di Panfilo Gentile
[dal “Corriere della Sera”, martedì 25 novembre 1969]
L’Età barocca in generale non piace e certamente non piace né a Montanelli, né a Gervaso, dei quali esce in questi giorni un volume L’Ita lia del Seicento (editore Rizzoli, 512 pagine, 3.500 lire) prosecuzione della loro fortu nata e brillante iniziativa di retta a sostituire la veneranda ma incanutita opera del Cantù. In confidenza, l’Età baroc ca non piace nemmeno a me e ricordo d’avere spesso di scusso questa mia avversione con il mio vecchio e compian to amico Lorenzo Giusso, che invece di quell’epoca era innamorato e che era stato ca pace di studiarsi a fondo Bru no, Telesio e Campanella, fi losofi di cui io non ho mai letto neppure un rigo.
Tuttavia, diverso è il moti vo della comune antipatia. Montanelli e Gervaso detesta no il principio di autorità quale venne configurandosi nel Seicento nel nostro Paese ca duto in parte sotto il dominio o l’influenza della Spagna.
L’Italia è rimasta frantumata in una molteplicità di staterelli e per questo senza voce nel mondo dominato da tre grandi potenze – Spagna, Austria e Francia – e in un certo momento addirittura da due sole, fin tanto che gli Absburgo furono i signori d’Austria e di Spagna. Sarà il lun go periodo dei Viceré, circa un secolo e mezzo, consacrato al più nero oscurantismo e al la più sonnolenta servitù.
Ciò è esatto ma non m’in duce a condividere i severi giudizi di Montanelli e Ger vaso. Il dominio spagnolo te tramente cattolico, politica mente autoritario, retoricamen te feudale, anacronisticamente cavalleresco, in realtà, non aveva sottomesso, confiscato la libertà di nessuno, ma si era sostituito all’anarchia. In proposito non si deve prendere per vero e reale l’ordine co stituitosi nel Sud fin dall’epo ca dei Normanni e conserva tosi poi sotto gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi. Le monarchie, senza radici nel Paese, mal servite da una feudalità pulviscolare e ribelle, sempre contestate e disputate tra concorrenti bellicosi, sen za forza militare propria, co strette quasi sempre a servirsi di mercenari e capitani di ven tura, e infine povere tanto da non poter pagare spesso nem meno le soldatesche e i loro capi, non ebbero quasi mai un’autorità effettiva ed il Rea me fu per secoli abbandonato a se stesso. Solo quando per caso il trono fu dalla sorte as segnato a qualche principe di grande statura, vedi ad esem pio Alfonso d’Aragona, il Sud fu per brevi e intermittenti periodi amministrato come uno Stato sotto un potere centrale efficiente.
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L’arrivo dei Viceré fu una vera fortuna. Del resto Bene detto Croce, in quel capolavoro che è la Storia del Re gno di Napoli, ha insegnato: « Alla duplice esigenza, da cui era nato, la protezione del ter ritorio e la sottomissione del baronaggio politico e semiso vrano, alla sovranità dello Sta to, non fallì il viceregno, cioè il governo spagnuolo nell’Ita lia meridionale; e questo dop pio ufficio storico come spie ga la sua origine, così rende ragione della sua lunga du rata ».
Croce confutò pure la leg genda dello sfruttamento e del fiscalismo spagnolo. Ho già avuto occasione poi di segna lare l’opera di Virgilio Titone, il quale, per quanto concerne la Sicilia, ha dato la prova contabile che la Spagna aveva fatto un cattivo affare a met tersi ad amministrare l’Italia meridionale. Titone è andato a ficcare il naso nei cosiddet ti « riveli ». Erano questi una specie di denunzia Vanoni del l’epoca, erano cioè le dichia razioni dei contribuenti dei lo ro cespiti e del loro ammontare, sulle quali poi i funzionari annotavano la quota del tributo dovuto alla Spagna per i servizi che la Spagna eroga va. I conti segnavano un passivo per la Spagna: riscuoteva meno di quel che spendeva.
