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LETTERATURA: I MAESTRI: Isaac Singer. Il romanzo moderno è un bluff

13 Giugno 2015

di Romano Giachetti
[da “La fiera letteraria”, numero 7, giovedì, 15 febbraio 1968]

New York, febbraio

“Ogni uomo è un nazista in potenza: i germi del male se li porta dentro dalla nascita”, dice Isaac Bashevis Singer, autore tra l’altro di un romanzo, The Manor, che sta avendo grande successo ora in America. “Se un uomo s’infuria veramente, può fare qualunque cosa; e quando lotta tutti i mezzi sono buoni. E anche se il nazismo, naturalmente, rappresentò l’estrema miseria dell’umanità, il pericolo di diventare nazista esiste in ogni essere umano. Immergiamolo in una giusta dose di propaganda, e vedremo cosa gli succede. Magari non raggiungerà i limiti toccati dalla Germania negli anni che sappiamo, ma anche se non tortura, e semplicemente uccide, o ruba, o assalta, rimane una creatura pietosa, vulnerabile: una foglia al vento”.

Piccolo, come raccolto su se stesso, gli occhi di un celeste liquido che suggerisce cieli mediterranei, Singer è sprofondato nel divano del suo arioso studio che s’affaccia su Broadway, mentre la luce grigia di New York si riflette senz’ombra sul suo viso senza rughe. Parla con una voce cadenzata, intrisa di un forte accento, e sembra condensare nella febbrile malinconia delle parole che pronuncia a ritmo serrato tutti i caratteri della sua razza. Ha accondisceso a parlare del suo lavoro e della sua vita con l’aria di chi non si è ancora ripreso dalla sorpresa di vedersi famoso dall’oggi al domani.

In realtà, la sua storia di scrittore dura ormai da parecchi anni. Nato in Polonia sessantatre anni fa, Isaac Bashevis Singer venne in America nel 1935, spinto dalla paura e dai vincoli familiari. “La situazione in Polonia”, dice dopo un lungo sospiro col quale pare riesumare eventi dolorosi, “andava peggiorando di giorno in giorno. Ci aspettavamo tutti che la Germania avrebbe attaccato. Io fui abbastanza previdente da venire via in tempo, ma naturalmente il timore del disastro non fu la sola ragione per cui lasciai il mio Paese: mio fratello, I. J. Singer, era già venuto in America un paio d’anni prima. Essendo il fratello più giovane, io lo seguii”.

Anche il suo mestiere di scrittore lo vide ricalcare le orme del fratello. “Lui era già abbastanza noto, così decisi anch’io di dedicarmi alla letteratura, sebbene fin da ragazzo avessi sentito il desiderio di descrivere tutto ciò che mi faceva impressione. Anzi, ricordo che avevo sedici anni quando scrissi le mie prime cose. Cominciai a scrivere in ebraico, allora, ma poco dopo mi accorsi che stavo scrivendo in una lingua morta che nella migliore delle ipotesi andava poi tradotta nella lingua viva del mio popolo. Così presi a scrivere in yiddish, e salvo qualche breve saggio, qualche appunto di critica, che oggi mi azzardo a scrivere in inglese, ho sempre scritto in yiddish, fin da quando pubblicai, nel 1926, il mio primo racconto. Quanto a quell’iniziale desiderio, il bisogno quasi di mettere su carta un’esperienza, insomma di raccontarla per farne partecipi gli altri, che dovrei dire? Uno se lo sente addosso, a un certo momento: il talento può crescere dentro, può essere una faccenda da limare mediante lo studio, ma quella voglia no, nasce con l’uomo ».

