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Nuovo centrodestra, Angelino Alfano ha la sua rete: Da Ruini a Cl, dal Ppe al Quirinale, fino alla finanza

17 Novembre 2013

di Redazione
(dall’Uffington Post”, 17 novembre 2013)

“Onorevole, il progetto che state elaborando è interessantissimo. Andate Avanti”. Angelino Alfano chiude il telefono, si guarda intorno. A Palazzo Chigi ha riunito i ministri insieme a Chicchitto e Sacconi. Scruta le facce dei suoi, quando incrocia lo sguardo di Gaetano Quagliariello si apre in un sorriso: “Sei tu che gli hai detto di chiamarmi, eh?”. “Ma nooo”, si schermisce il ministro delle Riforme. Quella che il vicepremier ha sentito dall’altra parte del telefono è una voce flebile e ferma nello stesso tempo, una voce inconfondibile: quella di Camillo Ruini.

Il retroscena, raccontato sulle pagine del Messaggero, è solo uno di una serie di esempi. Già, perché in chiaro c’è la politica, la plastica rottura tra le truppe del delfino e il padre nobile, i bagni di folla e le conferenze stampa. Poi, appena si spengono i riflettori, la trama si ingarbuglia, ed è mossa da una fitta rete di interessi e di relazioni che spesso spingono in direzioni contrapposte.

Dalla parte di Angelino si sono schierati gli uomini di Cl. Tutti, senza eccezioni, lo hanno seguito nel Nuovo centrodestra. Dall’ex presidente della Compagnia delle opere Raffaello Vignali al sottosegretario Gabriele Toccafondi (fiorentino, un ottimo rapporto con Matteo Renzi, il quale, a sua volta, coltiva da anni i rapporti con la Cdo) fino al pasdaran Roberto Formigoni (il cui tessuto relazionale nella ricca terra lombarda è a prova di bomba) e al ministro Maurizio Lupi, tra i principali artefici della costituzione del nuovo gruppo.

Proprio il lavorio del titolare delle Infrastrutture sul caso Alitalia ha portato a galla la sintonia tra il vicepremier e un importante stakeholder come Massimo Sarmi, che dalla tolda di comando di Poste italiane può dire la sua su più partite strategiche in campo politico ed economico. Vedi quella sulla compagnia di bandiera, nella quale figura come vicepresidente Savatore Mancuso, incidentalmente fratello di Bruno Mancuso, senatore fresco di passaggio in Ncd.

Si sa poi che Oltretevere da un po’ di tempo ha preso le distanze dalle stravaganze di Silvio Berlusconi. E, al di là della telefonata interessata di Ruini, una larghissima parte della Curia romana guarda con simpatia al Nuovo centrodestra. In Ncd, oltre a Lupi e Quagliariello, sono confluiti anche Maurizio Sacconi e Eugenia Roccella, i due teocon delle battaglie per la vita.

Quagliariello è una pedina chiave anche nei rapporti con il Colle, che osserva con occhi preoccupati ma soddisfatti l’evoluzione di queste ore. È stato un tenace avversario come Sandro Bondi a legittimare involontariamente il rapporto privilegiato tra il vicepremier e l’inquilino del Colle: “Le mosse di Angelino – ha detto ieri – sono guidate da Napolitano”.

Ma non c’è solo il Quirinale nei riferimenti istituzionali di Alfano. Vi ricordate la telefonata di Barroso prima del due ottobre, quella nella quale consigliava il Cavaliere di non staccare la spina a Letta? Ecco, il Partito popolare europeo è rimasto di quell’avviso. E, informalmente, raccontano che tutti i big continentali facciano filtrare soddisfazione per le determinazioni del ministro dell’Interno. Lo stesso Alfano, d’altronde, ha un ottimo rapporto con Joseph Daul, presidente del Ppe e con Micel Barnier, mentre il legame con Hans Gert Poettering (ex presidente del Parlamento di Strasburgo) è stato portato in dote dai ciellini. Non a caso l’eurodeputato tedesco qualche giorno fa ha incontrato sia Alfano, sia Mario Mauro, uomo di don Giussani nelle file di Scelta civica. Che abbiano parlato di una prossima riunificazione? Probabile. Quel che è sicuro è che se Angelino non ha i voti – come osservano i maligni – ha più di una carta in mano per andarseli a trovare.


Tutta questione di poltrone
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 17 novembre 2013)

Frattura doveva essere e frattura è stata. Non vale la pena di farla tanto lunga per spiegarne i motivi, che poi si riducono a due. Quelli che se ne sono andati avevano paura di essere tagliati fuori dal governo e (in futuro) dalla politica tout court, essendo certi che Silvio Berlusconi sarà escluso dai giochi a causa delle proprie vicende giudiziarie; quelli che sono rimasti in Forza Italia – più numerosi – sono invece convinti dell’immortalità del capo, il quale, decadenza o no, è l’unico in grado di assicurare un avvenire al partito.

Qui non si tratta di capire chi abbia torto e chi ragione. Probabilmente siamo allo scontro fra due egoismi. Quale prospettiva ha il gruppo dei governativi? Quella di aiutare Enrico Letta a sopravvivere per qualche mese, sempre che Matteo Renzi, una volta impadronitosi della segreteria del Pd, non decida di mandarlo a casa anzitempo. Poi, che farà il Nuovo centrodestra privo di soldi, di una leadership degna di questo nome e di un seguito popolare pari a quello del Cavaliere?
In primavera si svolgeranno le elezioni europee. L’appuntamento consentirà di verificare la consistenza degli alfaniani, ammesso che costoro abbiano il coraggio – ai limiti della temerarietà – di partecipare alla competizione. L’istinto mi dice che il neonato partito si schianterà contro un muro d’indifferenza, poiché il popolo dei cosiddetti (impropriamente) moderati preferirà continuare a dare il suffragio a Forza Italia piuttosto che all’inedita sigla dei fuoriusciti, la cui credibilità è minima.

Infatti chi abbandona un partito in difficoltà (dal quale ha ricevuto tanto) per fondarne un altro e andare in soccorso di un governo egemonizzato dalla sinistra non può pretendere di essere votato in massa dagli elettori di centrodestra. I fuggiaschi non saranno traditori, ma non fanno bella figura. Tanto più che anche uno sprovveduto intuisce che essi sono animati dal desiderio di non rinunciare alla poltrona e che agiscono in sintonia con Palazzo Chigi e con il Quirinale, probabilmente in base a un patto non scritto teso (velleitariamente) a eliminare i berlusconiani ortodossi e a costituire un movimento centrista cui aderirebbero personaggi di Scelta civica, dell’Udc casiniana, dell’ex Margherita eccetera. Tutta gente che sogna di far risorgere la Democrazia cristiana, ignorando che simile progetto – in cantiere da quasi vent’anni – è sempre miseramente fallito perché la società italiana è cambiata e non c’è più la Chiesa disposta a collaborare con la propria rete di parrocchie ubbidienti alle gerarchie.
In politica ne abbiamo viste di ogni colore, ma non è mai accaduto che congiure, scissioni, manovre sotterranee e salti della quaglia abbiano portato al successo. Viene spontaneo pensare che anche nella presente circostanza tutto si concluderà con un patatrac. Oggi, dal punto di vista dei numeri, il Nuovo centrodestra (in realtà vecchio come il cucco) ha parlamentari a sufficienza per supportare la maggioranza e permettere all’esecutivo di reggersi in equilibrio.
Ma quando arriverà l’ora della verità – il conteggio delle schede depositate nelle urne – gli alfaniani si pentiranno di aver snobbato Forza Italia. Le divisioni infatti indeboliscono chi le provoca e non chi le subisce. Se poi gli elettori sospettano che la scissione abbia come scopo la conservazione di una fettina di potere e annessi privilegi, guai: diventano vendicativi e puniscono.


Il popolo di Silvio è con lui
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 17 novembre 2013)

La nascita di una destra di Sua Maestà, irreprensibile e perbene nel senso in cui la intende e la desidera la sinistra, è rinviata a data da destinarsi. Due ore di discorso di Berlusconi hanno riproposto in ogni dettaglio il mito delle origini del suo movimento: anticomunismo, libertà dall’oppressione fiscale, questione della giustizia.
E sulla moneta unica europea e il suo governo finalmente parole chiare, non secessioniste ma anzi interventiste: ci sono cose da fare per evitare un egemonismo della Germania e della burocrazia di Bruxelles, e il catalogo è questo. La scissione di un gruppo di ministeriali non cambia molto. Berlusconi è stato politicamente sottile, non ha concesso troppa importanza alla faccenda, e ha messo in campo, oltre la sua amarezza personale, un appello per l’unità futura. D’altra parte bisogna che noi italiani impariamo ogni volta a riconoscerci nella nostra essenza psicologica: con un leader azzoppato da una condanna giudiziaria, almeno virtualmente, non è nulla di eccezionale una consorteria che lo molla e si aggrappa a un governo purchessia in nome della stabilità della legislatura. E ben si attaglia a questa storia che a Roma si direbbe un po’ loffia il verso di Giovanni Giudici: C’è più gusto a tradir per intero che a esser fedeli a metà.

