aiutato a essere quel che è e anche qualcosa di diverso, chi lo ha decrittato, chi lo ha servito senza servilismo, perché il Paese era stato gettato in un pozzo nero dai forcaioli e la sua sorridente follia serviva alla risalita, non vuole una discussione di corte.

Io, per esempio sono convinto che le elezioni non sono un’apocalisse, è la solita baggianata che ci rifiliamo poco prima di convocare i comizi, così, per spirito melodrammatico e per interessi di establishment piccini piccini. Sono convinto che il semestre europeo è una buggeratura, nessuno è in ansia per la presidenza italiana, che farà più o meno quel che fa la presidenza lituana, mettere qualche etichetta su qualche ufficio a Bruxelles, visto che tutti sanno che i poteri finanziari e burocratici e politici risiedono altrove, non certo nella capacità di fare agenda di Paesi sotto amministrazione controllata. E se proprio uno ci vuole credere, meglio la presidenza di un Paese che ha fatto i suoi conti elettorali ed è guidato da un esecutivo con un mandato chiaro e popolare. Sono anche scandalizzato, pur avendo appoggiato l’idea realistica di varare il governo di larga coalizione, dallo spirito lettiano e ministeriale di piccola squadra, di spogliatoio, di confabulazione e affabulazione senza interesse, tra palle d’acciaio e tirare fuori l’Italia dall’emergenza e riforme improponibili in questo contesto.

Capisco l’inner circle di Berlusconi, che vuole stabilità per le aziende come volle il governo dei tecnici senza elezioni nel novembre del 2011, e che tiene come me a un sigillo di pace e non di guerra e persecuzione da apporre agli ultimi vent’anni. Penso però che il voto risolverebbe i problemi al meglio. Berlusconi oggi sarebbe più rispettato e temuto come capo dell’opposizione a un governicchio transfuga o come capo di un’ala dell’elettorato in mobilitazione che come strano soggetto e interlocutore di una maggioranza che ha deciso di prescindere da lui, come se i suoi casi fossero un fatto personale. Ma tutte queste sono opinioni, non devono essere legacci ai quali incatenare il Gulliver dell’Italia di destra o di centrodestra. Faccia quel che crede, si prenda i suoi tempi visto che è indeciso, scelga per il meglio, visto che la pelle è sua ed è cresciutello abbastanza per fare un gran casino in una pozzanghera, come sempre, e poi tirarsene fuori per i capelli. Finora è sempre andata così.

Il problema dunque non è tirare il Cav dalla propria parte, lodarlo insinceramente, scortarlo, issarlo e duplicarlo come fosse El Cid Campeador alla testa di eserciti contrapposti. Il problema su cui si misura la forza, anche l’intransigenza, e la malizia, l’intelligenza di una classe dirigente è il discorso che si è in grado di fare a un grande Paese come l’Italia, in grave affanno, in un contesto europeo e mondiale, di fatti e di idee, che reclama cambiamenti decisivi, sennò è deflazione e ce la teniamo per vent’anni. E allora. Invece di fare la conta di un’assemblea di partito che non si sa se si terrà mai, fino all’ultimo minuto, e in cui non si sa che cosa veramente Berlusconi ha intenzione di dire, se mai abbia maturata un’intenzione ferma, la destra italiana o il centrodestra farebbe meglio a disfarsi e ristrutturarsi nelle sue vere correnti di tensione o componenti.

Abbiamo una specie di Tea party di casa nostra? C’è una vera ansia di lotta per ridurre le pretese e le responsabilità opprimenti dello stato fiscale? Invece di giocare a ping pong con l’Imu, si dica con certezza politica, combattività, rivolgendosi agli italiani e non al partito, di cui agli italiani frega quasi nulla, quale è la strada da imboccare. Dove si taglia la spesa. Che cosa lo Stato deve tassativamente vendere e privatizzare, e con quali alleanze sociali e politiche nell’establishment che resta in questo Paese e in Europa. Ci si mobiliterà per un piano di riforme che solo può giustificare la battaglia europea dell’Italia e di altri contro l’austerità rigorista e contro le pretese egemoniche di Bundesbank e della Cancelleria di Berlino. Si vuole costruire un partito nuovo, meno effimero dell’alleanza da cui sono venuti i guai noti, chiamata Pdl? E allora si progetti il fund raising perché questa formazione sia autonoma, si mobilitino gli imprenditori e le forze capaci di finanziare una politica vera e attiva. Non si può vivere facendo la giostra intorno agli uffici di Forza Italia e ai gruppi parlamentari, con la conta quasi quotidiana di fedeltà e ingratitudini. Così finisce a schifio.

I ministeriali se la tirano. Dicono che il Cav alla fine è con loro, per la stabilità. Ma la sfida non è aggregare per vero o per finta Berlusconi a una squadretta che vegeta. La sfida sarebbe che il ministro delle Riforme tirasse fuori qualche idea di combattimento e legasse il carro del governo e la sua agenda a veri orizzonti di cambiamento sulla legge elettorale e l’architettura di un nuovo sistema politico. Così gli italiani capirebbero di che si tratta. La legge di Stabilità dovrebbe essere discussa in pubblico, non solo nelle commissioni parlamentari, sottoposta a screening politico, non solo alla curatela del ministro tecnico dell’Economia.
Insomma. Parlare agli elettori, che comunque alle Europee dovranno votare, e preparare il terreno a un confronto effettivo con la leadership di Renzi, che per adesso sta facendo gli stessi errori di timidezza, di introversione e di politicismo che si vedono nella destra berlusconiana o diversamente berlusconiana. Forza, fuori dalla corte del capo, che si mettano quelli ancora vivi in pasto a un Paese in crisi per tirare fuori la sua unica ricchezza, idee e propositi non superstiziosi, non flebili, per riscattare questa mortifera palude.