Sbalestrato dunque da un Paese alle soglie della guerra a un altro che stava faticosamente riprendendosi da una paurosa crisi economica, Singer ebbe momenti d’avvio piuttosto difficili. Ma i ventitré ebrei che nel 1654 si erano accampati nell’allora New Amsterdam alla foce dell’Udson si erano moltiplicati fino a costituire una delle più forti comunità di New York. Questa comunità pubblicava già un quotidiano in lingua yiddish, The Jewish Daily Forward, che conserva anche oggi una discreta tiratura, e in quel giornale il giovane Singer trovò il primo lavoro. “Ä– ancora oggi la mia attività regolare: mi mette in contatto con la gente”.

Il poeta Gerald Jones ha scritto recentemente che uno dei tratti che accomunano due scrittori per altro verso tanto dissimili tra loro come Singer e Mailer è che entrambi hanno pubblicato prima a puntate alcuni loro libri. Singer, quasi infastidito dall’accostamento, che invero appare forzato, ribatte: “Ma no. Mailer e io abbiamo ben poco in comune. Tra l’altro, lui ha pubblicato un solo romanzo a puntate, su Esquire, e fu per una faccenda di denaro, se ben ricordo. Io, invece, pubblico sul mio giornale i miei libri a puntate, ma perché questa è una vecchia tradizione. Naturalmente, la cosa ha i suoi lati buoni e i suoi lati cattivi. Per esempio, è difficile per qualsiasi scrittore mettersi a tavolino e scrivere un romanzo di seicento pagine senza interruzioni. Invece, un capitolo alla settimana rende il lavoro più facile. Si capisce che quando si arriva alla fine il libro ha bisogno di essere riorganizzato. D’altra parte, qual è quello scrittore che prima di cominciare la stesura definitiva di un romanzo lo ha già tutto in mente dalla prima all’ultima parola? Io, per esempio, preparo prima di tutto un piano, diciamo così, generale. Ma poi, scrivendo, avvengono cose sorprendenti: dopo il primo capitolo, il romanzo comincia ad acquistare una sua indipendenza, non appartiene più compietamente all’autore. C’è una logica, la logica degli eventi, da seguire: compito dello scrittore è di seguirla quanto più fedelmente possibile. La pubblicazione di un libro a puntate aiuta a mettere in prospettiva le singole parti, col risultato, nel mio caso, che l’insieme ne guadagna”. Ristretto nei limiti del giornale, il lavoro di Singer ha faticato parecchi anni a ricevere un riconoscimento nazionale e internazionale. Nel frattempo l’elenco delle sue opere comprende, oltre all’ultimo libro, romanzi quali The Family Moskat, The Magician of Lublin, Satan in Goray, The Slave, tre volumi di racconti, un libro di memorie e perfino due libri per ragazzi. E non tutto il suo lavoro è tradotto in inglese. L’opera comunque di più vasto respiro è per ora The Manor, che pur essendo compiuto in sé, è la prima parte di un’ampia vicenda che prende le mosse dalla fallita insurrezione polacca contro i russi nel 1863 e descrive i primi passi della rivoluzione industriale in Polonia, nella quale gli ebrei furono subito attivi, che vide formarsi una nuova classe dirigente, dissolversi certi valori tradizionali, nascere nuovi ideali e perfino addensarsi in un orizzonte lontano le prime nubi del conflitto che avrebbe travagliato il centro Europa di lì a meno di ottant’anni.

