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LETTERATURA: I MAESTRI: Dickens cent’anni dopo

11 Giugno 2015

[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 28 maggio 1970]

Questi due articoli apparvero in prossimit√† del centenario della morte del grande scrittore inglese Charles Dickens (7febbraio 1812 √Ę‚ā¨‚Äú 9 giugno 1870)

Uomo d’oggi
di Angus Wilson

Cent’anni fa, la morte di Dickens fu pianta da milioni di persone in tutto il mondo. Oggi egli √® l’unico fra gli scrittori vittoriani, a conservare un vasto pubblico grazie alle versioni cinematografiche e televisi ¬≠vive dei suoi romanzi. Ci√≤ l’a ¬≠vrebbe rallegrato √Ę‚ÄĒ il suo rapporto col pubblico fu certo molto migliore del suo rapporto con la societ√† del tempo, con la moglie, i nove figli e l’amante √Ę‚ÄĒ ma non credo l’avrebbe sorpreso perch√© conosceva il proprio genio e c’era solo una punta di ironia quando si defiiniva il ¬ęGrande Inimi ¬≠tabile ¬Ľ. Ci√≤ che l’avrebbe sorpreso √® che dopo decenni di scarsa attenzione i maggiori critici anglosassoni e stranieri lo considerino oggi il massimo genio creativo della sua epoca, un rivoluzionario e sottile poe ¬≠ta in prosa e un penetrante osservatore della societ√† industriale, talvolta confu ¬≠so sulle risposte da dare ai nostri mali sociali ma capace come pochi altri di co ¬≠gliere la crudele assurdit√† della condizione umana del Novecento. Che nel passato sia stato spesso negletto ci appare oggi una straordinaria miopia critica, specie considerando la variet√† di grandi scrittori che ne subirono l’influsso √Ę‚ÄĒ da Dostoevskj a Tolstoj, Strindberg, Shaw, Proust, Joyce, Lawrence, Conrad, Kafka, Graham Greene e Evelyn Vaugh.

Il significato di Dickens per noi oggi sta in due aspetti della sua opera: la sperimentazione linguistica, provocata dal bisogno di espandere il linguaggio per esprimere ci√≤ che aveva da dire e non dal desiderio di innovare fine a se stesso; e la commedia d’orrore, la nera assurdit√† con cui cer ¬≠c√≤ di risolvere, piangendo e ridendo al tempo stesso, la disperazione di fronte alla alienazione umana di Lon ¬≠dra, il primo mostro indu ¬≠striale dei tempi moderni, l’inferno proletario – indu ¬≠striale rispetto al quale la Parigi di Balzac √® un in ¬≠ferno borghese-commerciale, come vide Dostoevskj nel 1862. La grandezza lingui ¬≠stica di Dickens e la sua straordinaria analisi della condizione sociale dell’uomo sono ovviamente tutt’uno: e questo √® il suo retaggio per noi (per il suo secolo inven ¬≠t√≤ il simbolo borghese del Natale e il personaggio nar ¬≠rativo del bambino).

La sua originalit√† lingui ¬≠stica ha interessanti radici. Conosceva bene la prosa settecentesca corrente al suo tempo ma, da autodi ¬≠datta qual era, le sue let ¬≠ture affondavano le radici nella bellissima Versione Autorizzata della Bibbia, in Shakespeare (che egli cita con pi√Ļ libert√† di ogni al ¬≠tro scrittore inglese), nel dramma violento ed esacer ¬≠bato dei giacobini (Webster e Ben Jonson), nelle fiabe e soprattutto nelle Mille e una notte. E’ da queste fon ¬≠ti primitive che deriva la straordinaria poesia della sua prosa. Si veda questo passo, che descrive la gran ¬≠de casa vuota di Mr. Dombey: ¬ęAll’interno le tende, pesantemente abbassate, perdevano le antiche pieghe e la forma, simili a ingom ¬≠branti sudari. Gli specchi erano come offuscati dal ¬≠l’alito del tempo. Sbiadiva ¬≠no i disegni dei tappeti, di ¬≠venendo come insignificanti episodi dell’anno scorso. Le assi, sobbalzando sotto pas ¬≠si inusitati, scricchiolavano e fremevano. Le chiavi ar ¬≠rugginivano nelle toppe e gli orologi non segnavano mai l’ora, o se per caso erano stati caricati, segnavano l’o ¬≠ra sbagliata e battevano ore arcane inesistenti sul qua ¬≠drante ¬Ľ. Ogni cosa inani ¬≠mata ha qui un suo ruolo attivo, vivente. Dickens ci fa fare un bel passo avanti dal mondo della ¬ę Bella Ad ¬≠dormentata ¬Ľ all’espressio ¬≠nismo, al mondo di lonesco.