Il governo è in caduta libera, Berlusconi pronto allo strappo
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 10 novembre 2013)

«Non voglio far cadere il governo. Ma non resto a guardare il duplice scempio che Letta e il Pd stanno portando avanti ». Ieri lo ha ripetuto per l’ennesima volta Silvio Berlusconi, sempre più convinto che la coabitazione con i democrat sia destinata a diventare «insostenibile » se la legge di Stabilità non sarà «completamente riscritta » e se il 27 novembre il Pd «voterà la mia decadenza da senatore ».

Il che – spiega da Arcore il Cavaliere a chi ha occasione di sentirlo telefonicamente – non significa «aprire la crisi di governo », visto che l’ex premier non ha intenzione né di prendersi la responsabilità di un ritorno alle urne né di fare un favore a Beppe Grillo o a Matteo Renzi che alle elezioni anticipate guardano da tempo con interesse.

Detto questo, su una legge di Stabilità che «colpisce soprattutto il nostro elettorato di riferimento » e sulla scelta di «estromettere dalla politica il leader del principale partito alleato » sembra proprio che Berlusconi non abbia intenzione di restare alla finestra. Perché – è il senso dei suoi ragionamenti – una cosa è mostrarsi responsabile e non aprire una crisi al buio, altro è rimanere inerte. Chi mi chiede di non far nulla davanti a questa legge di Stabilità e al Pd che mi punta la pistola alla tempia – ripete da giorni l’ex premier durante le riunioni che si susseguono tra Palazzo Grazioli e Villa San Martino – è «evidentemente in malafede ». Un Berlusconi che accettasse in silenzio tutto questo, infatti, non farebbe che dare ragione a chi sostiene che la sua leadership è ormai irrimediabilmente incrinata.

Il Cavaliere, ovviamente, non è affatto di questo avviso. E se pure è pronto a non far cadere il governo è comunque deciso a chiedere ai «suoi » ministri di fare un passo indietro qualora le cose non cambino. Insomma, esecutivo in salvo ma con Forza Italia che si chiama fuori dalla maggioranza e che deciderà di volta in volta come votare su ogni provvedimento. E quindi appoggio esterno al governo. Perché – teorizza l’ex premier – davvero «non ha alcun senso continuare a coabitare in una maggioranza dove le nostre richieste sulla legge di Stabilità non vengono accolte e in cui i presunti alleati sono i promotori della mia eliminazione politica ». Non è un caso che nel faccia a faccia di giovedì scorso con Angelino Alfano il Cavaliere abbia elencato una serie di «buone ragioni » che lo spingono in questa direzione. Non solo il fatto che non si può essere «succubi » della politica economica del Pd o che la leadership dell’ex premier ne uscirebbe decisamente appannata se restasse fermo davanti al Pd che lo fa decadere, ma pure il fatto che in questi sei mesi «il governo non ha fatto nulla », tanto che l’ultima rilevazione di Alessandra Ghisleri arrivata sulla scrivania di Berlusconi fa registrare per l’esecutivo un crollo verticale di ben 15 punti negli ultimi due mesi.

Di qui la decisione del Cavaliere che non sembra vedere alternative al ritiro della delegazione governativa. A quel punto ogni ministro deciderà il da farsi ed è probabile che la frattura si consumerà (sempre che non sia già arrivata, come è probabile, nel Consiglio nazionale del 16 novembre). Un pezzo del partito, dunque, si staccherebbe e resterebbe a sostenere il governo. Con numeri risibili, visto che se anche i voti di maggioranza arrivassero a 15 in più tra questi ci sarebbero da contare non solo i senatori a vita, ma pure chi ricopre incarichi di governo o presiede commissioni parlamentari, tutte attività che ne riducono praticamente a zero la presenza in aula. Per Letta, insomma, l’incidente sarebbe ad un passo. Anche perché – fa giustamente notare Augusto Minzolini – a cercarlo a quel punto sarebbero soprattutto il M5S e la pattuglia renziana del Pd.


Matteo Renzi e Fabio Volo, somiglianze e differenze
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 10 novembre 2013)

Comincerò con un tema inaspettato per i miei lettori della domenica. Una piccola sorpresa, un confronto o meglio un paragone che ritengo interessante tra due personaggi molto diversi tra loro ma con alcune somiglianze significative: Fabio Volo e Matteo Renzi.

Volo è in testa alle classifiche di vendita di libri: dopo 15 giorni il suo libro La strada verso casa ha già venduto 120mila copie e continuerà con 30-40mila copie vendute ogni settimana. Specie in questo tempo di crisi della parola scritta, è un successo senza precedenti.

Renzi è in vetta ai sondaggi in vista delle primarie che avranno luogo per la conquista della carica di segretario del Partito democratico. Il numero degli elettori si prevede tra i 2 e i 3 milioni, ma questo è soltanto un primo obiettivo. Il secondo dovrebbe essere quello di guidare la competizione per vincere le elezioni politiche generali quando ci saranno, nella primavera del 2014 o al più tardi in quella del 2015. Per vincerle bisogna ottenere almeno 15 milioni di consensi e Renzi spera di farcela. Molti più voti dei lettori di Volo.

