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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La malga di Sîr”

13 Novembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

La fattoria dei Timäus, posta sulla collina, dominava il villaggio ed attirava l’attenzione di molti. Il proprietario, il conte Alois, produceva vino e tra i suoi clienti aveva anche Ivo, il padre della protagonista Marianna Novak, chiamata la Bella Gigugin poiché amava cantare, ed era anche una bella ragazza. A quattordici anni la sua curiosità l’aveva spinta a scavalcare il muro di cinta della fattoria indottavi dalla curiosità di scoprire che cosa vi si nascondesse. È fortunata perché quel giorno la villa è disabitata. I suoi abitanti, il conte, sua moglie Anna e i suoi sei figli, due dei quali nati dalla prima moglie Valeria, una donna leggendaria di cui tutti conservavano il ricordo, erano a Trieste per partecipare ad una ricorrenza ebraica.

In casa però è rimasto un familiare, Fabio, il minore dei figli di Valeria, poco più grande di lei, che scopre l’intrusa, e anziché scacciarla, le fa visitare la casa, della quale Marianna (“portava ancora le trecce, ma stava formandosi e diventando donna.) resta incantata non solo dalle bellezze che vi sono contenute ma anche dalle storie del passato che il ragazzo le racconta.

Comincia così il romanzo: in un’atmosfera già smagata che ci fa riconoscere subito l’impronta indelebile del suo autore.

La madre di Marianna, Belle, è fuggita a Vienna, lasciando il padre Ivo nello smarrimento e nella solitudine. L’uomo che l’ha portata con sé, Josef Kolzstirn, è il figlio di un contadino al quale il padre di Ivo aveva tolto la moglie. Una nemesi vera e propria, ma noi capiamo sin d’ora che il romanzo si apre ad una disperazione che può avere varie direzioni.

In casa Timäus i figli Fabio e Urbano sono pure essi attraversati da sentimenti di ribellione, dettati dai mutamenti che si avvertono nell’aria. Per Urbano si ripete una delle motivazioni fondamentali nei romanzi di Sgorlon: “Sembrava, a guardar bene, che ogni gesto compiuto da Urbano, significativo o modesto che fosse, rispondesse a un disegno segreto, che apparteneva a lui, ma anche al congegno smisurato del mondo.”.

Fabio invece, è attratto da Marianna, che è ancora più affascinante della madre Belle: “Somigliava alla madre, ma era molto più alta e slanciata di lei, con le gambe lunghe e il seno fiorente.”. Perciò la invita spesso alla villa cercando di inculcare in lei idee emancipatrici in linea con quanto andava modificandosi nella società.

Come si vede, pur restando immutati i temi di fondo che Sgorlon affronta ogni volta restando sempre legato alla realtà e perfino alla cronaca, egli li sa svolgere con un intreccio che appassiona e tiene il lettore in perenne suspense. Vi si avvertono perfino accenni di un romanticismo ottocentesco, di ispirazione soprattutto francese, ma anche manzoniana.

I due figli maggiori del conte prenderanno strade diverse. Fabio è attratto dai cantieri di Monfalcone e interromperà gli studi per trovarvi lavoro. A Venezia avrà una relazione intima con Marianna, poi ragioni politiche lo trascineranno nei guai. Urbano resterà al momento in casa, a curare con il padre i vigneti della famiglia, ma già i suoi pensieri sono occupati e preoccupati dalle guerre che intanto percorrono l’Europa, prima quella di Etiopia, poi quella spagnola e infine quella in Albania.
Si avvertono gli scricchiolii di un mondo che sembrava immutabile.

