di Giacomo Devoto
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 23 gennaio 1970]
A differenza dell’aula di III, sgradevole, meschina, male areata, quella di IV era nuova e linda.
L’immagine del nostro professore precedente, Bettazzi, scomparve rapida mente dal nostro orizzonte di ragazzi, e forse il ricordo di quell’uomo è più vivo e pio in me oggi, a sessant’anni di distanza, di quel che non sia stato allora. Mi riappare tal volta in qualche atteggiamen to o battuta caratteristici, co me quando, aggirandosi fra i banchi, mi disse benevolmen te: « Ecco un barbaretto del la lingua italiana », tanto i miei componimenti gli appa rivano poveri; oppure quando mi apostrofò « devoto a che? al lavoro? », implicitamente beneaugurando.
Nel biennio del ginnasio su periore, il suo posto fu preso da un altro sessantenne, Pa gano Pietrasanta, in tutto di verso da lui. Invece che in via Marco d’Oggiono, abitava in via Boccaccio, e a noi si presentava in forma nuova, inaudita. Arrivava vestito di scuro, con il cappello a bom betta, il bastone col pomo d’avorio, se del caso la pel liccia, colletto e polsini rigi damente inamidati, unghie cu rate. Alle volte, il bastone lo infilava dalla parte del pomo nella tasca sinistra del paletò, e, di fronte a noi che passa vamo per entrare in aula, lo teneva come una sciabola, in una specie di militaresco spall arm. Questo aspetto ci folgo rava, ci manteneva durante la lezione disciplinatissimi, anche se non bastava a creare una disciplina interiore, e non im pediva le piccole omertà e sotterfugi, i compiti copiati, le risposte suggerite.
In fatto di latino ci trovò decenti, ferratissimi in analisi logica. Da zero si partiva col greco, nuovo addirittura nel l’alfabeto. Ma i primi passi erano per dei tredicenni un gioco. E la familiarità con la grammatica, se non con la lingua, continuò per del tem po, condita da formule, che oggi fanno forse sorridere. Per metterci in mente le cinque varietà dei verbi greci della seconda classe, che terminano rispettivamente in – O – IO – TO -SKO -NO, Pietrasan ta diceva « ricordate la for mula ‘ o io tosco no ‘. Capisco, non la posso suggerire al vostro compagno Gatti, a lui toscano farei dire una bu gia ».
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Nelle letture la nostra pro mozione consistette nel passa re da Ovidio a Virgilio, dal Tasso all’Ariosto. Ma le gran di scoperte per me furono due, il Monti, traduttore dell’Iliade, il Manzoni trageda. Il verso più bello del Monti era per me « Le Orèadi pietose incoronaro »: le ninfe delle mon tagne, associate a una forma verbale arcaica e armoniosa. Ma l’episodio centrale era la fine di Ettore, per il quale pro vavo una sofferenza senza fi ne, partecipe com’ero del l’amore di Andromaca, della tenerezza per Astianatte. Per questa somma ingiustizia, me la prendevo con l’intero Olim po: e Giove mi appariva ma novrato da Era e Atena, men tre Posidone era uno sciocco ne, sia pure bene intenziona to, e Afrodite capace di sen timenti gentili ma priva di mordente, velleitaria. Più com plessa era la mia ostilità ver so il Manzoni dell‘Adelchi, che trovavo fazioso. Come ri fiutavo l’aggressione greca con tro Troia, così non potevo ac cettare la presentazione man zoniana della discesa dei Fran chi, aggressori anch’essi. Ep pure c’era qualcosa, in quel Manzoni, che mi soggiogava. Erano i suoi ritmi « Dagli atri muscosi, dai fori cadenti… ». Erano martellate che si iden tificavano con un sentimento di potenza, alla quale volontieri mi sottomettevo.
A differenza del Bettazzi, Pagano Pietrasanta non indul geva agli affetti. Era un soli do italiano, che non aveva dubbi, che non inveiva mai. Lo rividi anni dopo durante la grande guerra, in licenza, e non fece caso alle mie critiche, alle mie esperienze di prima mano sul governo de gli uomini. Mi disse rapida mente: « Sono accerchiati. O prima o dopo; ma alla fine dovranno cedere ». La sua in fluenza irradiava soprattutto sul componimento italiano, in cui portava tendenze e crite ri consoni al suo aspetto este riore, alla sua visione della vi ta: amava il decoro, anzi l’or namento. Per quel che mi ri guarda, nella scia dei senti menti del tempo, scrissi una volta righe sonanti sull’« Atesi, fiume italico », quando nes suno si sognava il nostro con fine alle sue sorgenti, al pas so di Resia. Scrissi anche del legionario romano trovato se polto in piedi a Pompei, con cludendo il componimento con un periodo di una sola parola: il potente presente storico « sta », che fu vivamente ap prezzato.
