di Cesare Angelini
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 14 marzo 1969]
La fantasia pugnace del gio vane Carducci un giorno in dugiò disarmata sulle rive del fiume sacro, e nella commossa contemplazione della scena evangelica di turbe che trae vano verso la mite apparizio ne del giovane Messia e di madri che gli portavano i figli a benedire, gli parve di ritro vare le sorgenti dell’amore e della bontà. Certo trovava l’oc casione di disinfettarsi delle sue ire politiche non sempre magnanime né giuste.
I versi del poeta (l’attacco è bello anche se il resto sca de) ci restituiscono la visione serena del fiume biblico, in questi giorni diventato brutalmente teatro di fucilate e cannonate tra arabi e ebrei « due popoli per una patria ». Sui rottami del ponte di Allenby, che univa Gerusalemme ad Amman in Transgiordania, ora passa la frontiera dell’odio e della vendetta
Leggendo la storia sacra, il Giordano con quei favolosi miracoli che volge e rivolge tra le sue rapide acque, un tempo ci appariva come il fiume che scorreva negli im mediati dintorni del paradiso. E, a dir vero, non abbiamo provato troppa delusione, quando, più tardi, l’abbiamo visto coi nostri occhi, scende re dai fianchi maestosi del grande Hermon, la montagna che unisce il cielo alla terra, pur riconducendolo alla sua dimensione reale.
Fiume che attraversa la Pa lestina quant’è lunga, il Gior dano ha contribuito a darle un’impronta singolare e a de terminarne la storia. Anche i fiumi hanno una loro voca zione. Per la sua partecipa zione ai fatti straordinari del popolo di Dio, lo si avvicina con una specie di horror religiosus, sacro; come accade a chi sale il Sinai e pensa: â— Pri ma di me, ci è passato il Si gnore.
Solitamente lo si raggiun ge da Gerico, per la strada immersa nel deserto e nel ven to che porta ai guadi dove fu battezzato Gesù. Orme di pa triarchi e voci di profeti ci accompagnano; e i beduini che sbucano dalle tende, spin gendo i loro piccoli greggi di capre e di pecore in cerca d’un pascolo o d’un pozzo, ci aiu tano a ritrovare con un senso di simultaneità millenaria i lo ro volti perduti e gli usi e la forma della loro vita; essi stes si frammenti vivi del glorioso passato.
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E, d’improvviso, ecco il fiu me, silenziosissimo. Piccolo in confronto a quello che s’era immaginato? Neanche. La me raviglia non è che sia più o meno piccolo (anche dove è più largo, raramente supera i trenta metri); la meraviglia è di trovarci in presenza del fiu me che respira attraverso le pagine immense del libro di Dio.
Su queste rive e in questa vallata rimaste immutate, la storia d’Israele risplende lun go i suoi millenni, epica, tra gica, sacra; storia di èsodi, di misteriose partenze, di guer re, di vittorie, di sconfitte, di esilii, di catastrofi sostenute con speranze infrangibili, con fede sempre volta alla meta fissa, alla vocazione prefissa: l’aspettazione messianica. Sto ria che, prima che dalla Bib bia scritta, esce dalla terra, bibbia vissuta e viva. In prin cipio era la terra, poi venne il libro, che ne è l’eco e l’esal tazione.
Il vento che mi viene in contro, portandomi l’aroma di terra viva, è ben vento di sto ria sacra; quello stesso che inaspriva la barba di Abramo quando, lasciato il paese dei Caldei, insieme con Lot e la moglie e i servi e il gregge, giunse dopo mille chilometri nella terra del Chanaan che Dio aveva promessa a lui e alle sue maestose discenden ze, le sacre figure dei patriar chi sulle quali appoggerà il suo nome: Deus Abraham, Deus Isaac, Deus Iacob. E’ ancora il vento che gonfiava il mantello di Elia, che qui, tra Gerico e Gàlgala, incon trò Eliseo mentre arava i suoi poderi con dodici paia di buoi. E questo sole che ora si leva dall’orizzonte come uno sposo che esce dal suo talamo, è ben quello che fecondava le vi gne d’Engaddi e abbronzava il volto della Sunamite can tando versi d’amore.
Il paesaggio lirico si fa im provvisamente epico al ricor do di Giosuè che, sceso coi suoi quaranta battaglioni dai monti di Moab, passò il fiu me a piede asciutto (per ventun ore l’acque stettero ferme come alti argini) dietro il co mandamento di Dio: « Passa questo Giordano, tu e il tuo popolo, e prendi possesso del la terra promessa ai tuoi pa dri ». Dall’alto del monte Nebo, Mosè al quale non fu con cesso di entrarci, guardava accoratamente quella terra e il suo popolo che dilungava ol tre il Giordano, verso le bel le montagne e il mare.
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Era tempo di primavera quando Giosuè si stanziò sul la terra promessa ai padri, che, nel lessico familiare e mistico del popolo, si chiamerà la Terra Promessa.
Un popolo, una terra, una vocazione: l’attesa del Messia.
E vissero sotto le tende, nella sapienza d’una vita pasto rale e contadina a cui sotto stava anche il re; sempre pron ti a spiantarle per andare ver so nuove conquiste di pascoli e di pozzi, o per difendersi dalle incursioni nemiche. Codice di vita era il Decalogo avuto da Mosè sulla monta gna, e l’Arca dell’alleanza te stimoniava l’amicizia col Si gnore.
Crescendo di numero, si or ganizzarono in dodici tribù, restando tuttavia legate nel ricordo dei padri e nel culto del Dio Unico, trascendentale e vicinissimo, ospite spesso delle loro tende. Si movevano in pellegrinaggi ai santuari do ve Dio era apparso e ne se gnavano gli altari con una pietra o un albero, spargendo ovunque il senso del sacro. Né dei santuari all’aperto si di menticarono mai, nemmeno dopo la costruzione del Tem pio in Gerusalemme, il luogo santo dove convenivano da ogni parte nelle feste prescrit te, cantando i salmi di Davide.
Nelle ore tristi delle infe deltà a Dio o alle parole dei padri, venivano morsicati dai virulenti appelli dei profeti, che li aiutavano a svelenirsi dalle contaminazioni forastiere; come li confortavano nelle disfatte nell’esilio in terra straniera, inculcando nei cuori il ricordo di Gerusalemme e il tempo dei padri, i cui nomi raccolti in genealogie di ventavano quelli dei grandi antenati del Messia.
Finché, sulle rive del Gior dano, per bocca dell’ultimo profeta risuonò l’annunzio: â— Il Regno di Dio è in mezzo a voi. â— Proprio lì dove l’an tico Israele aveva inaugurata la sua missione, in un prolun gamento di visione religiosa il Messia inaugurava la sua, che era l’attuazione di quei valori di prefigurazione e di aspettazione. E il fiume ebraico diventa cristiano quando Gesù col suo battesimo nelle sue acque crea l’anello di con giunzione tra la nascente ci viltà e l’antica, che ne era antefatto.
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Ora, lungo il Giordano gli Israeliani combattono contro gli Arabi, popolo bellissimo e infelice, il parente povero, vit tima del suo temperamento estatico di popolo rimasto ai bordi del deserto a contem plare e a fantasticare, custo dendo il mistero. E, forse, vit tima più ancora della insipien za dei suoi capi e dei raggiri delle astute diplomazie.
Ma la loro guerra, gli Israe liani la combattono con un particolarissimo impegno; che non è quello di dominare il mondo, ma di salvare alla sto ria biblica il suo popolo, e al popolo la sua terra. Quel pez zo di terra, piccolo e immenso.