di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, martedì 7 gennaio 1969]
A grandi fatti, scusandomi dell’indecente ma efficacissi ma locuzione toscana, bischerate grandi: e una, commen tando in un’intervista televi siva l’impresa dell’Apollo8, l’ha detta, con grinta da non ammetter dubbi né incertezze d’altri e sue, il « padre della missilistica moderna », Werner von Braun.
Prima, preannunciando al tri e maggior tragitti inter ed ultraplanetari nel nostro e, col tempo, in altri sistemi solari, l’illustre tecnico dei razzi pro pulsori non era uscito dai limiti e caratteri della sua scienza e competenza. Poi, al la domanda se ritiene che ci siano altri astri, oltre il no stro terrestre, abitabili ed abi tati da viventi pensanti, con la suddetta e rinforzata peren torietà fisionomica, se n’è di chiarato certo e sicuro, per ché, ha sentenziato, sarebbe ridicolo supporre che Dio ab bia creato l’universo e tanti astri per destinarne uno solo, ed infimo, in un solo, ed infi mo sistema astrale, ad alber gare, unico vivente e pensan te, un essere limitato ed efimero come il terricolo animale umano. Il quale intanto, per bocca del von Braun, inibi sce a Dio di far cose ridicole.
L’intervista era tradotta, ma l’aggettivo, anche se non for se alla lettera della proposi zione, corrispondeva certa mente alla sostanza dell’argo mento: ridicolo esso davvero.
Non è infatti difficile op porre che in riguardo della mente onniscente della volon tà onnipotente, per definizio ne, di Dio, non è più illogico e assurdo supporre che nel l’universo esista un solo piut tosto che mille e infiniti astri abitati, un solo piuttosto che mille e infiniti esseri pensanti. Sicché all’argomento dell’in signe tecnico missilistico, si potrebbe dire, come Apelle al calzolaio: Missilista, stat ti ai missili. E direi, poi che egli parla di Dio, che questa aura di compunzione religiosa e di filosofica gravità è più fuor di centro e fuor di tono che le facezie, balorde sì ma facete, dell’ateo Kruscef ai giorni recenti e già remoti del suo potere e della prima pro pulsione d’un uomo nello spa zio, quando si esilarò perché non ci s’era incontrato con Dio. Certo vien da ripetere che a grandi fatti… Ma in fin dei conti egli voleva dire una spiritosaggine blasfema, non in argomento filosofico.
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In una facezia, benché se riosa in figura di retorica iper bole e di mitologica apoteosi, finiva, in Arcadia a Roma il1784, l’ode di Vincenzo Monti per le prime ascensioni in mongolfiera: « Che più ti re sta? Infrangere – anche alla morte il telo – e della vita il nettare – libar con Giove in cielo ». E’ una consapevole per quanto enfatica freddura, a chiusa di un componimento che compendia i difetti e i pregi del Monti, che nella pri ma strofe dà esempio dei pri mi, con una metafora inerte e in rima: « Quando Giason dal Pelio – spinse nel mar gli abeti » e con un’altra, ch’è re pellente: « E primo corse a fendere – col remo il seno a Teti ». Ma della letteratissima letteratura montiana è troppo più facile oggigiorno sentire i difetti che gustare i pregi. Fatto sta che l’infatuato entusiasmo pindaricheggiante per la mongolfiera, « globo aerostatico » pieno d’« aria infiammabile », cioè idrogeno, induce a sorridere, come di tutte le analoghe infatuazioni entusiastiche per le scoperte e invenzioni e macchine del progresso meccanico, che, pro gredendo, le rende disadatte e, a vedersi, comiche: così per dirne una, quella che al Carducci dell’Inno a Satana pareva il ben noto « bello e orribile mostro, corrusco e fumido come i vulcani », nien temeno, ed era « la vaporie ra » di cent’anni fa. E l’astro nave d’oggi fa sorridere di quella di ieri, come di quella d’oggi si sorriderà domani, e sempre più presto, se la sto ria dell’uomo seguirà un ritmo celerante, com’è norma sua costante dalla preistoria a tutt’oggi e al prevedibile domani.