O si ascolti ancora l’af ¬≠fannoso monologo di Flora Finching, un assurdo col ¬≠lage delle banalit√† roman ¬≠tiche sull’Italia: ¬ę E’ pro ¬≠prio in Italia, uva a fichi crescono dappertutto e col ¬≠lane di lava e braccialetti quella terra della poesia dalle montagne ardenti in ¬≠credibilmente pittoresca e se i suonatori d’organetto se ne vengono via per non farsi bruciare non c’√® da meravigliarsi giovani come sono con i loro topini bian ¬≠chi cos√¨ umani, √® davvero in quella terra favorita cir ¬≠condata d’azzurro e gladia ¬≠tori morenti e Belvederi… ¬Ľ (con quel che segue). Sia ¬≠mo nel mondo dei monolo ¬≠ghi di Mollie Bloom, o del ¬≠la Winnie di Beckett, con il contrappeso del teatro del ¬≠la banalit√† di Pinter. La poesia del ricordo di Proust viene da David Copperfield, e la prosa, paranoica d√¨ Kafka dalle scene dell’Uffi ¬≠cio delle Circomlocuzioni di La piccola Dorrit. Questo per il linguaggio.

Ma il mezzo √® il messag ¬≠gio, e ci√≤ che dice Dickens parla alla nostra epoca quanto il modo in cui lo dice. Qui pi√Ļ di ogni altro autore egli si avvicina a Dostoevskj √Ę‚ÄĒ scrutarono entrambi nel profondo, ma interpretarono confusamen ¬≠te. Dickens proveniva dalla stessa frangia piccolo-borghese del padre di Dostoev ¬≠skj, era come Dostoevskj ossessionato dalle prigioni e dall’assassinio, sond√≤ la terribile brutalit√† della so ¬≠ciet√† urbana. Entrambi co ¬≠noscevano la disperazione del borghese pretenzioso ca ¬≠duto nell’abisso della pover ¬≠t√†, creando da tutto questo grandi mostri perduti, iso ¬≠lati, goffi e chiacchieroni come Mr. Micawber e Mr. Dorrit, ovvero Marmeladov e il generale Ivolgin. Sape ¬≠vano entrambi come gli umiliati ed offesi di questo mondo nutrissero i loro ran ¬≠cori fino ad essere avvele ¬≠nati dall’odio, disperavano entrambi dell’autorit√† e del ¬≠le riforme, pur rifuggendo dallo scatenare il sottobosco brutalizzato dei poveri che sostenevano per paura della violenza di massa. Propose ¬≠ro entrambi un’idiozia divi ¬≠na o una Maddalena penti ¬≠ta per sciogliere il cuore indurito della nuova societ√† industriale, sapendo bene entrambi che il divino idio ¬≠ta doveva essere comico ol ¬≠tre che buono (Myshkin e il Joe di Grandi speranze).

Eppure entrambi, io cre ¬≠do, dubitavano seriamente che una semplice risposta cristiana bastasse a guari ¬≠re la malattia diagnostica ¬≠ta. Si rifugiarono entrambi nell’arte dell’assurdo, giac ¬≠ch√© Dostoevskj √® stato certamente sottovalutato come artista comico quanto Di ¬≠ckens lo √® stato come tragico indagatore del cuore uma ¬≠no. I mali da essi diagnosti ¬≠cati sono i nostri, il loro disperato dilemma su ci√≤ che √® la societ√† e sul ti ¬≠more di ci√≤ che pu√≤ provo ¬≠care il suo rovesciamento, √® il nostro; l’esplosione di violenta assurdit√† √® anche per noi l’ultima risorsa quando il dilemma si fa troppo disperato. Linguag ¬≠gio e situazioni in Charles Dickens hanno profonda at ¬≠tinenza con le nostre stesse ansiet√†.

