di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, martedì 14 luglio 1970]
La figura del maestro â— non quello con la presuntuosa ini ziale maiuscola ma quello vero e autentico delle elementari â— è al centro della vita sociale italiana fra Ottocento e Nove cento. Anzi, sulle ali degli en tusiasmi dei radicali umanitari e dei socialisti prima maniera, nasce addirittura un mito che culmina nell’epopea del Cuore e del Romanzo di un maestro e nella leggenda apostolica dei Ravizza e dei Cena. Ed ha poi un’affermazione (non diremmo felice!) anche in politica: quan do alla testa dell’Italia, per più di un ventennio, si impone un maestro di origine socialista.
A questo mito non poteva mancare naturalmente un bar do. Non lo furono certo Pom peo Bettini o Filippo Turati, ma lo fu un vero insegnante elementare, in gonnella però: la famosa maestrina di Motta Visconti (il paese di Caserio), la « vergine rossa » di cui si celebra quest’anno il centena rio della nascita. Già su queste colonne Cesare Angelini ha det to, con elegantissima precisio ne, della poesia come meravi gliosa condanna e come invo lucro della lunga favola di Ada Negri. Ma il suo messaggio umano e sociale, oltre che let terario, è presentato ora, con straordinaria ricchezza di do cumentazione e con profonda partecipazione, da un critico d’eccezione come Salvatore Co mes ( Ada Negri. Da un tempo all’altro, ed. Mondadori, pp. 192, tavv.20, L. 2000). Critico d’ec cezione, ho detto. Perché, coi tempi che corrono, chi crede rebbe che ci fosse ancora un alto funzionario, devoto servi tore dello Stato in un settore delicato e difficile come quello universitario, disposto a rubare il tempo al sonno per mettersi ogni mattina al suo scrittoio privato quattro ore prima di sedersi, alle nove precise, nella sua poltrona ministeriale? Con tinua così l’umanistica e lumi nosa tradizione dei Chiarini, dei Fiorini, dei Ricci, dei So lerti, dei Trabalza, degli Zottoli: grandi amministratori e insieme illustri studiosi e scrit tori.
Salvatore Comes, con una mirabile fedeltà al suo mestiere di critico dei nostri due ultimi secoli letterari, dopo i narra tori garibaldini e gli scapigliati, dopo l’Onufrio (da lui risco perto e imposto con grande successo all’attenzione del pub blico) e il D’Annunzio, ha ora affrontato il difficile compito di definire l’ambiguo e ambiva lente temperamento â— tra di zingara e di regina, disse An gelini â— della Negri. La mae strina non poteva desiderare un biografo spirituale e lette rario più penetrante di questo autorevolissimo direttore gene rale del suo ministero.
Al di là della fine e appas sionata rilettura degli scritti della Negri, la grande novità del libro sta nella luce rivela trice gettata sulle impennate e sulle posizioni sentimentali, sociali, politiche di questa for te personalità: la donna che, conla Dusee la Deledda, do minò il pubblico italiano fra i due secoli e che come nessun altro poeta fu sulle labbra del le masse dei lavoratori e degli studenti, esaltata così dai rapisardiani come dai futuristi, a cominciar da Marinetti.
Prepotente giovinezza
Ma quello che forse oggi più conta della esperienza della Negri è la vicenda e la soffe renza umana, cui sentiamo ade rire e di cui sentiamo nutrirsi la sua poesia. La storia dell’affermarsi della sua prepotente giovinezza nella portineria del palazzo signorile è narrata in Stella mattutina con una disa dorna semplicità che felicemen te supera la letterarietà e il turgore che spesso dominano il discorso in versi e in prosa (e spesso, ahimè, anche in prosa poetica). Quell’osservare il mon do dalla guardiola, quelle let ture serali dei Misteri di Parigi e di Rocambole fatte dalla mamma alla nonna e ascoltate trepidando dalla bimba già nel suo lettino dove la credono ad dormentata, quell’accorrere sem pre più malvolentieri ad aprire il cancello alla carrozza dei si gnori, quella pietà per le carni della madre straziate dai ram poni del « fabbricone », quel de solato contemplare la squallida fine dell’ammirato fratello in una corsia di tisici; e poi l’espe rienza della scuola e dei primi fremiti dei sensi e della poesia, tutto prepara coerentemente quella poetica di rivendicazio ne continua, di inappagamen to gridato o pianto che carat terizza la carriera della scrit trice.
In questa situazione umana, traversata da esperienze dolo rose e tempestose, si colloca l’itinerario della Negri da vate Proletario a Accademico d’Ita lia (unica donna in quel con sesso), da un populismo rivo luzionario a un nazionalismo soreliano e poi a un fascismo « in penombra », fin dalla visi ta â— che la folgorò â— all’an tico «compagno », divenuto con dottiero di squadristi, nel « co vo » di via Paolo da Cannobio. E’ un itinerario caratteristico nel tessuto politico e sociale dell’Italia dei primi decenni del secolo (e mi vengono su dalla memoria i fremiti proletari e antifascisti che in noi, ragazzi del ginnasio superiore, suscita va sapientemente il nostro pro fessore, scolopio liberale e car ducciano, leggendoci gli appelli incendiari e le imprecazioni antiborghesi in Fatalità e in Tempeste di « Ada Negri, Acca demica d’Italia »). Ed è una vicenda pungentemente illu strata dall’interessante carteg gio Negri-Mussolini finora ine dito e pubblicato dal Comes con un puntuale commento.
