Ortese. Pensare è terribile

Intervista a cura della Fiera Letteraria
[da “La Fiera Letteraria”, numero 20, giovedì 18 maggio 1967]

I suoi personaggi sono tutti poveri e semplici. Non c’è malizia nella loro vita, né odio, né rancore. Crede che tali creature possano esistere nel mondo d’oggi, ammesso che siano mai esistite?

Il titolo che avevo dato al libro non era questo, era Luna d’ottobre, e voleva fissare un’immagine nuova della città, una città senza smog, con luna, altri astri e piccole strade; voleva, inoltre, rievoca ­re un sentimento già popolare, poi quasi perduto con l’avvenire, in Italia, del benessere: la fede nel socialismo come scoperta del cuore unico del mondo.

Il titolo successivo ne falsa, invece â— così temo – il significato, le intenzioni. Poveri e semplici può sembrare la raccomandazione un po’ ironica di un autore stanco, il rinvio a modelli un po’ stan ­tii di pochezza culturale, e ingenua quanto impos ­sibile felicità. Non è così.

Mi premeva raccontare la breve storia di una fede, non so se ci sono riuscita. Ho rinunciato, per farlo, a una scrittura consapevole, esigente. Un espe ­rimento anche il mio, anche se sgradito. Ci vuole un po’ di coraggio, oggi, a parlare di sentimenti. C’è da sprofondare, lo sento. Ma tutte le altre vie le sento perdute. Pensare è terribile: è come affac ­ciarsi a un pozzo dove non si vede più niente. In ­vece, in superficie, tutto è lieto, risponde. Ci sono le cose che aiutano, anche la miseria, il breve pian ­gere, Dio.

Il mondo è pieno di persone così, com’è pieno di passeri. Dove nascono non si sa, né di cosa vivono, né dove vanno a morire. Ma ci sono: e il mondo, for ­se, va avanti per questo.

Lei crede che questi esseri con la loro mansuetu ­dine siano i precursori dell’umanità di domani?

L’umanità è mansueta per natura, lo è sempre stata. Ma, su mille anime tranquille, tre almeno non sono tali, e si adoperano per mutarla. Tre for ­ze, almeno, la tengono in pugno: sono il bisogno, la paura, l’avidità. L’umanità va e viene, come un fanciullo legato da una breve catena a un palo, in ­torno al palo della sua semplicità, a se stessa: e necessità, terrori, sete di potere la sferzano. Que ­sto è il tormento dell’umanità: che non può cessare di essere se stessa, cioè semplice, e intanto deve andare sotto la sferza, perché qualche cosa, in lei, non è semplice, qualcosa vuole liberarla dai vecchi limiti, renderla alata e onnipotente. Il dolo ­re è questo. Forse, anche l’inganno è questo. L’uma ­nità non ha bisogno di tante cose, l’umanità è li ­mitata, semplice. Chi le offre molte cose, ne vuole l’anima. All’umanità, basterebbe la semplice intel ­ligenza: per fare gli strumenti, le case, gli abiti, e lavorare i campi. Invece, eccola costretta a sventra ­re la terra, bruciare il mare, fendere il cielo. Per ­ché? Per chi? Piramidi e monumenti infiniti sono elevati dall’eternità; fabbriche immense sorgono, navi sono varate. Strumenti di bellezza e di morte incidono a fuoco lo smalto celeste dell’aria. Ordi ­ni dovunque! L’umanità esegue, e non sa perché, per chi. Non a suo vantaggio, certamente. Le città sono nere, inabitabili. I cibi senza sapore. La cam ­pagna, deserto. Il mare veleno, o, dove non è vele ­no, sollievo riservato ai potenti. Le arti bucate, an ­nerite. I rapporti tra uomo e uomo falsati dall’auto ­matismo, nati clamorosi e morti. Che c’è di buono in tutto questo? Nulla. I giovani hanno lasciato, almeno col cuore, le loro case. I vecchi non hanno lasciato tracce: morti negli ospizi o mimetizzati, mascherati da giovani. L’uomo di quarant’anni si trascina. La donna non ha sorriso né figli, ma, in sostituzione, l’impiego. Che c’è di buono, in que ­sto? Io dico: nulla. Vedo, da questo, che l’umanità è frodata, molti vivono su di lei, la tengono immobi ­le, per immobilizzarla sempre più la stordiscono con cose false, prive ormai di valore: come il denaro, un po’ di cultura, un po’ di progresso tecnico. E l’umanità è infelice, semplicemente: vorrebbe es ­sere libera, con poche cose, molte distanze, di nuo ­vo affetti, felicità, libertà…