Selva di eroi
di Sergio Perosa

La morte di Dickens a cinquantotto anni, il 9 giugno 1870, parve affrettata dall’e ¬≠norme dispendio di energie fisiche, emotive e nervose pro ¬≠fuse nelle letture pubbliche dei suoi romanzi, a cui s’era abbandonato per celebrare il rito dell’incontro diretto col pubblico ed esorcizzare i mo ¬≠stri della disillusione e del dissidio interiore. L’esuberan ¬≠za corrosa dal tarlo della mor ¬≠te: la sua fine parve a Ed ¬≠mund Wilson (a cui √® dovuta la rivalutazione novecentesca di Dickens) quasi una resa dinanzi all’inconciliabile duali ¬≠smo fra accettazione e ribel ¬≠lione, giovialit√† e senso del male, fede nella bont√† del cuore e impotente percezione delle orribili condizioni sociali del tempo. L’accentuarsi del dissidio serve a tracciare una convincente parabola della sua vicenda di uomo e di scrittore: ma il dualismo √® solo uno degli elementi di cui si componeva la vulcanica personalit√† di Dickens e l’e ¬≠strema variet√† della sua opera.

Come Shakespeare, con cui ebbe in comune il senso dram ¬≠matico, Dickens √® scrittore versatile e proteiforme, capa ¬≠ce delle pi√Ļ goffe cadute nel ridicolo e nell’eccesso, e delle riuscite pi√Ļ sorprendenti in condizioni impossibili. Non te ¬≠meva il rischio, la sfida e l’e ¬≠saltazione dell’eccesso. Uomo prorompente e dilagante, do ¬≠tato di forti spiriti animali che traspone direttamente nel coacervo dell’opera, segnato da un’infanzia di crude espe ¬≠rienze e da una maturit√† di lancinanti conflitti √Ę‚ÄĒ di cui i contemporanei non seppero nulla, fissandolo nella ma ¬≠schera del ¬ę grande intratte ¬≠nitore ¬Ľ √Ę‚ÄĒ pi√Ļ che di roman ¬≠zi Dickens √® autore di un mondo narrativo vasto e ab ¬≠norme, di una sterminata fo ¬≠resta di personaggi, trame e luoghi che abbisogna di map ¬≠pe, guide toponomastiche, di ¬≠zionari e manuali per dipa ¬≠narne l’intrico. Una galassia narrativa, che si espande a spirale, perdendo senza risen ¬≠tirne sfilacci di stelle e za ¬≠vorra, crescendo del proprio moto: e non s’√® ancora riu ¬≠sciti a sondarla.

Aveva iniziato nel 1836 con gli schizzi di vita londinese, ap ¬≠prodando quasi per caso alla stesura del Circolo Pickwick, il libro che ne consacrava il successo precoce, grazie alla struttura episodica, aneddoti ¬≠ca, settecentesca in cui si ri ¬≠flette panoramicamente la vi ¬≠ta inglese del tempo, vivifica ¬≠ta da uno schietto umorismo ma gi√† venata di amarezza. Nasceva qui il Dickens gio ¬≠viale, che per√≤ passava subi ¬≠to, con Oliver Twist, all’e ¬≠splorazione del mondo dere ¬≠litto dell’infanzia su uno sfon ¬≠do di cupe avventure e atmo ¬≠sfere d’incubo e di terrore: ecco il Dickens ¬ę sinistro ¬Ľ, teatrale e melodrammatico, contemporaneamente affasci ¬≠nato dal macabro, dal sadico e dagli abissi di patetismo, come in Nicholas Nickleby, nella Bottega dell’antiquario e nei famigerati ¬ę libri di Na ¬≠tale ¬Ľ. Portato naturalmente all’esasperazione della carica ¬≠tura e alle trame posticce e sensazionali richieste dalla pubblicazione a puntate, inon ¬≠dava il mercato dei periodici: al di l√† dell’Atlantico folle si accalcavano sui moli per at ¬≠tendere l’arrivo delle nuove puntate, dovunque il nuovo pubblico di lettori borghesi gioiva e piangeva con i suoi eroi e le sue eroine. E Dickens stava fin troppo al gioco.