Ho visto una riunione scalcagnata di giornalisti e osservatori in tv, mentre Berlusconi finiva di parlare, che lo trattava irridente da cane morto, da oratore confuso, anticomunista in ritardo. Si muovevano a loro agio nel salottone televisivo, agguantavano la chiacchiera di sinistra con agilità e qualche speranza, per una volta, di avere infine la ragione dei fatti dalla loro parte. Invece quello che parlava era il solito eroe popolare, uomo di consensi e di unanimismi, piacione con vocazione melodrammatica, e anche ormai un esperto delle trappole politiche, capace di fissare la media frequenza di una sintonia non fanatica con il suo popolo rinato al fastigio del movimento originario, del nome e della cosa originaria. La domandina che sfuggiva ai salottieri era in realtà semplice: c’è ancora il suo popolo? Tutto il resto conta poco. Fino a prova contraria, c’è. Un pezzettino di nomenclatura meridionale, con l’appendice del ciellismo nomade, scroccone e opportunista, si è separata e si è legata con l’adesivo a Enrico Letta, un galantuomo che ha vinto la lotteria di Palazzo Chigi, finendoci per caso e un po’ grazie a Berlusconi, e fino ad ora non ha dimostrato di saper spendere il malloppo ricevuto in sorteggio. Hanno idee? Hanno voti? Hanno carattere? Hanno qualche traino emozionale? Sono freschi? Sono autonomi? Sono competitivi? Vedremo. Per adesso è lecito dubitare. Il massimo che si possono permettere è di chiosare le sentenze insicure di Fabrizio Saccomanni, e i piccoli passi senza direzione della compagine ministeriale.

Questo Berlusconi qui, che sceglie la via di un percorso di nuovo autonomo, senza fare lo sfasciacarrozze e il populista straccione, ma senza concedere alcunché a quanti lo vorrebbero rassegnato e inerte di fronte alla tremenda mazzata giudiziaria che gli hanno inferto, porrà qualche problema, nonostante tutto, anche alla sinistra e ai qualunquisti e demagoghi. Grillo e Casaleggio si sono accorti di avere mandato in giro via web una quantità di forchettoni e di paraministeriali, a parte l’eccesso illetterato che si constata ogni giorno; Vendola dovrà farsi perdonare, lui che ha una spiritualità così teneramente e populisticamente narrativa, la banale trascrizione audio di una telefonata con il missus della famiglia Riva, una conversazione da servo sciocco di cui mi vergognerei perfino io che sono uno svergognato. E Renzi? O si sbriga a rimuovere l’ingombro del governo Letta, con tutta la pattuglia degli ultimi arrivati, trascinando il Paese a elezioni politiche serie, oppure lo vedo cotto. Nel Partito democratico non sarà accettato come leader effettivo, le premonizioni minacciose di D’Alema fanno testo. E nel Paese bipolarizzato, con un centro fragile e chimicamente dissolvente, con un Berlusconi che scrive la sceneggiatura della vendetta, ci sarà poco da ridere, giovanilismo a parte.
Può essere che l’interdizione forzosa dalla corsa in prima persona porti a un decadimento della capacità combattiva dell’esercito di Berlusconi. Può essere. Ma le radici del fenomeno sono ormai rinsaldate nel tempo, nelle abitudini, nei comportamenti sociali e nel mito della libertà, e solo una credibile alternativa può risolversi in qualcosa che prescinda da lui e che vada oltre la sua esperienza personale. Per ora, a guardare come stanno le cose senza illusioni e senza opacità, sembra perfino cullarsi, nel caos dell’Italia, l’ipotesi di un berlusconismo che sopravvive a sorpresa.


Era tutto scritto
di Giampaolo Rossi
(da “il Giornale”, 17 novembre 2013)

Era tutto scritto, nonostante queste settimane gli incontri frenetici, le riunioni, i pranzi, facessero immaginare che possibilità di mediazione ci fossero ancora; era tutto scritto da molto tempo, e su questo giornale l’abbiamo detto più volte.
L’epilogo era scritto da prima che nascesse il governo Letta; da quando il 16 Dicembre del 2012, Alfano e coloro che lo hanno seguito nella rottura con Berlusconi, diedero vita a quella strana ma già chiara operazione che si chiamava Italia Popolare. Allora c’era ancora il governo Monti e i moderati del Pdl provarono a creare una nuova aggregazione con l’intento di sostituire la leadership del Cavaliere con quella del grigio tecnocrate imposto da Bruxelles. A benedire quell’operazione c’erano già tutti i protagonisti di oggi: c’era Alfano ovviamente, c’era lo stato maggiore di CL (Lupi, Formigoni), c’erano Cicchitto e Quagliariello, c’era l’inossidabile Giovanardi, c’era la Lorenzin e gli esponenti di An improvvisamente convertiti al moderatismo.

Fu allora che nel Pdl si scavò un solco incolmabile tra i berlusconiani e i non ancora “diversamente berlusconiani” accusati di fare il doppio gioco: utilizzare i voti di Berlusconi per garantirsi il dopo Berlusconi sulla pelle di Berlusconi. E fu allora che al Cavaliere scappò di bocca un’amara verità che poi avrebbe provato nei mesi successivi: “ci sono persone che ho inventato io e che ora si sentono statisti”.

Quello che fu scritto quel giorno, continuò ad essere scritto nei mesi successivi: lo vedevano tutti, tranne Berlusconi che non voleva capacitarsi di ciò che stava succedendo. Quando fu composto il governo Letta, non pochi osservatori notarono che tra i ministri e i viceministri del Pdl non ce n’era uno di diretta emanazione berlusconiana, uno che fosse stato scelto direttamente dal Cavaliere (eccezion fatta per lo stesso Alfano). Insomma, in quel governo voluto da Berlusconi, e tenuto in piedi grazie ai suoi voti, il Pdl non aveva esponenti a lui riconducibili ma solo seguaci di Alfano, cavalier serventi di Napolitano e ciellini. A volte la politica prende percorsi obbligati che solo la paura, l’ostinazione, la rimozione impediscono di vedere. E la frattura che si era aperta in quest’ultimo anno nel Pdl, aspettava solo di essere consumata. Quando il 2 Ottobre Berlusconi fu costretto all’umiliazione di tornare sui suoi passi, nel voto di sfiducia al governo, il voltafaccia di Schifani e quella stretta di mano pubblica tra Letta e Alfano di fronte alla sconfitta del Cavaliere, sancirono il punto di non ritorno. Non a caso, poche ore dopo, Fabrizio Cicchitto, il più falco tra le colombe, depositò alla Camera la richiesta di formare gruppi separati. L’epilogo era scritto. Cosa succederà nei prossimi mesi sembra chiaro: Alfano non farà la fine di Gianfranco Fini.

Davanti a lui si apriranno le porte di una nuova formazione moderata e centrista, alla quale già ha dato disponibilità Casini e nella quale si attende magari anche l’arrivo in pompa magna di Enrico Letta e dei cattolici del Pd. Il Nuovo Centrodestra annunciato da Alfano è solo un momento di passaggio per arrivare al tanto desiderato Nuovo Vecchio Centro. Perché l’obiettivo è questo: costruire una nuova Democrazia Cristiana senza democristiani ma composta da ciellini, ex socialisti, ex missini, cattolici di sinistra e tecnocrati dell’europeismo ideologico. Una formazione che dietro la retorica del popolarismo europeo, sarà il naturale punto di convergenza per i poteri forti di Bruxelles. Il berlusconismo andava archiviato con quest’orizzonte. La Merkel e gli eurocrati non hanno mai smesso di cercare maggiordomi in Italia.


Quello zampino del Colle dietro la scissione del Pdl
di Roberto Scafuri
(da “il Giornale”, 17 novembre 2013)

Roma – Mancherà il lieto fine, a questa storia. Un happy end all’americana con quel vago roseo sentimento dell’avvenire espresso dal «domani è un altro giorno » di Rossella O’Hara in Via col vento.
Il vento che spira sul Palazzo minaccia piuttosto altri cicloni, altre storie, la cui sceneggiatura sembra ancora quella scritta a inizio legislatura, quando Giorgio Napolitano parlò alla Camera. Al di là dei contatti con il ministro dell’Interno, al di là dei rapporti di simpatia con i Letta (nipote e zio) è ancora a quelle frasi, a quel programma politico – un po’ più di una casuale regia, assai meno di un complotto – che bisogna riandare per cogliere il ruolo cruciale del Colle in una fase di ulteriori colpi mortali al governo: il caso Cancellieri, la scissione del Pdl, la bocciatura della manovra da parte della Ue. L’altro giorno, davanti a un fresco e giovanile Papa Francesco, Napolitano ha dato sfogo al livello ormai estremo dell’insofferenza rispetto al sistema politico, al «clima avvelenato » che si respira. Un atteggiamento che richiama la durezza con cui si rivolse ai partiti il 22 aprile scorso, instaurando un singolare («eccezionale ») legame tra il proprio mandato-bis e la necessità che «l’Italia si desse il governo di cui ha bisogno ». Un governo rispetto al quale il capo dello Stato dichiarò di volersi fare «fattore di coagulazione », chiamando le forze politiche alle loro responsabilità: «Era questa la posta implicita dell’appello rivoltomi due giorni or sono », arrivò a dire Napolitano.