Entrano all’improvviso e di prepotenza il nazismo e il fascismo, Hitler e Mussolini, e Sgorlon ci fa rivivere i drammi della campagna di Russia, messa continuamente a paragone con quella napoleonica. I nazifascisti non sarebbero mai riusciti a conquistare l’immensa Russia, allo stesso modo in cui non vi riuscì Napoleone. A raccontarne la drammaticità ci vorrebbe un nuovo Tolstoj: “Forse c’era davvero, nel progetto di Dio, anche un Tolstoj di quelle parti, friulano o sloveno, o l’uno e l’altro, che avrebbe raccontato storie di guerra e di pace di quelle terre. Se ve n’era stato uno, di Tolstoj, era possibile che ve ne fossero anche degli altri.”.

Fabio è finito in Russia ed è un membro del partito comunista. Dopo aver avuto altre donne, sposerà una russa, Irina Gorbaniskij. Urbano vuole prendere il suo posto e, all’usanza ebraica, si avvicina sempre di più a Marianna (un altro dei personaggi straordinari di Sgorlon) fino a convincerla di sposarlo. Quando partirà per la guerra di Russia, lei è incinta e nascerà Gregor. Marianna ne sarà felice e trarrà motivo per andare avanti con il suo lavoro in osteria e nel nuovo vigneto, ma patirà presto sulla propria pelle le atrocità della guerra.

Non v’è dubbio che anche Tolstoj con la sua descrizione della campagna di Russia di Napoleone, come pure la Resistenza italiana, così ben raccontata da Beppe Fenoglio, entrano con forza a far parte dell’ispirazione sgorloniana. Per quanto riguarda l’ispirazione fenogliana basti leggere qui: “Tutti i moderati si erano subito resi conto che per far questo era necessario creare delle formazioni partigiane parallele a quelle dei Rossi, che avevano sì lo stesso scopo politico immediato, ma anche altri a lunga scadenza”.

Troviamo brani che ci ricordano anche il bel film “Tutti a casa” di Luigi Comencini, del 1960.
E il famoso capo partigiano comunista Falco non ricorda Strelnikov, il personaggio de “Il dottor Živago” di Boris Pasternak?
Non a caso scrive l’autore: “La storia riempiva il suo libro eterno pressappoco con le stesse pagine, e rileggeva sempre le medesime parole.”.

La guerra partigiana offre l’occasione all’autore di precisare una distinzione ritenuta fondamentale, ossia: “gli slavi non erano genericamente jugoslavi, non si sentivano appartenenti a un’unica patria, ma erano sloveni, croati, serbi, bosniaci, macedoni, del Kossovo, e ognuno combatteva e custodiva nel cuore e nella mente soltanto gli interessi del proprio popolo. La Jugoslavia era infatti una patria vuota, astratta, senza fondamento e senza sostanza, un contenitore di popoli slavi molto diversi tra loro.”.

È ciò che starà alla base delle feroci guerre d’indipendenza della penisola balcanica proprio negli anni che vanno dal 1991 al 1995 (anno, quest’ultimo, in cui il romanzo è stato scritto).

Ancora. Quando si legge: “La gente criticava anche i partigiani rossi, soprattutto perché non se ne stavano su per le montagne e osavano sfidare gli invasori con troppa disinvoltura, provocando reazioni contro la popolazione civile.”, il lettore trova in Sgorlon l’analista parallelo della Resistenza quale avvenne nel Nord Est allo stesso modo che analista implacabile di essa fu Fenoglio con il suo indiscutibile capolavoro in quella che si svolse sul versante opposto del Nord Ovest

Pagine epiche (tolstojane) sono quelle che descrivono la liberazione di un treno piombato carico di ebrei, la relativa rabbiosa rappresaglia tedesca e l’attraversamento dell’Isonzo gelato da parte dei partigiani comunisti rossi per unirsi ai titini.

Sarà poi l’eccidio della malga di Sîr compiuto dai partigiani comunisti comandati da Falco (i Rossi) contro i partigiani moderati comandati da Lince (i Verdi) a mutare tristemente il corso degli eventi.

Un libro dettagliato sulla Resistenza nel Nord Est, che toglie il fiato.


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Bart