Super-Eliogabalo: da Roma a oggi

di G. Barbiellini Amidei
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 8 ottobre 1969]

Roma, 7 ottobre.

Intervistare Alberto Arbasino, intervistatore per antonomasia, è esperienza singolare. Altret ­tanto singolare è udire parole serie, anche profonde, nell’oc ­casione sufficientemente frivola di una riunione salottiera e agreste per la presentazione di un romanzo, fra i prati, le in ­dossatrici, i critici, e le accon ­ciature audaci, in una villa del Monferrato, dove la casa editri ­ce Feltrinelli festeggiava Super-Eliogabalo, il libro che sta per uscire. In un paniere uva a grappoli; in un altro le bozze, a pagine sparse: ogni foglio, come un gioco di società, resti ­tuiva al lettore curioso la scheg ­gia di una strana Roma impe ­riale popolata di filosofi di Francoforte, di strutturalisti pa ­rigini, di commediografi male ­detti, di maìtres-à-pensèr inti ­midatori e sofisticati.

Oggi lo scherzo, l’ambiguo sorriso della farsa, la clownesca leggiadria di una letteratura impossibile fatta di canzoni, di versi, di sogni, di trame poggia ­te su cento epoche diverse, po ­trebbero essere una strada sin ­cera per raccontare la ricerca di antiche incertezze e la visita a nuove crisi che il nostro tem ­po intellettuale vive con insof ­ferenza. E il cronista, come il buffone, il grande irripetibile umanissimo buffone delle com ­medie shakespiriane, non si li ­mita a testimoniare: fra i cocci pop e quelli falso-classici, fra le confusioni della propria e del ­l’altrui avanguardia artistica, può rappresentare e svelare il dramma che esiste sulla grande scena di ogni storia.

Il cronista Arbasino, riletto in controluce e riascoltato in controcanto, mentre impala a colpi di spillo l’ipocrisia della cultura contemporanea e l’au ­toritaria civiltà ereditata dallo Illuminismo, mentre dispone in irriverente corteo gli idoli e i nemici incontrati nei suoi pan ­tagruelici itinerari culturali, re ­stituisce forse, metà d’istinto e metà consapevole, una logica accettabile ai troppi pensieri di questo secolo. Qualcuno doveva pur riprendere a far collezione di farfalle, nella disordinata ac ­cademia del Novecento: e il vec ­chio studente di scienze natura ­li di Pavia ha la sicurezza del ­l’entomologo e l’occhio dell’ar ­redatore bastevoli per far di ogni collage di farfalloni intel ­lettuali in quadro da considera ­re più a fondo, dietro la facile piacevolezza dei colori.

Si può seguire la trama di questo ultimo libro di Arbasino, e andare in week-end a Ostia, con Eliogabalo e le sue quattro mamme, e tutto il romanzesco contorno di cerimonieri e di cortigiani, e mandare da là una cartolina a Workweimer e una a Lévy-Strauss, un pensiero ad Adorno e uno a Lacan. Si ascol ­ta una canzonetta che potrebbe anche chiamarsi, come quell’o ­pera insostituibile che è dietro la scena del romanzo, dialettica dell’ Illuminismo: e non è detto che quelle intuizioni di libertà che erano nella contorta fatica di Adorno e Workweimer, e che sono l’anima buona della con ­testazione e della protesta, non acquistino altra convinzione nel ­la levità della nuova cadenza.

Può esserci una forzatura ar ­bitraria in questa interpreta ­zione del più recente Arbasino, in questo sfogliare il suo nuovo romanzo, nel decifrare in chia ­ve non eclettica le più recenti bobine di quell’inesauribile ma ­gnetofono che è il suo mestiere di cronista internazionale. For ­se il salotto di Eliogabalo, do ­ve c’è Nietzsche, dove c’è Fou ­cault e c’è Jarry, e dove il vero imperatore è Artaud, è ancora il salotto dell’avanguardia ar ­cheologica, perennemente con ­tesa tra la tentazione della li ­bertà e la lusinga dell’inco ­scienza, tra il riso degli dei e quello dei chierici, tra la cu ­stodia del simbolo e il bric-à-brac della fantasticheria. Forse l’antistoricismo, il decadenti ­smo, l’irrazionalismo (Super- Eliogabalo è una cantata ad essi) sono ancora un modo di vivere e di lasciarsi vivere.

Ma trovo, nel taccuino dì quel ­la lunga chiaccherata nel Mon ­ferrato: « Super-Eliogabalo è un gesto, per recuperare il sen ­so di una dimensione perma ­nente dello spirito umano, fuo ­ri da ogni schema satirico, è un modo di avvicinarsi di ca ­pire… e Nietzsche, e Foucault, e Lacan, sono strumenti di que ­sto capire… e Adorno, e la sua polemica contro l’Illuminismo e contro l’esasperazione della scienza come tecnica di repres ­sione. Certamente, c’è un entu ­siasmo anche infantile, anche ingenuo in questo recupero irra ­zionale… ».

Tutto sta a vedere se questo recupero è contro l’abuso, o contro l’esistenza della ragione. Taluni nomi ascoltati rendono diffidenti, altri consigliano in ­vece di non essere scettici, in attesa di leggere il libro per intero. Arbasino, del resto, par ­rebbe disposto a smontare il suo meccano, sotto gli occhi del critico: « Tutto è risolto come una farsa. Se l’armamentario ideologico è di Nietzsche, e di Adorno, e anche di Foucault, i ritmi, i movimenti sono di Jarry e di Feydeau. E ci sono anche le torte in faccia… ».

Se le tirino per burla o per mangiarsele, le torte in faccia sono certamente salutari per restituire la veracità della farsa a tanta burbanza contempora ­nea. Solo dopo essersi tirate molte torte, dopo avere ricapi ­tolato le illusioni e i disingan ­ni delle mode culturali, non si rischia la falsità parlando in toni seri.

Come questi, amari e ma ­turi in un giovane scrittore, che si trovano in Off-off, la raccolta di saggi di Arbasino pubblicata meno di un anno fa: « Zaffate di malintesi e di non ­sensi tentano d’annebbiare al ­cune caratteristiche, ormai visi ­bili, nonostante tutto: un biso ­gno inarrestabile di valori as ­soluti, di natura politica, reli ­giosa o mitica, con ripudio dia ­lettico â— edipico â— dei medio ­cri ideali dei padri… ».

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