di Giorgio Zampa
[da “La fiera letteraria”, numero 48, giovedì 30 novembre 1967]
Genova, novembre
Un gruppo di sei persone, cui non direi si addica la qualifica certo impe gnativa, di banda, ha commesso in una chiesa un furto ed è finito nei guai. Lasciamo ai due capi della ghenga la responsabilità sulla portata dell’operazione; uno dei due almeno, « il francese », chiamato anche co mandante, fatto venire d’oltre confine, dovrebbe intendersene. Al danno di un bottino meno che magro, si ag giunge un guaio altrimenti serio: messo in allarme dallo scampanìo di un sagrestano, un frate che forse, ai suoi tempi, aveva fatto il partigiano o il cappellano militare, spara con una pistola sui ladri in fuga e colpi sce proprio il francese. Quando gli al tri si ritrovano nel cortile del casa mento designato per nascondersi, non hanno notizie precise: chi lo dice fe rito a un polpaccio e scomparso tra la folla, chi raggiunto alla spina dor sale e spacciato. Nervosismo, accuse reciproche, paura tra i complici che si aggirano in mezzo a panni sciorina ti e vasche d’una vasta corte, balla toi, scale, androni, mentre le loro don ne stanno alla larga, tra curiosità e ti more.
Il solo a mantenere la calma è il vescovo. Distinto, bianco di capelli, forse più stanco che cinico, si preoc cupa che i giovani della banda, non commettano in quel momento scioc chezze, non escano dal rifugio, non facciano discorsi con le donne, la sciando che la polizia si sfoghi in giri a vuoto, con le sue sirene e le sue pantere. E poiché oltre a essere uo mo d’esperienza non è privo di cul tura, ha frequentato per anni il semi nario e porta a giusto titolo il suo nomignolo, ha una pensata. Il capo, il francese, è stato fatto fuori; tutto, almeno, lascia pensare sia andata co sì. I complici lo hanno abbandonato, se ne stanno nascosti, in un certo senso lo hanno rinnegato, per paura di essere scoperti. L’analogia gli vie ne spontanea. Comincia per gioco. Il bersagliere che, riconosciuto dalle donnette, ha negato tre volte di avere avuto rapporto con il « capo », viene identificato con Pietro. Il più giovane, va da sé, diventa Giovanni. Bruno, detto l’Usuraio, è Tommaso. II fratel lo gemello di Giovanni è Giacomo, ore fice-ricettatore. Il vescovo assume la parte di Matteo. Poi ci sono le donne. Olga, una prostituta amica di Bruno- Tommaso, è Maddalena. E « la fran cese », un’ubriacona che il misterioso capo ha portato con sé, è Maria. Man ca Giuda: il quale arriva nelle vesti di un contabile che, pure facendo parte dell’associazione, ne resta al margine, applicandosi a truccare as segni e smistare banconote.
Giuda porta la notizia che il coman dante è morto. Ma prima dell’annun cio, tra vescovo e accoliti ci sono state discussioni che hanno creato una atmosfera singolare. L’uomo naviga to, nella sua scaltrezza, aveva cercato di organizzare una specie di gioco per distrarre i compagni, evitare colpi di testa. A poco a poco, la finzione gli prende la mano. A domande dirette rivoltegli da esseri più rozzi e sempli ci di lui risponde con argomenti che credeva cancellati dalla sua memoria. Si accende un dibattito sull’afferma zione: « Gli ultimi saranno i primi ».
Come è possibile, questo? Gli ultimi, nessuno li aiuta; debbono contare sol tanto sulle loro forze, sulla loro astu zia, sull’efficienza dei loro piani. Per i diseredati, non c’è capo che si. muova.
La suggestione provocata dall’analo gia agisce in modo sempre più effica ce; il presente, di colpo, si cancella. Gigi il contabile, che raccoglieva già da prima l’antipatia e la diffidenza dei complici, invidiosi del suo lavoro ese guito con mani in apparenza pulite, viene avviluppato in una maglia di sospetti, costretto, in una forma quasi ipnotica, ad assumere la parte di Giu da. In un crescendo di tensione, do vuto anche alla gelosia che Bruno prova verso di lui come amico di Ol ga, dopo un intermezzo recitato tra un operaio che, credendo di trovarsi in mezzo a una compagnia di dilet tanti, assume la parte di Barabba e costringe Giuda ad assumere sino in fondo la responsabilità del tradimen to, arriva la fine a doppio effetto, rea le e metastorica. Percosso, colpito brutalmente dai complici, Gigi-Giuda dubita se rimanere nel rifugio, trap pola per lui più che per gli altri, o tornare alla sua banca. L’esitazione gli è fatale. Un fischio che arriva dal di fuori, l’ambiguità del suo atteggia mento mentre spia da una finestra, lo rovinano. Riafferrato e battuto an cora più duramente, Bruno, che ha ragioni particolari di odiarlo, ne ag guanta il corpo esanime e lo immerge con il capo sott’acqua, sino a provo care la morte. Le giustificazioni che Giuda aveva prima dato del suo ope rato, quelle soprattutto relative al prezzo accettato per la designazione di Gesù, si sono tutte rivelate, nella loro varietà, insostenibili.