La «posta implicita ». Ampie e documentate sono così le prove dell’interventismo quirinalizio a sostegno di un governo che fa acqua da tutte le parti. Sostegno giunto a blindare per la seconda volta un guardasigilli chiaramente in conflitto d’interesse e non immune, secondo i falchi berlusconiani, dall’ingerenza nella vita interna del Pdl. L’unico a parlarne con affettiva sregolatezza è stato Sandro Bondi, secondo il quale «l’unica idea forte che ha ispirato Alfano, l’unica sua preoccupazione… non può non essere dovuta a un impegno vincolante assunto con il Pd, con Enrico Letta sotto la regia del presidente della Repubblica ». Parlare di regia, però, è inappropriato – e rischia di essere malinteso – se non allargando la visuale all’intero periodo e allo sforzo del Colle di «tenere in piedi » il governo Letta, costi quel che costi, qualunque cosa accada. Napolitano d’altronde non lo ha mai taciuto, ribadendolo peraltro in maniera riservata ma a suo modo ufficiale nell’incontro di ottobre con i capigruppo Brunetta e Schifani, laddove fu ultimativo nell’escludere le elezioni. «Non le concederò mai, tutt’al più mi dimetto », disse, imprimendo a quella prima crisi un corso diverso da quello possibile. E che di sicuro non è ininfluente rispetto alla scelta di Alfano. «Dopo il 2 ottobre non siamo più in grado di sfiduciare l’esecutivo », ha ripetuto il Cav, lasciando comunque aperta la porta all’appoggio esterno. Ma la vera domanda è se tutto questo servirà a qualcosa, se il governo riuscirà ad andare avanti nonostante «ministri che non hanno la statura per farsi ascoltare a Bruxelles » e una «legge di Stabilità che non porterà a nessun risultato », come sospetta Berlusconi. Letta sarà pure riuscito nell’intento di separare le sorti del governo da quelle della decadenza del capo di Forza Italia. Ma i contraccolpi del caso Cancellieri e dello scontro nel Pd rischiano di lasciarlo disarmato di fronte all’ineluttabile «sua » decadenza. Forse persino ignorando che, nella vita, ognuno è il peggior nemico di se stesso.


Bondi: “La regia di Napolitano dietro lo strappo di Alfano”
di Franco Grilli
(da “il Giornale”, 17 novembre 2013)

“L’unica idea forte che ha ispirato Alfano fino all’ultimo momento è stato il tentativo di imporre al Presidente Silvio Berlusconi e all’intero partito l’accettazione della sua decadenza dal Parlamento e la fedeltà assoluta al governo.
È evidente che questa unica preoccupazione non può non essere dovuta ad un impegno vincolante assunto con il Pd, con Enrico Letta sotto la regia del Presidente della Repubblica”. Ieri il parlamentare del Pdl Sandro Bondi non le aveva mandate a dire ad Alfano. E oggi, intervistato da Lucia Annunziata a “In mezz’ora” insieme alla sua compagna, la senatrice Manuela Repetti, la sua opinione non cambia: “Il regista della vita politica italiana è Napolitano e tutto il resto ruota intorno a lui. Confermo tutto, la trattativa tra Berlusconi e i ministri si basava su una cosa semplice: entriamo tutti in Fi e rimettete tutti il mandato nelle mie mani, poi decidiamo cosa fare. Ma i governisti chiedevano un documento in cui accettasse che il governo non si tocca, anche con la decadenza o una legge di Stabilità che non va bene. Allora, questo è un impegno preso con Letta e Napolitano perché è Napolitano il garante di questo assetto politico, come della nascita del governo Monti”.

La Repetti rincara la dose: “Tutto ruota intorno a lui. La politica dal 2011 è sotto la regia di Napolitano, dalla caduta del governo Berlusconi, che sta proseguendo anche oggi”. Per Bondi, “quello che è avvenuto in questi giorni non ha nulla di nobile, è stato solo calcolo cinico e brutale. Hanno abbandonato Berlusconi nel momento più difficile della sua vita”. Il parlamentare poi aggiunge: “Ho ascoltato la conferenza stampa di Alfano, non capisco i motivi della scissione anche se lui ha insistito molto nel dire che la questione decadenza Berlusconi nulla ha a che vedere con il prosieguo del governo. Io credo che sia inaccettabile che si accetti che sia cacciato il leader del partito e non vedo nemmeno tanto solida la maggioranza”.

In merito all’azione della rinata Forza Italia, Bondi spiega: “Nei prossimi giorni faremo i gruppi e poi insieme e democraticamente decideremo cosa fare. La mia opinione, se vedo le cose chiaramente, è inevitabile che FI sarà all’opposizione del governo”. Quanto al Cavaliere: “Berlusconi sta bene. È molto stanco, provato da infinite riunioni, mediazioni e tentativi, falliti, di compromesso. Ma ieri ha dimostrato di fare discorsi politici con lucidità. Da lui ci sono state parole e sentimenti sinceri. Ho cercato di trovare nelle espressioni di Angelino le stesse espressioni di dolore. E a me sembrava soprattutto entusiasta per la sua nuova avventura anche se non contento di quanto successo”. Infine, per quanto riguarda il governo, Bondi spiega: “Maggioranza c’era prima e c’è oggi, ma come ho detto se la legge di stabilità non si cambia noi non dovremmo votarla”.


Il compito che spetta ai “governativi”
di Giovanni Orsina
(da “La Stampa”, 17 novenbre 2013)

Non ingombrato dalle tradizioni della Repubblica dei partiti, fin dalla «discesa in campo » Berlusconi ha avuto due punti di forza da un lato nella comprensione dei meccanismi maggioritari e bipolari, dall’altro nella straordinaria capacità di raccogliere intorno a sé tutti i gruppi politici alternativi alla sinistra.

Nel 1994 la sua forza federativa fu tale da dar vita a un ircocervo che nessuno sulla carta avrebbe mai creduto possibile, comprendente la Lega e Alleanza Nazionale. Molti anni dopo, alla fine del 2007, con la decisione di fondare il Popolo della Libertà cambiarono i mezzi ma non gli scopi: i centristi democristiani furono sostanzialmente espulsi, ma al contempo si creò un contenitore che ambiva a rappresentare l’intera area della destra italiana.

Il declino personale del Cavaliere e politico del berlusconismo sta ora facendo sì che la pellicola scorra al contrario. La disgregazione, come sempre accade, ha preso avvio dalla periferia dell’Impero, con un esponente «storico » della destra ma non del berlusconismo come Gianfranco Fini. E adesso dalla periferia è arrivata al centro: guidati dal «delfino » designato dal Cavaliere, essi stessi entrati quasi tutti in politica con Berlusconi, gli scissionisti non rinnegano nulla delle scelte fatte nel passato e non rifiutano affatto, anzi rivendicano con orgoglio, l’eredità del berlusconismo.

Non per caso sia Berlusconi sia Alfano hanno lasciato ben aperta la porta della collaborazione fra i due partiti. È una questione di calcolo politico ed elettorale, ovviamente. Ma trova pure cause più profonde in quello che abbiamo detto finora. Sul versante del vicepresidente del Consiglio, nella scelta di mettersi in continuità con la vicenda politica del Cavaliere. E per Berlusconi nella chiara consapevolezza di quanto importante sia stata la sua capacità di aggregazione, e di come perciò questa scissione rappresenti di per sé una sconfitta gravissima – il segno pubblico e palese del suo logoramento; un ulteriore, ampio passo verso la conclusione definitiva del «suo » ventennio.

I buoni propositi di «divorzio consensuale », tuttavia, non soltanto sono ostacolati dalla considerevole quantità di fango che i due (ormai ex) coniugi si son gettati addosso l’un l’altro, ma soprattutto saranno messi a dura prova nel momento in cui Forza Italia passerà all’opposizione. Ogni movimento del governo Letta si trasformerà allora in una ragione di polemica fra i due spezzoni del centro destra, e diverrà più difficile, a fronte di tante spinte centrifughe, e malgrado la storia comune e le considerazioni di opportunità, salvaguardare i legami residui.

