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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Mercenario

23 Luglio 2012

di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 28 aprile 1969]

â— E’ finita! â— ripete – Alberto, mon ami… Finita! â— C’è un aereo che sta partendo, copre le nostre voci. L’aero ­porto di Fiumicino, con la pioggia che diluvia intorno a noi, è totalmente estraneo a questo nostro lasciarci. L’ho conosciuto a LĂ©opoldville, un giorno di anni fa; ero capitato nella stagione secca, il sole era quasi costantemente co ­perto da nubi o da ventate di polvere che arrivavano dalla giungla. Le nubi passavano, si alternavano, non pioveva mai.

â— Non pioveva mai. Ricor ­di? â— dice fissando la piog ­gia. Con un gesto insiste: â— Rien… Rien… â— Ride.

Mi è tutto di nuovo chiaro, anche a distanza di tanto tem ­po: la polvere che affaticava il respiro, la hall dell’Hotel Memling dove non si parlava che di orrori e mutamenti po ­litici, i negozi che si erano ria ­perti, le famiglie belghe che cominciavano a ritornare e sul boulevard Albert si incontra ­vano donne europee e bam ­bini biondi. In fondo â— io e lui â— non abbiamo fatto in ­sieme che una lunghissima camminata, di un pomeriggio e di una notte, con soste qua e lĂ , come all’Afro negro ai margini della cittĂ  europea, con le taxi-girls congolesi av ­volte nei pagnes stampati a colori vivacissimi, avvolti in ­torno alla vita, sui quali sta ­va scritto « Viva l’indipenden ­za! Viva il Congo libero! ».

Lo sai? â— dice â— Non ho avuto il coraggio di ucci ­dermi. â— J’ai vu clair. Ades ­so lo faccio, ripetevo. Adesso trovo il coraggio. Invece sono qui. Un uomo di passaggio. E poco fa ho mangiato caviale e bevuto champagne.

*

 

II nostro camminare, scen ­dendo la notte, in un’aria so ­spesa tra l’illecito e il patriot ­tico, aveva una strana tensio ­ne di morte: anche intorno ai negozi di dischi, sulle vie principali di LĂ©opoldville, i negozi dei greci, « Chez Papadimitrieu » o « Chez Antonopoulos », che trasmettevano senza interruzione veri e pro ­pri cha-cha-cha, in lingua Un ­gala e kikongo, che parlavano dell’indipendenza e di Lumumba. Ce n’era persino uno che si chiamava « Indipendence cha-cha-cha ». Tra un di ­sco e l’altro, le voci dei pro ­prietari, amplificate dai mega ­foni, ripetevano: â— Mesdames, mesdemoiselles, messieurs, ce disque est enregistrĂ© pour vous. Chantez, dansez, consolez-vous!

Chantez, dansez, â— ri ­pete ricordandosi insieme a me. China la testa, la rialza e fissa malinconicamente gli aerei fermi sulla pista, sotto la pioggia sempre più forte. Conclude: â— Consolez-vous!

All’Afro negro aveva invi ­tato una ragazza indigena a ballare e la negra, all’improv ­viso, si era fermata e aveva gridato: â— Sino a ieri il buon Dio era andato a farsi una passeggiata. Adesso è ritorna ­to tra noi! â— Lui l’aveva guardata stupefatto. â— Che cosa vuol dire? â— aveva chie ­sto. La ragazza negra aveva risposto candidamente: – Certo, il buon Dio è ritornato fra di noi, perchĂ© i negri e i bianchi oggi ballano insie ­me! â— Prima, per tutto il pomeriggio, lui aveva insistito sul mare che gli faceva vedere LĂ©opoldville riemergere con tanta fatica dalla sua agonia: quel clima da dopoguerra, con i piccoli negri che vendevano per le strade sigarette di con ­trabbando, acquistate dai sol ­dati dell’ONU, i trafficanti di valuta che proponevano di cambiare dollari saliti alle stelle, e altri negri che offri ­vano ragazze del quartiere in ­digeno. Una cittĂ  che si sner ­vava, si slabbrava. LĂ©o capi ­tale senza impero, e solo ieri capitale fino al midollo, avi ­da di circolari burocratiche, di buildings maestosi, priva di marciapiedi perchĂ© â— all’epo ­ca della colonia â— gli euro ­pei andavano solamente in automobile e gli africani non potevano entrare nella cittĂ  dei bianchi se non per lavo ­rare, muniti di un regolare permesso firmato dal padrone.

I piccoli grattacieli con le por ­te di alluminio deserti, o per ­corsi da negri dal passo inde ­ciso, sospettoso. Come il mio e il suo, dentro le sacche buie del boulevard Albert.

*

Si è seduto sulla sua grossa valigia. Sta in silenzio, la fac ­cia tra le mani. Penso che il nascere di certe amicizie è uguale ai fotogrammi inconsci della memoria, resistono in fondo al caos degli anni, rie ­mergono con una loro violen ­za: come stamattina, all’alba, quando mi sono sentito tele ­fonare da lui e l’ho ricono ­sciuto subito, quasi miracolo ­samente. La prima cosa è sta ­to il suo volto fermo â— nella notte di LĂ©o â— verso le luci di Brazzaville, al di lĂ  delle acque, con occhi uguali a que ­sti con cui segue il partire de ­gli aerei, in attesa del suo. Dalle ville circondate scen ­deva l’abbaiare dei cani in al ­larme. Poche ore prima, ci eravamo avvicinati a una vil ­la, avevamo percorso una stradina, ci eravamo trovati in mezzo agli alberi fitti. Una luce sconvolgente scendeva dalle cime, per metĂ  dorata e per metĂ  bluastra, una specie di crepuscolo sulfureo; ave ­vamo superato un reticolato, un riparo di pietre scaraven ­tato in aria da un’esplosione, ed ecco, al centro di un im ­provviso spiazzo deserto, una larga macchia di sangue che la polvere stava succhiando. Lui si era staccato da me cor ­rendo, si era piegato sulla macchia, dopo essersele ba ­gnate nel sangue aveva por ­tato al naso le punte delle dita. Ne aveva aspirato l’odo ­re concludendo, con un’alzata di spalle: â— Puff… c’est un chien!

