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LETTERATURA: I MAESTRI: Attilio Momigliano. Un professore alla ricerca della poesia

3 Febbraio 2012

di Vittore Branca
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 29 dicembre 1969]

Per pochissimi lettori e forse per nessun critico del nostro tempo la contemplazione della poesia √® stata, come per Attilio Momigliano, ragione stessa di vita. Era questo il motivo che gi√† avvertivamo circolare se ¬≠greto e vivificante in tutta la sua opera e darle unit√†, dai saggi su Dante e l’Ariosto a quelli sul Tasso e il Goldoni (pochi giorni fa ripubblicati da Olschki), sul Manzoni e il Ver ¬≠ga. Ora questo atteggiamento ha rilievo pi√Ļ evidente e sug ¬≠gestivo nelle Lettere scelte rac ¬≠colte con intelligenza d’amore da uno degli ultimi scolari, Ma ¬≠rio Scotti, e presentate autore ¬≠volmente da Umberto Bosco (ed. Le Monnier, pp. VIII-308, L. 2900).

Appena uscito dall’Universit√†, scriveva nel 1907: la poesia ¬ę per me riassume molta parte del valore della vita ¬Ľ; al som ¬≠mo della sua fama e della sua autorit√† di maestro, nel ’35: ¬ę La poesia √® per me un rifugio, una sfera di serenit√† e di silenzio√Ę‚ā¨¬¶ forse quello che posso insegna ¬≠re √® tutto qui ¬Ľ; sepolto vivo in un ospedale, al centro dei ter ¬≠rori nazifascisti, nel ’44: ¬ę di ¬≠menticavo che ad ogni minuto un calcio improvviso poteva spalancare la mia porta e mi sprofondavo a poco a poco nel mondo lontano della poesia. De ¬≠vo dire che se per questa io so ¬≠no sempre vissuto, per questa soltanto sono sopravvissuto ¬Ľ. Questa profonda fede illumina le lettere pi√Ļ impegnative (al ¬≠tre, di convenienza o di argo ¬≠mento pratico, avrebbero potu ¬≠to essere omesse): quelle alla moglie e al cugino Giuseppe Gallico, quelle a Ugo Ojetti, a Manara Valgimigli, a Pietro Pancrazi, a Emilio Cecchi e a altri scrittori della ¬ę brigatella del Corriere ¬Ľ, quelle ai disce ¬≠poli prediletti. Anche lo studio diventava cos√¨ vita e consola ¬≠zione: ¬ę la passione con cui la ¬≠voravo… √® stata e rimarr√† per tutta la vita, un inestinguibile conforto scriveva nel ’41, nel silenzio in cui lo avevano mu ¬≠rato le leggi razziali.

In senso inverso la vita e la partecipazione umanissima alle sue vicende nutrivano l’eccezio ¬≠nale sensibilit√† del lettore. Si potrebbe dire di Momigliano quello che egli stesso scriveva dell’ammirato Donadoni: ¬ę ce ¬≠lava in ogni piega del suo stile un’esperienza meditata e amara della vita… derivava dalla pro ¬≠pria ricchezza morale gli stru ¬≠menti e l’ispirazione della sua critica ¬Ľ. Palpitava in lui ¬ę sot ¬≠to l’ombroso pudore ¬Ľ una vera ¬ę fiamma di sentimento ¬Ľ (come notava nello scrittore pi√Ļ suo, il Manzoni), vivevano un cuo ¬≠re e una coscienza ricchissimi di affetti non solo per i fami ¬≠liari, per gli amici e gli allievi, ma per tutti, vicini e lontani: per la sua povera domestica come per le vittime di Hiro ¬≠shima.

Una larga comprensione inte ¬≠riore e una segreta piet√† uma ¬≠na lo facevano, per quello che lo riguardava, pi√Ļ sensibile ad ogni minimo segno di gentilez ¬≠za e di bont√† che a qualunque atto di sopraffazione o di odio. Anche nelle lettere degli anni dell’abominio razziale non c’√® parola di sdegno o di condan ¬≠na per nessuno dei suoi perse ¬≠cutori. Ci sono invece di conti ¬≠nuo intenerite testimonianze per chi gli manifestava solida ¬≠riet√† umana sia pur solo con un sorriso: ¬ę La vita in questi mo ¬≠menti sembra l’ombra d’un so ¬≠gno, e gli avvenimenti vicini e lontani si perdono nello stesso nulla. Poi si torna alla realt√†: e basta guardare gli amici per sentire una stretta al cuore… e il loro affetto in una tristez ¬≠za che la mia serenit√† non rie ¬≠sce a vincere ¬Ľ.

Questa segreta circolazione, tra vita poesia studio, lievita quella umile storia di un’anima di professore generoso e di cri ¬≠tico finissimo tracciata sugge ¬≠stivamente da queste lettere sul ¬≠lo sfondo di ambienti e di situazioni essenziali alla storia della nostra cultura di ieri.