A chiedergli quale, di tanti mezzi letterari affrontati, egli preferisca, Singer risponde come se parlasse di una persona cara: “Sono innamorato del racconto. Naturalmente anche il romanzo m’interessa moltissimo, ma se potessi, sceglierei sempre il racconto. Il romanzo perfetto non esiste, invece con il racconto si può andare molto vicino alla perfezione”. E qual è il metodo di lavoro che segue? “Abbastanza leggero. Scrivo circa tre ore al giorno, dalle nove a mezzogiorno, quando il telefono non m’interrompe. Ma poi ci sono tante altre cose dà fare: correggere le bozze, tenere la corrispondenza, badare alle traduzioni. Per le traduzioni in inglese c’è naturalmente chi mi aiuta, ma è una fatica comunque, ogni parola va pesata. Praticamente isolato nella comunità ebraica di New York, Singer ha dovuto attingere soprattutto ai ricordi del suo passato in Polonia. Ma non li ha forse trasformati, quei ricordi? Perché, molti si sono chiesti, quanto è invenzione e quanto è vita reale nella sua narrativa? “Molta, molta realtà”, risponde. “In fondo invento solo raramente, eccetto quando si tratta di una vicenda surreale, di ombre o fantasmi. E anche in quel caso, per me, gli spiriti sono reali, e non poco! Fanno parte del folklore, e il folklore è parte della vita. Una delle mie attività preferite, quando ho tempo, è di andare alla Società di Ricerche Psichiche, e li si sentono certe storie! Naturalmente nella vita di tutti i giorni non c’è posto, oggi, per queste… fantasie. Ma non sono affatto fantasie. La telepatia, lo spiritismo, l’astrologia, insomma le scienze occulte, sono tanto reali quanto il talento di uno scrittore, fanno parte dei poteri sconosciuti dell’uomo, altro che forze soprannaturali come certi sostengono”.

Questa sua predilezione per le scienze occulte (“Quando posso”, aggiunge, “mi piace andare a una seduta spiritica. Ä– una grande esperienza”) spiega perché David Boroff scrisse che “Singer in fondo non fa parte della tradizione ebrea, dato che il suo mondo è fatto di diavoli raccapriccianti, di diaboliche invenzioni, di incubi e di terrore. Che sia balzato così di colpo alla notorietà è dovuto allo stato di disordine e di nichilismo del mondo letterario contemporaneo”. E tuttavia, egli continua a scrivere in yiddish e a considerarsi uno scrittore yiddish. Ä– proprio dovuto solo al problema della lingua? “In realtà”, spiega Singer, “io scrivo nella lingua dei miei personaggi, e se scrivo di personaggi di un’altra epoca è solo perché sono quelli che conosco meglio. Solo recentemente, col racconto The Letter Writer, ho preso spunto da un ambiente tutto americano. Ma è un caso isolato.

Dopo una pausa continua: “La verità è che io non appartengo a nessuna comunità letteraria, né a quella americana, né in fondo a quella ebrea d’America, né a quella yiddish, dal momento che ormai sta sparendo. Sono uno scrittore che lavora in una specie di terra di nessuno. Però mi contento di avere molti lettori. Eppoi, sebbene respinga l’accusa fattami di essere un nostalgico, perché un nostalgico è sempre un sentimentale e io non sono affatto un sentimentale, è vero che io, letterariamente parlando, vivo nel passato, il che contribuisce a mettermi… fuori gruppo, ma che differenza c’è, in letteratura, tra passato e presente? Finché si scrive di qualcosa che una volta è stato reale, basta. Flaubert scrisse Madame Bovary, che era una vicenda reale per il suo tempo, ma più tardi scrisse Salambò, un episodio di duemila anni fa, e nessuno si sognò di considerarlo antiquato. Qualunque cosa che sia esistita, per la letteratura è sempre attuale”.

Ma questo sembra giustificare quanto ha scritto recentemente il critico Philip Toynbee: “A differenza di I. B. Singer, noi moderni non possiamo più guardare alla natura e al comportamento umano come facevano i nostri bisnonni”. Singer risponde prontamente: “Insomma mi si definisce uno scrittore dell’Ottocento. E io accetto la definizione. Infatti, in The Manor ho perfino cercato di aderire quanto più ho potuto ai modelli dell’Ottocento, dato che la vicenda è di quel secolo. Tra l’altro, non vedo perché dovrei ritenermi insultato: la letteratura del

Novecento non lega nemmeno le scarpe a quella dell’Ottocento. Nell’Ottocento il romanzo ha raggiunto vette tali che passeranno diversi secoli prima che si riesca a superarle. D’altra parte, un secolo o l’altro poco importa. Vediamo piuttosto qual è la funzione dello scrittore”.

