Racconto: I figli di Ludovico #3/7

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I figli di Ludovico #3

Ludovico metteva in quel volo l’entusiasmo di un bambino. Piroettava nel cielo e di quando in quando si voltava a guardare la sua Chiara. Cercava di farle capire quanto fosse felice; ma la bimba stava quasi sempre davanti a lui; e allora per qualche attimo il nonno si fermava e restava sospeso nell’aria ad ammirarla.
  Della sua casa, non ricordava quasi più niente.
  Avevano scoperto che per andare più veloci dovevano mettere le braccia avanti, come avevano visto fare al cavaliere, e non solo per scendere in picchiata verso terra, ma anche per salire; bastava che le distendessero ben parallele, e subito sentivano crescere la velocità, finché il vento sibilava intorno alle orecchie. Che grandi emozioni!
  Ludovico avvertiva di essere entrato in una zona della vita in cui l’età non conta più niente, e solo lo spirito è il padrone assoluto della propria esistenza.
  Chiara lo chiamava a gran voce. Aveva intravisto laggiù in basso, dentro una lussureggiante foresta, un grosso canalone, e in fondo ad esso aveva scorto un corso d’acqua.
  «Voglio andare a vedere, nonno! » gridava.
  Allora distesero in avanti le braccia, si misero in direzione di quel punto lontano e… frrr, frrr, l’aria prese a sferzarli come un vento impetuoso, sembrava una lama tagliente; nemmeno riuscivano a muovere la testa tanto era forte l’attrito che provocavano.  

  Una poiana stava appostata in cerca della preda sopra uno sperone di roccia, quando si vide passare davanti, proprio all’imbocco del profondo dirupo, Ludovico e Chiara che, presi dall’entusiasmo di quel volo, puntavano dritti incontro al corso d’acqua. La poiana allungò il collo, piegò la testa verso il basso e seguiva con l’occhio incuriosito quegli sconosciuti. Arruffò infine le piume sul collo, scosse le ali, e d’un tratto spiccò il volo. Fu nel cielo; fece tre o quattro giri ampi come a godere della potenza che stava imprigionata dentro quel corpo selvaggio, quindi si buttò nella scia dei due; serrando le ali, raccolse sotto il ventre le zampe robuste, e fu così rapida la picchiata che la poiana fu presto a fianco di Ludovico. Non lo aggredì, colta da una meraviglia che fiaccò la sua voglia di predare; ma voltando il capo verso di lui, nel volo stette a mirarlo, e non staccava gli occhi da quelle braccia così differenti dalle sue magnifiche ali.
  Ludovico non si accorse di nulla; ancora godeva di quella velocità che lo lanciava nel cuore della natura; per la prima volta ne intuiva i segreti. Fu Chiara a scorgere il rapace, e lo gridò al nonno, che voltando il capo alla sua sinistra si trovò davanti agli occhi il becco adunco di lei, minaccioso. Ma la poiana ancora era ottenebrata dallo stupore, e Ludovico ebbe il genio di starla a guardare senza paura, e la bestia allora scosse le palpebre, chiuse per un istante gli occhi, e parve al vecchio d’averla conquistata. La poiana infine si allontanò; aprì le ali e di nuovo si distese nel cielo con movimenti solenni, superbi. Stava sopra i due, non se ne andava, compiva ampi giri lenti, maestosi; e Ludovico capì che essa dispiegava su di loro la sua antica fierezza, con orgoglio mostrava tutta l’armonia della sua superiore consuetudine con quegli spazi. Chiara salì verso di lei; il nonno la chiamò per fermarla, ma la bimba già stava sotto le ali dell’uccello e con lui giocava; ne udiva Ludovico la risata cristallina.
  Un nibbio che stava appostato tra le rocce della parete fece capolino. Comparve infine tutto intero, teneva gli artigli afferrati alla pietra aguzza. Alzò la testa, spalancò gli occhi e stette immobile ad osservare il gioco della poiana. Coi movimenti del capo seguiva quel volo prepotente, inventato. Aprì infine le ali e fu anche lui nel cielo. Lo scorse la poiana. Voleva attaccare. Mosse incontro al nibbio. Ma fu un istante. Il nibbio era già vicino a loro e col suo verso chiamava al gioco la poiana; ed essa allora distese le ali, girò due tre quattro volte nel cielo, e guardava il nibbio intrecciare il volo con la bimba. Infine si calò tra loro e tutti e quattro parvero riempire il cielo.  