Uno scrittore, penso, dovrebbe smitizzare questi orrori, questa sventurata concezione del vivere. Agli altri uomini, alle donne, ai ragazzi, raccontare ciò che essi sono veramente: gente legata e frodata. Insegnare la libertà. Dove si trova: nel rifiuto di ciò che non è strettamente utile. Dove si strappa: a una conoscenza vigorosa della storia: là si vede co ­me l’uomo, producendo tutto, per sé non ha nulla. Là, nella storia, si vede come occorra afferrare per il muso il cavallo insensato della storia.
Mansuetudine, dunque, ma, insieme, resistenza. Mitezza, ma come rivolta ai miti della frode, alle armi.

Da che cosa dipende questa perdita di reale valore di cui soffre l’uomo d’oggi?

Questo è chiaro. Che il valore non è perduto: solo che l’uomo è sfinito, e dorme.

Attraverso la letteratura del passato lei immagina uomini forniti di una maggiore individualità; magari più rozzi ma più ricchi con una maggiore capacità di sentire, di soffrire, di godere e di creare. Perché oggi la letteratura non è più in grado di darci questa pie ­nezza di vita?

Per quanto s’è detto: che l’uomo è intimamente sfinito e dorme. Prima delle due guerre non era ancora sfinito, ma due guerre sono troppe, senza contare quelle mimetizzate, atroci, che sanno di scandalo, di follia. Vietnam è angoscia. L’uomo op ­presso da un sogno. Questo sogno è la potenza al ­trui. E questo altro sogna, voglio dire è fuori tempo, perché non si è accorto che già lentamente decade il sogno della potenza, propria e altrui. Lo si vede dai giovani che non vogliono nulla. Viaggiano, a piedi, in macchina, comunque. Nelle loro teste non c’è nulla, la gioia è balbettìo, il dolore balbettìo, la cultura un tam-tam. Eppure là, in quelle sacche sudice, in quelle teste arruffate, in quegli sguardi vuoti, spesso sordidi, potenti, in quegli occhi che non vi guardano, là c’è la disperata nuova cultura, il suo principio modesto come un cromosoma. Là c’è tutto l’uomo di domani, nella imperiosità di que ­sto principio: « io, la storia non la conosco, i vostri palazzi li rifiuto, i vostri libri non li capisco, le vostre macchine mi annoiano. Non sarò degno di vivere, ma voi non siete degni di chiamarmi ».

Questo ragazzo perduto, spesso fragile come una donna, spesso, anzi, uomo-donna, è ciò che la po ­tente civiltà delle macchine, l’industria come stru ­mento di potere economico, ha lasciato dell’uomo.

Essa lo ha sputato via dalla sua bocca, ridotto un niente, e l’uomo sembra morto. Piccolissimo come una bambola, o un insetto, tuttavia non è morto. Si rialza, cammina, il vento, sola madre, gli lecca la faccia incrostata, i capelli.

Senza fare i conti con quest’uomo piccolissimo, privo di sensi, di memoria, di storia, né domani né oggi si potrà più scrivere.