Prima di avere imparato da Croce e da Titone quanto so pra, io avevo avuto un vago presentimento che il regime vi cereale, per quanto assistito da preti fanatici e da gendarmi sbrigativi, era stato anche una epoca di relativa prosperità economica. E più esattamente me ne ero accorto, quando, essendo stato incaricato di compilare una specie di inven tario dei monumenti artistici della provincia di Chieti, ave vo potuto constatare che in quella regione il muratore s’e ra fermato a Federico II. Do po Federico bisognava fare un salto appunto fino al Seicento per ritrovare la testimo nianza di un certo risveglio edilizio. Ciò vale anche per tutte le città del Mezzogiorno, che ancora oggi presentano un monumentale barocco. Chiese, fontane, palazzi pubblici e privati, edifici nuovi e, ahimè!, rifacimenti degli antichi datano tutti dal Seicento in poi. E, come si sa, il mu ratore è chiamato solo quando ci sono riserve economiche no tevoli.
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Per quanto il volume sia in titolato all’Italia del Seicento, Montanelli e Gervaso, tuttavia nella stesura dell’opera, hanno straripato ed hanno finito per darci una succinta ma intelli gente veduta panoramica di tutta l’Europa e anche delle sue appendici transoceaniche, le quali proprio in questo se colo ebbero il loro sviluppo. Aggiungerò che non si poteva meglio ricapitolare, in poche pagine, questo grande fenome no della conquista del nuovo continente e sottolinearne il diverso genio che guidò gli ispano-portoghesi da un lato e gli anglo-sassoni dall’altro.
Montanelli e Gervaso anche in questo volume si sono di mostrati buoni storiografi, per ché, pur non sentendosi con geniali con l’epoca, hanno fat to una passeggiata in questa Europa, tutto sommato sgra devole, cercando di inventa riarne invece con generosa buona volontà, gli aspetti en comiabili. Il Seicento non è solo infatti il secolo delle ac cademie, nelle quali l’umane simo rinascimentale decade nella pedanteria condita di va nità erudita e di spirito cor tigiano, non è solo il secolo dei gesuiti, che fanno da sen tinella alla servitù intellettua le. E’ anche, quasi per contra sto, il secolo in cui nascono modernamente il libero pen siero e la ricerca scientifica, è anche il secolo di Galileo, di Cartesio, di Montaigne, di Pascal.
La libertà di pensiero non fiorisce sul terreno della Ri forma, che oppone solo un dogmatismo nuovo al dogma tismo vecchio, ma da spiriti solitari, ora timidi, ora impertinenti, tuttavia sempre abbastanza coraggiosi per affer mare la propria opinione per sonale, al di sopra dei confor mismi e degli anti-conformismi. « Pélaudé de toutes mains – diceva Montaigne – j’estois gibelin aux guelfes et guelfe aux gibelins ». Povero Montaigne, che ad un certo mo mento ebbe paura del suo co raggio, e poiché le gerarchie ecclesiastiche francesi avevano manifestato il loro malumore per gli Essais, egli allora, temendo che della cosa s’inte ressasse l’Inquisizione, pur es sendo vecchio, malandato ed afflitto da terribili calcoli vescicali, prese la via di Roma, via quanto mai penosa per chi doveva affrontarla sui mezzi di trasporto allora disponibili.
Per sua fortuna, Montaigne trovò nei Padri del Tribunale dell’Inquisizione un’accoglien za benigna e sorridente. « Non preoccupatevi – signor Mon taigne, gli dissero, battendogli amichevolmente una mano sul la spalla. – Non preoccupa tevi dei vostri Saggi, non vi daremo nessuna noia ». E Montaigne potette prendere la via del ritorno, oramai rassicurato ed entusiasta della tol leranza di quei buoni Padri.
Meno tollerante fu Luigi XIV con i discepoli di Pascal che si davano appuntamento a Port-Royal. Quelle monache linguacciute e grafomani, que gli avvocati controversisti e cavillosi puzzavano di giansenismo. Luigi XIV andò per le svelte: fece radere al suolo il convento. Per nostra fortuna più tardi Sainte-Beuve lo re suscitò con tutti i suoi ospiti.