Lo scrittore avrà certo le sue idee politiche ma di politica non si è mai interessato. Renzi a sua volta ha certamente letto romanzi o saggi letterari ma non sappiamo quali e comunque di letteratura non risulta che si interessi.

Tuttavia piacciono molto entrambi.

Non nei salotti, come tutti e due affermano dando alla parola salotto un significato decisamente discriminatorio, ma al grosso della gente, giovani e anziani, uomini e donne, benestanti o disagiati; un libro costa poco, un voto non costa niente ed anzi si spera arrechi qualche beneficio.

Tutti e due hanno sicuramente talento. Fabio però non fa niente di speciale per vendere i suoi libri, li scrive, li pubblica e basta. La notorietà gli proviene dal fatto che ha successo anche alla radio e alla televisione come attore e conduttore.

Anche Renzi frequenta molto la televisione e il suo nome campeggia spesso sui giornali. Insomma sono due piacioni, come si dice in gergo. Volo non fa nulla di particolare per piacere, fa soltanto con grande impegno il suo lavoro. Ricorda Balzac quando esordì scrivendo feuilleton sui giornali popolari dell’epoca. Poi entrò in forza nella letteratura e ne fu uno dei massimi esponenti. Auguro a Volo di fare altrettanto.

Renzi dal canto suo è un grande venditore di se stesso, a livello del primo Berlusconi; oggi è in declino ma è ancora della partita. È rimasto celebre il suo esordio da Santoro un anno fa, quando spolverò col fazzoletto la poltrona dove si era seduto Travaglio prima di lui.

L’altro giorno anche Renzi è andato da Santoro ed ha avuto parole d’apertura verso tutti quelli che auspicano la rottamazione generale di un sistema, d’una generazione, dei personaggi che la rappresentano e delle istituzioni come sono attualmente. I maliziosi potrebbero pensare ad una sua somiglianza con Grillo e con Berlusconi seconda maniera. All’uscita dalla trasmissione Renzi ha ricevuto i complimenti sinceri di Santoro e di Travaglio. Ma in altre numerose e pubbliche occasioni aveva manifestato la massima considerazione anche a Letta, a Civati, a Prodi, a Pisapia e perfino a Bersani, a Rodotà, a D’Alema e naturalmente a Napolitano.
Vendere se stessi alla gente costa poco se c’è quel talento, ma conquistare il favore o almeno la neutralità dei “maggiorenti” per un generale rottamatore è assai meno facile e la fatica è tanta.

Personalmente non ho letto il libro di Volo, ma il personaggio mi piace. Ho invece letto con attenzione i documenti di Renzi e dei suoi collaboratori a ciò delegati ed ho seguito le sue variegate mosse di questi mesi. Il talento glielo riconosco ed è anche simpatico quando si ha l’occasione di incontrarlo, ma non credo che lo voterò alle primarie del Pd per la semplice ragione che, avendo promesso tutto, la sua eventuale riuscita politica rappresenta un’imprevedibile avventura e in politica le avventure possono giovare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresenta.

* * *

Un altro personaggio che ha tenuto banco in questi giorni è Mario Draghi. Non è certo la prima volta: in tempi di crisi economica il presidente della Banca centrale europea occupa inevitabilmente la scena con le iniziative che prende e le parole che dice. Draghi di parole ne dice poche e non ha né la vocazione né il talento di piacere alla gente, ma di iniziative ne assume molte all’insegna dell’euro, cioè della moneta comune di gran parte dei paesi europei, che la Bce stampa e diffonde come è suo compito.

L’euro è la moneta che circola in una zona europea che, nonostante le apparenze e le sensazioni della gente, è una delle più ricche del mondo e dove le invenzioni tecnologiche, il commercio internazionale, il risparmio, le iniziative imprenditoriali sono ancora molto notevoli, specie se si considera l’intera Unione e non soltanto la zona Euro.

Draghi si batte da tre anni per gestire al meglio la moneta che stampa, la liquidità che eroga alle banche, il tasso di interesse che la Bce amministra. Il tasso del cambio estero con le altre monete deriva anche da questi elementi, ma non soltanto.

L’economia italiana è una delle principali tra quelle dell’Ue per i suoi pregi ed anche, purtroppo, per i suoi difetti e le sue anomalie. La nostra forza produttiva e inventiva non è più – da tempo – nelle grandi imprese ma nelle medio-piccole che costituiscono la maggior parte del sistema. Molte di loro sono in difficoltà, molte sono fallite o stanno per fallire, ma molte altre invece hanno aumentato i loro prodotti e le loro esportazioni. In mancanza d’una domanda interna calante, sono proprio quelle esportazioni a tenere in vita il sistema e lo sarebbero ancora di più se le banche fossero più attente e generose nel finanziarle a tassi di interesse ridotti.

Draghi ha fatto e continua a fare quanto può. L’anno scorso aprì alle banche una linea di credito di oltre mille miliardi a tassi bassissimi e della durata di tre anni; ha assunto l’impegno formale di non abbandonare mai l’euro e di finanziare un fondo europeo per i paesi in difficoltà che possono accedervi accettando una maggiore vigilanza da parte dell’Europa, della Bce e del Fondo monetario internazionale. Ha acquistato in notevole quantità sul mercato secondario titoli pubblici di vari paesi e in particolare di quelli in difficoltà, ha diminuito gradualmente il tasso ufficiale di sconto dall’1,5 quale era nel momento in cui diventò il presidente della Bce. L’ultimo taglio è avvenuto questa settimana: dal mezzo allo 0,25 senza escludere che in un futuro prossimo sia azzerato del tutto. Nel frattempo le nostre emissioni di Bot e di Btp sono andate benissimo sia per volume di collocazione sia per aumento del loro valore e quindi diminuzione dello “spread”.