« La prima attività poetica della Negri è stata di carattere sociale. C’erano motivi intimi, oltre al colore del tempo. Il socialismo è stato, per la Ne gri, poetica, come per me, ad esempio, esperienza politica ». Così scriveva autobiografica mente, il 9 luglio 1921, Benito Mussolini facendosi critico av veduto di Stella mattutina sul «Popolo d’Italia ». E da quelle radici socialiste ottocentesche, rilevate acutamente da Missiroli in poi, da quella formazio ne romantico-deamicisiana, pre sente nel maestro romagnolo anche quando sarà dittatore, vengono i succhi nostalgici e contraddittori dell’articolo. Il quale è contrappuntato nel car teggio da una serie di abban doni eroici ed erotici del tipo dannunziano più di moda in quegli anni: gli anni della gran de passione Mussolini-Sarfatti, che Ada, amicissima di Marghe rita e anch’essa allora avvolta in « grande passione », segue discreta e vigile.
Il dannunzianesimo, di cui purela Negriè vittima, gonfia persino gli sfoghi del periodo matteottiano-quartarellista. «C’è ancora qualcuno che non mi ha tradito? Chi non mi tradirà? » apostrofa il quasi dittatore ri volgendosi alla scrittrice. E ri spondendo, il 9 giugno 1925, alle felicitazioni per le celebrazioni in Campidoglio del Pascoli, il poeta nazionale e socialista de « La grande proletaria s’è mos sa », Mussolini colora più alla Gabriele che alla Foscolo lo sdegno ironico per gli attacchi violenti degli antichi « compa gni »: «Sì, il mio Governo ha la melanconia di onorare i grandi Poeti e vivi e morti: ma che cosa significa questo, di fronte alla rovina degli im mortali principi dell’ ‘89? E’ la mia tirannide che maschera le sue catene, cingendo con lauri più o meno capitolini le tempie dei Poeti! non lo capite dun que? Non leggete dunque più il giornale europeo [dei socia listi]? La mia salute va tanto bene che mi disgusta. Bisogna essere sempre un po’ malati, per non morire mai! ».
L’umile fine
Scatta nello sfogo anche quel vittimismo istrionico che Mus solini amava letterariamente atteggiare in facili panni leo pardiani. Ma, cinque anni do po, il 27 dicembre 1930, l’ac cenno al Leopardi a proposito di Vespertina è anticipatore del motivo più rilevato dalla criti ca del nuovo volume di versi: « Voi avete toccato le corde più profonde della lirica italiana dal Leopardi in poi. Avete rea lizzato una identità fra il vo stro spirito e la varia vasta na tura: lo avete fatto nello spa zio e nel tempo, il tutto tra versato da una melanconia che mi ha reso un po’ triste ». C’è anche qui il fiatone romanticheggiante del maestro elemen tare ottocentesco.
Vicende letterarie e umane mantengono prevalentemente il carteggio in un tono di confi denziale abbandono. La Vita di Arnaldo detta alla Negri un giudizio affettuoso, di quello stampo maeterlinckiano da lei abusato (« d’una densità e in tensità che a volte fa persino male, come una mano premuta fortemente sul cuore »); e Par lo con Bruno sollecita uno slan cio di madre dissolto nel solito facile leopardismo (« avete scritto… con padronanza del dolore, persino crudele contro il dolore stesso: eppure son parole di la grime e di sangue… Penso alla chiusa della lirica leopardiana: “Quel dì ch’io pieghi addormen tato il volto nel tuo virgíneo seno” »).
Sono lettere dolenti, al di là e al di sopra degli omaggi re ciproci un po’ convenzionali delle bizze e dei puntigli della scrittrice che ora non ammette le contestazioni dei fascisti ul tra, alla Farinacci, o delle gio vani generazioni littorialesche, ora ha trasalimenti da antica femminista turatiana (« Fossi un uomo… Ma sono una po vera donna: una povera donna che ha lavorato e lavora »).
Del comune socialismo giova nile rimane sempre viva e me lanconica l’ombra: negli inter venti a favore della antica col lega anarchica Nella Giaco melli, nelle menzioni affettuose dell’avvocato Gonzales, nella religiosità evangelica e umani taria che la Negrisuggeriscediscretamente nel ’42 all’anti co « compagno », ormai Duce al tramonto. Poi l’ultima imma gine a contrasto, emblematica di quella nostra Italia tormen tata: Mussolini che nei vani sogni di rinnovamenti sociali vorrebbe ancora incontrare nel la sua solitudine di Salò, nel novembre del ’44, l’aralda del suo populismo giovanile; la vecchia e ormai disincantata maestrina, che approdata a un cristianesimo doloroso e proble matico si chiude invece nel si lenzio, fino alla morte umile e ignorata, fra i bombardamenti e gli orrori, nella sua Milano, in quel tragico gennaio del ’45.