  Trascorso qualche anno dalla sparizione di Berto, e prima che accadessero gli altri avvenimenti narrati sino a qui, al paese si organizzò una gran festa serale. Si doveva tenere, questa festa, in una stalla sistemata per l’occasione. Ci lavorarono in molti, soprattutto i giovani, per rassettarla. Ludovico voleva recarvisi con i suoi; Rachele invece indugiava. Per via della disgrazia che le era capitata non voleva dare motivo di nuove chiacchiere. Decise infine di prendervi parte.
  S’avviarono nel tardo pomeriggio, dopo aver cenato anzitempo. Andarono col furgoncino e fu Rachele a guidarlo. Gli altri salirono sul cassone. Lungo la strada, Chiara non faceva altro che tempestare di domande il nonno.
  «Chiudi quell’orribile becco! » le intimò ad un certo punto Margherita. In risposta, come al solito, la piccola fece il verso alla sorella. E anche Sandrino tirò fuori la sua linguaccia, siccome era curioso quanto Chiara.
  Quando giunsero alla stalla, all’interno tutto era già pieno di luci. La porta era spalancata e dentro si vedeva gente agitarsi. Entrarono. Ludovico andò a sedersi in un cantuccio, e subito vennero attorno i vecchi compagni. Uno di questi, soprannominato Frullana, gli accese la pipa.
  «Come ai bei tempi, eh, Ludovico? »
  «Basterebbero vent’anni di meno! » mugolò il vecchio, aspirando la pipa, il quale in gioventù era stato un donnaiolo. Notti, non era rientrato in casa.
  «Meglio donnaiolo che scienziato » lo aveva difeso un giorno suo padre.
  Frullana gli ricordava quegli anni memorabili. Erano venuti a sedersi accanto a lui Boccio e Pattana, altri compagni di bagordi.
  «Ce n’è di sottane, stasera! » sorrise Pattana.
  Rachele se ne stava in disparte insieme coi figli.
  Qualche uomo l’adocchiava. Chiara e Sandrino s’erano allontanati coi compagni; uscivano e rientravano dalla stalla correndo e schiamazzando. Solo Margherita era rimasta con lei, finché era venuto un giovanotto e se l’era portata via in mezzo alla danza.
  «C’erano vacche e tori nella stalla » commentava Ludovico. «Altri tempi! » E Pattana annuiva.
  La serata era al culmine. Dondolavano le lampade, appese al soffitto.
  A quella festa c’era anche Tonio.
  Da un po’ di tempo aveva lo sguardo puntato su Rachele.
  S’era avvampato più d’una volta.
  Rachele se n’era accorta. Teneva gli occhi a terra per non guardarlo. Ma il suo corpo avvertiva sensazioni.
  Tonio tracannò al banco un altro bicchiere di vino e mosse incontro a Rachele. Lei non vide, ma udì i passi. Restò immobile.
  Non disse di no quando Tonio la invitò alla danza. Si alzò in silenzio.
  La strinse a sé Tonio. Quando avvertì il calore di quel corpo, Rachele adagiò la testa sul petto di lui, e parve distendersi e quietarsi.
  Ma Ludovico colse la scena. Si rizzò. Con passo lungo, potente, ritornato per incanto il vigore d’un tempo, raggiunse Tonio. Batté la mano sulla sua spalla, e Tonio intuì, immaginò, vide nel vecchio la sua leggenda. Lasciò la donna.
  «Tornerà Berto » le bisbigliò Ludovico con aria di rimprovero. Rachele abbassò gli occhi e non parlò più.
  Era una notte di luna piena. S’era fatto tardi, ma i ragazzi non avevano sonno. Chiara s’era fermata con Sandrino sul prato davanti alla stalla, e insieme avevano sollevato i visi al cielo.
  Gli occhi della luna parevano guardare proprio loro, e Chiara d’un tratto si mise a parlare con lei; Sandrino non riusciva a sentire che cosa dicesse. Spiò le labbra della sorellina, ma ancora non capiva. Gli occhi di Chiara s’erano intanto appiccicati alla luna e solo i due sembravano intendersi.

Visto 6 volte, 1 visite odierne.