Pri ¬≠ma √® la Torinodella giovinez ¬≠za, ¬ę la pi√Ļ bella citt√† del mon ¬≠do ¬Ľ, quando ¬ę patriottismo, mo ¬≠ralit√†, amore… erano una cosa sola: il confidente abbandono alla vita ¬Ľ. E’ proprio in que ¬≠sta Torino, ancor romantica e gi√† positivistica (del ¬ę metodo storico ¬Ľ per intenderci), cre ¬≠puscolare e ¬ę provinciale ¬Ľ (se ¬≠condo Renato Serra), che Mo ¬≠migliano, studente del Graf e compagno del Gozzano, iden ¬≠tifica la sua vocazione: quella di penetrare, attraverso la poe ¬≠sia, nel mistero dell’uomo sul ¬≠lo sfondo dei secoli. La rafforza, da perfezionando, nella Firenze dei Villari e dei Comparetti, dei Rajna e dei Parodi; la appro ¬≠fondisce nelle solitudini di po ¬≠vero professore, alla Provenzal, ramingo fra Sardegna e Sicilia, e poi nelle passeggiate sui pigri lungarni pisani.

Le impressioni di questi anni fra il ‚Äė10 e il ‚Äė28 sono limpida ¬≠mente meditative, scavate di nostalgie. Alle volte, come quel ¬≠le nuoresi e girgentine, hanno una felice immediatezza da Reisebilder: ¬ę Paese di solitudine e di silenzi millenari (il nuorese), primitivo come la crea ¬≠zione, immerso in un silenzio tragico e pensoso… nessun pae ¬≠se d√† in cosi breve spazio cos√¨ sovente il senso dell’infinito ¬Ľ: e poi improvvisamente: ¬ę Quel ¬≠la Punta Sulitta che √® cos√¨ sola nell’oro del tramonto ¬Ľ. Altre volte sono filtrate attraverso un’autoironia, non a caso di timbro heiniano: ¬ę Faccio le ¬≠zione in continuazione: tanto che stanotte ho sognato d’esser salito in Paradiso a godere del premio delle mie fatiche e di passare il tempo facendo le ¬≠zioni al Padre Eterno. Il quale sbadigliava ¬Ľ.

Ma questo professore abbru ¬≠tito dalle ore di insegnamento eppure gi√† autentico scrittore, alla fine di un anno scolastico (1912), non esita a dichiarare ¬ę √® stato il pi√Ļ bello della mia vita spirituale, quello che m’ha fatto sentire meglio la nobilt√† della nostra missione ¬Ľ; e or ¬≠mai docente universitario e cri ¬≠tico illustre nel ‚Äė40: ¬ę tra le memorie migliori della mia vi ¬≠ta rimangono quelle lontane e vicine di anime che l’uffi ¬≠cio quotidiano dell’insegnamen ¬≠to mi ha fatto conoscere e nel ¬≠le quali √® rimasta l’impressione di questa comunanza ¬Ľ.

I suoi saggi, dunque, riusci ¬≠vano cos√¨ suggestivi e persua ¬≠sivi perch√© come indicano que ¬≠ste lettere, egli era un critico- ¬≠maestro, secondo l’ideale di Sainte-Beuve (¬ę le critique n’est qu’un homme qui sait lire et qui apprend √† lire aux autres ¬Ľ). Non voleva mai dominare il suo autore, ma ascoltarlo, compren ¬≠derlo e farlo comprendere: ser ¬≠virlo, cio√® con un abbandono in certo senso autobiografico, che discendeva dall’intima con ¬≠nessione che egli sentiva fra vita e poesia. Confessava che il problema spirituale del suo au ¬≠tore doveva essere il suo pro ¬≠prio problema, e che egli dove ¬≠va essere a volta a volta ¬ę r√≠¬™veur con il Petrarca, desolato e ardente con il Leopardi, mul ¬≠tiforme e tetragono con Dante, smarrito nella contemplazione del mistero con il Pascoli ¬Ľ.

L’analisi devota e umile della poesia tendeva a risolversi cos√¨ in partecipazione spirituale. Nessuno, fra i critici del no ¬≠stro secolo, √® stato cos√¨ costan ¬≠temente attratto, come il Mo ¬≠migliano, dal mistero di grandi anime √Ę‚ÄĒ fossero quelle di Dan ¬≠te o del Manzoni, del Campa ¬≠nella o del Fogazzaro √Ę‚ÄĒ di fronte a Dio e alla Grazia. Ri ¬≠cerche attentissime d’arte, au ¬≠scultazioni finissime di poesia i suoi saggi, ma sempre, come confermano queste lettere, con ¬≠dotti con lo sguardo fisso a quello che l’arte lascia intra ¬≠vedere di arcano: a quello che, leopardianamente egli dice, ¬ę continuer√† ad esistere innu ¬≠merevoli secoli dopo che l’uomo e i suoi conforti, la poesia e le illusioni, saranno scomparsi ¬Ľ.


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