La Letteratura della crudeltà

di Edoardo Sanguineti
[da “Quindici”, numero 1, giugno 1967]

Le plus urgent ne me paraît pas tant de défendre une culture dont l’existence n’a jamais sauvé un homme du souci de mieux vivre et d’avoir faim, que d’extraire de ce que l’on appelle la culture, des idées dont la force vivante est identique à celle de la faim. Antonin Artaud.

I. Non esiste giustificazione possibile, oggi, per una nozione di letteratura, se non l’idea della crudeltà: che significa, ancora e sempre « rigueur, application et décision implacable, détermination irréversible, absolue ». Si finge di credere, o si crede davvero â— che è assai peggio â— che l’orizzonte di questa idea sia specificamente ed esclusivamente teatrale. Ma si sa, o si dovrebbe sapere, anche, che proprio per mezzo di una simile specificazio ­ne (e esclusione, in realtà), questa idea viene resa innocente â— ed è già, per noi, un’idea che ha la forza della fame, e che non si riesce adeguatamente a reprimere, in effetti, ma sol ­tanto a distorcere, nella cultura d’oggi. Viene resa innocente: è quanto dire che essa viene praticata come un’idea tecnica. Ma, diretta- mente al contrario, la crudeltà, che « est avant tout lucide » (« j’emploie le mot de cruauté dans le sens d’appétit de vie, de rigueur cosmique et de nécessité implacable, dans le sens gnostique de tourbillon de vie qui dévore les ténèbres, dans le sens de cette douleur hors de la nécessité inéluctable de laquelle la vie ne saurait s’exercer »), non è nemmeno promovibile come un’idea letteraria. Essa giustifica oggi la letteratura, appunto in quanto la supera, e le dona finalmente, come categoria di giudizio â— e di giustificazione â— la categoria del cinismo violento. Il problema è fermo, per un verso â— per questo riguardo, e per altri molti ancora â— al punto in cui l’aveva condotto e abbandonato Artaud, quan ­do aveva opposto « un profit d’acteur » a « un profit de jouisseur » (cioè « artistique »). La letteratura non può metterci in rapporto (e in causa) con le cose stesse (con la vita, come si diceva una volta, e diceva ancora Artaud) â— per chi si interessi ancora a que ­sto genere di cose â— se non in quanto pro ­ponga idee che hanno la forza della fame, precisamente. Il che non può essere compreso bene, s’intende, se non a partire dalla ferma consapevolezza che l’esperienza delle parole condiziona (precede) quella delle cose. (Il che, si aggiunga come inciso, rende storica la nostra esperienza, e pone l’esigenza â— ad un tempo â— della vanificazione di questa nostra preistoria) .”La letteratura, come luogo della crudeltà, è allora lo spazio sperimentale dove si decide la dialettica, come si ama dire oggi, delle parole e delle cose.

II. Una letteratura della crudeltà opera in uno spazio storico in cui la parola è concre ­tamente, come dovremmo sapere sempre, una ideologia nella forma del linguaggio. In ter ­mini antropologico-storici, con adeguate cor ­rezioni, si ripropone il problema della fun ­zione classificatrice. Nessuna interpretazione della parola (per amore di chiarezza, non si dice qui â— e non si vuole dire â— della lette ­ratura) può riuscire adeguata se non coglie il suo essere sociale come modo e forma di classificazione. E’ in questo senso, precisa- mente, che ogni struttura di linguaggio è una « visione del mondo ». La crudeltà indica, al riguardo, il grado di cinismo violento con cui la parola è capace di proporre una nuova dimensione classificatoria, nell’atto in cui spe ­rimenta e critica, nell’orizzonte della lettera ­tura, i nessi reali delle cose stesse. Come tale, una letteratura della crudeltà è per propria indole una sperimentazione critica delle gerar ­chie del reale, quale è vissuta nelle parole. Il tipo di opposizione (contestazione) anarchica che tale letteratura professa per solito, se è storicamente condizionato dal nostro orizzon ­te di preistoria (che è anche preistoria della parola, come troppo sovente si dimentica, e non delle nude cose, o della nuda esperienza umana), non infastidisce veramente la « rivo ­luzione » se non nel momento in cui essa si configura, modestamente e impavidamente, come forma ulteriore dello « stato ». Di fatto, questo tipo di contestazione indica piuttosto che il processo rivoluzionario è già in grado, obiettivamente, di sperimentare e criticare la fine delle gerarchie (delle classificazioni prei ­storiche), e dei valori. Perché, ovviamente, in questa preistoria non si dà valore che per l’istituzione (e lo « stato »).

