Attilio Momigliano. Un professore alla ricerca della poesia

di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 29 dicembre 1969]

Per pochissimi lettori e forse per nessun critico del nostro tempo la contemplazione della poesia è stata, come per Attilio Momigliano, ragione stessa di vita. Era questo il motivo che già avvertivamo circolare se ­greto e vivificante in tutta la sua opera e darle unità, dai saggi su Dante e l’Ariosto a quelli sul Tasso e il Goldoni (pochi giorni fa ripubblicati da Olschki), sul Manzoni e il Ver ­ga. Ora questo atteggiamento ha rilievo più evidente e sug ­gestivo nelle Lettere scelte rac ­colte con intelligenza d’amore da uno degli ultimi scolari, Ma ­rio Scotti, e presentate autore ­volmente da Umberto Bosco (ed. Le Monnier, pp. VIII-308, L. 2900).

Appena uscito dall’Università, scriveva nel 1907: la poesia « per me riassume molta parte del valore della vita »; al som ­mo della sua fama e della sua autorità di maestro, nel ’35: « La poesia è per me un rifugio, una sfera di serenità e di silenzio… forse quello che posso insegna ­re è tutto qui »; sepolto vivo in un ospedale, al centro dei ter ­rori nazifascisti, nel ’44: « di ­menticavo che ad ogni minuto un calcio improvviso poteva spalancare la mia porta e mi sprofondavo a poco a poco nel mondo lontano della poesia. De ­vo dire che se per questa io so ­no sempre vissuto, per questa soltanto sono sopravvissuto ». Questa profonda fede illumina le lettere più impegnative (al ­tre, di convenienza o di argo ­mento pratico, avrebbero potu ­to essere omesse): quelle alla moglie e al cugino Giuseppe Gallico, quelle a Ugo Ojetti, a Manara Valgimigli, a Pietro Pancrazi, a Emilio Cecchi e a altri scrittori della « brigatella del Corriere », quelle ai disce ­poli prediletti. Anche lo studio diventava così vita e consola ­zione: « la passione con cui la ­voravo… è stata e rimarrà per tutta la vita, un inestinguibile conforto scriveva nel ’41, nel silenzio in cui lo avevano mu ­rato le leggi razziali.

In senso inverso la vita e la partecipazione umanissima alle sue vicende nutrivano l’eccezio ­nale sensibilità del lettore. Si potrebbe dire di Momigliano quello che egli stesso scriveva dell’ammirato Donadoni: « ce ­lava in ogni piega del suo stile un’esperienza meditata e amara della vita… derivava dalla pro ­pria ricchezza morale gli stru ­menti e l’ispirazione della sua critica ». Palpitava in lui « sot ­to l’ombroso pudore » una vera « fiamma di sentimento » (come notava nello scrittore più suo, il Manzoni), vivevano un cuo ­re e una coscienza ricchissimi di affetti non solo per i fami ­liari, per gli amici e gli allievi, ma per tutti, vicini e lontani: per la sua povera domestica come per le vittime di Hiro ­shima.

Una larga comprensione inte ­riore e una segreta pietà uma ­na lo facevano, per quello che lo riguardava, più sensibile ad ogni minimo segno di gentilez ­za e di bontà che a qualunque atto di sopraffazione o di odio. Anche nelle lettere degli anni dell’abominio razziale non c’è parola di sdegno o di condan ­na per nessuno dei suoi perse ­cutori. Ci sono invece di conti ­nuo intenerite testimonianze per chi gli manifestava solida ­rietà umana sia pur solo con un sorriso: « La vita in questi mo ­menti sembra l’ombra d’un so ­gno, e gli avvenimenti vicini e lontani si perdono nello stesso nulla. Poi si torna alla realtà: e basta guardare gli amici per sentire una stretta al cuore… e il loro affetto in una tristez ­za che la mia serenità non rie ­sce a vincere ».

Questa segreta circolazione, tra vita poesia studio, lievita quella umile storia di un’anima di professore generoso e di cri ­tico finissimo tracciata sugge ­stivamente da queste lettere sul ­lo sfondo di ambienti e di situazioni essenziali alla storia della nostra cultura di ieri.