“Per quanto riguarda lo stile, secondo me lo scrittore dovrebbe descrivere azioni e dialoghi, non pensieri. Sono le azioni e i dialoghi di un certo personaggio che danno al lettore la misura del suo animo e il contenuto dei suoi pensieri. Ora, se questo è definito stile dell’Ottocento, evviva l’Ottocento. Scrittori come Tolstoj, Gogol e Flaubert non si preoccupavano molto di descrivere i pensieri dei loro personaggi. Io stesso, soltanto occasionalmente ne riferisco alcuni, ma non appartengo certo alla categoria degli scrittori che usano lo stream of consciousness. Quelli che descrivono solo pensieri… per me sono una gran noia. C’è più individualità nelle azioni di un uomo che nelle sue riflessioni”.

“Inoltre”, continua lo scrittore, “io non credo che in letteratura si possa ogni volta inventare un nuovo stile via via che passa un certo numero di anni. La letteratura non è come la scienza, non è come la tecnologia, dove si fanno invenzioni a ripetizione. La letteratura è l’arte di raccontare una storia. Dostoevskij e Gogol conoscevano benissimo l’arte di raccontare una storia, e io sono convinto che tra cinquecento anni si continueranno a raccontare storie più o meno allo stesso modo. Non mi sento certo in colpa se non ho inventato un nuovo stile; eppoi, chi l’ha inventato in questo secolo, un nuovo stile, se si escludono Kafka, Joyce e Proust, i quali tra l’altro hanno fatto solo un mucchio di esperimenti? Alcuni positivi, si capisce, ma quanti Joyce e quanti Kafka ci possono essere in una generazione? Io, per conto mio, non vorrei vederne più d’uno, mentre dozzine di Tolstoj e di Dostojevskij arricchirebbero il nostro patrimonio culturale”.

Ma perché, allora, accetta di insegnare all’Università del Wisconsin un corso in “creative writing”, ben sapendo che deve per forza affrontare il problema delle tecniche moderne? “Queste son cose che si fanno per fare”, risponde candidamente. “Non credo che si possa combinare molto, in corsi del genere, perché scrittori si nasce. Ma tra l’altro io non mi sogno nemmeno di consigliare ai miei studenti di seguire un Joyce o un Kafka. Schiere di Joyce e di Kafka sarebbero un disastro per la letteratura. Però le Università sono i veri centri di cultura, oggi: a uno scrittore permettono di incontrare i propri lettori, ai giovani di venire a contatto con esperienze già tradotte in fatti letterari. Oggi gli scrittori non vengono fuori dalla vita come negli Anni Trenta, vengono da ambienti accademici. Peccato solo che tante energie vadano sprecate nella caccia alle farfalle del nuovo stile. Nuovo stile: non si parla d’altro, i giovani ne sono affascinati. Ä– una gran fatica convincerli che il romanzo moderno, in fondo, è solo un bluff”. Come appare evidente, la sua battaglia Singer l’ha combattuta e la combatte su un terreno minato. “Solo il mio editore, Straus, ha saputo spingere i miei libri dimenticando tutte le accuse intorno al mio stile. Quanto ai critici, invece, mi sono sempre trovato a mal partito con loro. Già, critici buoni ne esistono pochissimi, il che limita la funzione della critica, che invece potrebbe essere uno strumento di grande utilità. Il guaio è che la maggior parte dei critici d’oggi non esaminano un libro dal punto di vista letterario, ma da quello sociologico. La prima cosa che si domandano è sempre che cosa fa, un dato libro, per la società, e poi se è un libro progressista o un libro reazionario, quali sono i riferimenti ideologici in esso contenuti e così via. Ora a me pare che questo modo di fare critica sia piuttosto superficiale, inutile. Il punto di vista artistico ha un peso alquanto scarso. Del resto il problema del contenuto è sempre, se non marginale, indiretto. Quando si racconta una storia e si riesce a farla essere letteratura, i riferimenti sono molteplici: alla vita, alla storia, alle idee. Ma nel mio caso, io non so davvero se sto predicando una cosa piuttosto che un’altra, né se i miei libri contengano un messaggio, un’indicazione. Quando mi metto a scrivere, ho solo bisogno di un buon soggetto, del desiderio di raccontarlo, e devo essere sicuro che il soggetto sia proprio mio, mio e di nessun altro. Sta poi al lettore trovarvi altre cose. Non vedo come potrei scrivere diversamente”.

