“L’inchiesta” di Philippe Claudel – Ponte alle Grazie

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

L’ultimo romanzo di Philippe Claudel, L’inchiesta, (Ponte alle Grazie) conferma e legittima tutti i giudizi lusinghieri espressi finora sullo scrittore francese, che si è imposto ormai all’atten ­zione di pubblico e critica come la penna più brillante della nar ­rativa francese contemporanea. A mio avviso, inoltre, la frequen ­tazione del mondo cinematografico, in veste di regista e sceneg ­giatore, ha arricchito e potenziato le qualità di una scrittura, già di per sé robusta e pregnante, attraverso la ricerca dell’inquadratura più efficace, il gusto dei particolari meno evidenti e più spiazzanti e la commistione dei generi. A tal proposito si è parlato di fan ­tascienza, o meglio di fantapolitica, di grottesco, di denuncia so ­ciale, di assurdo e di favola surreale; non è un caso che sono stati fatti i nomi di L. Carroll, di F. Kafka e di S. Beckett tra i suoi modelli preferiti. Certo reminiscenze di questi grandi scrittori si possono rintracciare nell’odissea allucinante dell’Inquirente, il protagonista della vicenda. Io credo, però, che i debiti maggiori siano nei confronti di G. Orwell, nella descrizione di un universo concentrazionario, e, a livello specificamente concettuale se non filosofico, di R. Musil. Penso in particolare a L’uomo senza qualità, in cui l’autore, vissuto nella prima metà del Novecento, e quindi in epoca meno sospetta, con il suo spirito profetico e visionario, aveva accennato a un mondo di qualità senza nessuno che le incarni. Qui Claudel si spinge ancora oltre, priva l’uomo di qualsiasi identità e lo riduce a una semplice funzione. Per i suoi personaggi non esistono nomi propri ma soltanto dei ruoli: l’in ­quirente, il poliziotto, il fondatore, la guida, il guardiano etc. etc. E anche i ruoli sembrano svolti meccanicamente e disordinatamente senza nessuna coerenza o dignità.

In una stazione anonima di una imprecisata città giunge un uomo apparentemente insignificante, l’inquirente, che deve svolgere una inchiesta per capire i motivi che hanno indotto molti dipendenti di una fantomatica azienda a togliersi la vita. L’incarico è piuttosto semplice anche perché l’inquirente ha alle spalle una lunga espe ­rienza di missioni del genere, tutte felicemente risolte, ma l’im ­patto si rivela del tutto diverso. Sotto una pioggia battente il pro ­tagonista finisce col perdere l’orientamento e viene a contatto con una realtà inquietante in cui il senso normale delle cose è com ­pletamente ribaltato. Vede venir meno, l’uno dopo l’altro, tutti i punti di riferimento fino a perdere la percezione di sé oltre che del reale.

La trama che abbiamo cercato di riassumere in maniera concisa non dà che una vaga idea del romanzo di Claudel, ipnotico e stra ­niante, ricco di suggestioni. Non mancano neppure residui di ideo ­logismi e sociologismi; si pensi all’episodio dei profughi che, spin ­ti dalla fame e consapevoli di dover rientrare nel loro mondo di fame e di miseria, avanzano lentamente verso il tavolo in cui l’in ­quirente, dopo un digiuno forzato, sta consumando il suo pranzo luculliano ed è costretto ad abbandonare il suo posto in preda a conati di vomito:

Aveva voglia di vomitare, ma intuiva che non avrebbe mai potuto evacuare tutto… perché non si può mai restituire tutto, pensò. Così come probabilmente non si può vivere felici da qualche parte senza rubare la felicità a qualcuno che è altrove.

È un romanzo privo di speranza e di prospettive che si conclude in un cul de sac da cui non si scorge nemmeno un barlume di luce e molti lettori, convinti che la letteratura abbia una funzione sal ­vifica o quanto meno un potere consolatorio, gli hanno rimpro ­verato questo pessimismo radicale che gli impedisce anche di scommettere, alla maniera di Pascal, sull’esistenza di Dio. Al di là, comunque, delle sue opinioni, che possono essere condivise o meno, rimane una straordinaria costruzione narrativa capace di catturare l’attenzione del lettore e di inchiodarlo alla poltrona fino alla conclusione mediante un sapiente dosaggio degli ingredienti narrativi: ritmo, suspense e un linguaggio essenziale e scarnificato, materiato di cose, che privilegia i segni nei confronti dei suoni, a conferma ancora una volta del debito contratto da Claudel nei confronti del cinema.

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