Che cos’è la letteratura, cos’è un romanzo, un poema, una sinfonia senza la memoria di tutto l’uomo: quando era felice, schietto, forte, quando rideva correva sognava, e poi quan ­do fu malato? Cos’è una letteratura senza l’uomo presente e assente, col viso di fuoco del sole e quel ­lo livido e bucato della luna? Non è letteratura, è divertimento. Noi abbiamo, dopotutto, una letteratura-divertimento. Anche la impegnata. Anche la scientifica. La erotica, naturalmente. Quella gialla, da consumo. Spesso, questo divertimento è alto. L’artista ha pensato e capito tutto. Eppure non ba ­sta. Questa letteratura, per quanto alta, rischia di tornare indietro di duemila anni. E perché? Per ­ché l’uomo-nullità è solo con la sua morte. L’uomo- nullità, ragazzo o decrepito, non importa, cammi ­na solo, dove la natura non splende più, con la sua morte. Per essere degni del nome di scrittore, bi ­sogna mettere tutta la forza dello scrivere, allora, nel gridare il suo nome. Bisogna, se l’arte gli dà fastidio, liberarsi dall’arte. Pur di chiamare forte il suo nome, purché si volti, apra gli occhi, si sve ­gli. Recuperare tutto l’uomo. Per questo, forse, lo scrivere non dovrà essere più, per molto tempo, a servizio dello scrittore e neppure del lettore. Do ­vrà chiamare con voce modesta l’uomo-nullità, che non vede e non sente. Svegliarlo con voci nuove e allegramente insensate come le voci degli uccelli. L’arte dello scrittore dovrà essere svolta in nome della vita, chiamarsi cura della vita, difesa e amore dell’uomo limitato, perduto e tuttavia semplice.

Da quello che lei scrive e dice, risulta una coscien ­za che guarda oltre gli aspetti transitori delle cose, una coscienza che si potrebbe chiamare religiosa. Vuole spiegarsi su questo punto?

Sì, certo. Ma su questo punto non so spiegarmi che con un esempio. Mentre Le parlavo, e Lei mi ascoltava, vedevo questa stanza farsi buia, e sentivo voci e passi di là… molto tenui. Sentivo che questa scena era già irrimediabilmente passata, io mi ero alzata e l’avevo salutata, già da un pezzo, forse cento anni. Naturalmente, non è così. Ma questa sensazione, che tutte le cose siano già state, fluite, corse via in qualche altro luogo, mi permette di vedere i protagonisti di queste scene, con un strana ansietà, e insieme timidezza. Non so chi veramente siano, da dove veramente parlino. So che la voce umana è buona, molte cose portano a opprimere l’altro, ma dopo egli si pente, cambia, almeno così spero. Questa sensazione, poi, che dovrebbe essere triste, si fa quasi allegra: ho l’impressione che vi sia nell’essere umano un che d’illimitato, di potente, che si libera quando l’essere è povero, muto, ignorato. Nulla, nulla potrà opprimerlo fino a spegnere questo qualcosa. Umiliarlo, ferirlo, certo. Ma poi si sfugge. Poi si rinasce.

Quale crede dunque che sia la funzione della letteratura?

Non credo che la letteratura abbia una funzione. La letteratura e tutte le arti, la critica, ecc. sono l’uomo, e come l’uomo non hanno alcun’altra funzione, tranne quella dell’esistere, e rallegrarsi e rallegrare. Anche ammonire e gridare, quando occorra. Tutti gli uomini e le generazioni del passato ci parlano di là. Spesso, una nazione non ha altro. Ma io non mi preoccuperei troppo della letteratura. Mi preoccuperei degli uomini. Uomini del passato non bastano. Occorrono uomini nuovi. Si riconosceranno da nuova letteratura.

Dunque lei crede alla letteratura come un mezzo. Che valore assegna a certi esperimenti che credono alla letteratura come gioco, menzogna, artificio fine a se stesso?

Questa domanda è già una risposta.

E ora ci dica qualcosa di sé, della sua vita, di ciò che sta preparando, dei suoi progetti, dei suoi sogni.

Della mia vita, c’è poco da dire. Ho vissuto in molte città, conosciuto vari gradi di desolazione economica e isolamento sociale. Sono contenta di questa esperienza. Attualmente vivo a Milano, e anche di questo, a momenti, sono contenta. Non ho progetti: ogni giorno è affidato un po’ al caso: ma si lavora sempre. Per tutto il resto non desidero niente, e sono molto calma.

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