Con occasionali ambienta ¬≠zioni in America (Martin Chuzzlewit) e sortite nel cam ¬≠po del romanzo storico (Barnaby Rudge e Le due citt√† ¬Ľ, si avvicinava per√≤ ai roman ¬≠zi della maturit√† in cui, scio ¬≠gliendosi dalle avventure in ¬≠dividuali di fanciulli perse ¬≠guitati da mostri di crudelt√† o dalla delineazione di tipi e ambienti caricaturali, si apri ¬≠va all’analisi sempre pi√Ļ ar ¬≠ticolata e complessa delle terribili condizioni umane e sociali determinate dalla rivo ¬≠luzione industriale. Sono i ro ¬≠manzi oggi ¬ę privilegiati ¬Ľ, da Dombey & Figlio, che affron ¬≠ta le conseguenze familiari dello spirito commerciale, a Casa desolata, con il suo ter ¬≠ribile quadro realistico-simbolico di Londra, a Tempi dif ¬≠ficili, sulle deformazioni urnane e sociali indotte dall’industrialesimo.

Umorismo, caricatura e satira sono qui valvole di sca ¬≠rico per l’ira impotente, per una visione sempre pi√Ļ oscu ¬≠rata del mondo. David Cop ¬≠perfield poteva rappresenta ¬≠re un’evasione nel mondo dol ¬≠ce-amaro dell’infanzia; in La piccola Dorrit e Grandi spe ¬≠ranze (forse il pi√Ļ maturo dei romanzi di Dickens, nono ¬≠stante l’appiccicaticcio lieto fine a cui non seppe rinun ¬≠ciare) le deformazioni psico ¬≠logiche si mescolano alle di ¬≠storsioni sociali, la ¬ę tenebra impregna l’animo dei perso ¬≠naggi ¬Ľ, secondo la frase di Edmund Wilson. Il cumulo di immondizie diviene simbolo centrale del Nostro comune amico, nell’incompiuto Edwin Drood prende il sopravvento il mistero e la morte, il dua ¬≠lismo incapace di soluzione.

Come non si compone il dualismo, non esiste formula che abbracci Dickens. C’√® il ¬ę Signor Sentimento Popola ¬≠re ¬Ľ di Trollope accanto al tormentatore di se stesso di E. Wilson; lo scrittore ¬ę ne ¬≠ro ¬Ľ che soffre di allucinazio ¬≠ni sentimentali (come ha det ¬≠to G. Manganelli) e quello vi ¬≠sceralmente autobiografico; il magistrale creatore di perso ¬≠naggi, atmosfere e scene di vita vissuta accanto al mani ¬≠polatore di trame e all’intrat ¬≠tenitore di superficie. Reali ¬≠sta e visionario a un tempo, non ha senso dell’architettura narrativa, della misura o del ¬≠lo stile raffinato, ma crea af ¬≠fascinanti coacervi narrativi, un universo di figure, ambien ¬≠ti e cose; sopperisce con la vitalit√† e la ricchezza emoti ¬≠va. Ride e deforma per sop ¬≠portare, incontra a mezza strada il pubblico borghese ma lascia una terribile imma ¬≠gine di quel mondo. Protago ¬≠nista e forse vittima del com ¬≠promesso vittoriano, di un’e ¬≠poca che ammanta di ottimi ¬≠smo i lancinanti conflitti e il male che nutre in seno quan ¬≠do riesce a scorgerlo, potrem ¬≠mo definire storicamente Dickens il vittoriano che pi√Ļ di ogni altro seppe vedere angosciato ci√≤ che celava √Ę‚ÄĒ e teneva in serbo per noi √Ę‚ÄĒ il mondo degli ¬ę altri vitto ¬≠riani ¬Ľ.


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Bart