La parte più agevole, in quel momento, toccherà senz’altro a Berlusconi. Non soltanto in Italia e non da oggi, ma in Italia e oggi più che altrove e ieri, fare opposizione è assai più facile che assumere responsabilità di governo. I problemi del nostro paese sono antichi e radicati, difficilissimi da risolvere, impossibili da risolvere in tempi brevi o a costo zero, e la loro soluzione sfugge in larga misura al controllo delle nostre autorità nazionali – che per di più sono frammentate, indecisioniste e inefficienti. Un governo di grande coalizione, in queste circostanze, è il candidato naturale a far da capro espiatorio – capro del quale un’opposizione non obbligata a proporre soluzioni alternative e realistiche proporrà il sacrificio immediato a un’opinione pubblica avvilita, atterrita, inviperita.

Sul Nuovo Centrodestra, per converso, grava il carico storico e politico più pesante. Ieri in conferenza stampa Alfano ha suonato lo spartito della ragionevolezza. Ha dichiarato ingiusto e inclemente valutare il governo dopo soli sei mesi. Ha sottolineato come in questo periodo la via verso la soluzione di alcuni problemi sia stata per lo meno imboccata. Ha identificato tre chiare priorità: una legge elettorale bipolarista che consenta agli elettori di scegliere gli eletti; una riforma costituzionale che superi il bicameralismo e introduca l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo; una spending review ambiziosa che tagli la spesa pubblica e consenta di ridurre la pressione fiscale, a cominciare da quella sul lavoro.

Se questi tre scopi fossero raggiunti, l’Italia sarebbe un paese migliore? A parere di chi scrive sì, senza la minima ombra di dubbio. Di più: il Paese non uscirà mai dalla palude, fin quando non avrà raggiunto questi obiettivi – e prima li raggiunge, prima torna su terra solida. Le circostanze politiche complessive, tuttavia, non sono affatto favorevoli. I «governativi » di centro destra avranno bisogno innanzitutto di tanta fortuna. Poi dovranno compiere uno sforzo sovrumano di coerenza – resistendo, ad esempio, alle spinte neoproporzionaliste che si stanno facendo sempre più robuste, che a loro in quanto partito converrebbe assecondare, ma che contraddicono ai loro propositi bipolaristi. Infine, dovranno cercar di afferrare e conservare l’iniziativa politica, così da diventare un elemento di stimolo per il governo, tenere sotto controllo Forza Italia, riuscire a parlare al Paese. In bocca al lupo.


Annamaria Cancellieri, c’è l’ipotesi di iscrizione nel registro degli indagati. E Civati presenta mozione di sfiducia
di Redazione
(da “L’Uffington Post”, 17 novembre 2013)

Aggiornamento delle 12.45: “Se ci saranno novità sostanziali ridiscuteremo la nostra posizione. Altrimenti è chiara, l’abbiamo espressa già per bocca del nostro capogruppo, ed è quella della fiducia nel ministro”. Così Davide Zoggia, responsabile organizzazione del Pd, sulla posizione della Cancellieri e sulla possibile iscrizione al registro degli indagati del Guardasigilli. Quest’ultima evenienza potrà determinare un cambio di linea di largo del Nazareno, ed è la prima volta che un membro della segreteria lascia intravedere una crepa nel muro eretto a difesa del ministro. “Ci vedremo martedì sera e ci confronteremo, ma partiremo da una posizione acquisita”. La mozione di sfiducia presentata da Civati? “Rientra nella normale dialettica congressuale”.

“Il Pd dice di non poter ‘sfiduciare’ la Cancellieri perché non si può votare la mozione del M5S, segnalo che ne possiamo presentare una noi”. Lo scrive Pippo Civati sul blog criticando l’atteggiamento del Pd sul ministro della Giustizia. “Martedì presenterò un testo all’assemblea del gruppo. Basta con l’ipocrisia. Non se ne può più”.

Una nuova clamorosa svolta nel caso Cancellieri. Già, perché una larga fetta degli uomini del Nazareno sta meditando il pollice verso nei confronti del Guardasigilli. “Il ministro Cancellieri deve dimettersi. Io al gruppo del Pd ribadirò questo. Poi le decisioni si prendono insieme” e “se il gruppo deciderà diversamente saremo leali al Pd come sempre”. Lo afferma Maria Elena Boschi, voce di Matteo Renzi in Parlamento, sottolineando che per il Guardasigilli “non pare ci siano profili di illegittimità nella sua condotta ma ha dato l’idea profondamente sbagliata di un sistema in cui solo se conosci qualcuno riesci a vedere tutelati i tuoi diritti”. “Se questa vicenda fosse arrivata dopo l’8 dicembre – osserva – il Pd avrebbe già chiesto le dimissioni. Al momento, il segretario Epifani vedremo cosa proporrà”.

La svolta politica prende le mosse da un possibile colpo di scena giudiziario. È l’ipotesi che questa mattina avanza Repubblica. Il quotidiano di largo Fochetti scrive:

La procura di Torino invierà a Roma il dossier Cancellieri. Una scelta obbligata. I magistrati di Giancarlo Caselli potrebbro iscrivere il ministro nel registro degli indagati per aver fornito false informazioni ai pm nell’interrogatorio del 22 agosto. Un’ipotesi, pare di capire, non così improbabile: dice il falso, è scritto nel codice, non solo chi mente ma anche chi omette di raccontare quel che sa.

Qual è il peccato di omissione del ministro della giustizia? Lo si legge poche righe dopo:

Il tabulato è emerso nei primi giorni di novembre. Quel documento contiene un particolare che era sconosciuto al pm Vittorio Nessi il 22 agosto, quando il procuratore è andato a Roma a interrogare come teste il ministro, nel suo ufficio di massimo garante dell’amministrazione della giustizia. Nessi non sapeva, non poteva sapere, che poche ore prima la testimone Annamaria Cancellieri aveva parlato a lungo al telefono (sette minuti e mezzo di telefonata sono una lunga telefonata) con il fratello del principale arrestato nell’indagine torinese su Fonsai, Salvatore Ligresti. Perché il procuratore non poteva sapere di quella telefonata? Perché né Antonino Ligresti né, tantomeno, Annamaria Cancellieri erano intercettati.

Si va verso un ingarbugliamento della posizione del ministro? Probabilmente sì. La mozione di sfiducia presentata dal Movimento stelle verrà discussa alla Camera mercoledì. E, oltre agli uomini di Beppe Grillo, anche una larga fetta del Partito democratico si sta orientando in queste ore su posizioni fortemente critiche.

Più sfumata ma altrettanto problematica è la posizione di Gianni Cuperlo: “C’è una questione di opportunità politica, credo che il ministro Cancellieri, per la sua storia, sia la prima persona interessata a valutare, con Letta, se ci sono le condizioni per continuare a fare il Guardasigilli con serenità”.

A difendere la collega rimane il ministro Franceschini: “Una cosa è discutere di questo, un’altra pensare di votare una mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle. Mi pare un atto dovuto che la maggioranza la respinga”. Le dimissioni sono un altro paio di maniche: “Non mi scandalizzo di un dibattito con opinioni diverse sull’opportunità delle sue dimissioni, tenendo ferma l’assenza di fatti di rilevanza penale”. Per ora, almeno.


Cronache dalla palude
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 17 novembre 2013)

Non qualche organo dello Stato italiano, ma l’amministrazione della Marina degli Stati Uniti (si può aggiungere «a nostra vergogna » o è un’espressione esagerata?) si è data cura di elaborare i dati più aggiornati sull’inquinamento ambientale a Napoli e in Campania. I risultati sono noti grazie all’ Espresso : in pratica, chi si azzarda a bere l’acqua del rubinetto da Capodichino a Caserta lo fa a suo rischio e pericolo. Risultato: i giornali si agitano, i napoletani si preoccupano, il loro ineffabile sindaco minaccia azioni legali (immagino contro Obama). Non sembra però che in complesso ci sia una reazione molto diversa da quella che c’è stata una settimana fa, quando si è appreso che secondo un celebre capocamorrista in galera, coloro che abitano nelle medesime zone di cui sopra nel giro di venti anni saranno tutti morti di cancro a causa dei rifiuti tossici che la sua organizzazione ha riversato lì per anni. Profezia che peraltro – come ha raccontato benissimo sul Corriere di ieri Gian Antonio Stella – si sta già puntualmente avverando. In entrambi i casi costernazione, indignazione, ma tutto finisce lì. Il Sud può andare in malora, l’Italia sembra avere altro a cui pensare.

In altri tempi, quando al Parlamento sedevano rappresentanti veri delle popolazioni, e non burattini paracadutati come oggi, fatti del genere (si pensi all’epidemia di colera del ‘73) avrebbero scatenato la loro mobilitazione immediata e una conseguente azione fortissima sul governo. Così come in altri tempi, e sempre per cose del genere, i partiti e le organizzazioni sindacali delle zone interessate avrebbero fatto a dir poco l’ira di dio. Ma allora non c’era il Porcellum . Il Sud c’era ancora come grande questione nazionale. E forse, mi viene da aggiungere, c’era anche un’altra idea d’Italia.

