Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: La Letteratura della crudeltĂ 

7 Marzo 2012

di Edoardo Sanguineti
[da “Quindici”, numero 1, giugno 1967]

Le plus urgent ne me paraĂ®t pas tant de dĂ©fendre une culture dont l’existence n’a jamais sauvĂ© un homme du souci de mieux vivre et d’avoir faim, que d’extraire de ce que l’on appelle la culture, des idĂ©es dont la force vivante est identique Ă  celle de la faim. Antonin Artaud.

I. Non esiste giustificazione possibile, oggi, per una nozione di letteratura, se non l’idea della crudeltĂ : che significa, ancora e sempre « rigueur, application et dĂ©cision implacable, dĂ©termination irrĂ©versible, absolue ». Si finge di credere, o si crede davvero â— che è assai peggio â— che l’orizzonte di questa idea sia specificamente ed esclusivamente teatrale. Ma si sa, o si dovrebbe sapere, anche, che proprio per mezzo di una simile specificazio ­ne (e esclusione, in realtĂ ), questa idea viene resa innocente â— ed è giĂ , per noi, un’idea che ha la forza della fame, e che non si riesce adeguatamente a reprimere, in effetti, ma sol ­tanto a distorcere, nella cultura d’oggi. Viene resa innocente: è quanto dire che essa viene praticata come un’idea tecnica. Ma, diretta- mente al contrario, la crudeltĂ , che « est avant tout lucide » (« j’emploie le mot de cruautĂ© dans le sens d’appĂ©tit de vie, de rigueur cosmique et de nĂ©cessitĂ© implacable, dans le sens gnostique de tourbillon de vie qui dĂ©vore les tĂ©nèbres, dans le sens de cette douleur hors de la nĂ©cessitĂ© inĂ©luctable de laquelle la vie ne saurait s’exercer »), non è nemmeno promovibile come un’idea letteraria. Essa giustifica oggi la letteratura, appunto in quanto la supera, e le dona finalmente, come categoria di giudizio â— e di giustificazione â— la categoria del cinismo violento. Il problema è fermo, per un verso â— per questo riguardo, e per altri molti ancora â— al punto in cui l’aveva condotto e abbandonato Artaud, quan ­do aveva opposto « un profit d’acteur » a « un profit de jouisseur » (cioè « artistique »). La letteratura non può metterci in rapporto (e in causa) con le cose stesse (con la vita, come si diceva una volta, e diceva ancora Artaud) â— per chi si interessi ancora a que ­sto genere di cose â— se non in quanto pro ­ponga idee che hanno la forza della fame, precisamente. Il che non può essere compreso bene, s’intende, se non a partire dalla ferma consapevolezza che l’esperienza delle parole condiziona (precede) quella delle cose. (Il che, si aggiunga come inciso, rende storica la nostra esperienza, e pone l’esigenza â— ad un tempo â— della vanificazione di questa nostra preistoria) .”La letteratura, come luogo della crudeltĂ , è allora lo spazio sperimentale dove si decide la dialettica, come si ama dire oggi, delle parole e delle cose.

II. Una letteratura della crudeltĂ  opera in uno spazio storico in cui la parola è concre ­tamente, come dovremmo sapere sempre, una ideologia nella forma del linguaggio. In ter ­mini antropologico-storici, con adeguate cor ­rezioni, si ripropone il problema della fun ­zione classificatrice. Nessuna interpretazione della parola (per amore di chiarezza, non si dice qui â— e non si vuole dire â— della lette ­ratura) può riuscire adeguata se non coglie il suo essere sociale come modo e forma di classificazione. E’ in questo senso, precisa- mente, che ogni struttura di linguaggio è una « visione del mondo ». La crudeltĂ  indica, al riguardo, il grado di cinismo violento con cui la parola è capace di proporre una nuova dimensione classificatoria, nell’atto in cui spe ­rimenta e critica, nell’orizzonte della lettera ­tura, i nessi reali delle cose stesse. Come tale, una letteratura della crudeltĂ  è per propria indole una sperimentazione critica delle gerar ­chie del reale, quale è vissuta nelle parole. Il tipo di opposizione (contestazione) anarchica che tale letteratura professa per solito, se è storicamente condizionato dal nostro orizzon ­te di preistoria (che è anche preistoria della parola, come troppo sovente si dimentica, e non delle nude cose, o della nuda esperienza umana), non infastidisce veramente la « rivo ­luzione » se non nel momento in cui essa si configura, modestamente e impavidamente, come forma ulteriore dello « stato ». Di fatto, questo tipo di contestazione indica piuttosto che il processo rivoluzionario è giĂ  in grado, obiettivamente, di sperimentare e criticare la fine delle gerarchie (delle classificazioni prei ­storiche), e dei valori. PerchĂ©, ovviamente, in questa preistoria non si dĂ  valore che per l’istituzione (e lo « stato »).

