di m. c. (Mario Cervi?)
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 26 marzo 1970]
L’ultimo libro di Vanna Vailati ha per titolo L’ar mistizio e il regno del Sud (Palazzi, pp. 600, L, 5500): ma con più esattezza dovreb be chiamarsi « Badoglio e il regno del Sud ». Sarebbe così, coerentemente, l’ultimo anello di una trilogia cominciata nel 1955 con Badoglio racconta e proseguita nel 1958 con Ba doglio risponde. Le « cotte » storiche o letterarie, derivino o no da un particolare rappor to di amicizia tra il perso naggio e il biografo sono tutt’altro che rare. Si pensi, tanto per fare un esempio, a Tom Antongini e al suo d’Annunzio. La signora Vai lati dedica il suo impegno, che non è poco, di ricerca trice e di polemista, al meno immaginifico forse tra i prota gonisti delle vicende italiane della prima metà del secolo.
Visto in superficie Pietro Badoglio sembra un grigio e solido militare di vecchio stampo, saggio, duro, calcola tore. Scrutato un po’ più a fondo si rivela invece per uno degli uomini più problemati ci, insondabili, duttili di un paese la cui gente scarseggia forse di altre qualità, ma queste le ha in abbondanza. Così apparentemente scoper to, così sostanzialmente segre to, Badoglio non era fatto di quella pietra che resiste al logorio degli insuccessi e del le sconfitte. La vernice dei marchesati e dei ducati rico priva crepe profonde. Della gloria di Badoglio i suoi avversari non salvavano nulla, troppo impietosamente Vanna Vailati si illude a sua vol ta di poter salvare tutto, an che le pagine più oscure e di scusse. Naturalmente non ci riesce. Ma è così evidente la sua buona fede che non si riesce a volergliene.
L’ultimo Badoglio, quello dei quarantacinque giorni, del l’armistizio, della fuga da Ro ma e del governo di Brindisi, non ha molto influito sul corso della storia: ne è stato, semplicemente, uno strumen to. Non appena la Vailati al larga il suo racconto alle di mensioni mondiali, alle pro spettive di un Roosevelt, di un Churchill, di uno Stalin (e anche di un Hitler) risulta no evidenti l’inadeguatezza e la modestia degli uomini e dei progetti italiani. Badoglio sta una spanna sopra a molti altri: soprattutto sopra a Vit torio Emanuele III calcola tore. sospettoso, incapace di slanci umani, preoccupato so lo, in tanto sfacelo, di salva guardare gli interessi della dinastia. Ma porta anche lui il peso di una catena incre dibile di errori, di meschi nità, di paure.
Paolo Monelli ha rivelato più di venti anni or sono, in un libro tuttora splendida mente valido, gli squallidi re troscena della nostra più pe nosa débàcle politico-militare. Il memorialismo autodifensi vo dei vari generali non ha convinto nessuno: e anche la signora Vailati non riesce a giustificare le inerzie, il fa talismo, i tentennamenti di Badoglio. Gli alleati, è vero, si dimostrarono duri, ostina ti, sordi a ogni suggerimento: ma potevano comportarsi al trimenti dì fronte alla disor dinata recita del nostro stato maggiore, nel quale nessun generale era d’accordo con gli altri, e l’unica nota comune, in tanto disordine, era la la mentazione per la scarsità di mezzi, e la previsione che non ci sarebbe stato nulla da fare contro i tedeschi?
Scrive la signora Vailati che « il profondo rammarico degli italiani, adoratori della forma, sta nel modo in cui le forze armate si sfasciaro no ». Questi incontentabili ita liani! Non si fosse trattato di forma, par di capire, avrem mo potuto ritenerci soddisfat ti. Aggiunge la signora Vai lati che l’allontanamento del le autorità da Roma « se ap parentemente assunse l’aspet to di una fuga, fu in realtà un discessus necessarius sot to l’incalzare dì circostanze incontrollabili. Non c’era tem po per bizantinismi di for ma! ». Veramente poteva es serci tempo per altre cose. Per l’organizzazione di una difesa efficace (Kesselring fu sbalordito dalla mancanza di iniziativa degli italiani anche là dove erano molto superio ri): per una organizzazione dell’armistizio che non abban donasse intere armate, senza ordini, lontane dalla patria.
Il Badoglio primo ministro nel Sud fa migliore figura di quello che aveva attuato l’ar mistizio. La sua schermaglia con gli alleati, con i rappre sentanti dei partiti antifa scisti, con il re, venne con dotta con abilità non senza fermezza. I suoi promemoria sono un buon esempio di chia rezza di idee. Servì la monar chia fino all’ultimo: la servì proprio insistendo per l’abdi cazione di Vittorio Emanue le III che invece, testardo e ingrato, cercava mille scap patoie: e non aveva esitato a offrire la carica di presi dente del Consiglio al conte Sforza, manovrando alle spal le di Badoglio, pur di garan tirsi qualche chance dì per manenza sul trono. Insidiato dal re, Badoglio trovava in vece in Togliatti « il collabo ratore più efficace nel nego ziato coi partiti politici ».
L’azione attraverso la qua le, in condizioni avverse e spesso umilianti, Badoglio ri portò i territori del sud a una parvenza di amministra zione, e reinserì l’Italia in un dialogo con i vincitori, è sta ta meritevole. Anche il suo congedo dall’incarico di go verno l’8 giugno 1944 fu di gnitoso e ravvivato da una nota cautamente ironica: «Voi â— disse ai politici â— siete ora riuniti intorno a questo tavo lo in Roma liberata non per ché voi, che eravate nascosti o chiusi nei conventi, abbiate potuto fare qualche cosa: chi ha lavorato finora, assumen do le più gravi responsabili tà, è quel militare che, come ha detto Ruini, non appartie ne a nessun partito ».