Ma alla fine tutto dipende ancora da noi. Moltissimo è nelle mani dell’opinione pubblica meridionale; molto dipende dal convincimento che essa deve farsi che di questo passo il Mezzogiorno diventerà un posto simile a certi Stati della coca sudamericani. Così come molto dipende dalla capacità dell’opinione pubblica meridionale di resistere alla deprecazione di maniera di coloro che al minimo stormir di fronde sono abituati a strillare contro la «militarizzazione del territorio ». Quando invece è proprio da una tale militarizzazione che tanta parte del Sud può aspettarsi la salvezza. Solo con il sostegno di questo nuovo sentimento collettivo lo Stato potrà fare la sua parte. Non servono leggi eccezionali. Serve un controllo capillare delle amministrazioni locali, un’azione continua e penetrante specialmente della Guardia di finanza, serve far funzionare tutto ciò che è pubblico: dai mezzi di trasporto, agli ospedali, alla scuola, alle poste. E servono anche gesti simbolici: per esempio la nomina a Caserta o a Reggio Calabria di un prefetto scelto tra gli alti gradi dei Carabinieri.

Guai a pensare però che sia solo una questione del Mezzogiorno. Lì c’è la testa della Piovra, che dopo essersi alimentata per anni con i rifiuti provenienti perlopiù dal Nord, ora sta allungando anche qui i suoi tentacoli. Essa sa bene, infatti, che l’Italia è una sola. Siamo noi che spesso ce ne dimentichiamo.


Due articoli sul caso Vendola
(da “Dagospia”, 17 novembre 2013)

1. ILVA, L’AUTODIFESA DI VENDOLA PIÙ IMBARAZZANTE DELLE RISATE – HO PRESO IN GIRO QUEL GIORNALISTA PERCHÉ VOLEVO INGRAZIARMI I RIVA
Mariateresa Conti per “il Giornale”

Quando la toppa è peggio del buco. Più Nichi Vendola fa l’indignato e si sforza di dare una nobile aura istituzionale alle risate al telefono con l’ex pr della famiglia Riva Girolamo Archinà, al centro di una bufera dopo che il sito del Fatto Quotidiano ha pubblicato l’audio dell’intercettazione, più s’incarta, peggiorando la situazione.

E così ieri, pur scusandosi col giornalista da lui deriso (e chiamato «faccia di provocatore »), il leader Sel l’ha sparata grossa: quelle risate, quel tono confidenziale con Archinà che ha fatto imbestialire i militanti di sinistra più ancora delle risate sul cronista che chiedeva conto dei morti di tumore zittito da Archinà strappandogli il microfono, altro non erano che una captatio benevolentiae per ingraziarsi i Riva e cercare di salvare i posti di lavoro dell’Ilva, conciliando tutela ambientale e occupazione.

Et voilà, la capriola è servita. Nichi, il fustigatore; Nichi, l’affabulatore che affascina le folle con le sue narrazioni sì, magari incomprensibili, ma che suonano tanto tanto bene; Nichi, quello che predica la politica nuova, in privato è un politico uguale agli altri. Anzi peggio, per i suoi fan, che su Facebook lo hanno tempestato di insulti invitandolo a fare un passo indietro.

Nella telefonata intercettata finita sul sito del Fatto, tra una risata e l’altra, in effetti un indizio c’era: «Dica a Riva che il presidente non si è defilato », diceva Vendola dopo aver confessato di aver riso «per un quarto d’ora » per il video di Archinà che strappava il microfono al cronista di Taranto Blustar Tv.

E infatti, dal web, Vendola si era già attirato un vespaio. Ieri, a mo’ di scusante, la giustificazione choc del governatore, più imbarazzante delle stesse risate: «La confidenza nelle telefonate con il mio interlocutore, che era il responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, l’ambasciatore della proprietà, era normale perché era una confidenza legata a raggiungere degli obiettivi. Per me difendere i posti di lavoro non è una cosa di cui debba vergognarmi. Sono orgoglioso di aver difeso ogni giorno ogni singolo posto di lavoro ».

Vendola ha parlato espressamente di captatio benevolentiae nei confronti del suo interlocutore » (Archinà, ndr), spiegando che deridere il giornalista era «strumentale » a ingraziarsi il suo interlocutore e il patròn dell’Ilva. Il governatore, comunque, ieri ha chiesto scusa, con un sms e una telefonata, al giornalista preso in giro, Luigi Abbate.

«Mi ha detto che era in un momento di stanchezza – ha raccontato il cronista – appena tornato dalla Cina e gli è venuto da ridere vedendo che Archinà mi strappava il microfono. Però si parlava di un argomento serio, non c’era nulla da ridere ». Nonostante le capriole di Vendola e l’inusitato buonismo di chi, come la leader della Cgil Susanna Camusso, liquida la questione con un secco «il gossip sulle intercettazioni non si può fare », il caso non è chiuso. Domani si riuniranno i presidenti dei gruppi consiliari per fissare la data di una convocazione urgente del Consiglio regionale della Puglia. All’odg, l’intercettazione del governatore.

2. SVENDOLA
Marco Travaglio per “il Fatto Quotidiano”

Ci sono tanti modi per finire una carriera politica. Quello che la sorte ha riservato a Nichi Vendola è uno dei peggiori, proprio perché Nichi Vendola non era tra i politici peggiori. Aveva iniziato bene, con un impegno sincero contro le mafie e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor più cari di quelli che si pagano di solito mettendosi contro certi poteri, perché faceva politica da gay dichiarato in un paese sostanzialmente omofobo e da uomo di estrema sinistra in una regione sostanzialmente di destra.

Ancora nel 2005, quando vinse per la prima volta le primarie del centrosinistra e poi le elezioni regionali in Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti entusiasmi e speranze. E forse li meritava davvero. Poi però è accaduto qualcosa: forse il potere gli ha dato alla testa, forse la coda di paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il sopravvento, o forse quel delirio di onnipotenza che talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha portato a pensare che ogni compromesso al ribasso gli fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola. S’è messo al fianco, come assessore alla Sanità (il più importante di ogni giunta regionale) un personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto d’interessi, come Alberto Tedesco.

S’è lasciato imporre come vicepresidente un dalemiano come Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale del sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria con Berlusconi. Ha appaltato al gruppo Marcegaglia l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato da imbarazzanti elogi del Sole 24 Ore quando la signora Emma ne era l’editore. Ha attaccato, con una lettera di chiaro stampo berlusconiano, il pm Desirée Di Geronimo che indagava su di lui.

Ha incassato un’archiviazione da un gip risultata poi in rapporti amichevoli con lui e la sua famiglia. Ha stretto un patto col diavolo del San Raffaele, il famigerato e non compianto don Luigi Verzé, consegnandogli le chiavi di un nuovo ospedale a Taranto da centinaia di milioni. E si è genuflesso dinanzi al potere sconfinato della famiglia Riva, chiudendo un occhio o forse tutti e due sulle stragi dell’Ilva. Il fatto che, come ripete con troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo dai Riva (diversamente da Berlusconi e Bersani), non è un’attenuante, anzi un’aggravante.

Non c’è una sola ragione plausibile che giustifichi il rapporto di complicità “pappa e ciccia” che emerge dalla telefonata pubblicata sul sito del Fatto fra lui e lo spicciafaccende-tuttofare dei Riva: quell’Archinà che tutti sapevano essere un grande corruttore di politici, giornalisti, funzionari, persino prelati. Un signore che non si faceva scrupoli di mettere le mani addosso ai pochi giornalisti non asserviti.

In quella telefonata gratuitamente volgare, fatta dal governatore per complimentarsi ridacchiando con il faccendiere della bravata contro il cronista importuno, non c’è nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più deteriore del termine, nel più vieto luogo comune del politico scafato che deve tener conto dei poteri forti e delle esigenze occupazionali.

C’è solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex rivoluzionario che si è finalmente seduto a tavola e il potente che a tavola ha sempre seduto e spadroneggia nel vuoto della politica e dei controlli indipendenti, addomesticati a suon di mazzette. Il darsi di gomito fra gli eterni marchesi del Grillo, “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Questo ovviamente in privato, mentre in pubblico proseguivano le “narrazioni” e le “fabbriche di Nichi”. La poesia sulla scena, la prosa dietro le quinte.

La telefonata con Archinà è peggio di qualunque avviso di garanzia, persino di un’eventuale condanna. Perché offende centinaia di migliaia di elettori che ci avevano creduto, migliaia di vittime dell’Ilva e i pochi politici che hanno pagato prezzi altissimi per combattere quel potere malavitoso. Perché cancella quello che di buono (capirai, in otto anni) è stato fatto in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo del “sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia faccia di Nichi. Perché chi ha due facce non ce l’ha più, una faccia.

