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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Citazioni da alcuni autori antichi

11 Novembre 2014

Purtroppo al tempo di queste letture non indicai sempre l’edizione, per cui si troverà indicato il numero della pagina, forse inutilmente. Ricercare l’edizione è impresa per me oggi proibitiva. Me ne scuso. (bdm)

Terenzio: “È facile quando si sta bene dar consigli agli ammalati.”

Seneca: “Non c’è cosa tanto avversa in cui un animo giusto non sappia trovare qualche consolazione.”

Epicuro: “Il più rabbrividente dei mali, la morte, nulla è per noi, perché, quando noi siamo, la morte non è presente, e quando è presente la morte, allora noi non siamo.”

Decimo Giunio Giovenale (Prima satira, pag. 11, trad. Guido Vitali): “Se pur Natura non mi fe’ poeta,/l’ira i versi mi fa.”; (Sesta satira): “Litigi sempre e sempre ingiuriose/dispute ha il letto dove c’è una moglie;/è quello il luogo ove si dorme meno.” (pag. 129); “Primo in-trodusse i barbari costumi/l’impudico denaro, e la ricchezza/molle snervò col turpe lusso i tem-pi.” (Pag. 131); (Decima satira, pag. 19, riferendosi ad Alessandro): “un’urna sola/gli basterà. Sola la morte svela/quanto piccola cosa è un corpo umano.”; (Tredicesima satira, pag. 75): “niun malvagio/dalla sua coscienza è assolto mai.”; (Quattordicesima satira, pag. 113): “Chi vuol esser ricco/anche presto vuol esserlo.”; “l’insanabile cancro dello scrivere” (Libro terzo, VII: da Pagnani))

Marco Valerio Marziale (la sua donna: Galla), epigrammi I, pag. 5: “lasciva è la mia pagina, ma la mia vita è pura.”; pag. 11: “I versi che tu reciti, o Fidentino, son miei;/quando li reciti male, ecco diventan tuoi.”; pag. 23: “I tuoi versi non pubblichi, o Lelio, ma critichi i miei./Smetti di criticarli, o metti fuori i tuoi.” Epigrammi III, pag. 77: “Non scrive, chi i suoi versi non li legge nessuno.” Epigrammi IV, pag. 127: “Lo so; lodano quelli, ma poi leggono i miei.”; “La lingua, o Tàide, non invecchia mai.” Epigrammi V, pag. 141: “non c’è premura, se vien sol dopo morte la gloria.”, pag. 143: “Non m’importa che rendano; basta che piacciano a me.” E: “piace la mia pagina a patto che sia gratis.”, pag. 145: “Odio l’ipocrita arte dei regali.”, pag. 151: “vera ricchezza sarà quello che tu hai donato.”, pag. 155: “Fuggi tutti i grammatici e i retori.”; pag. 163: “oggi soltanto ai ricchi si donan le ricchezze.” Epigrammi VI, pag. 183: “a raderti la chioma basta una spugna, o Febo.”; pag. 187: “La vita non è vivere; è star bene.” Epigrammi VIII, pag. 219: “Forse parrà che tu canti sovr’una zampogna sottile;/ma di molti le trombe vincerà la zampogna.”; pag. 223: “inchinarsi all’ingegno, ecco una cosa rara.” Epigrammi IX, pag. 259: “i piatti ch’io dono alla mensa/voglio che agli invitati piacciano, e non ai cuochi.”; pag. 275: “non aggredir le persone, ma censurare i vizi.” Epigrammi XI, pag. 307: “Non sei vizioso, o Zòilo; sei il vizio in persona.”, pag. 309: “Amo la ciccia, non mi piace il grasso.” Epigrammi XII, pag. 317: “A che mi chiedi un titolo? Due versi, tre versi; e poi tutti/a gran voce diranno che tu, libro, sei mio.” E: “La fortuna/dà troppo a molti, ed a nessuno assai.”, pag. 327: “non esser troppo amico di nessuno:/meno godrai, e meno penerai.”, pag. 333: “chi misura il suo carico, ben lo può sopportare.”

Gaio Valerio Catullo (la sua donna: Lesbia): “Carmi”, pag. 35:” Voi di qui intanto addio, ve ne tornate/là, donde il vostro malo piè moveste,/sconci del secol, pessimi poeti.”; pag. 75: “…Ciò che una donna dice all’amante bramoso/scrivilo sopra il vento, sopra l’acqua veloce.”