Montanelli e Gervaso in questa rassegna della cultura seicentesca non hanno dimen ticato nessuno, o, per meglio dire, hanno dimenticato un so lo nome: Fontenelle. Non si tratta di uno scrittore minore. Non fu un Saint-Évremond, del quale oggi in Francia si leggono esaltazioni eccessive. In Fontenelle, c’è già tutto Voltaire. Fontenelle è il grande maestro della filosofia liberti na, precedendo Voltaire nella indipendenza e spregiudicatezza del giudizio, nella versati lità delle curiosità, nell’ama bilità e nell’eleganza conversativa dello stile, espressione accessibile di una cultura sa lottiera, diretta da uomini di mondo, in che stette il segreto della sua facile espansione co smopolitica.
Non sono sicuro però che la dimenticanza di Montanelli e Gervaso sia veramente tale. Fontenelle appartiene a egua le titolo tanto al Seicento, quanto al Settecento. Il no stro uomo infatti ebbe la for tuna e l’abilità di vivere fino a novantanove anni compiuti. Nato nel 1657, morto nel 1757 fu a cavallo tra i due secoli. Fu un ornamento del regno di Luigi XIV e del regno di Lui gi XV. Fu contemporaneo di Cartesio e degli Enciclopedi sti. Perciò Montanelli e Ger vaso possono forse essersi ri servati legittimamente di par larne nel prossimo volume del la loro storia.
Una segnalazione pratica. Superfluo raccomandare il li bro per la piacevolezza della lettura, perché quando in un’opera ci mette le mani quel diavolaccio di Montanelli, si può essere sicuri che non ci si annoia. Avverto invece che il volume può servire anche come libro utile di consulta zione, perché, nella sua lim pida concisione, esso offre un’informazione completa dei fatti memorabili dell’epoca.
Commenti
4 risposte a “L’Italia del Seicento #7/10”
Quel diavolaccio di Montanelli ha scritto un’opera monumentale, La storia di Italia dai Greci all’era Berlusconi. A fronte di un incredibile successo editoriale il mondo accademico l’ha sempre snobbata, cosa di cui Montanelli ha sofferto, in segreto, non poco. Secondo me, che ne sono stato un fervente lettore, essa si segnala per acutezza investigativa, stile giornalistico agile e asciutto e impeccabile rivisitazione di fonti. L’ho letta, dicevo, quella Storia decine di volte, sempre trovandovi spunti per capire l’Italia di oggi. Indimenticabile, in questo volume dedicato al Seicento, l’individuazione del contrasto fra obbligo del fare(come precursore del godimento della Grazia) che ha prefigurato il calvinismo anglosassone e l’immobilismo controriformista, prettamente latino. Montanelli è narratore partecipe, spesso dolente, a volte sarcastico, di frequente indignato, di fatti e gesta di uomini ( per lui la Storia è patrimonio delle grandi individualità, non delle masse), specialmente di un periodo quale il Seicento in cui lo storico, ma a questo punto direi il cittadino Montanelli, assiste, insieme a Gervaso, allo sfascio dell’Italia per mano di una dominazione cieca e parassitaria e al tramonto delle sue libertà rinascimentali, con un picco di accorata mestizia quando si tratterà di riferire sugli ultimi Medici di Toscana.
Ancora oggi,quando mi capita di dover consultare argomenti storici, pur disponendo della monumentale Opera del Barbagallo e di altre, illustri ma riferite a determinati periodi, l’occhio va sempre ai volumi di Montanelli.Un grande giornalista e scrittore ma soprattutto un grande italiano.
Che la terra ti sia lieve, caro, grandissimo Indro.
Carlo Capone
Complimenti Carlo, oltre che per questo commento, per l’opera del Barbagallo, che possiedi, prestigiosa. Io possiedo la Storia d’Italia della Utet.
Grazie Bart. L’opera del Barbagallo è un lascito del mio caro babbo(benchè napoletano lo chiamavo così….). E’ ferma al 29 e credo non ne siano stati stampati altri volumi. Alcuni tomi patiscono le ingiustizie del tempo, presentano ad esempio il dorso un po’ scollato. Ma non li tocco.
Un lascito del tuo babbo… Vale allora anche di più.