di Arrigo Benedetti

[dal “Corriere della Sera”, lunedì 10 febbraio 1969]

Ora è un anno, nelle com ­memorazioni private e pub ­bliche, ci fu un motivo: « Co ­me giudicheremo i fatti, d’ora in poi » dissero gli amici. Nel primo anniversario della sua scomparsa prematura â— cin ­quantotto anni â— ci si chiede da che venisse l’autorità rico ­nosciutagli da tutti.

Il mondo è cambiato in fretta. Egli l’amava come spet ­tacolo. Contro quanto si cre ­de, gli piaceva nel suo insie ­me: le creazioni dello spirito, i capricci della fantasia, gli aspetti naturali e quelli socia ­li, gli eventi grandi e minimi. Per esempio, si divertiva a parlare coi bambini, ad ascol ­tarli. a capirli; con essi, si scioglieva. Oggi, è arbitrario supporre un suo parere sugli ultimi eventi; però, in vita, fu ascoltato perché parlando met ­tesse nella prospettiva giusta i fatti. Il giudizio era indiret ­to, di rado in un discorso che avesse un accento didattico; gli bastava un lieve sorriso, un silenzio. E sapeva anche arrabbiarsi; per un attimo si abbandonava all’ira, poi ta ­ceva quasi per scusarsi, o for ­se stupito lui stesso da quel furore.

Le stanze dove lavorò furo ­no sempre una specie di sa ­lotto culturale e politico, spre ­giudicato, con una sfumatura d’eleganza. Al termine dava un senso particolare; se ne serviva per alludere non a raf ­finatezza sofisticata, ma alla semplicità espressiva, o intel ­lettuale. In via Regina Elena dove, durante la guerra, com ­pilammo un settimanale non conformista, venivano â— lo so â— a cercare lui. Quando il giornale fu soppresso, uomini politici della democrazia libe ­rale prefascista salirono a sa ­lutarci. Ricordo Ivanoe Bonomi che l’interroga per capire il senso della nostra fronda. Nel settembre del ’44, attra ­versate le linee, raggiunsi Ro ­ma e andai a trovarlo a pa ­lazzo Sciarra. Lasciai la bi ­cicletta appoggiata al muro, sul Corso. Dirigeva Il Risor ­gimento Liberale, e mi stupì la gente che aspettava d’en ­trare nel suo studio, dove, con Michele Mottola, preparava il numero del giorno dopo.

« Ah, sei tornato? » mi dis ­se affacciandosi attratto dai saluti clamorosi di tanti ami ­ci. Per la prima volta dall’in ­fanzia, e per l’ultima, m’ab ­bracciò, con un gesto, a si ­gnificare che Roma era già diversa dai posti da cui ve ­nivo.

Nel corridoio-anticamera, vi ­di vecchi amici e persone di cui poi avrei avuto l’amicizia. Ascoltarono i miei confusi rac ­conti, la guerra fu dimenticata e i letterati e i giornalisti tor ­narono alla loro spensieratez ­za. Io dovevo riabituarmici, al loro linguaggio ironico; in quel momento, provavo il di ­sagio che il nostro sarcasmo intellettualistico suscitava su ­gli uomini politici. In tali cir ­costanze, Manlio Brosio, Nic ­colò Carandini, Leone Cattani, Marcello Soleri sogguarda ­vano Mario stupiti che si divertisse. Franco Libonati, avvezzo a frequentare i teatri, Mario Ferrara e Panfilo Gen ­tile, che stavano nella politica e nella letteratura, intendeva ­no il senso, ilare in apparenza e invece triste, del sarcasmo.
Altri visitatori: Benedetto Cro ­ce, Luigi Einaudi, ma non si recavano a parlargli prima di cena.

*

Anche Il Mondo diventò un salotto. La sede d’un settima ­nale, rimasto come lezione di stile, fu visitata da Croce una volta, e più spesso da Saragat. Tanti altri salirono quelle sca ­le; alcuni restarono amici, al ­tri no, senza che lui esprimes ­se con rabbia la sua delusio ­ne. Frequentatore assiduo, La Malfa. Lo vedo nelle grandi stanze redazionali. Ascolta let ­terati e giornalisti; stupisce che non parlino di politica. Una porta si socchiude; Ma ­rio, dopo avere riso a un pa ­radosso, portò con sé il visi ­tatore, lo mette a suo agio ac ­cennando subito a temi poli ­tici. S’appartano nella stan ­za dalle pareti grigie, su cui campeggiano due stampe: Ca ­vour in una cornice d’oro da ­gli angoli arrotondati, e una incisione con Mazzini moren ­te. Sulla scrivania, il piombo della testata del Mondo, il quotidiano di Giovanni Amendola.

Proustiano per il gusto del ­la storia fantasticamente colta nel suo flusso, per la pre ­dilezione di Vermeer, sentiva in Swann un ideale di discre ­zione. Non parlò mai delle colazioni al Quirinale, durante due presidenze. Una sera mi disse arrossendo: « Indovina chi ho visto, oggi ». Il direttore dell’Osservatore Romano Dalla Torre gli aveva voluto parlare; da Latour, credo, in via Cola di Rienzo.