Publio Ovidio Nasone (la sua donna: Corinna): “L’arte d’amare”, pag. 29: “al giorno chiedi se una donna vale.”; pag. 37: “E fai promesse, ché finché prometti,/non soffri danno alcuno: promettendo/diventa ogni cialtrone un milionario.”; pag. 37: “Una speranza si mantiene a lungo,/una volta creduta.”; pag. 43: “È vecchia strada e spesso la più cer-ta/tradire altrui fingendoglisi amico.”; pag. 45: “o brutta o bella,/ogni donna s’immagina piacente.”; pag. 49: “Spesso s’insinua amore più sicuro/ricoperto con manto d’amicizia.”; pag. 72: “In uno stesso luogo s’incontrarono/un uomo ed una donna. Ed essi, soli,/appresero così, senza maestro,/l’arte d’amare; Venere li spinse/senza lusinghe alla fatica dolce.”; pag. 101: “Bellezza sconosciuta non dà frutto.”; pag. 101: “Che chiedono i poeti ai santi numi/se non la fama? È questo alla fatica/ il voto estremo.”; pag. 106: “solo donna contenta c’innamora!”.

Quinto Orazio Flacco (la sua donna: Lidia): “CARMI”, pag. 9: “Nulla c’è d’impossibile ai morta-li:/folli aggredimmo il cielo, e i nostri crimini/vietano a Giove di deporre il fulmine.”; pag. 11: “La pallida morte batte con piede/imparziale al tugurio del povero/e ai turriti palagi dei re.”; pag. 17: “l’acqua del biondo Tevere.” (anche pag. 67); pag. 20: “carpe diem”; pag. 31: “Promèteo aggiunse al primo fango umano/una piccola parte/da tutti gli animali/tagliata, e ai nostri petti/infuse anche la rabbia del leone.”; pag.51: “non lasciarmi, ti supplico, avvizzire/in deforme vecchiezza; né mi sia/tolta la cetra, questa/che solo mi conforta.”; pag. 55: “Così eleva la Fortuna/rapace con stridore acuto i serti,/e poi gode di lasciarli cadere.”; pag. 79: “Devi mostrarti forte nell’avversa/fortuna e offrire esempio di saggezza/ammainando le vele quando il vento/le gonfia troppo.”; pag.99: “Ma la morte/sorteggia i grandi e gli umili per tutti/eguale: l’urna vasta tiene ed agita/di tutti il nome.”; pag. 103: “di rado la Vendetta/zoppa lasciò davanti a sé il colpevole.”; pag. 113: “Oh scandalo,/oh Cartagine grande che t’innalzi/su l’ignominia ove l’Italia affonda!”; pag. 117: “L’età dei padri venne a peggiorare/quella degli avi e fece noi più tristi,/che daremo di noi prole più guasta.”; pag. 133: “Molto manca/a chi molto domanda: bene quello/sta veramente cui un Dio ha donato/con parca mano quanto è sufficiente.”; pag. 251: “Quando nell’aia avrai battuto cento/mila moggi di grano, il ventre tuo/non potrà contenerne più del mio.”; pag. 257: “accade/ben raramente di trovare un uomo/che nei suoi giorni dica d’esser stato/felice e giunto il tempo si distacchi/contento dalla vita come un sazio/convitato.”; pag.265: “quando ti si gonfia/l’inguine, se per caso ti si mette/lì davanti un’ancella o uno schiavetto/dove tu possa subito far impeto,/preferisci crepare di libidine?/ Io no: voglio l’amore pronto e facile.”; pag. 411: “Adesso il tempo è un altro, un altro l’animo.”; pag. 421: “Cominciare significa aver fatto/metà dell’opera.”; pag. 423: “Sprezza i piaceri: ché il piacere nuoce,/perché si paga col dolore.” e “non fu mai trovato/un tormento più grande dell’invidia.” e “L’ira è breve pazzia.”; pag. 443: “Chi ha provato una volta quanto valgano/le cose abbandonate torni presto/indietro e cerchi quello che ha lasciato./Il vero sta nel misurar se stessi/con la misura della propria gamba.”; pag. 449: “Chi più del giusto nella sorte buona/ha goduto sarà poi dall’avversa/prostrato. Se una cosa t’è piaciuta/troppo, ti sarà duro abbandonarla.”; pag. 467: “chi paventa/una mendace infamia se non l’uomo/vizioso e marcio dentro?”; pag. 477: “Ma la virtù è qualcosa che sta in mezzo/tra i due difetti ed è lontana tanto/dall’uno che dall’altro.”; pag. 485: “le dolci Muse all’alba/odorano di vino.”; pag. 487: “Piace a chi compone cose/nuove esser letto da gente sincera.”; pag. 493: “l’invidia si può vincere/soltanto con la morte.”; “Arte poetica”, pag. 533: “Per fuggire un difetto s’incorre in un altro: quando manca l’arte.”, e: “A chi avrà scelto un soggetto secondo le proprie capacità non verranno mai meno né l’abbondanza dell’eloquio né la chiarezza dell’ordine.”; pag. 535: “Non basta che le poesie risultino belle artisticamente: devono commuovere e trascinare l’animo di chi ascolta.”; pag. 547: “lo scrittore divenuto famoso, prolunga la vita di secoli.”, e: “in un’opera lunga ci si può appisolare.”

Petronio Arbitro, Satyricon, pag. 53: “chi si fida troppo non combinerà mai nulla di buono, specie negli affari.”, pag. 55: “Quello che non è oggi sarà domani.”; pag. 59: “Che è un povero?” (lo domanda Trimalcione); pag. 95: “anche il caso, spesso, ha una sua logica.”; pag. 96: “l’amore per l’arte non ha mai fatto ricco nessuno.”; pag. 107: “chi fa il male a uno sconosciuto è un furfante, ma chi lo fa a un amico è poco meno che un parricida.”; pag. 126: “non esiste donna, anche la più onesta, che non sia lì tutta disposta a far pazzie pur di provarne, magari, uno nuovo.”; pag. 151: “Il soldato era pronto, ma l’armi gli son mancate.”

Albio Tibullo (la sua donna: Delia), “Elegie”, pag. 19: “la Morte/verrà presto col capo/ricoperto di tenebre.”; pag. 34: “Allora corrimi incontro,/o Delia, come sarai,/con i lunghi capelli/scomposti, a piedi nudi.”; pag. 36: “Il lungo tempo riduce/docili all’uomo i leoni,/con la molle acqua il lungo/tempo rode la pietra.”; pag. 39: “Fin che la terra avrà quercie,/fin che astri il cielo, fin che acque/i fiumi, vivrà l’uomo/che canteran le Muse.”; pag. 43: “e a me piaccia il non essere/nulla in tutta la casa.” E : “No, non incanta con formule,/ma con il viso e le morbide/braccia la mia fanciulla,/e coi biondi capelli”; pag. 45: “la ruota con cui l’agile/sorte si gira è rapida.”; pag. 51: “o Delia, noi due/si sia, con bianco il capo,/un modello d’a-more.”; pag. 56: “E tu rivieni, o Natale/da celebrarsi per molti/anni, più luminoso,/sempre più luminoso.”; pag. 59: “Doni, non chiederne: i doni/li dia l’amante maturo,/per scaldare le fredde/membra a un tenero seno./Giovane a cui brilla il volto/liscio, né punge con l’aspra/barba quando ti abbraccia,/vale più che non l’oro.” e: “Tardi l’amore, ed, ahi, tardi/la gioventù si richiama,/quando ha tinto l’età/bianca il capo vetusto.”; pag. 60: “Ma tu, finché ti fiorisce/la giovinezza, approfittane:/essa non se ne fugge/via con un passo lento.”; pag. 71: “Non vi son campi sotterra,/non ricche vigne: v’è Cerbero/lo spietato, e il nocchiero/dell’acque Stige, squallido.”; pag. 72: “La Pace crebbe le viti,/e serbò il succo dell’uva/perché l’anfora al figlio/desse il vino del padre:/La pace fa brillar vomeri/e zappe, mentre nel buio/le tristi armi del rude/soldato irruginiscono.”; pag. 73: “Tu vieni a noi, alma Pace,/ed abbi in mano la spiga,/e davanti il bianco abito/ti trabocchi di frutti.” e: “Ah, chi percuote la propria/fanciulla è un cuore di ferro,/una pietra: egli tira/giù dal cielo gli dèi.”; pag. 94: “Riposa bene ed in pace,/sta tranquilla, e sull’ossa/tue sia lieve la terra.”; pag. 104: “Oh, quante volte ho giurato/di non varcar più la soglia!/Quando ho bene giurato,/da sé vi torna il piede.”; e: “Ma mi dà vita la credula/ Speranza, e mi ripete/che domani andrà meglio:”; pag. 164: “perché, voce crudele,/strazi un misero? Taci.”