Che, a rigore di pensiero logico, le scienze fisico-mec caniche non tolgano né aggiungan nulla alla conoscenza metafisica e all’esperienza mi stica, alle proposizioni del pensiero critico e alle illumi nazioni religiose e alle imma gini dell’intuizione fantastica, alla religione e alla filosofia e alla poesia, è una verità che contrasta col concetto e senti mento dell’essenziale unità su prema dello spirito umano, ma, approfondita, lo conferma e vi trova suo luogo e fun zione.
In essa unità e nella sua storia, a me par d’intendere che la scienza, rigorosamente distinta nella sua particolari tà concreta, abbia funzione in quanto produsse e produce una di liberazione di quelle tre forme e attività conoscitive e creative dello spirito, religio ne, poesia, filosofia.
Dico, par d’intendere, e di co a me, per umiltà di sem plice intuitivo fantastico.
Come e in quanto tale, per fare un esempio storico con creto, m’azzardo a dire che l’astronomia e la fisica e la matematica, distruggendo non pure il sistema geocentrico tolemaico ma il concetto stes so di un centro geometrico dell’universo, stimolano, aiu tano, necessitano la mistica e la logica e la fantasia, la religione e la filosofia e la poesia, ad affermarsi pure ed essenziali nel concetto e sen timento e figura di un mistico e metafisico e poetico antropocentrismo universale e, per quanto è dell’uomo, assoluto. Chela Terranon sia centro del sistema solare, che non abbia centri l’universo, pone ed esige e dichiara che centro essenziale e necessario sia l’uomo, il soggetto umano co noscente, vero e reale non già malgrado ma in quanto cono sce il proprio limite, la sua umana soggezione al divino.
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Calando dalla filosofia alla cronaca, notabile e, se non nuovo, più intenso, è stato di questi giorni il senso e senti mento comune con cui abbia mo seguito il visuale e parlato giornale di bordo dell’Apollo8. C’era un che d’inedito, co me nell’impresa così nella notizia, grazie all’invenzione della televisione. Invenzione empirica? Già; e che altro è se non empirica l’astronomia di Copernico, la fisica di New ton, la matematica di Ein stein, e l’esplorazione spaziale astronautica? Ma nel seguir la cronaca in atto del tragitto spaziale manovrato e calcola to, nel senso vivo ed ansioso, e sollecito, e affettuoso, delle difficoltà e dei rischi e delle incognite possibili, di quel che avrebbe prodotto un errore di manovra, un calcolo ine satto, un guasto meccanico, minimi, proprio la comunica zione televisiva si traduceva in immediata partecipazione umana.
Ci avvenne a varie riprese quotidiane, e continuamente, di sentirci noi tutti in quei tre prodi venturieri astronau tici. E credo che fra quanti seguivano con animo, il più ingenuo, che significava il più adatto e il più degno alla e della portentosa congiuntura, la vicenda astronautica, fosse ricorrente e continuo, effuso nello spazio e nell’animo ver so i tre naviganti, quel moto amorevole, quel grido dell’animo esortante e invocante, imprecante e pregante a scam po e salvezza di esseri cari pericolanti e risicanti.
Era un’ansia, una sollecitu dine, un’affezione fraterna per loro, per noi, per l’uomo da quando e fino a quando s’è trovato e si trova e si troverà a compiere quel misterioso tragitto che chiamiamo vita.
E anche la visione fotografi ca e televisiva dello spazio nero attorno ed oltre le illu minate superfici astrali, aveva una immediatezza inedita: em pirica sì, ma in ciò appunto mirabile.
L’orrore dell’infinita tene bria spaziale era vinto, e più è vinto nel ricordo e nel ri pensare, dalla luminosità inef fabile e invitta, infinita essa d’un’infinità spirituale, la ve ra, di quel semplice ed umile sentimento d’affezione tanto più viva e vera, quanto più semplice e ingenua.