(Condivido in pieno questo articolo di Travaglio e Vendola ha solo una strada da intraprendere, quella delle dimissioni e dell’uscita di scena dalla politica. bdm)


Il centrodestra di Alfano
Marco Travaglio per Il Fattoquotidiano.it
(da “Dagospia”, 17 novembre 2013)

Che differenza c’è tra Alfano, Schifani, Cicchitto, Formigoni, Quagliariello, Giovanardi, Lupi & C., insomma il “Nuovo Centro-Destra” (Ncd) e Sergio De Gregorio? Una sola: quelli hanno tradito gli elettori del Pdl (che votano Berlusconi, non certo loro) non per soldi ma per poltrone, mentre questo tradì Di Pietro e il centrosinistra per soldi e per poltrone. Che differenza c’è fra l’allegra brigata Ncd e Razzi&Scilipoti? Nessuna. Niente. Nisba. Nada.

Razzi&Scilipoti, eletti nel 2008 con l’Idv (centrosinistra) per fare opposizione al governo Berlusconi, passarono col Pdl nel novembre del 2010 per fare da stampelle alla maggioranza divenuta minoranza dopo la defezione dei finiani. Alfano, Schifani & C. sono stati eletti nel Pdl per contrapporsi al Pd di Bersani. Poi, insieme a Berlusconi, hanno tradito una prima volta il mandato elettorale andando al governo con il Pd (che a sua volta ha tradito il mandato elettorale andando al governo con il Pdl).

E ora hanno tradito una seconda volta il mandato elettorale, staccandosi dal Pdl dopo aver capito che le loro posizioni inciuciste erano minoritarie in Consiglio nazionale. Naturalmente l’ultimo che può scandalizzarsene è proprio Berlusconi: chi di tradimenti ferisce, di tradimenti perisce.

L’unico leader di questo ventennio che non può essere accusato di aver cercato ribaltoni è Romano Prodi, che anzi ne subì due, entrambe le volte in cui andò al governo: ed entrambe le volte rifiutò di raccattare voti qua e là per tirare a campare, andando alla conta in Parlamento a costo di farsi sfiduciare e di andare subito a casa, secondo una prassi mai seguita da alcuno e sgradita al Quirinale (Napolitano ha così tanto rispetto del Parlamento da patrocinare regolarmente crisi extraparlamentari e da aver accettato le dimissioni di due governi, il Berlusconi-3 e il Monti, mai sfiduciati dalle Camere).

Qui naturalmente non si tratta di stabilire chi sia peggio fra B. e i suoi ex complici divenuti nemici: è una bella gara da cui è meglio astenersi. Si tratta però di alzare lo sguardo dalle contingenze quotidiane, per capire quali conseguenze avrà lo strappo nel Pdl sulla politica italiana. A leggere la grande stampa, Alfano è una sorta di nuovo De Gasperi che ci regalerà un centrodestra normale, moderato, liberale, europeo. Per non parlare di Schifani, cui già quand’era presidente del Senato furono eretti memorabili monumenti di saliva.

Tutti hanno già dimenticato che questi due signori hanno prestato il loro nome e la loro eventuale faccia a tre leggi, o “lodi”, poi dichiarate incostituzionali dalla Consulta: il lodo Schifani per impunità delle cinque alte cariche dello Stato (cioè di B.), il lodo Alfano per l’impunità delle quattro alte cariche dello Stato (cioè di B.), il legittimo impedimento Alfano per l’impunità del premier e dei suoi ministri (cioè di B.). Ora questi due impuniti vengono a raccontarci che B. deve scindere le sorti dei suoi processi da quelle del governo. E trovano pure qualcuno che li prende sul serio, anziché risate e pernacchie. Sul Corriere si legge che Alfano parla ogni giorno al telefono con Napolitano. E tutti sanno che a incoraggiare questi conigli travestiti da colombe a rompere con B. sono stati Letta e Napolitano: anche e soprattutto con la garanzia che per un bel po’ non si andrà a votare. Altrimenti gli elettori li asfalterebbero, visto che senza B. non prendono un voto nemmeno nelle rispettive famiglie.

Quel che accadrà nei prossimi mesi è un film già visto nell’anno di Monti: B. passerà all’opposizione di un governo immobile (altro che stabile) che non fa nulla o, se fa qualcosa, è per imporre nuove tasse e sacrifici. Uno spot permanente per B., che è già in campagna elettorale contro il governo delle tasse e dell’euro. Così, quando finalmente si voterà, B. risorgerà un’altra volta grazie a quelli che pensavano di averlo ucciso. E la speranza di un centrodestra normale, anziché più vicina, sarà più lontana. Ringraziamo anticipatamente i grandi strateghi per questo bel regalo.


In corsa per il posto della Cancellieri
di DAGOREPORT
(da “Dagospia”, 17 novembre 2013)

La ministrona-ona-ona sotto assedio. Annamaria Cancellieri in Peluso, nonostante le dichiarazioni imposte da Bella Napoli e Enrichetto il Chierichetto, è sempre più decisa a mollare. Anche perché il voto di mercoledì sulla mozione di sfiducia dei grillini, alla fine potrebbe risultare come una sentenza di morte. Nel Pd il mal di pancia nei suoi confronti sta aumentando vertiginosamente (vedi la mozione di sfiducia di Civati) e nonostante le suppliche del Colle ad Epifani sarà difficile mantenere il partito compatto.

Il tutto sarà deciso nelle prossime quarantottore, ma i margini si assottigliano sempre di più. Allora si sta ipotizzando una soluzione di riserva se il banco dovesse saltare e la titolare dell’Interno fosse costretta a mollare sotto il peso di nuove indiscrezioni (leggi intercettazioni).

Con chi sostituirla? Il posto potrebbe essere rivendicato da Angelino Alfano che con il suo gruppo al Senato salva il governo. Il nome del possibile sostituto già circola. E’ quello di Renatino Schifani. L’ex riportino di Palazzo Madama, eminenza grigia dietro le mosse di Angelino, vanta un forte credito nei confronti di Enrichetto.

E’ stato lui, infatti, a lavorare per costituire al Senato il gruppo di Nuovo Centrodestra, come da tempo avevano messo in guardia il Cavaliere il macellaretto Verdini e Fitto il pugliese. E ieri da Maria Latella su Sky Schifani ha proferito un atto di fedeltà verso Bella Napoli, facendo risaltare che lui non poteva stare con chi offendeva la prima (s)carica dello Stato riferendosi agli attacchi di Santadeché & co..

Una bella leccata che ha una sua giustificazione proprio per la corsa alla Giustizia. La nomina dell’inquilino di via Arenula BellaNapoli lo considera affar suo specie dopo le vicende palermitane. Per cui su quel ministero non si muove foglia che Giorgetto non voglia.

Ma sulla possibile designazione di Schifani pesa più di un’ombra (giudiziaria) che rischia di far esplodere un caso Cancellieri-bis. Il nostro Renatino è sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il gip di Palermo, Piergiorgio Morosini, alla fine di luglio ha respinto la richiesta di archiviazione della procura concedendo ai pm altri quattro mesi di tempo. Il magistrato chiede che siano ascoltati altri sette pentiti per nuove verifiche sulle dichiarazioni di Carmine Spatuzza.

Il superpentito in un interrogatorio ha sostenuto che negli anni Novanta l’ex presidente del Senato avrebbe avuto un ruolo nel mettere in contatto i mafiosi stragisti Giuseppe e Filippo Graviano con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.
E allora su chi ripiegherà? Michele Vietti il Fighetto avrebbe fatto sapere che non ci pensa minimamente a lasciare la vicepresidenza del Csm per un governo che al massimo può durare ancora un anno (ed è ottimista). Vuoi vedere che alla fine saranno costretti a chiederlo a Giuliano Amato?


Vendola, Cancellieri e il regime dei salotti
di Angelo d’Orsi
(da “MicroMega”, 17 novembre 2013)

Scriveva su MicroMega n. 2 del 2010 il mio maestro Norberto Bobbio: “Pluralismo significa non soltanto che vi sono (debbono esservi) molte forze in gioco, ma anche che tra queste forze vi è (deve esserci) concorrenza e quindi conflitto, e pertanto ogni compromesso è sempre parziale e provvisorio, e l’unità non facilmente perseguibile e nemmeno benefica”. (La citazione si può trovare con innumerevoli altre di vari autori nello stimolante libro di Pierfranco Pellizzetti, Libertà come critica e conflitto, Mucchi Editore).

