Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Quattro dimissioni mancate hanno messo al bando le istituzioni

18 Novembre 2013

Le ferite che sono state inferte dalle nostre stesse istituzioni alla democrazia, senza che si levasse la protesta di coloro che si sono investiti del compito di proteggerla, sono la dimostrazione della profonda corruttela che ha formato uomini e sistemi in questi ultimi anni. Anche quando a colpire la democrazia sono stati personaggi di lunga carriera e di lunga esperienza, ciò non ha destato stupore né sorpresa, tanto il vento era mutato.

Quando si arriva ad un punto di cecità e di cinismo di questo devastante livello, non è più nemmeno necessario invocare un deux ex machina o un miracolo. Occorre fare tabula rasa e ricominciare da capo, imparando di nuovo l’abc. La lingua delle istituzioni si è corrotta come si sono corrotti i suoi esponenti che con essa si esprimono. Non perché abbiano magari compiuto del malaffare, ma perché si sono fatti forte della loro funzione per inventarsi una democrazia creativa, quale sottoprodotto vizioso e deturpato della democrazia autentica.

Molti cittadini come me non credono più nelle istituzioni italiane, ne sono nauseati, e anche vorrebbero abbatterle.
Se fosse così facile azzerare con lo schiocco delle dita, tutto si sarebbe già compiuto, con una fenomenale cancellazione dalla storia del nostro Paese di uomini che oggi appaiono sopraesposti ed immeritevoli di considerazione.

L’Italia era rimasta ferma allo scempio di una presidenza della repubblica scalfariana che si era intrufolata tra i partiti per devastarli e modificarli e soprattutto per stravolgere e violentare la volontà popolare espressa con il voto. E si pensava che non potesse più accadere niente di simile. Poi la presenza di Silvio Berlusconi come politico resistente ad ogni tentativo di conquista del potere attraverso l‘avvio di una gioiosa macchina da guerra in marcia verso le più importanti poltrone istituzionali, ha tolto ai duellanti ogni pudore, e così si è arrivati a spregiare la democrazia, asservendola ai propri scopi. Si è lasciato ad esempio che la magistratura invadesse il campo della politica portandovi la forza e la prepotenza delle sue sentenze rese non più in nome del popolo italiano ma in nome di un potere da servire e a cui chiedere come corrispettivo il mantenimento di arbitrî e privilegi messi in pericolo dall’avversario. La magistratura ha fatto da testa da ariete, da spianatrice di un percorso antidemocratico. E grazie al solco da essa scavato, vi si sono incamminati personaggi che hanno approfittato di un tale vantaggio, ieri come oggi.

L’ieri che voglio ricordare non deve andare molto lontano. Lo snaturamento istituzionale ha prodotto i suoi effetti più spregevoli negli ultimi anni; non sono pochi, ma quelli che hanno inciso di più nell’aggravamento della malattia e nella conseguente necessità di non risparmiarsi nell’uso spietato del bisturi sono quattro.

Il primo sfregio alle istituzioni viene dall’ex presidente della camera Gianfranco Fini, il quale, suffragato dal silenzio del capo dello Stato, ha messo da parte i suoi obblighi di imparzialità istituzionale per ostacolare e far cadere un governo legittimamente eletto. Nessuno che gli si sia rivoltato contro, dei garanti della democrazia. Nessuno, a partire dal capo dello Stato, che abbia mosso un dito in difesa delle regole democratiche; invece proni a servire uno scopo di parte, e massimamente quando questo scopo di parte andava a colpire un avversario difficile da vincere come Silvio Berlusconi.

Il secondo sfregio è stato arrecato dal capo dello Stato il quale – anche se sostiene il contrario, corroborato dal fatto che   è riuscito a far distruggere i nastri delle relative telefonate – ha cercato di intervenire a favore dell’imputato Nicola Mancino nel processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia. Il solo fatto di aver voluto nascondere ai cittadini il contenuto di quelle telefonate (trapelato in forma indiretta dalle intercettazioni tra il suo segretario D’Ambrosio e lo stesso Mancino) dà l’idea della distanza tra l’istituzione che rappresenta e il popolo titolare della sovranità nazionale. Come è noto per concedere un tale risultato favorevole alla distruzione dei nastri la consulta ha emesso una delle sentenze più artificiose della sua storia, con un’arrampicata sugli specchi da suscitare il vomito.

Il terzo sfregio viene dalla disparità macroscopica di trattamento riservata a due telefonate di analogo tenore: quella di Berlusconi che intervenne presso la Questura di Milano per l’affidamento di Ruby a Nicole Minetti, che gli è costata una condanna di primo grado a 7 anni di carcere e altrettanti di interdizione dai pubblici uffici, e la telefonata del ministro della giustizia Annamaria Cancellieri, che è intervenuta per favorire un’imputata di reato, denunciando nella stessa telefonata il comportamento della magistratura. Per ragioni politiche, mentre Berlusconi ha pagato cara la telefonata, la Cancellieri ancora non ha nemmeno sentito il dovere di dimettersi e, se lo farà, sarà difficile che la sua telefonata, di contenuto assai più grave di quella di Berlusconi, subisca una condanna al carcere.

Il quarto sfregio è arrecato dalla telefonata del governatore della Puglia, Nichi Vendola, il quale , come del resto la Cancellieri nei confronti dei Ligresti, irride al giornalista critico dell’Ilva e assicura al rappresentante della proprietà la sua vicinanza e il suo interessamento. Vendola è ancora nel pieno delle sue funzioni e contro di lui non si è alzato il canaio che si sollevò nei riguardi della telefonata di Berlusconi, che ormai appare come una birichinata se rapportata a quelle di Napolitano, della Cancellieri e di Vendola.

Il lettore può tirare da sé le conclusioni. Le istituzioni sono malate, hanno perso il senso del dovere e dell’onore. Non sono più espressioni vive della nostra costituzione, ma espressioni di corrotte e morte cariatide  rinvenute nella melma di un pantano.

Onore a Marcello Veneziani che nell’articolo di ieri, con il coraggio che manca a tanti, ha scritto come stanno le cose, anche con riguardo a Napolitano, che anch’io considero una sciagura caduta sul nostro Paese, aggravata da superbia, autoritarismo, incapacità politica e mancato rispetto della sovranità popolare.


Letto 1001 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart