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Le colpe di Napolitano

22 Giugno 2012

A miei occhi ne ha molte. E un solo merito, di cui sono contento: sostiene, come me, l’importanza di una Europa unita secondo il sogno dei padri fondatori, e la necessità che l’Italia rimanga nell’euro.
Per il resto, Napolitano ha suscitato in me più di una reazione negativa.

I fatti si possono allineare, sono pochi ma significativi e tali da caratterizzare di forti distorsioni la sua presidenza.
Cominciamo dal governo Berlusconi. Come è a tutti noto, l’ex premier ha subito attacchi di ogni specie. Se è ammissibile il silenzio del Colle quando gli attacchi sono stati politici, non lo è più quando si sono trasformati in immondi attacchi personali, concernenti il suo privato. Sono stati soprattutto i toni e i mezzi corrivi con cui la sua condotta privata è stata data in pasto all’opinione pubblica, che avrebbero dovuto sollecitare Napolitano ad intervenire assai energicamente per richiamare tutti al rispetto che è dovuto alla quarta carica dello Stato, fra l’altro l’unica eletta direttamente dal popolo, e quindi investita di quella sovranità popolare che nessun’altra carica gode.
Ma Napolitano ha taciuto, mostrando con ciò la sua parzialità e la sua contrarietà all’uomo che reggeva la guida del Paese.

Un silenzio invece che non doveva esserci, e invece c’è stato, riguarda l’utilizzo scorretto che Gianfranco Fini ha fatto della sua carica di presidente della Camera. Quando si messo a fare politica contro il governo Berlusconi, il capo dello Stato avrebbe dovuto fermarlo,   ricordandogli i suoi doveri.
Ma siccome gli interventi di Fini andavano contro Berlusconi, essi in pratica si allineavano ai desiderata del Colle.
Proprio per questo, allorché scoppiò il caso squallido della casa di Montecarlo di proprietà di An e finita a poco prezzo nella disponibilità (pare che ne sia addirittura il proprietario) del cognato, Napolitano ha utilizzato ancora una volta il metodo del silenzio a scopo politico. Indebolire Fini avrebbe significato, infatti, alienarsi un importante alleato nella guerra sotterranea al governo.

Questa logica di guerra sotterranea è emersa con tutta la sua evidenza e mostruosità nel momento in cui la crisi economica ha visto la Merkel – alla quale Berlusconi non è mai andato a genio dopo quell’epiteto grossolano che il nostro le aveva assegnato – richiedere al capo dello Stato (che ha sempre negato, ma nessuno gli crede) la sua sostituzione con un uomo gradito alla Germania, ossia Monti. In quattro e quattro, con pressioni adeguate su Berlusconi, il cambio è stato fatto, in barba al voto espresso dagli elettori.

Con il governo Monti, la situazione, anziché migliorare, è, come molti ormai riconoscono, pericolosamente peggiorata, producendo in realtà la desertificazione delle attività produttive, le sole che avrebbero potuto far sperare in una crescita. L’odiosa tassa dell’Imu ha infine bloccato uno dei maggiori volani dell’economia, l’edilizia, come ha denunciato recentemente l’associazione di riferimento.
Dunque, quella di novembre fu una forzatura della costituzione ingiustificata, messa in atto al solo scopo di compiere un disegno forse programmato da tempo, ossia mandare a casa il governo scelto dalla maggioranza degli italiani.

È di questi giorni lo scandalo che colpisce il Colle a proposito del caso Mancino, l’ex presidente del Senato indagato a Palermo per falsa testimonianza. Napolitano sostiene di aver agito nel rispetto delle prerogative costituzionale.

Ma al capo dello Stato non si può consentire di limitarsi ad accampare delle giustificazioni solo formali, quando la sostanza è di tutt’altra natura.
Come è stato scritto, dalle intercettazioni sull’ex presidente del Senato Mancino emerge che costui ha richiesto un intervento a suo favore al Quirinale, e questo intervento è stato effettuato. Lo avrebbe fatto Napolitano per Berlusconi? Lo avrebbe fatto per un cittadino qualunque?

Peraltro dalle intercettazioni emerge anche un aspetto gravissimo che da solo meriterebbe, se provato, le dimissioni di Napolitano. Il suo consulente giuridico D’Ambrosio riferisce a Mancino che il capo dello Stato suggerirebbe di accordarsi con l’altro testimone, l’ex ministro della Giustizia Martelli (la cui versione dei fatti è in contrasto con quella rilasciata da Mancino), per trovare una impostazione comune.

Saremmo nel campo dell’inquinamento delle prove, e ditemi voi se tutto ciò rientra nelle prerogative del capo dello Stato.
Ha ragione Antonio Padellaro quando scrive che Napolitano è diventato un totem intoccabile.
Stamani “l’Unità” lamenta che i magistrati si siano permessi di intercettare il capo dello Stato. Perché   non si lamentarono quando intercettavano (e a dosi massicce) il presidente del consiglio Berlusconi?
Lo ricorda anche Sallusti, qui.


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Bart