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Il passaggio dalla IV alla V classe segnò anche per noi il passaggio dalla pace (ai nostri occhi paludosa), alla guerra di Libia. Le ripercus sioni materiali erano nulle, quelle morali grandissime fra di noi. Fummo ingoiati dal conformismo, alimentato a sua volta dalla stampa, dai corrispondenti di guerra. I generali Caneva e Ameglio erano, se non dei Napoleoni, dei Moltke. Chi non ricono sceva le nostre vittorie, era un disgraziato. Chi ci ostaco lava, per esempio il presiden te del consiglio francese Poincaré, che ci minacciò perché avevamo intercettato le due navi francesi « Carthage » e « Manouba » per sospetto di contrabbando, ci appariva co me un individuo torvo. Spe rimentavamo a fondo lo stato d’animo, durato poi fino al fascismo, che vedeva gli stra nieri come congiurati contro di noi, rispetto ai quali però, e a differenza della generazio ne precedente, ci sentivamo, finalmente, capaci di reagire.
A nemmeno un mese dal nostro sbarco a Tripoli, ci fu una rivolta di arabi, che ci inflisse parecchie perdite, pro prio alle porte della città, a Sidi Messri, a Sciara Sciat.
Mio padre era a Vienna, do ve, al momento della parten za, i giornali della sera por tavano a grandi titoli la no tizia della rivolta, e il presu mibile reimbarco degli italia ni, ricacciati al mare. Mio padre e gli italiani che lo ac compagnavano passarono una notte ansiosa, insonne, e solo alla mattina a Nabresina (og gi Aurisina) furono liberati dall’incubo, attraverso i no stri giornali, che portavano la verità nazionale (un po’ ad domesticata). Opposta fu l’at mosfera a Genova, in occa sione di una conferenza del giornalista Ernesto Vassallo, esponente della corrente clerical-nazionalista del giornale romano il « Corriere d’Ita lia ». La nostra marina aveva intercettato nel mar Rosso sulle coste della odierna Ara bia Saudita dei convogli di armi. Il Vassallo sosteneva che occorreva sbarcare, inse diarsi stabilmente nella regio ne, come premessa al nostro compito del futuro, di insi diare le vie imperiali britan niche. La mia fantasia si sbri gliò. Più di una volta mi sor presi a giocare con carte geo grafiche dell’Africa, e su di es se, metà con imprese belli che imaginarie e metà con sapienti baratti, a costruire un corridoio dalla Libia fino al Sudafrica.
La fase eroica dell’aviazione si era conclusa nel 1910 con la traversata delle Alpi di Geo Chavez, morto all’ospedale di Domodossola. L’eroe del ci clismo era il Galetti, che vin se i due giri d’Italia del 1910 e 1911. Il calcio non dava ancora emozioni particolari. Ma, se dovessi scegliere la fonte più esaltatrice ed ecci tante in fatto di interessi extrascolastici, darei la palma, nonostante tutto, alla « Enci clopedia dei Ragazzi ».
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Non è che essa abbia in fluito su mie scelte o decisio ni. Ma il « libro della natu ra », le armonie delle formu le chimiche, la rivelazione che la storia dell’arte non consi steva solo nel Duomo di Mi lano, rappresentavano, all’ar rivo di ogni fascicolo, un bal zo verso il grande mondo, dal quale non ci sentivamo né compressi né deformati.
Qualche nuovo compagno si era aggiunto alla vecchia schiera. Ne ricordo oggi due, e, alle loro spalle, i genitori. G.L. abitava vicino a noi, in via Morone, figlio unico di ge nitori anziani, che lo proteg gevano teneramente, accompa gnandolo sempre entrambi a scuola: il padre, con la bar ba quadrata più bianca che bionda, la madre, bruna, dal l’aspetto più severo. C. era ri spetto a noi un uomo fatto, ma alle sue spalle rivedo la imagine della madre, che in contravo si può dire ogni do menica nei pressi della chiesa di S. Fedele, sempre in un austero tailleur. C. era orfano di padre e quindi gli spetta va il titolo di « principe ». La sua casa era nell’allora via principe Umberto, la frequen tava il conte di Torino, cugi no di Vittorio Emanuele III.
Trovavo naturale che questo avvenisse, come era naturale che il conte di Torino non ve nisse in casa nostra. Trovava mo naturale che C. non si desse nessuna aria di impor tanza, e che nel tempo stesso non fosse un gran scolaro.
Sarà stata una scuola clas sista dal punto di vista del re clutamento dei ragazzi. Ma, nell’ambito di quella selezio ne, ingiusta, della quale noi fortunati facevamo parte, era vamo diversissimi per educa zione e condizione, e nel tem po stesso non provavamo nes suna remora di carattere so ciale, e scambiavamo frequen tazioni e amicizie senza com plessi, senza dar peso ad apparenze di abbigliamento, di tenore di vita. Tale era il gin nasio da cui uscimmo nel lu glio del 1912, tale era in par ticolare lo spirito del Parini. Toccava alla scuola dei tem pi nuovi, più democratici e apparentemente più giusti, in segnare ai ragazzi a guardare per prima cosa le macchine con cui i compagni sono con dotti a scuola.