Il recentissimo taglio del tasso di sconto è dovuto al rischio di deflazione che incombe sull’Europa e sull’Italia in particolare e cioè della caduta dell’indice dei prezzi dovuto alla diminuzione dei consumi interni. Questo rischio c’è, ma il suo eventuale attuarsi è ancora lontano. Purtroppo il tasso del cambio estero con il dollaro è nel frattempo cresciuto fino a sfiorare il livello di 1,40. Dopo il taglio del tasso di sconto il cambio col dollaro è sceso a 1,32. Si spera che scenda ancora. Ideale sarebbe che si attestasse nei dintorni dell’1,20, sarebbe un forte incoraggiamento alle esportazioni e ai relativi investimenti. È vero che un euro forte consente l’acquisto di petrolio e altre materie prime a prezzi più vantaggiosi ma le contropartite negative sono evidenti.

Venerdì scorso uno dei membri del direttorio della Bce ha fatto un affondo (ovviamente autorizzato da Draghi) sull’urgenza dell’Unione bancaria e della vigilanza sulle banche concentrata nella Bce. Dovrebbe avvenire in parte (la vigilanza) entro il 2014 e in parte (l’Unione vera e propria) nel ’15. La persona che ha fatto queste dichiarazioni in nome del direttorio è il tedesco Jorg Asmussen. Tedesco ma europeo poiché condirige la sola vera istituzione europea, così come è prima europeo e poi italiano Mario Draghi. Resta tuttavia il fatto che un membro del direttorio di nazionalità tedesca sostiene tesi essenziali per l’Europa ma odiate dalla Bundesbank, la banca centrale tedesca. Che cosa farà la Merkel quando nei prossimi vertici intergovernativi europei il problema dell’Unione bancaria sarà affrontato nel merito e nella tempistica?

Il vero tema di tutte queste riunioni sarà la nascita di uno Stato federale con cessioni di sovranità da parte dei governi nazionali per quanto riguarda il fisco, la politica economica, i debiti sovrani e, naturalmente, l’Unione bancaria. Riguarderà anche la Difesa, la politica estera, l’immigrazione.

Su questi temi, oltre a Napolitano, Letta, Draghi, alcune proposte concrete e importanti sono state fatte da Romano Prodi, che ha ampia conoscenza ed esperienza dell’Europa ed anche del resto del mondo e che, a mio avviso, dovrebbero entrare nei prossimi dibattiti europei e nel programma che Letta proporrà alla Ue nel semestre di presidenza italiana, nella seconda metà del 2014.

Barbara Spinelli, nel suo articolo di mercoledì scorso su questo giornale, ha sostenuto che per rifondare l’Europa bisogna abbattere l’architettura attuale e ricostruirla ex novo. Più o meno è quanto dice Grillo, il quale non esclude neppure un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro, magari per ritornarci più forte qualche anno dopo. Voglio sperare che la Spinelli non lo segua in queste farneticazioni, ma già il fatto di dargli ascolto mi sembra una pericolosa ingenuità.

Grillo, dopo avermi ampiamente insultato in un suo “blog” della scorsa settimana, ha auspicato che io mi ritiri su una panchina del Pincio per rievocare “i miei bei tempi antichi” in compagnia di Napolitano e di Carlo De Benedetti. È un’idea che mi seduce ma ancora non è attuale e non per i miei anni che sono già molti ma perché prima vorrei veder tornare Grillo a fare il comico nei teatri dopodiché mi ritirerò con sollievo sulla panchina del Pincio sperando anche d’essere in quella compagnia.

* * *

Concludo con un tema che vi sembrerà bizzarro in questo contesto e che invece è estremamente pertinente. Ricorrono esattamente cent’anni da quando l’editore Grasset pubblicò a Parigi il primo volume della Recherche du temps perdu di Marcel Proust. L’intera opera, completata nel ’28, fu poi pubblicata da Gallimard.

Con quel primo volume, intitolato Du cí´té de chez Swann, ha inizio il grande finale della cultura moderna europea che ebbe come base l’introspezione del se stesso. Era stato anticipato di pochi anni dai russi e in particolare dal Dostoevskij di Delitto e Castigo, dei Demoni, dei Fratelli Karamazov e delle Memorie del sottosuolo; dal Gogol di Anime morte e da Cecov. In Francia da Flaubert e da Stendhal.

Ma Proust portò al suo culmine quella letteratura della quale negli stessi anni Freud fu l’indagatore scientifico e il terapeuta per i suoi aspetti di disturbo mentale ma anche di comportamenti sociali.

Dopo Proust, Joyce scrisse l’Ulisse creando il linguaggio modernissimo del flusso di coscienza. Rilke scrisse le Elegie duinesi e i Quaderni di Malte Laurids Brigge e Pessoa il Libro dell’inquietudine. Infine Thomas Mann e l’intera opera sua.

Siamo con questi nomi agli scrittori e poeti che hanno posto i cardini della cultura europea; tra i loro continuatori ricordo Montale e Calvino.