Sesto Properzio (la sua donna: Cinzia): “Elegie”, pag. 29: “Cerchi dell’acqua,/e non t’accorgi che sei in mezzo a un fiume.”; pag. 31: “Felice sempre/sarà con la sua donna chi, scordando/tutto di sé, di lei si farà schiavo.”; pag. 33: “Fu per me/Cinzia la prima: sarà Cinzia l’ultima.”; pag. 34: “Non c’è donna migliore. L’hai voluta,/sia per sempre il tuo bene. Ed ella sola/ti basti d’ora in poi ad ogni voglia.”; pag. Pag. 47: “se poi scioglie le sue vesti/e combatte con me, nuda, oh, vi giuro,/sono pronto a riscrivere una Iliade!”; pag. 59: “non c’è nel mondo inimicizia acerba/quanto quella che nasce dall’amore.”; pag. 61: “Oh, è facile per voi/compor bugie e inganni! È un’arte questa/che la femmina ha sempre conosciuta.”; pag. 69: “O me felice, o notte luminosa,/o letto, che il piacer fece beato!” e: “Ma nel buio, amore/com’è sprecato! Non lo sai che gli occhi/son la guida migliore nel piacere?”; pag. 68: “amanti, fate in modo che ella creda/che non l’amate più: quella che ieri/vi si negava, sarà oggi vostra.”; pag. 75: “è la Fama/pronta a volare per le terre e i mari.”; pag. 77: “Ciò che di te mi dicono, io ascolto/con sorde orecchie.”; pag. 81: “oggi m’è dolce/persin l’acqua di pozza, quando ho sete.”; pag. 89: “Sol l’amante,/lui solo sa quando dovrà morire/e di che morte, né gli dan spavento/Borea furioso o i lampi delle spade./Anche se già egli siede curvo al remo/lungo i foschi canneti dello Stige,/e alzando gli occhi vede su di sé/le buie vele della barca nera,/se mai per l’aura lo raggiunga un grido,/da lontano, di lei, che lo richiama,/contro ogni legge rifarà il cammino.”; pag. 92: (“il vostro regno” è l’Averno, il regno di Persefone e Plutone) “Il vostro regno/ha già rapito tante belle donne:/lasciate sulla terra questa sola!”; pag. 105: “Non è molto larga/la strada che conduce alla poesia.”; pag. 118: “Dolce, sotto le fiaccole stanotte,/litigare con te, con i tuoi strilli,/con le tue furie. Ma perché rovesci,/resa dal troppo vino furibonda,/la mensa a terra e scagli contro me/come una folle tazze ancor ricolme?/Mettimi le tue mani nei capelli,/senza paura, e segnami la faccia/con l’unghie belle, e grida pur che gli occhi/mi abbrucerai con i tizzoni, e scoprimi/tutto il petto, strappandomi la veste!/Oh, finalmente, questo è un segno vero/di vero amore!”; pag. 123: “E ad ora tarda/quando avremo bevuto ed ai suoi riti/Venere dea s’appresti nella notte,/nel nostro letto insieme questo giorno/celebreremo e chiuderem così/la lieta festa del tuo dì natale.”; pag. 138:”Triste viaggio,/ma che tutti faremo. Là, tra l’ombre,/dovrem placare il cane che ci latra/con le tre gole e saliremo insieme/col torvo vecchio sulla nostra barca.”; pag. 141: “E quando è lei/che viene alla mia casa, s’addormenta,/lei, la mia amante, a capo del mio letto.”; pag. 167: “Bada all’oro,/non badare alla mano che te l’offre.”; pag. 171: “Sono qualcosa i Mani; nella morte/non tutto muor di noi: squallida l’ombra/si leva dalle ceneri del rogo.”; pag. 173: “Nei tuoi libri/per lungo tempo ho avuto un regno anch’io.”; pag. 174: “Quando vien la notte/noi andiamo vagando sprigionate/dai cupi regni;/ tolte via le spranghe,/anche Cerbero vagola dintorno./Ma Lete vuol che all’alba si ritorni/alle nostre paludi. Là il nocchiero/prima ci conta e poi ci porta ancora.”.

Antonio Diogene: “Le meraviglie di là da Tule”, pag. 24: Paapis, sacerdote egiziano insegue la giovane Dercillide e le attacca il malanno (muore durante il giorno e resuscita di notte) sputandole in faccia in pubblico.

Carití³ne, in “Le avventure di Chèrea e Callìroe” (in “il romanzo antico greco e latino”), pag. 40: “Una donna, quando crede di essere amata, è cosa facilmente espugnabile.”; pag. 53: “una cosa sconosciuta ha bisogno di essere difesa, mentre quello che si vede si raccomanda da sé.”; pag. 60: “Vedendo Afrodite, ragazza mia, crederai di vedere il tuo ritratto.” (Plangon, ruffiana [pag. 67 e seg.] e moglie del fattore Foca [pag. 68], a Callìroe); pag. 63 (Callìroe, così bella, eppure è stata venduta per un talento); il dioscuro tebano Anfione ha costruito le mura di Tebe col suono della cetra, pag. 71 e nota pag. 1373; pag. 175: “tutto ciò che non si dice, per il fatto stesso che viene taciuto, ha in sé motivo di più sinistri sospetti.”

Senofonte Efesio, in “Abrocome e Anzia” (in “il romanzo antico greco e latino”), pag. 192: “Giacevano ambedue ammalati, ridotti proprio in precarie condizioni, aspettandosi di morire da un momento all’altro” (n.d.r.: per le pene d’amore); pag. 205: “quello che faccio è forse sconveniente per una fanciulla, ma è necessario per un’innamorata”;

Omero, Odissea, 296; Pindemonte, 371 – 372 (in “il romanzo antico greco e latino”, pag. 163): “con pari vaghezza i due consorti/del prisco letto rinnovaro i patti.”


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart