di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 28 aprile 1969]
â— E’ finita! â— ripete – Alberto, mon ami… Finita! â— C’è un aereo che sta partendo, copre le nostre voci. L’aero porto di Fiumicino, con la pioggia che diluvia intorno a noi, è totalmente estraneo a questo nostro lasciarci. L’ho conosciuto a Léopoldville, un giorno di anni fa; ero capitato nella stagione secca, il sole era quasi costantemente co perto da nubi o da ventate di polvere che arrivavano dalla giungla. Le nubi passavano, si alternavano, non pioveva mai.
â— Non pioveva mai. Ricor di? â— dice fissando la piog gia. Con un gesto insiste: â— Rien… Rien… â— Ride.
Mi è tutto di nuovo chiaro, anche a distanza di tanto tem po: la polvere che affaticava il respiro, la hall dell’Hotel Memling dove non si parlava che di orrori e mutamenti po litici, i negozi che si erano ria perti, le famiglie belghe che cominciavano a ritornare e sul boulevard Albert si incontra vano donne europee e bam bini biondi. In fondo â— io e lui â— non abbiamo fatto in sieme che una lunghissima camminata, di un pomeriggio e di una notte, con soste qua e là, come all’Afro negro ai margini della città europea, con le taxi-girls congolesi av volte nei pagnes stampati a colori vivacissimi, avvolti in torno alla vita, sui quali sta va scritto « Viva l’indipenden za! Viva il Congo libero! ».
Lo sai? â— dice â— Non ho avuto il coraggio di ucci dermi. â— J’ai vu clair. Ades so lo faccio, ripetevo. Adesso trovo il coraggio. Invece sono qui. Un uomo di passaggio. E poco fa ho mangiato caviale e bevuto champagne.
*
II nostro camminare, scen dendo la notte, in un’aria so spesa tra l’illecito e il patriot tico, aveva una strana tensio ne di morte: anche intorno ai negozi di dischi, sulle vie principali di Léopoldville, i negozi dei greci, « Chez Papadimitrieu » o « Chez Antonopoulos », che trasmettevano senza interruzione veri e pro pri cha-cha-cha, in lingua Un gala e kikongo, che parlavano dell’indipendenza e di Lumumba. Ce n’era persino uno che si chiamava « Indipendence cha-cha-cha ». Tra un di sco e l’altro, le voci dei pro prietari, amplificate dai mega foni, ripetevano: â— Mesdames, mesdemoiselles, messieurs, ce disque est enregistré pour vous. Chantez, dansez, consolez-vous!
Chantez, dansez, â— ri pete ricordandosi insieme a me. China la testa, la rialza e fissa malinconicamente gli aerei fermi sulla pista, sotto la pioggia sempre più forte. Conclude: â— Consolez-vous!
All’Afro negro aveva invi tato una ragazza indigena a ballare e la negra, all’improv viso, si era fermata e aveva gridato: â— Sino a ieri il buon Dio era andato a farsi una passeggiata. Adesso è ritorna to tra noi! â— Lui l’aveva guardata stupefatto. â— Che cosa vuol dire? â— aveva chie sto. La ragazza negra aveva risposto candidamente: – Certo, il buon Dio è ritornato fra di noi, perché i negri e i bianchi oggi ballano insie me! â— Prima, per tutto il pomeriggio, lui aveva insistito sul mare che gli faceva vedere Léopoldville riemergere con tanta fatica dalla sua agonia: quel clima da dopoguerra, con i piccoli negri che vendevano per le strade sigarette di con trabbando, acquistate dai sol dati dell’ONU, i trafficanti di valuta che proponevano di cambiare dollari saliti alle stelle, e altri negri che offri vano ragazze del quartiere in digeno. Una città che si sner vava, si slabbrava. Léo capi tale senza impero, e solo ieri capitale fino al midollo, avi da di circolari burocratiche, di buildings maestosi, priva di marciapiedi perché â— all’epo ca della colonia â— gli euro pei andavano solamente in automobile e gli africani non potevano entrare nella città dei bianchi se non per lavo rare, muniti di un regolare permesso firmato dal padrone.
I piccoli grattacieli con le por te di alluminio deserti, o per corsi da negri dal passo inde ciso, sospettoso. Come il mio e il suo, dentro le sacche buie del boulevard Albert.
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Si è seduto sulla sua grossa valigia. Sta in silenzio, la fac cia tra le mani. Penso che il nascere di certe amicizie è uguale ai fotogrammi inconsci della memoria, resistono in fondo al caos degli anni, rie mergono con una loro violen za: come stamattina, all’alba, quando mi sono sentito tele fonare da lui e l’ho ricono sciuto subito, quasi miracolo samente. La prima cosa è sta to il suo volto fermo â— nella notte di Léo â— verso le luci di Brazzaville, al di là delle acque, con occhi uguali a que sti con cui segue il partire de gli aerei, in attesa del suo. Dalle ville circondate scen deva l’abbaiare dei cani in al larme. Poche ore prima, ci eravamo avvicinati a una vil la, avevamo percorso una stradina, ci eravamo trovati in mezzo agli alberi fitti. Una luce sconvolgente scendeva dalle cime, per metà dorata e per metà bluastra, una specie di crepuscolo sulfureo; ave vamo superato un reticolato, un riparo di pietre scaraven tato in aria da un’esplosione, ed ecco, al centro di un im provviso spiazzo deserto, una larga macchia di sangue che la polvere stava succhiando. Lui si era staccato da me cor rendo, si era piegato sulla macchia, dopo essersele ba gnate nel sangue aveva por tato al naso le punte delle dita. Ne aveva aspirato l’odo re concludendo, con un’alzata di spalle: â— Puff… c’est un chien!