Fa bene rileggere le parole del filosofo, davanti all’ossessione “unitaria” del presidente della Repubblica, grande padre delle “Larghe Intese”, il quale in nome della legittima esigenza di salvare la situazione economica del paese, non ha spinto verso un nuovo CLN, bensì verso una triste alleanza delle forze politiche che fino alle elezioni di febbraio 2013 si erano scontrate per esattamente un ventennio. Questa non è la politica dell’unità nazionale (che ha un senso in situazione di emergenza, come fu la lotta al nazifascismo), ma di una forzosa unità degli opposti in nome di un obiettivo politico, che, se nella misura in cui viene perseguito si rivela non compatibile con la democrazia, la quale è fatta di conflitto, di contrasti, di contrapposizioni, sulla base, tuttavia, del riconoscimento delle regole comuni di base, come in qualsiasi competizione: dal gioco delle carte al pugilato. Ebbene, come ci si può alleare con chi le regole del gioco – quelle fissate dalla Costituzione e dall’insieme dell’apparato legislativo – non ha mai riconosciuto?

V’era una sola possibile ratio nell’alleanza impropria tra centrodestra e centrosinistra: fare una legge elettorale degna di questo nome. E poi sciogliere le Camere e andare al voto con la nuova legge. Non solo non lo si è fatto, ma tutto sembra dimostrare che questo governo assurdo, guidato (ma solo formalmente) da un giovane democristiano ambizioso e furbetto, miri a durare indefinitamente, perseverando nella politica degli annunci, mentre sotterraneamente lavora a smantellare quel che rimane da smantellare: Costituzione (vedi aggiramento delle norme dell’art. 138 relative ai cambiamenti della Carta in vista del suo stravolgimento), diritti sociali (l’elenco sarebbe troppo lungo), spazi di libertà (vedi occupazione militare della Val Susa), dignità nazionale (vedi atteggiamento verso gli Usa in relazione al Muos e agli F35).

Ma il PD, con i suoi mugugni interni, continua a resistere stoicamente: finché non avrà perseguito l’obiettivo del proprio annientamento, persevererà? L’esperienza del governo Letta-Alfano (il secondo intanto consuma l’uccisione del padre, alias Berlusconi; del resto anche Letta ha ucciso Bersani e gli altri padri e padrini più o meno nobili del suo partito) risulta di eccezionale interesse per gli studiosi di oggi e di domani: essa rivela, accanto a tutta una serie di altri fatti, come pressoché l’intera classe politica sia ormai sideralmente lontana non “dalla società”, ma da una parte precisa della società; quella preponderante numericamente ma ormai priva di rappresentanza politica costituita dai ceti più deboli: dagli “umiliati e offesi”, che stringono i denti e si arrabattano per sopravvivere, e spesso maledicono il mondo e la vita.

Viene talora davvero il sospetto che, una volta messo piede in quelle istituzioni (non solo il Parlamento, ma anche gli organismi locali), una volta agguantato “il posto”, si entri nel giro, e si esca dal contatto sociale. Sospetto sbagliato, naturalmente, in quanto generico e generalizzante; ma quello che ci mette sotto gli occhi la cronaca è desolante. Quello che ci tocca vedere è una impressionante contiguità fra i poteri; potere politico, potere economico, potere dei media. Una sorta di superpotere è ormai di fatto signore del paese: e le distinzioni di ruolo come quelle di appartenenza politica o di affinità ideologica non hanno alcun peso. La signora Cancellieri, osannata dal centrosinistra e dal centrodestra ben prima di ascendere ai fasti governativi con Monti (uno dei più grandi bluff della storia contemporanea), nel suo “inciampo” dimostra proprio questa contiguità: al di là della gravità (estrema!) del fatto, ossia della signora ministro della Giustizia (davvero palesatasi nei panni di ministro dell’Ingiustizia) che interviene a favore di detenuti, extra e contra legem, quello che emerge è precisamente la contiguità familiare e amicale tra la famiglia della Cancellieri e la famiglia Ligresti. Intrecci e incroci impressionanti.

Ma è pure, ahimè, la contiguità che rivela Nichi Vendola con i potenti, nella sua già famigerata chiacchierata telefonica con il “galantuomo” Girolamo Archinà, a quanto risulta finora, eminenza grigia della fabbrica di morte che è l’Ilva di Taranto. Ora, possiamo pensare che “prima” Vendola fosse come appare in quella telefonata? Ossia un personaggio del più squallido sottobosco della politica? No. Vendola era uomo intelligente, raffinato, culturalmente preparato: una piccola eccezione nel panorama, anche della sinistra “radicale”. Poi, gli slittamenti a destra, poi la superfetazione delle “narrazioni”, ma ciononostante, l’ascesa al soglio della Regione Puglia (meritatamente, e malgrado l’ostilità del PD), poi il bla bla e la fuffa, e un inatteso risultato elettorale che ha dato al suo evanescente partito un bel manipolo di parlamentari, la presidenza della Commissione che deve scacciare Berlusconi dal Senato (ma non parliamo di chi riveste quella carica: un altro bel personaggio!), oltre addirittura alla presidenza della Camera (no comment sulla titolare).

Ebbene, ecco Vendola come è ridotto: non so se effetto della mutazione genetica che accade nelle stanze del potere, o messo a nudo nella sua essenza prima celata. Certo, non v’è ipotesi di reato, in quella conversazione, ma fa pena scoprirlo intricato in quel partito non istituzionale, assolutamente trasversale, che una volta avremmo chiamato della “classe dirigente”, ma che oggi, disvelato nella sua miseria, appare semplicemente come il protagonista di un “regime da salotto” (come ha scritto Juri Bossuto, in una lettera a un quotidiano torinese, non pubblicata, in relazione al caso Cancellieri).

Il familismo amorale è una delle nostre piaghe nazionali, si sa; ma il regime dei salotti che ci governa è, per chi dai salotti è condannato all’esclusione (ossia la quasi totalità della popolazione italiana) intollerabile. La difesa della Cancellieri, invece, da parte di una fetta cospicua del PD, è inaccettabile, ma perfettamente esplicabile. Non è solo per garantire la “tenuta del governo” (ma che vuol dire!?), ma anche e forse soprattutto perché la simpatica solidarietà fra coloro che si accomodano ogni sera sui sofà del salotto, e che sorbiscono il caffè coi pasticcini, o il Berlucchi con i pistacchi, fra “ho un amico che aspira al consiglio di amministrazione” e un “non ti preoccupare: ci penso io”, fra un “non bisogna parlare sul tuo giornale di questa cosa” e un “smetteremo subito, stai tranquillo”, non consente di fare altrimenti. Il salotto non si tradisce.


Due giorni intensi che non potrò dimenticare
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 17 novembre 2013)

La scissione del Pdl e la nascita di quella che noi chiamiamo la destra repubblicana rappresenta una novità di grandissimo rilievo nel panorama della politica non soltanto italiana ma anche europea.
Il governo Letta ne esce rafforzato perché scompare la presenza di Berlusconi e del berlusconismo dalla maggioranza. La prima conseguenza riguarda l’essenza stessa del governo Letta-Alfano. Finora infatti si trattava d’una situazione di necessità anche se, con l’ipocrisia che a volte è politicamente indispensabile, molti si ostinavano a chiamarlo di “grandi intese”. Ma dopo la scissione Letta- Alfano consente anche quelle intese per realizzare le riforme e gli interventi che la crisi europea richiede.
I partiti che ora compongono la nuova maggioranza senza Berlusconi debbono tener conto di questa novità e comportarsi di conseguenza. Soprattutto il Pd che ora è la maggiore forza politica non solo alla Camera ma anche al Senato.
Non mi diffonderò più a lungo su questo tema del quale da tempo il nostro giornale auspicava la realizzazione. In un futuro ancora lontano anche in Italia una destra moderata e liberale disputerà il potere con una sinistra liberal-socialista; ma nel frattempo entrambe sono impegnate insieme per riformare lo Stato e l’assetto europeo all’insegna del lavoro e dello sviluppo economico.

* * *

Ora però il tema di questo articolo sarà un altro.
Accadono a volte per puro caso delle giornate particolarmente intense, punteggiate da incontri che ti emozionano e ti suscitano una scia di ricordi e di pensieri che dal passato si riflettono sul presente e disegnano un ancora incerto futuro.
A me è accaduto tra giovedì e venerdì, a Roma prima e poi a Milano.
A Roma giovedì mattina ero, insieme a molte altre persone, al Quirinale dove si è svolto l’incontro ufficiale, ma in parte anche riservato, tra il presidente Napolitano e papa Francesco. Non si è parlato certo di teologia, ma di politica, in pubblico e in privato.
Il Concordato – del quale Napolitano ha ricordato l’inserimento nella nostra Costituzione che fu opera dell’Assemblea Costituente con il voto favorevole della Dc e del Pci e quello contrario dei socialisti, del Partito d’azione e dei liberali – assicura la leale collaborazione tra lo Stato (laico per definizione) e la Chiesa cattolica nelle loro due distinte sfere della politica e della religione.
Questa situazione dura dal 1947 ma c’è da qualche mese un’importante novità: la Chiesa non prenderà più iniziative “parapolitiche” né tramite la Segreteria di Stato vaticana né attraverso la Conferenza episcopale italiana.