Il bravissimo Crozza mi ha l’altro ieri messo in burletta perché parlo troppo spesso di Calvino. È vero e Crozza fa bene a ricordarmelo. Posso rassicurarlo però che non ne ho mai parlato con papa Francesco. A proposito del quale plaudo alla sua recentissima invettiva contro la “Dea mazzetta”, la corruzione grande e piccola che ormai è prassi nefasta in tutto il mondo e in Italia in particolare. Ho scritto più volte che papa Francesco è un rivoluzionario nel senso positivo del termine. Confermo e ne sono felice.

La cultura europea, per tornare e chiudere su quel tema, esiste e non da oggi. Ora però è arrivato il momento di costruire l’Europa. Non c’è niente da buttar via ma molto da costruire cambiando. Ci vuole un motore che inneschi costruzione e cambiamento procedendo nel rispetto della libertà, della giustizia sociale, della fraternità e della partecipazione. La Germania dovrebbe essere quel motore. Occorre che se ne convinca perché ormai il momento della scelta è arrivato. Tutti quelli che consentono e conoscono i temi del problema facciano blocco per convincerla oppure mettano in gioco alternative con chi ci sta aspettando che i ritardatari si aggreghino. Due diverse velocità è rischioso ma è diventato ormai inevitabile. L’Italia dev’essere con l’avanguardia conservando e cambiando.

Per quanto mi riguarda sarò, nel mio piccolissimo, della partita, magari dalla panchina del Pincio: da lì si può pensare all’Europa guardando Roma. La prospettiva mi sembra eccellente.


Bindi: no a un nuovo centro. Non possiamo immolarci sull’altare della stabilità
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 10 novembre)

In fondo, la vede meno peggio di quel che si poteva immaginare. Nel senso che chiami Rosy Bindi chiedendole di rompere il lungo silenzio che si è imposta dopo l’elezione alla guida dell’Antimafia, ti aspetti che spari zero contro il Grande Pasticcio del tesseramento Pd e invece la ritrovi preoccupata soprattutto per gli stessi motivi che la preoccupano fin dal giorno della nascita del governo Letta. Non è, ovviamente, che sia disinteressata alle vicende del Congresso, anzi, ma i timori maggiori li riserva ad altro: la direzione di marcia dell’esecutivo, il senso (e la durata) delle larghe intese, certi movimenti al centro che potrebbero partire dopo l’addio a Berlusconi da parte delle cosiddette «colombe ».

Dice: «Non può sfuggire a nessuno che se dal Pdl si stacca un gruppo filo-governativo, la forza per condurre tale operazione risiederà non nell’ambizione di cambiare il centrodestra quanto l’intero sistema politico. In molti puntano alla destrutturazione del bipolarismo: ed un sistema tripolare, a prescindere dall’exploit di Beppe Grillo, può radicarsi solo per la nascita di una nuova forza centrista. Ecco: io vorrei che il Pd dicesse con chiarezza che non offre sponde politiche ad un simile disegno ».

Prima, in verità, il Pd dovrebbe dire ai propri elettori che il Congresso che ha avviato non è né una farsa né un concentrato di irregolarità, non le pare?

«E infatti non è così: noi non meritiamo di essere raccontati come una caricatura. Stanno votando centinaia di migliaia di iscritti, i casi inquietanti in realtà sono cinque (Cosenza, Asti, Frosinone, Lecce e Rovigo) e un aumento delle iscrizioni – dopo il calo dell’anno scorso – è in parte fisiologico, considerata la stagione congressuale ».

Tutto a posto, dunque?

«Non dico questo, ma nessuno dei casi in questione è riconducibile all’elezione del segretario nazionale. E comunque, bloccare il tesseramento è stato giusto: così si impedisce che, dentro o fuori il Pd, si possa dire che si sta inficiando il Congresso ».

Inficiando forse no, ma sporcarlo – così da depotenziare la possibile vittoria di Renzi – forse sì. Lei pensa che qualcuno stia praticando un giochetto simile?

«Lo escludo totalmente. Le dico, anzi, che i risultati che maturano nei circoli ci fanno pensare a un Congresso vero e competitivo. Ora, però, il problema è far decollare il confronto tra i candidati – sui programmi, sul ruolo del Pd, sulla natura del partito – perchè se c’è una cosa che non possiamo permetterci è un calo di partecipazione alle primarie ».

Ma un calo è dato per scontato…

«Non ci si può rassegnare a questo. Abbiamo un mese per discutere del partito e del Paese che vogliamo. Bisogna che i candidati animino un dibattito serio sul futuro, perchè sono mesi che siamo appiattiti sulle vicende di Berlusconi e sull’instabilità della stabilità del governo. Per quanto mi riguarda, farò la mia parte ».

Ma se ha deciso addirittura di non schierarsi con nessuno dei candidati in campo!

«Però andrò a votare, e il documento che abbiamo proposto al dibattito del partito mi pare meriti attenzione. In quel documento diciamo che il Pd sostiene il governo ma non si identifica in esso; che la stabilità è un valore solo se produce risultati, riforme e azioni utili al Paese; e che non siamo disposti a sacrificare l’assetto bipolare del sistema politico italiano sull’altare della stabilità. Insisto: se non si affrontano i problemi, non è un governo di servizio ma un governo di durata… Insomma, ci sono molte cose da definire. Pensi a questa vicenda del Pse… ».

Lei intende le critiche di Fioroni – e non solo – per l’affermazione di Epifani circa il fatto che «il Pd ha le sue radici nel Pse »?