Certo che per quanto riguarda la critica in generale non si può dargli torto. The Manor, per esempio, ha avuto numerosissime recensioni (il poeta Ted Hughes ha perfino scritto che Singer “va considerato tra i più grandi scrittori viventi”), ma indicative dei contrastanti giudizi espressi sono quella citata del Toynbee e quella apparsa sulla New York Review of Books, di John Wain. Il primo si accorge della palese lievità dello stile quando scrive su The New Republic: “Singer si prova appena a entrare dentro i suoi personaggi, il che significa che dobbiamo figurarceli attraverso le loro azioni anziché attraverso le loro emozioni”. Wain, invece, crede di vedere oltre e dichiara: “Singer capisce tutti i suoi personaggi nella stessa misura, e li descrive dall’interno, fatto, questo, che lo colloca di diritto tra i migliori narratori viventi”.

Lo scrittore sorride e scuote la testa: “Questo prova quanto inutile sia certa critica, come dicevo, perché mi sembra ovvio che io non credo alla descrizione, per così dire, dall’interno. La psicologia non m’interessa. La narrativa dovrebbe essere gioia di raccontare, e il lettore dovrebbe gustarla, non sprofondarci dentro come in un rompicapo. Quando ho detto che il romanzo moderno è un bluff, intendevo questo: che lo scrittore, oggi, ha perso il gusto di raccontare”.

Giacché ha toccato gli Stati Uniti, non è difficile farlo parlare del suo nuovo Paese (è cittadino americano dal 1913), della sua vita qui, del buono e del cattivo che vi ha trovato, e dei suoi rapporti con la nuova generazione di scrittori, quelli che hanno sostituito Hemingway, Faulkner, e gli altri. “Beh, per molte ragioni sento di poter parlare come un americano, sì, ma quanto alla vita in generale, direi che è un gran brutto affare. Negli Stati Uniti, una volta, si trovava un’aria come non era possibile respirare in Europa. Ora le cose sono cambiate: la delinquenza, in primo luogo, ha rovinato tutto. Quando arrivai, ricordo che si poteva dormire in un parco pubblico, d’estate, anche tutta la notte. Nessuno ti molestava. Oggi sarebbe un suicidio. Questo per fare un esempio di vita spicciola. Naturalmente le ragioni sono tante, e gli Stati Uniti rimangono la migliore nazione del mondo, non ci sono dubbi. C’è una vera democrazia, qui, non soltanto parole. La tolleranza è grandissima verso tutte le religioni, tutte le razze. La gente perbene è senz’altro migliore della gente di qualsiasi altro Paese, ma siccome questa è una nazione fatta di estremi, anche i delinquenti sono più pericolosi che altrove. D’altra parte. come nazione, non vedo proprio perché sia tanto criticata politicamente: ha due Paesi confinanti come il Messico e il Canada, che sono di una debolezza estrema, eppure non ha mai fatto nemmeno l’atto di invaderli, di annetterseli”.

Nel modo di semplificare certe situazioni si intravede ancora una volta, e chiaramente, che il suo modo di comunicare con il mondo è quasi esclusivamente ridotto alla letteratura. Per cui è meglio ascoltarlo quando parla del fenomeno degli Anni Cinquanta e Sessanta, che hanno portato in primo piano un gran numero di scrittori ebrei. “La ragione”, dice Singer, “è che gli ebrei arrivarono qui in massa piuttosto tardi, a partire dal 1880, e che ci sono volute alcune generazioni per produrre una letteratura che fosse allo stesso tempo americana e ebrea. Eppoi non basta dire che la scena letteraria, oggi, è dominata da Bellow, Mailer, Roth, Howe, Miller, Kazin, Malamud e Podhoretz, che sono tutti ebrei: ci sono anche gli altri, c’è Conrad Richter, c’è Prokosh”

Eppure il fenomeno, nonostante tutto, meriterebbe di essere analizzato bene, anche per i riferimenti che esso contiene al lavoro di Singer. Ancora Wain ha scritto, questa volta piuttosto lucidamente: “Molta letteratura d’oggi è ebrea, e probabilmente una delle ragioni è che l’essere ebreo fornisce qualcosa di preciso da descrivere. L’ebreo, ortodosso o non, è costretto a raggiungere una decisione, a fare una scelta tra valori e credenze contrastanti, e questo dà alla sua vita un contenuto spirituale che può ancora essere espresso da un mezzo tradizionale quale la letteratura”.

“Tutto questo”, osserva Singer, “è discutibile. Comunque, ebreo o non ebreo, l’uomo è una grande delusione. In questo senso io sono di un pessimismo nero. In tanti secoli di storia, non ha imparato nulla. La situazione presente non differisce gran che da quella di cento o mille anni fa. Conflitti di ogni genere, e di continuo, sempre alle soglie della catastrofe. L’uomo non ha ancora imparato a vivere in pace, e non sono solo gli scrittori ebrei che dicono questo. Ä– una tragedia, ma pare proprio che siamo stati creati così. A volte sembra facile farlo capire agli altri, ma poi tutto si riduce a una lotta. Nella mia vita ho visto due grandi guerre, persecuzioni, sangue; ci sono state rivoluzioni, il mondo si è dato un ordine nuovo, ma non abbiamo cambiato nulla, siamo sempre lì, dopo una guerra ce n’è un’altra”. E dopo aver ripetuto più volte, amaramente, che ogni uomo può davvero diventare spietato come un nazista, aggiunge: “Vedo un gran buio nel passato e ho paura del buio futuro. Ho paura che tutto finirà in un’altra grande guerra. Noi ebrei abbiamo trovato qui un Paese che ci lascia vivere senza l’incubo delle persecuzioni. E certamente è bene sapere che esiste Israele. Ma basta? Basterà?”.

Queste parole spiegano forse la coloritura “nera” di tanti suoi racconti; ma forse lo scrittore Singer non ha ancora dato la misura di sé, in questo senso. Lo si capisce quando, dopo avere accennato che tra i suoi progetti futuri c’è la prossima pubblicazione di un libro di racconti che s’intitolerà The Seance and other stories, seguita dalla seconda parte del suo ultimo romanzo (“The Estate chiuderà il ciclo, che non è una trilogia come qualcuno ha scritto”), egli continua: «Da qualche parte ho un manoscritto che vorrei fosse pubblicato solo dopo la mia morte. Ä– una specie di saggio, una raccolta di pensieri filosofici e religiosi. Si ha sempre la sensazione di non aver detto tutto, e forse non si può mai dire tutto. Comunque, si deve tentare. Io sto tentando con questo libro, che sarà per me come una conclusione. Mi dispiace solo che sia un libro così pessimista, ma questo è il mio pensiero, nonostante che io creda in Dio. Certo, un ordine universale fatto di giustizia deve esserci, ma la mente umana è fatta in modo tale che riesce a vedere solo il lato buio della creazione. Quando io vedo tanta sofferenza nel mondo, come posso essere ottimista? So che Dio deve avere una spiegazione, ma sarà buona per Lui e per gli angeli, non per gli uomini”.

Dette queste parole, lo scrittore si alza, va a una finestra e l’apre di colpo: il traffico assordante della West Side balza verso di noi.

 


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