Su questa sovrapposizione di rac conto evangelico a un fatto di cro naca dei nostri giorni, sulla conver sione di una analogia, richiamata per ragioni di opportunismo, in una sa cra rappresentazione ambientata nel cortile di una casaccia di periferia, re citata da criminali decisi a tutto, al la presenza delle loro donne, si chiu de il primo tempo dell’Avvenimento di Diego Fabbri, andato in scena nel la Sala Dusedel Teatro Stabile di Genova, con l’allestimento di Luigi Squarzina. Pur con la tensione, la ra pidità dell’azione, l’abbondanza di ele menti drammatici, questo lungo atto può considerarsi, in fondo, come una premessa del secondo; nel quale il dramma trova le sue ragioni sostan ziali.
Già con il Processo a Gesù, Fabbri si era cimentato con la tradizione evangelica, aveva tentato una inter pretazione, in termini attuali, dell’epi sodio centrale della vita di Cristo. Il nucleo intorno al quale è raccolta e organizzata la materia del lavoro ora rappresentato e non meno decisivo. Che cosa accadde nei due giorni e mezzo passati dal momento del tra passo di Cristo alla scoperta della tom ba vuota? A parte la ricostruzione ma teriale dei fatti, quasi impossibile per la scarsità di elementi forniti dalla tradizione (chi fu Giuseppe D’Arimatea, il ricco signore che indusse Pilato a consegnargli il cadavere del suppliziato per deporlo in una tomba nuova, di sua proprietà? Che avven ne durante il sabato, nella tenebra del sepolcro chiuso da un blocco di roccia, e intorno a esso?): alle prime luci dell’alba del terzo giorno, Maria Maddalena e l’« altra Maria », si tro varono di fronte all’inesplicabile: un avvenimento dal quale, secondo Fab bri, la storia dell’uomo assunse un corso nuovo. Forse era stata perpe trata una sostituzione di cadavere? Non certo per opera degli apostoli, paurosi di essere coinvolti in una epu razione. Meno che mai potevano esser si accinti a un’impresa così arrischia ta i familiari. Chi aveva allora rimos so il macigno, spezzati i sigilli fatti apporre dall’autorità romana? Aveva senso pensare a una « resurrezione », a un ritorno alla vita di un uomo-Dio che dall’esistenza si era congeda to in modo sublime?
I personaggi della banda, definiti vamente passati, nella seconda parte, dalla crudezza della cronaca alle luci alabastrine che emanano da una real tà numinosa, discutono in termini di alternativa, come di possibilità reali, su quello che può essere accaduto do po che il corpo del capo, a detta delle donne inviate al cimitero, non si trova più nella tomba. Nessuno sa da re una ragione plausibile dell’accaduto. Ma il vescovo, il registratore dei fatti che, come Matteo, constata e commen ta, coglie la portata dell’avvenimen to. Da quel giorno, da quando venne ro mandate avanti le donne per elu dere la polizia, nella paura della vio lenza, dell’arresto, nacque la vera pau ra, l’uomo si rassegnò ad accettare la propria vigliaccheria. Non solo: da quell’evento impossibile, da quell’as surdo, prese avvio quello che si sa rebbe poi chiamato lo scandalo della speranza. Gli uomini si sarebbero di visi: chi avrebbe creduto all’apertura della tomba, alla rianimazione del cadavere, come al più naturale degli eventi; e chi avrebbe riso su quel l’impostura, si sarebbe adirato, avreb be inveito. E non sarebbero mancati quelli che avrebbero finto di credere, che avrebbero tratto vantaggio dallo sfruttamento del prodigio, costruen doci sopra la propria bottega. Meglio allora i negatori risoluti, i violenti: quelli che, come il Vescovo, hanno il coraggio del no assoluto, « che por tano via di più per avere più sal vezza ».
La finzione cessa quando riappare l’operaio che nella prima parte si era prestato a rappresentare Barabba e ora si palesa come un confidente del la polizia, mandato in avanscoperta. La trappola è scattata. Mentre si sen te sempre più vicino l’urlo delle sire ne ed echeggiano spari, ognuno pren de nelle mani la propria salvezza. Il mondo è dei violenti.
Nella pulita, proba regìa di Squar zina, che ha evitato ogni effetto di suggestione troppo facile, la materia che si addensa nella cornice del dram ma, rischiando non di rado di confon derne i piani, è stata filtrata e ordi nata al limite del possibile. Quando l’operazione non riesce, è difficile per lo spettatore sottrarsi a un disorien tamento, c’è da credere che – il lavo ro acquisterà maggiore coerenza nel le repliche successive, chiarendo pas saggi oggi ancora confusi. Tra gli at tori, da segnalare la prestazione, sin golarmente matura, di Eros Pagni nella parte di Giuda e di Carlo D’An gelo che rende con misura la rasse gnazione malinconica, la negazione senza speranza, e forse per questo non disperata, del vescovo. Nel grup po delle interpreti femminili, si è avuto l’impressione che dominasse un registro di voci troppo alto: la potenza vocale, specie se scarsamen te controllata, non sempre si identifi ca con l’efficacia drammatica.