«L’esperienza del Pd non si identifica con quella del Pse. Noi siamo – certo – nella metà del campo progressista, ma con l’intento di superare le tradizionali famiglie politiche europee. Non dobbiamo ridurre le nostre ambizioni e il nostro progetto. Ci sono tante forze progressiste nel mondo – dagli Stati Uniti al Giappone – che non si identificano nel socialismo. Dunque, ospitiamo pure il Congresso Pse a Roma: ma con la forza di chi sente di poter chiedere a quella famiglia politica di cambiare nome e orizzonte ».

Per tornare al Congresso: crede che vincerà Renzi e che dopo – come molti profetizzano – ci saranno elezioni anticipate?

«Penso che questa ipotesi, in questo momento, non convenga a nessuno. Credo che Renzi abbia bisogno di tempo per stabilire un rapporto più stretto con il suo partito, e che se questo riesce anche lui ne trarrà maggior forza. Quanto alle primarie, sì: immagino vincerà lui. Ma nei congressi locali c’è una situazione quasi di parità con Cuperlo, il che vuol dire che ci sono ampi margini per una discussione vera. Per altro, il voto che stanno esprimendo i circoli ci dice che questo non è “il Pd di Renzi” e che Renzi non lo ha ancora né conquistato né convinto sulla base di un progetto che – per quanto mi riguarda – trovo ancora generico e non condivisibile soprattutto sulle politiche economiche e sociali ».

Lei dice «il Pd di Renzi » così come una volta si diceva l’Ulivo di Prodi… Che effetto le ha fatto apprendere che il Professore non voterà alle primarie?

«Non mi ha meravigliato. E se vuole che gliela dica tutta, credo che dopo la vicenda dei 101 “franchi tiratori” Romano sia autorizzato a fare qualunque scelta. Provo una grande amarezza, naturalmente: ma anche per il fatto che su quell’inaccettabile episodio non vi sia stata un’analisi seria, un’autocritica ed un’assunzione di responsabilità ».

Un’ultima cosa: sulla Commissione Antimafia. È sempre ai ferri corti con il Pdl?

«Mercoledì riuniremo l’ufficio di presidenza. Aspetto ancora la nomina del capogruppo del Popolo della Libertà in commissione e poiché molto tempo è passato, sento di dover rivolgere loro un appello: di fronte alla magistratura ed alle forze dell’ordine che continuano la loro lotta alla mafia, di fronte all’impegno di “Libera” e delle altre associazioni, dei parenti delle vittime e di operatori economici che non si arrendono, la politica non può restare indietro e mostrarsi inadempiente. È una responsabilità che dobbiamo sentire tutti, ed è per questo che attendo fiduciosa ».


Degli Alfano e del Cipolla
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 9 novembre 2013)

In questi giorni di grande confusione politica – mi riferisco anche alla minacciata scissione da Forza Italia di Alfano e di suoi fedelissimi – è interessante leggere, o ripassare, un libricino scritto anni fa da Carlo M. Cipolla, stimato professore di Economia di fama internazionale morto nel 2000. Il saggio, intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana, era nato come scherzoso regalo di Natale per gli amici, ma riscontrò un tale successo che fu presto stampato (in Italia da Il Mulino) e tradotto in diverse lingue. Cipolla, in sole settanta pagine, dimostra come il vero problema per l’economia mondiale siano gli stupidi (o le decisioni stupide). Teoria che calza a pennello anche alla politica. Riassumo. Secondo il professore la società è in mano a quattro categorie di persone. Che sono: gli intelligenti, cioè coloro che creano ricchezza per sé e per gli altri; i fessi, che dissipano la propria ricchezza a favore di altri; i delinquenti, che si appropriano di ricchezza altrui in modo scorretto; e infine gli stupidi, cioè chi dissipa la ricchezza altrui senza trarne alcun beneficio. Nei primi tre casi la ricchezza cresce o non diminuisce (al massimo cambia di mano). Nel quarto (gli stupidi, inteso non come insulto ma come categoria di comportamenti) si dissolve provocando solo danno.

Ecco, io penso che minacciare o, peggio, attuare una scissione del più grande partito del centrodestra non sia cosa criminale o fessa, ma semplicemente stupida proprio in base alla legge di Cipolla: crea un danno ad altri (Silvio Berlusconi e tutto il Popolo delle libertà) senza che gli scissionisti ottengano alcun beneficio vero o concreto: spaccherebbero l’unico fronte in grado di battere nelle urne la sinistra e non avrebbero alcuna possibilità di essere riconosciuti come legittimi successori di Berlusconi da una significativa parte dell’elettorato e dalla comunità parlamentare. Così facendo si condannerebbero a una prospettiva politica marginale e subalterna alla sinistra.
Nel suo trattato, il Cipolla mette in guardia. Attenzione – dice – che le azioni stupide più pericolose sono quelle messe in atto da persone ritenute intelligenti dalla comunità di appartenenza, senza distinzione di sesso, ruoli, livelli culturali e sociali. E il rischio è alto – sostiene il professore – perché di solito l’attacco stupido non ha alcuna ragione razionale.

Non solo. Il Cipolla introduce altri tre elementi. Del primo dovrebbero fare tesoro i «lealisti » di Forza Italia in vista della conta congressuale: gli stupidi sono sempre in numero maggiore di quanto uno si aspetti. Gli altri due devono mettere in guardia noi cittadini spettatori: gli stupidi al potere fanno più danni degli altri. E la politica mette in campo scelte stupide per mantenere più alto il numero di stupidi al potere. Morale: cara Forza Italia, cerchiamo, tutti, di evitare di fare stupidate, perché non ci sarebbero vinti e vincitori, ma solo macerie e tanta, tanta sinistra al potere.