III. Di recente, alla morte di Breton, ab ­biamo avuto tutti l’occasione di meditare, se non ce la siamo lasciata sfuggire, intorno al fatto che la grandezza del surrealismo era per intiero nei suoi limiti: nell’aver affrontato con forza ostinata, e con esito limpidamente fallimentare, i due nodi che nessuna avan ­guardia â— per non dire di altri esercizi di cultura â— è stata poi in grado di sciogliere e di superare (o di tagliare). Si tratta dell’uscire fuori dalla letteratura, ponendosi « en dehors de toute prĂ©occupation esthĂ©tique » (« ou moral », come proseguiva la lettera del Manifesto 1924); e del mettere la letteratu ­ra (il surrealismo) al servizio della rivolu ­zione. Come ultima tra le grandi avanguardie storiche (e non in un senso semplicemente cro ­nologico, ma quasi in forza di un provocante simbolo), il surrealismo è il fantasma che giu ­stamente perseguita ogni avanguardia ulte ­riore, e le nega pacifico sonno. Il che significa anche che ogni avanguardia, dopo il surrea ­lismo, qualunque forma assuma, sta o cade, e in ogni caso si giustifica e si giudica, sul terreno di questa duplice prova, cui essa è apertamente chiamata. Ora, una letteratura della crudeltĂ  deve essere oggi invocata come la sola capace di vanificare dalle radici una simile problematica. Da un lato, essa sa che la « prĂ©occupation esthĂ©tique » ha la forza di un’istituzione sociale e possiede le armi stesse dello stato, e non si corregge che sopra il terreno delle istituzioni e dello stato, imme ­diatamente â— non certo sopra il terreno delle idee o in regime di psicologia (della produ ­zione letteraria, o altrimenti); e sa, insieme, che come esperienza della parola, sopra il terreno delle idee o in regime di psicologia, essa è giĂ  fuori, obiettivamente, delle istitu ­zioni e dello stato. D’altro lato, essa non è al servizio della rivoluzione, ma è la rivoluzione sopra il terreno delle parole, in quella dialet ­tica che abbiamo voluto ricordare a principio, delle parole e delle cose. Così, sempre nella forma ideologicamente condizionata (in sede di preistoria) dell’anarchia, la letteratura del ­la crudeltĂ  sperimenta ormai il superamento delle istituzioni e dello stato, cioè quell’idea (la sola idea, per l’esattezza) che ha la forza della fame. Della cultura, del resto, non ab ­biamo altra idea da estrarre, oggi.

IV. Nessuna forma di esame critico della parola letteraria si sottrae, ai giorni nostri, a un sistematico (piĂą o meno scientificamente addobbato) allegorismo. Nella specializzazio ­ne professionale, esso incontra poi varianti numerose, dal grammaticale al sociologico. Ciò che importa, al momento, tuttavia, è la costanza e l’energia del fenomeno. Sul ver ­sante istituzionale, abbiamo una sorta di con ­fessione interna della insufficienza della pa ­rola, al modo appunto in cui essa è istitu ­zionalizzata. Ma, proprio per l’interno cre ­scere della cosa, si può verificare insieme, in effetti, la crisi patente dell’istituzione (e del suo attuale processo, della sua attuale confi ­gurazione, segnatamente). La critica lettera ­ria, ricordava Spitzer, è nata, nella nostra cultura e civiltĂ , dalla apologia (filologica ­mente caratterizzata) dei testi sacri. Tutta l’esegesi biblica che oggi si sviluppa, nell’im ­menso orizzonte della letteratura profana, risolve il giudizio â— spesso implicitamente â— in modo realmente profondo quanto riflessi ­vamente immediato, nella misura del livello di allegoria (di allegorizzazione) di cui un testo dato può essere portatore, di cui un linguaggio dato è in grado di farsi (correspon ­sabile. Una letteratura della crudeltĂ , dal punto di vista della critica (dell’esame critico della parola letteraria), opera consapevolmente â— clinicamente â— per allegorie. La sesta diffi ­coltĂ  per chi scrive la veritĂ , oggi, consiste ormai in questo.


Letto 3207 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart