di Sergio Frosali
[da “La Nazione”, giovedì 7 maggio 1992]
Erano due, le grandi gemelle antagoniste del fascino fem minile, Greta Garbo e Marlene Dietrich. Poi rimaneva so lo lei, la tedesca di ferro che niente pareva scalfire, la bellezza enigmatica e ironi ca con le guance scavate e l’occhio malizioso, così concreta ma nello stesso tempo inaccessibile. E ora, dopo aver resistito in carrie ra dal 1923 per più di cinquant’anni, la sua scompar sa sigilla la fine di un’epoca, quella delle incomparabili. La regola di tali creature an teponeva alla stessa bravura l’importanza decisiva della personalità. Si, certo, recita re, questo esigeva nonostan te tutto il mestiere, ma prima contava l’«essere ». Marlene Dietrich, nella vita e nell’ar te, «era » a livelli incontenibi li. Passionale ma anche serenamente padrona di sé, aveva imposto il suo stile, che coincideva appunto con il suo modo di essere. Certe interpretazioni della maturi tà sono perfino state segnate da una trasparente ironia sul proprio ruolo, sul film stesso nel quale recitava. Poteva permetterselo, con la libertà di chi si affida in toto alla pro pria natura.
Mezzo secolo e più di storia le ha imposto comunque dei mutamenti. Dopo i primi film nella sua Germania aveva raggiunto la celebrità nel ’30 dando vita alla figura eccitante e ambigua di Lola Lola, la chanteuses equivoca dell’Angelo blu (azzurro – bdm), la voce rauca nel locale dove eccitava l’ammirazione de gli avventori. Nascevano un simbolo, un modello grafico ed esistenziale, nasceva la figura della donna padrona e peri colosa, questo mito che la residua cultura dell’ Ottocen to affidava al nostro secolo.
Mai investimento fu cosi ben piazzato. Resisté per almeno un decennio, mentre continuava a dirigerla il suo amante e Pigmalione, il regi sta Joseph von Sternberg che con lei avrebbe attraver sato l’oceano per insediare quel patrimonio corporeo nel repertorio hollywoodiano. Von Sternberg non face va che vestirla e spogliarla, renderla disgraziata o trionfante, maledetta o sublime, sempre accarezzando la sua immagine in bianconeri di elegante levità ed esaspe rando intorno a lei il delirio estremistico di un dècor che ormai non aveva più nulla di realistico. Marlene Dietrich lasciava fare, già inauguran do la sua leggendaria sere nità e quasi indifferenza. Lei, che la biografia di Jean Gabin, uno dei suoi amanti e compagni, avrebbe ricordato come una tedesca acqua e sapone che amava cucinare e pulire meticolosamente i pavimenti di casa, giocava il gioco assegnato, senza crisi di identità. Si segnala già in questa fase della sua vita una sorta di doppia identità: quella di tenere da una parte casa a Parigi per l’eleganza e la cultura, dall’altra di reggere in loco il gioco holly woodiano con serena distan za, senza un capriccio, dan do lezioni di puntuale profes sionalità.
A Hollywood intanto le ave vano cambiato l’aspetto, as sottigliando la sua linea corporea e affinando anche quel suo viso tendenzialmente largo con l’estrazione dei denti esterni, da cui le fos sette che fanno parte del suo celebre look. Venne accusa ta di essere stata plagiata da Von Sternberg, ma la sua vi ta seguente avrebbe dimo strato come con tutta eviden za il suo carattere la adattas se senza sforzo a tutte le baroccherie che la circondaro no e la segnarono in opere come Marocco, Disonorata, Shanghai Express, Venere bionda.
Il giudizio su questi film è an dato oscillando lungo gli an ni fra un’ammirazione quasi incondizionata e una distan za tranquillamente perples sa. Ciò non toglie che Holly wood abbia toccato, in lei e con lei, nel periodo segnato da Von Sternberg, il massi mo grado plausibile e anche oltre, di sofisticazione nel costruire una femminilità da serra. Il che corrispondeva poi alla vocazione profonda di quel luogo inclinato alla magia intesa come gioco di prestigio, travestimento, ir realtà «soprannaturale ». Gli anni che la segnarono re sero celebre la sua immagi ne. In certo senso non ne è mai uscita del tutto, pur rinnovandosi ed esibendosi in ruoli relativamente quotidia ni. Del resto più di tanto non poteva cambiare: si cambia no forse i grandi monumen ti? Chi ha interesse a farlo? Non lo aveva neppure Marle ne Dietrich, mai ribelle alle esigenze della professione. Tanto inseguiva la varietà e la novità fuori dal mestiere. Percorse il fronte di guerra come fervente animatrice di spettacoli per soldati, e lo fe ce con tale vocazione antina zista da meritare, per gli stenti sofferti, una decora zione. Coltivò, finita l’era Von Sternberg, amori cele bri, come quello con Jean Gabin che la abbandonò per ché lei non volle sposarlo. Da ultimo, ma siamo già arri vati al periodo post-cinematografico, quando infaticabilmente percorreva il mondo per cantare accompagnata da una propria orchestra, ebbe per compagno il giova ne Burt Bacharach che scri veva musica per lei. Evocare il corpus dei suoi film sareb be impresa ardua, per il nu mero e la varietà. Del resto siamo certi che molti di essi, in mortem, verranno esumati, così la gente se ne farà un’i dea. Dobbiamo però dire che Marlene Dietrich neppure sfiorò lo straordinario talen to della sua rivale e contem poranea Greta Garbo, anzi restò attrice dai mezzi relativamente limitati. Ma questo a chi importa, quando si ha a che fare con un simbolo? Chi esce dalla realtà per entrare nel mito non ha bisogno d’al tro. Potremmo dire: Marlene Dietrich è stata forse la più imponente e pertinente fra le ultime reincarnazioni di Afro dite. In fondo i suoi erano, come abbiamo visto, modi di essere più che interpretazioni, e qui la sua intelligenza di donna, anzi di superdonna, la assisté con lo strepitoso intuito che la rende memora bile.
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