Pri ­ma è la Torinodella giovinez ­za, « la più bella città del mon ­do », quando « patriottismo, mo ­ralità, amore… erano una cosa sola: il confidente abbandono alla vita ». E’ proprio in que ­sta Torino, ancor romantica e già positivistica (del « metodo storico » per intenderci), cre ­puscolare e « provinciale » (se ­condo Renato Serra), che Mo ­migliano, studente del Graf e compagno del Gozzano, iden ­tifica la sua vocazione: quella di penetrare, attraverso la poe ­sia, nel mistero dell’uomo sul ­lo sfondo dei secoli. La rafforza, da perfezionando, nella Firenze dei Villari e dei Comparetti, dei Rajna e dei Parodi; la appro ­fondisce nelle solitudini di po ­vero professore, alla Provenzal, ramingo fra Sardegna e Sicilia, e poi nelle passeggiate sui pigri lungarni pisani.

Le impressioni di questi anni fra il ‘10 e il ‘28 sono limpida ­mente meditative, scavate di nostalgie. Alle volte, come quel ­le nuoresi e girgentine, hanno una felice immediatezza da Reisebilder: « Paese di solitudine e di silenzi millenari (il nuorese), primitivo come la crea ­zione, immerso in un silenzio tragico e pensoso… nessun pae ­se dà in cosi breve spazio così sovente il senso dell’infinito »: e poi improvvisamente: « Quel ­la Punta Sulitta che è così sola nell’oro del tramonto ». Altre volte sono filtrate attraverso un’autoironia, non a caso di timbro heiniano: « Faccio le ­zione in continuazione: tanto che stanotte ho sognato d’esser salito in Paradiso a godere del premio delle mie fatiche e di passare il tempo facendo le ­zioni al Padre Eterno. Il quale sbadigliava ».

Ma questo professore abbru ­tito dalle ore di insegnamento eppure già autentico scrittore, alla fine di un anno scolastico (1912), non esita a dichiarare « è stato il più bello della mia vita spirituale, quello che m’ha fatto sentire meglio la nobiltà della nostra missione »; e or ­mai docente universitario e cri ­tico illustre nel ‘40: « tra le memorie migliori della mia vi ­ta rimangono quelle lontane e vicine di anime che l’uffi ­cio quotidiano dell’insegnamen ­to mi ha fatto conoscere e nel ­le quali è rimasta l’impressione di questa comunanza ».

I suoi saggi, dunque, riusci ­vano così suggestivi e persua ­sivi perché come indicano que ­ste lettere, egli era un critico- ­maestro, secondo l’ideale di Sainte-Beuve (« le critique n’est qu’un homme qui sait lire et qui apprend à lire aux autres »). Non voleva mai dominare il suo autore, ma ascoltarlo, compren ­derlo e farlo comprendere: ser ­virlo, cioè con un abbandono in certo senso autobiografico, che discendeva dall’intima con ­nessione che egli sentiva fra vita e poesia. Confessava che il problema spirituale del suo au ­tore doveva essere il suo pro ­prio problema, e che egli dove ­va essere a volta a volta « ríªveur con il Petrarca, desolato e ardente con il Leopardi, mul ­tiforme e tetragono con Dante, smarrito nella contemplazione del mistero con il Pascoli ».

L’analisi devota e umile della poesia tendeva a risolversi così in partecipazione spirituale. Nessuno, fra i critici del no ­stro secolo, è stato così costan ­temente attratto, come il Mo ­migliano, dal mistero di grandi anime â— fossero quelle di Dan ­te o del Manzoni, del Campa ­nella o del Fogazzaro â— di fronte a Dio e alla Grazia. Ri ­cerche attentissime d’arte, au ­scultazioni finissime di poesia i suoi saggi, ma sempre, come confermano queste lettere, con ­dotti con lo sguardo fisso a quello che l’arte lascia intra ­vedere di arcano: a quello che, leopardianamente egli dice, « continuerà ad esistere innu ­merevoli secoli dopo che l’uomo e i suoi conforti, la poesia e le illusioni, saranno scomparsi ».

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