III. Di recente, alla morte di Breton, ab ­biamo avuto tutti l’occasione di meditare, se non ce la siamo lasciata sfuggire, intorno al fatto che la grandezza del surrealismo era per intiero nei suoi limiti: nell’aver affrontato con forza ostinata, e con esito limpidamente fallimentare, i due nodi che nessuna avan ­guardia â— per non dire di altri esercizi di cultura â— è stata poi in grado di sciogliere e di superare (o di tagliare). Si tratta dell’uscire fuori dalla letteratura, ponendosi « en dehors de toute préoccupation esthétique » (« ou moral », come proseguiva la lettera del Manifesto 1924); e del mettere la letteratu ­ra (il surrealismo) al servizio della rivolu ­zione. Come ultima tra le grandi avanguardie storiche (e non in un senso semplicemente cro ­nologico, ma quasi in forza di un provocante simbolo), il surrealismo è il fantasma che giu ­stamente perseguita ogni avanguardia ulte ­riore, e le nega pacifico sonno. Il che significa anche che ogni avanguardia, dopo il surrea ­lismo, qualunque forma assuma, sta o cade, e in ogni caso si giustifica e si giudica, sul terreno di questa duplice prova, cui essa è apertamente chiamata. Ora, una letteratura della crudeltà deve essere oggi invocata come la sola capace di vanificare dalle radici una simile problematica. Da un lato, essa sa che la « préoccupation esthétique » ha la forza di un’istituzione sociale e possiede le armi stesse dello stato, e non si corregge che sopra il terreno delle istituzioni e dello stato, imme ­diatamente â— non certo sopra il terreno delle idee o in regime di psicologia (della produ ­zione letteraria, o altrimenti); e sa, insieme, che come esperienza della parola, sopra il terreno delle idee o in regime di psicologia, essa è già fuori, obiettivamente, delle istitu ­zioni e dello stato. D’altro lato, essa non è al servizio della rivoluzione, ma è la rivoluzione sopra il terreno delle parole, in quella dialet ­tica che abbiamo voluto ricordare a principio, delle parole e delle cose. Così, sempre nella forma ideologicamente condizionata (in sede di preistoria) dell’anarchia, la letteratura del ­la crudeltà sperimenta ormai il superamento delle istituzioni e dello stato, cioè quell’idea (la sola idea, per l’esattezza) che ha la forza della fame. Della cultura, del resto, non ab ­biamo altra idea da estrarre, oggi.

IV. Nessuna forma di esame critico della parola letteraria si sottrae, ai giorni nostri, a un sistematico (più o meno scientificamente addobbato) allegorismo. Nella specializzazio ­ne professionale, esso incontra poi varianti numerose, dal grammaticale al sociologico. Ciò che importa, al momento, tuttavia, è la costanza e l’energia del fenomeno. Sul ver ­sante istituzionale, abbiamo una sorta di con ­fessione interna della insufficienza della pa ­rola, al modo appunto in cui essa è istitu ­zionalizzata. Ma, proprio per l’interno cre ­scere della cosa, si può verificare insieme, in effetti, la crisi patente dell’istituzione (e del suo attuale processo, della sua attuale confi ­gurazione, segnatamente). La critica lettera ­ria, ricordava Spitzer, è nata, nella nostra cultura e civiltà, dalla apologia (filologica ­mente caratterizzata) dei testi sacri. Tutta l’esegesi biblica che oggi si sviluppa, nell’im ­menso orizzonte della letteratura profana, risolve il giudizio â— spesso implicitamente â— in modo realmente profondo quanto riflessi ­vamente immediato, nella misura del livello di allegoria (di allegorizzazione) di cui un testo dato può essere portatore, di cui un linguaggio dato è in grado di farsi (correspon ­sabile. Una letteratura della crudeltà, dal punto di vista della critica (dell’esame critico della parola letteraria), opera consapevolmente â— clinicamente â— per allegorie. La sesta diffi ­coltà per chi scrive la verità, oggi, consiste ormai in questo.

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