Puff… c’est un chien! â— gli ripeto.
Una vecchia signora passa tra di noi, insinuando tra le mie gambe e le sue un ca gnolino con un collare buffo. Lui, con uno scatto, agguan ta il cane, lo solleva in aria. La signora ci guarda esterre fatta, prima che possa reagire il cane già corre lontano.
– Dove andrai? â— torno a chiedergli. Ma so bene che è una domanda inutile. Mi ha già risposto prima con un’al zata di spalle. â— Cercano gen te da ogni parte â— dice. E poi adesso le offerte d’impiego gli prospettano merce più docile.
O è lui stesso che se le pro spetta, come i vecchi doma tori che si riducono via via a leoni senza unghie e mancanti di voglia come loro; è reto rica, ammette, e forse solo un momento che passerà, ma il guaio di gente così è di ri dursi solo con il diritto di una retorica giustificata da realtà remote: è remoto il Katanga, sono remote le guardie nere. E la dawa dei simba e il gridoMai Mulele. Ipaesi si an nacquano, forse sarà per questo. Stanno perdendo il loro sapore d’inferno, di peccato; quello che giustifica il me stiere dei sacerdoti delle religioni; mi guarda, scuote la te sta, mi chiede: â— Sono scioc chezze, non è vero? â— Suo padre era un robusto animale da guerra che non si faceva tante domande, lo è rimasto fino all’ultimo giorno della sua vita; aveva pensieri de boli, gli animali da guerra hanno pensieri debolissimi, basta un’arma concreta, valu tata in se stessa, con il suo odore di ferro e di oliatura, per renderli vigliacchi e farli sparire dal cervello. Se lui fosse stato suo padre, gli sa rebbero bastate quelle mitra gliatrici « Browning 50 » che ha venduto prima del suo viaggio, a chissà chi: mitra gliatrici che serviranno a mas sacrare chissà chi, da qualche parte. Ma senza il sapore d’in ferno che avevano les affreux, i terribili del Katanga. Ormai quella spaventosa sacralità del massacro di cui lui ha conosciuto bene le esaltazioni. Senza esaltazioni. Suo padre – dice, avendo immediatamente vergogna della sua re torica â— era come un vecchio libro con la legatura antica. La legatura che sostiene lui, invece, sta perdendo le pagine.
Cerca appigli alla retorica. Cita versi che gli scrissi io in una lettera, di un poeta che ha imparato a conoscere: je mange le venin, je guele comme je sais, le puits est sans fond, j’avais cru retrouver la patrie infortunée… Poi ci scambiamo l’ultimo ricordo del Congo che ho visto an ch’io. La villa del presidente, sgargiante come una finca messicana, cemento armato blu e bianco, con grandi cor nici di alluminio intorno alle porte; vetrate, tappeti grigi e gialli, prati ben pettinati, in bilico sul fiume Congo, con l’acqua dello stesso colore del cielo: due superfici color sab bia, opprimenti e grandiose. E nel giardino della villa, biancheria svolazzante, con di gnitari tra le file dei panni stesi.
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Hanno chiamato il suo volo. Lui si alza. â— Ho ucciso centodue esseri umani â— mi dice. â— Non sono riuscito ad arrivare a centotré, â— e guar da il proprio nome nella tar ghetta della valigia. Mi salu ta. Un abbraccio, una stretta, e poi si gira via di scatto; capisco che gli è bastato questo istante per cancellarmi già dalla sua mente. Fa parte del la retorica anche un simile allenamento degli affetti. L’ho udito canticchiare, allonta nandosi, con le spalle larghe e diritte, con la sua larga va ligia: â— Allons enfants de la patrie… â— E’ già sulla pista, senza ombrello, senza preoc cuparsi di proteggersi, sotto la pioggia che gli diluvia ad dosso.
Me ne sono venuto via do po che l’aereo si è alzato. Dal la parte più chiara dell’oriz zonte, dove si apriva un’idea di sereno, l’ho visto navigare grigio come un pesce sul fon do di uno stagno. Il personag gio già si stava richiudendo nel fondo della mia memoria dopo la sua violenta, breve re surrezione: ma non era solo impalpabile, una creatura del la mente: mi abbandonava, in fatti, o io lo abbandonavo, con una contrazione cardiaca, dei nervi. Come un rapido male passato attraverso il mio corpo. Di quelli che, accumu landosi preparano la morte, se non altro, di una giovi nezza.