Le nostre conversazioni continuarono anche quando io lasciai Roma. Per lo più, la mat ­tina dopo avere letto i quotidiani e ascoltato almeno un notiziario della radio, ero ten ­tato di svegliarlo. Guardavo l’orologio. Le nove, lui anco ­ra dorme; le dieci: fuma le prime sigarette, legge i gior ­nali, ancora troppo presto; ma le dieci non erano ancora scoc ­cate e già componevo il pre ­fisso di Roma, lo 06, e poi il suo numero.

« Hai letto? Hai sentito? ».

Aveva letto e udito. Benché fosse sveglio da poco, avver ­tivo da lontano l’alacrità del ­la sua mente. Era già dispo ­sto a discutere un caso poli ­tico, un articolo di giornale, il nuovo romanzo di qualche amico, un film. Oppure, mi descriveva una serata fra co ­muni conoscenze; mi riferiva discorsi, quale altro sopranno ­me avessero affibbiato a uno scrittore, a un pittore, a un regista. Ogni tanto, era lui a chiamarmi, così presto che io capivo che m’avrebbe comu ­nicato una grande notizia. Il vantaggio del colloquio tele ­fonico non era però nel diva ­gare da un tema all’altro, e neanche nei pareri tassativi; bensì in certe sospensioni del ­la voce. Talvolta, l’impegno morale lo spingeva a un lun ­go discorso; un vero peccato non registrarlo: qualcosa fra la moralità elegante e l’invet ­tiva.

Altri amici, sebbene non gli telefonassero così spesso, e non da un posto distante più di trecentosessanta chilometri, avevano lo stesso bisogno di verificare la consistenza d’un avvenimento, parlandogliene. Per questo, un anno fa, si chiesero â— e io con loro â— come avremmo potuto d’ora in poi sopportare la sua as ­senza. Invece, la vita che non ammette vacanze, ci ha, poco alla volta, disabituato dal chie ­derci quale sarebbe stata la sua reazione a fatti accaduti nell’ultimo anno, quale il suo giudizio su persone emerse.

« Buon per lui che non c’è più » ci diciamo talvolta ri ­trovandoci, amareggiati da ca ­si che ci paiono incredibili, e che quasi ci convincono che l’Italia sarà differente da quel ­la che avevamo sognato in ­sieme. Ma quasi subito ci ver ­gognamo dello sgomento, ri ­cordiamo com’egli dicesse che nessuno è insostituibile; sco ­priamo che ognuno di noi ha un limite nel tempo, misterio ­samente implicito nel suo es ­sere. E proprio perché sap ­piamo quale bene sia stata l’amicizia d’un uomo serio e insieme gaio, alacre e pure pigro, non disposto mai a stra ­fare, ritroviamo il suo gusto a guardare lo sviluppo degli avvenimenti, il sostituirsi d’un uomo a un altro, come a uno spettacolo. Così, ci sentiamo capaci di valutare per conto nostro, magari in una solitu ­dine malinconica solo in par ­te, i casi e le idee, senza quel ­la verifica, alla quale ci era ­vamo avvezzati fino a viziar ­cene.

*

Basta un anno a trasfigu ­rare un uomo, a cancellarne le ultime immagini, a farlo ri ­sorgere nel nostro animo. Io, Mario Pannunzio, non lo ri ­vedo più, come mi successe nelle settimane seguite alla sua morte, legato a figurazioni remote, vicine, recentissime. Lui bambino sui baluardi fron ­zuti della nostra città. Lui gio ­vanotto d’estate in Versilia che balla. La notte indimenticabile del 25 luglio, l’altra del set ­tembre del ’44 quando porta ­tomi a dormire a casa sua, pri ­ma di tornare al giornale, mi buttò sul letto un fascio di nuovi quotidiani, perché ca ­pissi ch’erano giunti davvero i giorni della libertà.

E si dissolve perfino una sera di dicembre del 1967, al ­la quale la mente era spesso tornata con dolore. Dopo ce ­na, rimasti soli, m’accompagnò all’albergo con la sua auto ­mobile grigia. Di solito, ac ­cettava un invito al bar. In ­vece, benché non fosse anco ­ra mezzanotte, mi disse: « Va’, sei stanco, hai sonno… » con la lieve ironia di sempre, ri ­ferita alla mia abitudine a co ­ricarmi presto. Lui invece era un nottambulo; ma precisò che ormai gli piaceva rinca ­sare e leggere. Aggiunse, quan ­do già ero sulla soglia dell’in ­gresso, che tornassi, e non per un giorno solo. Mi volsi e gli risposi che sarei venuto a Ro ­ma dopo le feste, forse in feb ­braio. « Vieni tu a trovarmi » feci, e lui rise con un cenno negativo. Da qualche tempo, correre in automobile, la sua passione giovanile, non gli piaceva più. Ridemmo, ignari ch’era il nostro ultimo incon ­tro. L’ultima telefonata invece fu di domenica mattina. « Va ­do a Milano » dissi « e ti chia ­merò di lassù ». Non ci dilun ­gammo gran che. « Vieni an ­che a Roma » insisté prima di salutarmi per sempre.

Ora, Mario Pannunzio, non è più un’immagine collegata a un seguito di ricordi. E’ di ­ventato un’esistenza sciolta dai casi contingenti che suscita ­rono per tanti anni le nostre passioni. In mezzo a essi in ­vece noi restiamo, con l’ob ­bligo di viverli, gaiamente e seriamente, sforzandoci di giu ­dicarli di là dai pregiudizi, com’egli seppe finché visse.

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