Ecco la denuncia che inchioda l’Olivetti
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 10 novembre 2013)

L’appuntamento è per la prossima settimana. «Andrò con il mio avvocato, Ezio Bonanni, dai carabinieri e firmerò la denuncia ». È passato quasi mezzo secolo, ma solo ora Mario Pagani, tecnico informatico in pensione, presenta il conto all’Olivetti.
Può sembrare strano a tanti anni di distanza, ma Pagani, che da quando è in pensione trascorre ore a inseguire il mesotelioma su internet, ha una risposta per tutto: «Il registro della malattia della regione Lazio certifica che dalla prima esposizione all’amianto all’insorgere del male passano in media 45 anni. Io sono stato assunto all’Olivetti nel 1962, il mesotelioma si è manifestato a gennaio 2007. Esattamente quarantacinque anni dopo ».

Stiamo parlando dell’Olivetti degli anni Sessanta, la stagione precedente l’ingresso di De Benedetti, ma è chiaro che l’indagine dovrà scandagliare tutta la storia dell’industria fino agli anni Novanta e tutti gli stabilimenti. Compreso quello di Milano, nel mirino dei legali della vittima: «Rimasi a Ivrea poco, poi fui trasferito sotto la Madonnina, nella sede di via Nuvolone. E qui l’amianto era dappertutto: nei computer e nei capannoni. Io adesso esigo che la procura ci dica cosa è successo in via Nuvolone ».
Dunque, dopo Ivrea ecco il capoluogo lombardo. L’inchiesta sull’amianto targato Olivetti accelera e, in prospettiva, raddoppia. Undici indagati, a cominciare da Carlo De Benedetti e Corrado Passera, almeno venti morti accertate e molte domande cui dare risposta: cosa sapevano i vertici aziendali del pericolo amianto? E che cosa fu fatto, se fu fatto, per fermare quel contagio silenzioso e letale?
«Realizzavamo computer, chiamiamoli così, giganteschi, da fantascienza in bianco e nero, come il mitico Gamma 3. Erano a valvole, occupavano spazi colossali, l’amianto era nei trasformatori. E poi un po’ ovunque, nei capannoni. Ma all’epoca l’asbesto era una consuetudine: ricordo la pubblicità su una rivista in cui si inneggiava alle case con il tetto in eternit. E ricordo che dopo il ’68 cambiai e andai a lavorare alla Mistral, una fabbrica di semiconduttori. Lì addirittura usavamo i guanti e i tappetini in amianto ».

Un impiego dopo l’altro. Pagani è una trottola e cambia ufficio e azienda. L’Olivetti è solo un flash del passato. Nel 2006 va in pensione e di lì qualche mese i ricordi tornano ad affollare il presente presentando il conto: mesotelioma.
«Nella disgrazia sono stato fortunato perché il male è stato diagnosticato subito, con grande tempestività. Avevo un tumore alla prostata e quello paradossalmente mi ha salvato: fra una radiografia e l’altra sono saltate fuori quelle macchioline sospette, mi hanno visitato e poi operato d’urgenza. Mi hanno tolto un polmone, sono ancora vivo e so di essere un’eccezione perché di solito la fine arriva in fretta. Molto in fretta ». Invece Pagani è ancora qui a combattere e ha già vinto una prima, importante battaglia: «Dopo l’operazione sono andato all’Inail a chiedere una rendita, ma mi hanno fatto storie. Allora ho fatto causa: pensi che a Latina in tribunale non hanno avvisato nemmeno il mio avvocato, Bonanni, e hanno respinto la mia richiesta. In Corte d’Appello invece Bonanni è riuscito a ribaltare il verdetto: mi hanno riconosciuto un’inabilità al 50 per cento a partire dal 2008. Ho preso gli arretrati e ora percepisco mensilmente qualcosa come 600-700 euro ». La Corte d’Appello ha addirittura raso al suolo il precedente verdetto, dichiarandolo nullo perché il legale non era stato nemmeno chiamato in udienza. Ma questo, se si vuole, è un dato burocratico giudiziario che attiene alla via crucis di un pensionato malato senza santi in paradiso. Per Pagani l’elemento più importante è un altro: «La sentenza, che si basa sulla perizia di un professore, dice che l’esposizione all’amianto verosimilmente, questo è l’avverbio che usano, iniziò nel 1962, all’Olivetti. So che può sembrare archeologia giudiziaria, ma è la verità. Del resto la Regione Lazio sostiene che l’incubazione media è di 45 anni. E adesso che passo gran parte del mio tempo su internet so anche che il picco della mortalità in Italia arriverà fra qualche anno. L’asbesto presenterà il conto più pesante intorno al 2020, poi comincerà la discesa in corrispondenza con la leggi antiamianto degli anni Novanta ».

È strano vivere sospesi fra un passato remoto e un futuro incerto, ma questo è il destino di Pagani. Che almeno, fra un impegno e l’altro, non ha il tempo per lasciarsi andare alla paura e la confina in un angolino: «Domani vado in ospedale per un controllo di routine. Che poi routine non è, perché io convivo con un nemico cattivo, spietato. Martedì invece sarò dai carabinieri: è ora di aprire il dossier Milano ».