Di fatto questo non era mai accaduto per secoli e secoli, anche dopo la caduta del potere temporale verificatasi il 20 settembre del 1870 con la conquista di Roma da parte dei bersaglieri. Il potere temporale era rinato sotto altre spoglie.
Ora Francesco ha messo il fermo. La Chiesa predica il Vangelo ed esorta all’amore del prossimo; questo e solo questo è il suo compito, in Italia come nel resto del mondo. Un compito molto impegnativo che servirà (dovrebbe servire) anche alla politica per attuare con i propri strumenti la stessa visione: solidarietà, tutela dei diritti, rispetto dei doveri, libertà e giustizia.

La libertà riguarda anche la Chiesa di Francesco che ha teorizzato in varie occasioni la libertà di coscienza dei cristiani come di tutti gli altri uomini e la loro libera scelta tra quello che ciascuno di loro ritiene sia il Bene e quello che ritiene sia il Male. E portando avanti il Vaticano II ha deciso di dialogare con la cultura moderna.
Tutte queste questioni estremamente significative hanno echeggiato nelle sale del Quirinale e così si spiega l’amarissima constatazione di Napolitano che, di fronte a queste mete da perseguire, ha denunciato la situazione politica italiana, ammorbata da spirito di parte, interessi di gruppi e diffusione di veleni.
Ne abbiamo purtroppo conferma tutti i giorni e lì, nelle sale d’un palazzo che fu sede prima dei Papi, poi dei Re d’Italia e infine dei presidenti della Repubblica, erano presenti i vertici del governo, del Parlamento, dei partiti e delle gerarchie della Chiesa. Papa e Presidente hanno dato testimonianza del cammino ancora da compiere e della loro decisione di stimolarne con gli strumenti a loro disposizione il completamento.
Personalmente ne sono uscito assai confortato.

* * *

Milano è città assai diversa da Roma. Ci ho vissuto a lungo negli anni Cinquanta e poi l’ho sempre assiduamente frequentata. Ne fui consigliere comunale dal ’60 al ’63 e deputato dal ’68 al ’72; ma a Milano ci sono sempre state le redazioni dell’Espresso (dal 1955) e di Repubblica (dal 1976).
Venerdì scorso ho avuto modo d’incontrare nel corso di una cena in piedi una quantità di amici d’un tempo e di rievocare con loro la Milano di allora.

Qual era la Milano degli anni Cinquanta e Sessanta? Quella della ricostruzione e poi del “miracolo italiano” nelle sue classi dirigenti politiche ed economiche? Chi erano gli esponenti di quei partiti, di quei sindacati, di quel capitalismo e di quella classe operaia? C’erano parecchi dei loro figli a quella cena dell’altro ieri: la figlia di Bruno Visentini, il figlio di Carlo Draghi, il figlio di Raffaele Mattioli, Maurizio, il figlio di La Malfa, la figlia di Aldo Crespi, la moglie e i figli di Franco Cingano. Io conoscevo i padri, ma poi ho incontrato anche loro e ne sono diventato amico. Sono i vantaggi, per mia fortuna, d’una lunga vita.
Adesso (lo dico tra parentesi) mi preparo a ritirarmi su una panchina del Pincio come mi ha consigliato Beppe Grillo, ma la data non l’ho ancora decisa e Grillo dovrà pazientare ancora un poco.

I cardini del capitalismo milanese d’allora, che forniva al paese gran parte della sua visione degli interessi ma anche dei valori d’una borghesia agiata e al tempo stesso colta, erano una singolare mescolanza d’imprenditori, banchieri e uomini politici e se dovessi indicarne il personaggio più rappresentativo di quella mescolanza farei il nome di Mattioli.

Era abruzzese di nascita, aveva esordito come segretario di Toeplitz; aveva assistito alla crisi bancaria del ’32 e poi aveva preso il posto di amministratore delegato. Era stato il rifondatore della Comit (si chiamava così la Banca commerciale italiana) che era diventata con lui la più importante in Italia e una delle più importanti in Europa.
Ma Mattioli finanziava anche l’editore Riccardi che pubblicava in una splendida collana i classici della letteratura italiana; finanziava anche l’Istituto di studi storici fondato a Napoli da Benedetto Croce, dal quale uscirono personaggi come Omodeo, Calogero, Salvatorelli, Romeo, De Capraris.
Era amico di Sraffa, emigrato durante il fascismo a Cambridge e depositario per molti anni delle carte di Gramsci e del suo testamento.

La sera, terminato il lavoro, Mattioli teneva salotto nel suo studio alla Comit in piazza della Scala. Durava un paio d’ore e gli ospiti abituali erano Adolfo Tino che era stato uno dei dirigenti del Partito d’azione durante la Resistenza e che fu poi presidente di Mediobanca; Franco Cingano che era uno dei massimi dirigenti della Comit di cui poi diventò amministratore delegato; Leo Valiani. Ugo La Malfa e Bruno Visentini frequentavano il salotto Mattioli quando venivano da Roma a Milano e altrettanto faceva Elena Croce, figlia di don Benedetto, ed Elio Vittorini.
Mattioli a quell’epoca somigliava a Maurice Chevalier, l’attore francese. O almeno così pareva a me e un giorno glielo dissi. Lui si schermì ma da allora mi volle più bene di prima.

Ma in quegli stessi anni il capitalismo milanese era anche rappresentato da Leopoldo Pirelli, dai giovani membri della famiglia Bassetti, da Vincenzo Sozzani e soprattutto da Cuccia (Mediobanca) e Rondelli (Credito italiano).
Ricordo ancora che uno degli obiettivi di La Malfa, anzi il senso stesso della sua vita, era quello di cambiare la sinistra e il capitalismo. Li conosceva bene tutti e due, anzi era con un piede in una e un piede nell’altro. Lo stesso, nel suo medesimo Partito repubblicano, era l’obiettivo di Visentini e tutti e due videro con speranza e poi con giubilo l’arrivo di Berlinguer alla guida del Partito comunista.

Questo era allora il capitalismo, soprattutto nella sua proiezione bancaria ma non soltanto, e la sinistra riformatrice che aveva Gobetti e i fratelli Rosselli nel suo Dna ma si era anche nutrita del pensiero liberale di Croce e di Luigi Einaudi. Non dimentichiamoci che quest’ultimo fu il primo governatore della Banca d’Italia dopo la caduta del fascismo, poi ministro del Bilancio con De Gasperi e infine primo presidente della Repubblica.
Napolitano, militante e poi dirigente del Pci, deriva direttamente dalla cultura di Croce e di Einaudi. Adesso queste cose sembrano assurdità, ma allora la realtà era quella e fu quella a fare dell’Italia una democrazia e del capitalismo un sistema che apprezzava e sosteneva lo Stato sociale, il welfare e l’economia sociale di mercato.

Poi dalla fine dei Sessanta in giù, la situazione è cambiata, la partitocrazia ha occupato le istituzioni, una piccola parte della sinistra ha inclinato verso il terrorismo, mentre un’altra parte si è corrotta insieme al ventre molle della Dc e il capitalismo ha cambiato natura. Invece di costruire imprese, le ha dissanguate. Il capitalismo reale ha ceduto il posto alla finanza speculativa. I legami tra affari e politica non furono più culturali ma corruttivi e intanto il popolo sovrano diventava “gente”, folla emotiva, materiale umano disponibile per i demagoghi e gli avventurieri.

Questo è purtroppo il paese. L’incontro con i discendenti del periodo migliore del Novecento mi ha al tempo stesso dato conforto e profonda tristezza, sperando che i figli emulino i padri ma disperando che riescano a educare la gente e farle riscoprire il popolo sovrano che è tutt’altra cosa.
Vorrei tanto che i giovani s’innamorassero di quest’idea ma se continuano a preferire l’avventura e gli avventurieri, allora non saremo più una nave ma una zattera con quel che ne segue.

* * *

Poi, prima di ripartire per Roma, la sera sono andato con mia moglie allo spettacolo di Nicoletta Braschi al teatro Parenti. Il programma era un testo di Samuel Beckett intitolato “Giorni felici”. Nicoletta è una grande attrice di teatro, il testo da lei recitato è terribile ma splendido nella sua terribilità. Poi abbiamo cenato insieme a lei e a suo marito Roberto Benigni, con Franco Marcoaldi e Nadia Fusini.
Una volta scrissi che Benigni, quando Napolitano se ne andrà anche lui sulla panchina del Pincio come auspica Grillo, potrebbe benissimo andare al Quirinale.

Naturalmente era una battuta ma la cultura di Roberto e di Nicoletta è tremendamente seria e quello che pensa e come ama il nostro paese Benigni è esattamente quello che penso ed amo anch’io. Non siamo molti ma, come dice Beckett, la vita è fatta di poche cose. L’importante sarebbe di saperle scegliere e spero che questo avvenga.


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Bart