Puff… c’est un chien! â— gli ripeto.

Una vecchia signora passa tra di noi, insinuando tra le mie gambe e le sue un ca ­gnolino con un collare buffo. Lui, con uno scatto, agguan ­ta il cane, lo solleva in aria. La signora ci guarda esterre ­fatta, prima che possa reagire il cane già corre lontano.

– Dove andrai? â— torno a chiedergli. Ma so bene che è una domanda inutile. Mi ha giĂ  risposto prima con un’al ­zata di spalle. â— Cercano gen ­te da ogni parte â— dice. E poi adesso le offerte d’impiego gli prospettano merce piĂą docile.

O è lui stesso che se le pro ­spetta, come i vecchi doma ­tori che si riducono via via a leoni senza unghie e mancanti di voglia come loro; è reto ­rica, ammette, e forse solo un momento che passerĂ , ma il guaio di gente così è di ri ­dursi solo con il diritto di una retorica giustificata da realtĂ  remote: è remoto il Katanga, sono remote le guardie nere. E la dawa dei simba e il gridoMai Mulele. Ipaesi si an ­nacquano, forse sarĂ  per questo. Stanno perdendo il loro sapore d’inferno, di peccato; quello che giustifica il me ­stiere dei sacerdoti delle religioni; mi guarda, scuote la te ­sta, mi chiede: â— Sono scioc ­chezze, non è vero? â— Suo padre era un robusto animale da guerra che non si faceva tante domande, lo è rimasto fino all’ultimo giorno della sua vita; aveva pensieri de ­boli, gli animali da guerra hanno pensieri debolissimi, basta un’arma concreta, valu ­tata in se stessa, con il suo odore di ferro e di oliatura, per renderli vigliacchi e farli sparire dal cervello. Se lui fosse stato suo padre, gli sa ­rebbero bastate quelle mitra ­gliatrici « Browning 50 » che ha venduto prima del suo viaggio, a chissĂ  chi: mitra ­gliatrici che serviranno a mas ­sacrare chissĂ  chi, da qualche parte. Ma senza il sapore d’in ­ferno che avevano les affreux, i terribili del Katanga. Ormai quella spaventosa sacralitĂ  del massacro di cui lui ha conosciuto bene le esaltazioni. Senza esaltazioni. Suo padre – dice, avendo immediatamente vergogna della sua re ­torica â— era come un vecchio libro con la legatura antica. La legatura che sostiene lui, invece, sta perdendo le pagine.

Cerca appigli alla retorica. Cita versi che gli scrissi io in una lettera, di un poeta che ha imparato a conoscere: je mange le venin, je guele comme je sais, le puits est sans fond, j’avais cru retrouver la patrie infortunĂ©e… Poi ci scambiamo l’ultimo ricordo del Congo che ho visto an ­ch’io. La villa del presidente, sgargiante come una finca messicana, cemento armato blu e bianco, con grandi cor ­nici di alluminio intorno alle porte; vetrate, tappeti grigi e gialli, prati ben pettinati, in bilico sul fiume Congo, con l’acqua dello stesso colore del cielo: due superfici color sab ­bia, opprimenti e grandiose. E nel giardino della villa, biancheria svolazzante, con di ­gnitari tra le file dei panni stesi.

*

Hanno chiamato il suo volo. Lui si alza. â— Ho ucciso centodue esseri umani â— mi dice. â— Non sono riuscito ad arrivare a centotrĂ©, â— e guar ­da il proprio nome nella tar ­ghetta della valigia. Mi salu ­ta. Un abbraccio, una stretta, e poi si gira via di scatto; capisco che gli è bastato questo istante per cancellarmi giĂ  dalla sua mente. Fa parte del ­la retorica anche un simile allenamento degli affetti. L’ho udito canticchiare, allonta ­nandosi, con le spalle larghe e diritte, con la sua larga va ­ligia: â— Allons enfants de la patrie… â— E’ giĂ  sulla pista, senza ombrello, senza preoc ­cuparsi di proteggersi, sotto la pioggia che gli diluvia ad ­dosso.

Me ne sono venuto via do ­po che l’aereo si è alzato. Dal ­la parte piĂą chiara dell’oriz ­zonte, dove si apriva un’idea di sereno, l’ho visto navigare grigio come un pesce sul fon ­do di uno stagno. Il personag ­gio giĂ  si stava richiudendo nel fondo della mia memoria dopo la sua violenta, breve re ­surrezione: ma non era solo impalpabile, una creatura del ­la mente: mi abbandonava, in ­fatti, o io lo abbandonavo, con una contrazione cardiaca, dei nervi. Come un rapido male passato attraverso il mio corpo. Di quelli che, accumu ­landosi preparano la morte, se non altro, di una giovi ­nezza.


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Bart