Film su Tortora escluso dal festival di Roma. Così lo hanno condannato due volte

di Sandro Gozi
(da “gli Altri”, 9 novembre 2013)

In Italia esistono pochi temi controversi come quello della giustizia. Eppure, a 30 anni dal caso Tortora e dopo 20 anni in cui abbiamo straparlato di giustizia senza riformarla, la in-giustizia italiana è sempre più grave. E ne paghiamo le conseguenze tutti noi.
Perché? Sempre per gli stessi motivi, anzi per gli stessi demoni: berlusconismo e antiberlusconismo.
I berlusconiani hanno preso in ostaggio il dibattito sulla giustizia impedendo di fatto qualsiasi riforma sulla giustizia. E alcuni a sinistra si sono impossessati, anzi fatti possedere, da uno slogan tipico delle destra: “tutti in galera”.
Ad ogni buon fine, in galera anche prima della condanna! Anche se poi la metà di questi vengono dichiarati innocenti….. Così, in Italia i detenuti in attesa di giudizio sono il doppio della media Ue. Un vero e proprio abuso, tutto italiano, della custodia cautelare.
Chi ci ha guadagnato? Berlusconi senza dubbio, i suoi avvocati altrettanto per non parlare della popolarità dei giornalisti forcaioli e giacobini per professione.
Fatto sta che oggi ci ritroviamo con le lancette ferme da una ventina d’anni: niente è successo, e niente è cambiato. Anzi, qualcosa forse è cambiato, ma è cambiato in peggio: sono peggiorate – e di molto! – le condizioni delle persone che si trovano in carcere.
Ecco la grande novità del documentario sul caso Tortora di Ambrogio Crespi, ingiustamente escluso dal Festival del cinema di Roma: farci ricordare quanto l’Italia non sia cambiata dal dramma di Enzo Tortora, quanta ingiustizia ci sia ancora oggi nel nostro paese, senza mai accennare, neanche per sbaglio, neanche una sola volta, al caso Berlusconi.
Straordinario per il dibattito italico!

Tra omonimia, tesi bizzarre e una legge italiana sulla custodia cautelare abusata troppo spesso da troppi giudici, Ambrogio Crespi ha passato 65 giorni in isolamento dei 200 di carcerazione preventiva. Una vita. E soprattutto, un errore di cui possiamo essere vittima tutti noi cittadini. E sono molti, troppi, gli innocenti che si trovano nelle stesse condizioni di Ambrogio, senza avere la stessa possibilità di far conoscere il proprio caso all’opinione pubblica.
Ambrogio durante la sua detenzione ha sempre dichiarato e dimostrato di avere fiducia nella giustizia.
E da cittadino con grande senso civico, vittima di errore giudiziario, ha voluto mettere in gioco il suo talento, la sua competenza non per raccontare la sua storia, ma per raccontare la storia nella quale in fondo più di tutti si identifica, quella di Enzo Tortora. Una storia a distanza di trent’anni dal suo arresto e venticinque dalla sua morte è stata la vera medicina, la vera cura che ha risanato la ferita nell’animo di Ambrogio.

Ecco perché abbiamo denunciato l’esclusione del film dal Festival di Roma. Ed ecco perché non riguardano tanti di noi le critiche rivolte “alla politica” da parte di chi ci ricorda che il nostro dovere è cambiare le leggi e non solo ricordare il caso Tortora o denunciare i tanti casi simili che si sono succeduti da allora nel nostro paese.
Non ci riguarda perché abbiamo presentato varie proposte di riforma della custodia cautelare e ne stiamo discutendo proprio ora alla Camera. Alcune sono piccole modifiche alla legislazione attuale che temo cambierebbero poco. Altre, come quella che porta la mia prima firma, mirano in sostanza a fare della carcerazione preventiva la soluzione del tutto eccezionale e residua, restringendo veramente i margini di discrezionalità del giudice e spingendo a privilegiare sempre misure alternative, come gli arresti domiciliari, le cui modalità vengono rese più restrittive. La custodia cautelare dovrebbe essere disposta nei casi di pericolo concreto e attuale di reiterazione di reati della stessa specie per il quale l’indagato è già stato condannato e limitata ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

Dobbiamo infatti reprimere i troppi abusi nel ricorso allo strumento della carcerazione preventiva e allo stesso tempo contribuire anche a ridurre il disumano e illegale sovraffollamento delle carceri italiane.
Del resto, la custodia in carcere in Italia non è più cautelare, ma una vera e proprio condanna preventiva, con evidente violazione del principio costituzionale della non colpevolezza.
Certamente, con la nostra riforma si toglierebbe una bella fetta di potere discrezionale al giudice. E per questo, i rappresentanti dell’ANM auditi alla Camera si sono subito scagliati contro. Noi dobbiamo andare avanti: la giustizia non si riforma assecondando il sindacato dei magistrati, ma soddisfacendo l’interesse generale e prevenendo gli abusi di cui sono vittime troppi individui. E proprio perché le resistenze a riformare la giustizia sono fortissime, per averne una più giusta, più moderna, più conforme agli obblighi costituzionali, europei e internazionali, vogliamo che documenti come il film Tortora, una ferita italiana possano venire conosciuti e diffusi. Perché abbiamo bisogno anche dell’impegno civico e artistico per svincolarci dagli interessi di uno o di una parte. No, noi non vogliamo più stare a guardare. Vogliamo che tutti possano vedere il film per guardare in faccia le ingiustizie e le vergogne italiane. Anche così potremo rendere l’Italia un paese più giusto e civile.


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Bart