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LETTERATURA: I MAESTRI: Affetti umani spaziali

6 Settembre 2012

di Riccardo Bacchelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 7 gennaio 1969]

A grandi fatti, scusandomi dell’indecente ma efficacissi ¬≠ma locuzione toscana, bischerate grandi: e una, commen ¬≠tando in un’intervista televi ¬≠siva l’impresa dell’Apollo8, l’ha detta, con grinta da non ammetter dubbi n√© incertezze d’altri e sue, il ¬ę padre della missilistica moderna ¬Ľ, Werner von Braun.

Prima, preannunciando al ¬≠tri e maggior tragitti inter ed ultraplanetari nel nostro e, col tempo, in altri sistemi solari, l’illustre tecnico dei razzi pro ¬≠pulsori non era uscito dai limiti e caratteri della sua scienza e competenza. Poi, al ¬≠la domanda se ritiene che ci siano altri astri, oltre il no ¬≠stro terrestre, abitabili ed abi ¬≠tati da viventi pensanti, con la suddetta e rinforzata peren ¬≠toriet√† fisionomica, se n’√® di ¬≠chiarato certo e sicuro, per ¬≠ch√©, ha sentenziato, sarebbe ridicolo supporre che Dio ab ¬≠bia creato l’universo e tanti astri per destinarne uno solo, ed infimo, in un solo, ed infi ¬≠mo sistema astrale, ad alber ¬≠gare, unico vivente e pensan ¬≠te, un essere limitato ed efimero come il terricolo animale umano. Il quale intanto, per bocca del von Braun, inibi ¬≠sce a Dio di far cose ridicole.

L’intervista era tradotta, ma l’aggettivo, anche se non for ¬≠se alla lettera della proposi ¬≠zione, corrispondeva certa ¬≠mente alla sostanza dell’argo ¬≠mento: ridicolo esso davvero.

Non √® infatti difficile op ¬≠porre che in riguardo della mente onniscente della volon ¬≠t√† onnipotente, per definizio ¬≠ne, di Dio, non √® pi√Ļ illogico e assurdo supporre che nel ¬≠l’universo esista un solo piut ¬≠tosto che mille e infiniti astri abitati, un solo piuttosto che mille e infiniti esseri pensanti. Sicch√© all’argomento dell’in ¬≠signe tecnico missilistico, si potrebbe dire, come Apelle al calzolaio: Missilista, stat ¬≠ti ai missili. E direi, poi che egli parla di Dio, che questa aura di compunzione religiosa e di filosofica gravit√† √® pi√Ļ fuor di centro e fuor di tono che le facezie, balorde s√¨ ma facete, dell’ateo Kruscef ai giorni recenti e gi√† remoti del suo potere e della prima pro ¬≠pulsione d’un uomo nello spa ¬≠zio, quando si esilar√≤ perch√© non ci s’era incontrato con Dio. Certo vien da ripetere che a grandi fatti… Ma in fin dei conti egli voleva dire una spiritosaggine blasfema, non in argomento filosofico.

*

In una facezia, bench√© se ¬≠riosa in figura di retorica iper ¬≠bole e di mitologica apoteosi, finiva, in Arcadia a Roma il1784, l’ode di Vincenzo Monti per le prime ascensioni in mongolfiera: ¬ę Che pi√Ļ ti re ¬≠sta? Infrangere – anche alla morte il telo – e della vita il nettare – libar con Giove in cielo ¬Ľ. E’ una consapevole per quanto enfatica freddura, a chiusa di un componimento che compendia i difetti e i pregi del Monti, che nella pri ¬≠ma strofe d√† esempio dei pri ¬≠mi, con una metafora inerte e in rima: ¬ę Quando Giason dal Pelio – spinse nel mar gli abeti ¬Ľ e con un’altra, ch’√® re ¬≠pellente: ¬ę E primo corse a fendere – col remo il seno a Teti ¬Ľ. Ma della letteratissima letteratura montiana √® troppo pi√Ļ facile oggigiorno sentire i difetti che gustare i pregi. Fatto sta che l’infatuato entusiasmo pindaricheggiante per la mongolfiera, ¬ę globo aerostatico ¬Ľ pieno d’¬ę aria infiammabile ¬Ľ, cio√® idrogeno, induce a sorridere, come di tutte le analoghe infatuazioni entusiastiche per le scoperte e invenzioni e macchine del progresso meccanico, che, pro ¬≠gredendo, le rende disadatte e, a vedersi, comiche: cos√¨ per dirne una, quella che al Carducci dell’Inno a Satana pareva il ben noto ¬ę bello e orribile mostro, corrusco e fumido come i vulcani ¬Ľ, nien ¬≠temeno, ed era ¬ę la vaporie ¬≠ra ¬Ľ di cent’anni fa. E l’astro ¬≠nave d’oggi fa sorridere di quella di ieri, come di quella d’oggi si sorrider√† domani, e sempre pi√Ļ presto, se la sto ¬≠ria dell’uomo seguir√† un ritmo celerante, com’√® norma sua costante dalla preistoria a tutt’oggi e al prevedibile domani.

Che, a rigore di pensiero logico, le scienze fisico-mec ¬≠caniche non tolgano n√© aggiungan nulla alla conoscenza metafisica e all’esperienza mi ¬≠stica, alle proposizioni del pensiero critico e alle illumi ¬≠nazioni religiose e alle imma ¬≠gini dell’intuizione fantastica, alla religione e alla filosofia e alla poesia, √® una verit√† che contrasta col concetto e senti ¬≠mento dell’essenziale unit√† su ¬≠prema dello spirito umano, ma, approfondita, lo conferma e vi trova suo luogo e fun ¬≠zione.

In essa unit√† e nella sua storia, a me par d’intendere che la scienza, rigorosamente distinta nella sua particolari ¬≠t√† concreta, abbia funzione in quanto produsse e produce una di liberazione di quelle tre forme e attivit√† conoscitive e creative dello spirito, religio ¬≠ne, poesia, filosofia.
Dico, par d’intendere, e di ¬≠co a me, per umilt√† di sem ¬≠plice intuitivo fantastico.

Come e in quanto tale, per fare un esempio storico con ¬≠creto, m’azzardo a dire che l’astronomia e la fisica e la matematica, distruggendo non pure il sistema geocentrico tolemaico ma il concetto stes ¬≠so di un centro geometrico dell’universo, stimolano, aiu ¬≠tano, necessitano la mistica e la logica e la fantasia, la religione e la filosofia e la poesia, ad affermarsi pure ed essenziali nel concetto e sen ¬≠timento e figura di un mistico e metafisico e poetico antropocentrismo universale e, per quanto √® dell’uomo, assoluto. Chela Terranon sia centro del sistema solare, che non abbia centri l’universo, pone ed esige e dichiara che centro essenziale e necessario sia l’uomo, il soggetto umano co ¬≠noscente, vero e reale non gi√† malgrado ma in quanto cono ¬≠sce il proprio limite, la sua umana soggezione al divino.

*

Calando dalla filosofia alla cronaca, notabile e, se non nuovo, pi√Ļ intenso, √® stato di questi giorni il senso e senti ¬≠mento comune con cui abbia ¬≠mo seguito il visuale e parlato giornale di bordo dell’Apollo8. C’era un che d’inedito, co ¬≠me nell’impresa cos√¨ nella notizia, grazie all’invenzione della televisione. Invenzione empirica? Gi√†; e che altro √® se non empirica l’astronomia di Copernico, la fisica di New ¬≠ton, la matematica di Ein ¬≠stein, e l’esplorazione spaziale astronautica? Ma nel seguir la cronaca in atto del tragitto spaziale manovrato e calcola ¬≠to, nel senso vivo ed ansioso, e sollecito, e affettuoso, delle difficolt√† e dei rischi e delle incognite possibili, di quel che avrebbe prodotto un errore di manovra, un calcolo ine ¬≠satto, un guasto meccanico, minimi, proprio la comunica ¬≠zione televisiva si traduceva in immediata partecipazione umana.

Ci avvenne a varie riprese quotidiane, e continuamente, di sentirci noi tutti in quei tre prodi venturieri astronau ¬≠tici. E credo che fra quanti seguivano con animo, il pi√Ļ ingenuo, che significava il pi√Ļ adatto e il pi√Ļ degno alla e della portentosa congiuntura, la vicenda astronautica, fosse ricorrente e continuo, effuso nello spazio e nell’animo ver ¬≠so i tre naviganti, quel moto amorevole, quel grido dell’animo esortante e invocante, imprecante e pregante a scam ¬≠po e salvezza di esseri cari pericolanti e risicanti.

Era un’ansia, una sollecitu ¬≠dine, un’affezione fraterna per loro, per noi, per l’uomo da quando e fino a quando s’√® trovato e si trova e si trover√† a compiere quel misterioso tragitto che chiamiamo vita.
E anche la visione fotografi ­ca e televisiva dello spazio nero attorno ed oltre le illu ­minate superfici astrali, aveva una immediatezza inedita: em ­pirica sì, ma in ciò appunto mirabile.

L’orrore dell’infinita tene ¬≠bria spaziale era vinto, e pi√Ļ √® vinto nel ricordo e nel ri ¬≠pensare, dalla luminosit√† inef ¬≠fabile e invitta, infinita essa d’un’infinit√† spirituale, la ve ¬≠ra, di quel semplice ed umile sentimento d’affezione tanto pi√Ļ viva e vera, quanto pi√Ļ semplice e ingenua.


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Bart